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Testo
A
Donna OLGA DE LICHNIZKI
Amica,
Questo
libro è un grido.
Un
grido che sorge dal profondo.
Un
grido che, come il vento, le più alte cime più
percuote.
Molte
volte, nella vostra sala in Firenze – tutta una sinfonia in
minore di ori e di biancori – in comunione di musica, con Gian
Falco e Giuliano il Sofista, molte volte abbiamo insieme sentito
sortire dal profondo di noi questo libro che è un grido.
Non
ci liberava il grido nè dal Dolore di Beethoven, nè
dall'Angoscia di Schumann, nè dal Languore di Chopin, nè
dalla Ricerca di Wagner.
Ma
pareva indicarci una via, una via che, come tutte le vie, conduceva a
Roma.
Opus
consummavi, o amica.
Giuseppe
Vannicola.
THROUGH
DEATH AND BIRTH, TO A DIVINER DAY
Ho
gridato dai luoghi profondi. Ho gridato verso te dal profondo
dell'abisso. Esaudisci, o Signore, il grido della mia supplicazione.
Through
Death and Birth, to a diviner day.
A
traverso la Morte e la Resurrezione, verso un giorno più
divino.
La
parola di David e la parola di Shelley, pur così lontane nel
tempo e nello spazio, convergono meravigliosamente in una stessa
essenza metafisica per esprimere l'essenza metafisica della Musica.
Ho
gridato dai luoghi profondi, dal più profondo dell'abisso,
perchè se il mio grido si fosse levato dalla superficie della
terra, i culmini della terra lo avrebbero arrestato, ed esso non
avrebbe potuto squarciare la nube e perdersi nell'abisso profondo del
cielo.
L'abisso
invoca l'abisso.
La
profondità della terra leva perdutamente le braccia verso la
profondità del Cielo: De profundis!
La
vertigine grida dall'abisso della Morte verso l'abisso della Vita: De
profundis! De profundis!
E
la Vita trema sulle sue altitudini, nel cielo dei cieli. E la
vertigine attira la Vita. Ed ecco che la Vita si precipita dai suoi
luoghi profondi incontro alla Morte che grida dal profondo del suo
abisso.
Ed
ecco che la Vita solleva la Morte a traverso la Resurrezione verso la
gioia eterna d'una Vita più divina
Through
Death and Birth, to a diviner day.
La
Musica è il grido terribile e supplicante che si leva dai
luoghi profondi, dal più profondo dell'abisso, là dove
non esiste nè forma nè colore.
La
Musica è il grido terribile e supplicante che passa a traverso
la forma e a traverso il colore, rapido come una freccia di
desiderio.
La
Musica è il grido terribile e supplicante che si perde
nell'immenso respiro del cielo dei cieli, là dove non esiste
nè forma nè colore.
La
Musica è principio.
La
Musica è fine.
La
Musica è centro.
Essa
è l'atto iniziale della volontà e l'atto definitivo
della beatitudine.
Essa
è la Genesi e l'Apocalisse dell'Universo.
Essa
è la parola che dice Amen alla parola che dice Fiat.
Fiat,
Amen.
Ecco
il centro
Dai
luoghi profondi, dal profondo dell'abisso; A traverso la Morte e la
Resurrezione, verso un giorno più divino.
UT,
Re, Mi, Fa, Sol, La, Si.
La
scala è il simbolo della musica ed è simbolo
d'ascensione.
La
Scala non ha principio e non ha fine, poichè essa stessa è
principio e fine a sè stessa.
Se
si potesse discendere nei luoghi profondi, nel più profondo
dell'abisso, là dove non esiste nè forma nè
colore, noi vedremmo che la Scala discende ancora infinibilmente.
Se
si potesse ascendere alle altitudini profonde, nel più
profondo del cielo dei cieli, là dove non esiste nè
forma nè colore, noi vedremmo che la scala ascende ancora,
infinibilmente.
La
Scala si moltiplica per sè stessa all'infinibile.
Per
conoscere il nome di questo infinibile, l'Ut di questa ascesa
sempiterna dell'abisso verso l'abisso, il Verbo che sia insieme
Genesi e Apocalisse, bisogna andare come Mosè non soltanto
nell'interiore del Deserto, ma ad interiora deserti nel
plurale e nel plurale in latino, il plurale neutro.
Dall'interiore
del Deserto bisogna discendere ad interiora deserti, sempre
più nel profondo, sempre più nel nascosto, di abisso in
abisso, di Ut in Ut, di silenzio in silenzio, fino al
cuore del silenzio perchè il cuore crolli e s'affondi ancora
nel cuore del cuore.
E
bisogna discendere ancora, sempre più nel nascosto, di abisso
in abisso, di Ut in Ut, di silenzio in silenzio, fino
alla Pietra che sopporta l'Oceano.
E
bisogna discendere ancora, sempre più nel profondo, sempre più
nel nascosto, di abisso in abisso, di Ut in Ut, di
silenzio in silenzio, fino all'Humus da cui è sortito
Adamo.
E,
come Mosè, bisogna allora nudarsi i piedi perchè la
carne si senta sorella di quella terra che è sacra.
Ed
ecco allora il mistero dei misteri:
Un
Nome che non è un nome perchè non è una parola:
IO
SONO COLUI CHE SONO.
È
l'Ut.
È
l'affermazione solenne dell'Essere che è di per sè
stesso, dell'Increato, dell'Incircoscritto.
È
la parola della Genesi, che è l'Apocalisse dell'iniziazione.
È
la parola dell'Apocalisse, che è la Genesi della consumazione.
E
l'attimo.
Fiat,
Amen.
L'Ut
s'è trasformato nella Scala infinibile, nell'Ascensione
sempiterna; Re, Mi, Fa, Sol, La, Si, ogni grado più rapido di
vibrazioni per l'ansia del grado successivo.
Io
sono colui che sono,
è diventato De
profundis clamavi ad te.
Di
sette gradi in sette gradi, di silenzio in silenzio di Ut in
Ut, di abisso in abisso, tracciando la strada alle ali della
folgore, tracciando la strada alle ali dell'aquila:
Io
sono colui che sono: De profundis clamavi ad te.
E
allora che conosce il Segreto, la Musica va come Mosè,
conducendo gli uomini di là del mare Rosso, a traverso la
morte e la Resurrezione, verso un giorno più divino.
E
là, come Noè dopo il Diluvio, sul monte Ararat, essa
offrirà il Sacrifizio della Liberazione.
Due
inestimabili virtù ha la vita, suscettibili di strapparci alla
realità, di elevarci e di esaltarci di là delle
sensazioni puramente fisiche della vita materiale, fino alla
contemplazione della vita ideale, fino al sentimento assoluto,
integrale di cui noi stessi non siamo che manifestazioni passeggere.
Due
virtù inestimabili, capaci di farci sentire la nostra unione
sostanziale con l'universo, l'unità dell'Essere, l'identità
della sostanza vitale.
Ed
esse sono l'Ebrietà ed il Sonno, simboli di quelle due
beatrici forme di sollevazione spirituale che gli uomini han chiamate
con i divini nomi d'Arte e di Religione, sponde fiorite per ove la
nostra anima può escire dalla tenebria ingombrante dell'Io e
scorrere liberamente verso siderali mari, bianchi di sole, arsi di
sole, accecanti di sole, dove spazia l'ala frenetica del Genio e
pulsa il gran cuore di Dio.
Il
Sonno e l'Ebrietà sono l'ombra e la luce d'un altro mondo,
l'ombra e la luce della Volontà nella vita universale, l'ombra
e la luce d'un mistero che è fuori del tempo e dello spazio e
che adombra ed illumina il mistero che è nel tempo e nello
spazio.
La
Religione è l'ombra dell'Infinito nel tempo.
L'Arte
è la luce dell'Infinito nello spazio.
Vi
hanno alcuni istanti solenni di riposo e di ebrezza che trasportano e
fanno rivivere la nostra anima stanca, brevi istanti in cui la nostra
anima stanca spazia serenamente come la voce serena della notte
angelicata dal plenilunio, brevi istanti in cui la nostra anima
stanca è simile ad un cigno riposante sopra un'acqua lenta,
simile ad una lampada solitaria che si consuma sotto le volte del
tempio, simile ad un incensiere solitario che sotto le volte del
tempio vapora odorosamente, simile a tutto ciò che si placa,
che tranquilla, che serena, che tace.
Pare
allora che l'anima si veda e si riconosca per la prima volta.
Pare
allora che l'anima entri per la prima volta nella gioia d'una
relazione non più mediata con l'anima universale.
Pare
allora che la porta di questa nostra pesante individualità
umana si apra d'improvviso come per un colpo di vento, e che la
Primavera entri e sorrida nell'anima nostra coi suoi mille profumi e
i tiepidi effluvii, per la prima volta.
E
l'orizzonte appare allora largo, profondo, lontano, specioso,
irradiato da tutte le fiamme del sole.
Sollevate
sull'ombra e sulla luce, come sulle due ali di un'aquila, la
Religione e l'Arte son passate nel tempo e nello spazio, hanno
traversato, hanno distrutto il tempo e lo spazio.
Il
velo di Maya è stato lacerato dalla potenza imponderabile, dal
vapore d'incensi, come una nube squarciata dalla folgore.
E
tutto allora è puro ai nostri occhi puri. Il nostro sguardo
penetrando allora negli abissi vi scorge l'imagine delle cose che
vivono sulle alte cime.
Il
nostro sguardo penetrando allora nello interno cielo dell'anima vede
svolgervisi un muto ritmo infinito come il palpito delle stelle sulla
solenne maestà delle montagne.
E
la vita è allora per noi un'opera di arte in veste teologica.
I
primi cinque giorni della Creazione preparano il teatro in cui dovrà
agire l'uomo.
Al
sesto giorno la materia viene elevata nella carne umana al suo più
alto grado d'organizzazione e di bellezza: Adamo.
Al
settimo giorno Dio si riposò.
L'Ebrietà
è la luce della Settimana sulla terra.
La
Grecia è il teatro di questa Ebrietà creativa, il luogo
dove la luce della Settimana cade sulla terra più attiva e più
inebriante.
La
Grecia è il commentario della Parola che sortì dal
nulla il germe dei secoli e delle stelle: fiat lux.
Il
Sonno è l'ombra del Settimo giorno sulla terra.
L'Asia
è il talamo di questo Sonno, il luogo dove l'ombra del Settimo
giorno cade sulla terra più densa e più riposante.
Lo
spirito dell'Asia è mistero, contemplazione, riposo. Il suo
sguardo è fisso, profondo, continuo, solenne.
L'Asia
è il giardino di Dio, un giardino pieno d'ombra, un giardino
ove ogni pianta, ogni fiore, ogni frutto ha la sua significazione
simbolica.
Dio
che s'era riservato un giorno della settimana, il Settimo giorno,
si riserva un popolo nella folla delle nazioni, un popolo dell'Asia.
Fu
in un paese dell'Asia e ad una Vergine dell'Asia che l'Angelo disse:
Virtus Altissimi obumbrabit tibi.
E
la Vergine rispose: Fiat mihi secundum verbum tuum.
Il
fiat della Vergine risponde, in Asia, al fiat lux di
cui la Grecia era il Commentario.
Colei
che secondo l'annunziazione dell'Angelo fu adombrata dalla
Virtù dell'Altissimo è la stessa Donna che la Chiesa di
Roma chiama con tutti i nomi più luminosi della luce.
L'ombra
e la luce, il Sonno e l'Ebrietà, il tempo e lo Spazio, l'Asia
e la Grecia, la contemplazione e l'azione convergono in una Vergine
nelle braccia immense della Chiesa di Roma, aperte come quelle del
Crocifisso, figlio dell'Ombra onde quella Vergine fu tutta Luce.
E
nelle braccia immense della Chiesa di Roma, l'Ombra e la Luce
divengono Musica.
Una
Musica che alla magnificenza della parola asiatica aggiunge lo
splendore della forma greca.
Tutta
bella sei tu, o amica mia! Soave e splendida come Gerusalemme,
terribile come un esercito ordinato a battaglia.
Queste
parole del Cantico mi tornarono improvvise nella memoria un giorno
che io assistevo con indicibile rapimento di spirito, in una bella
Chiesa latina, ad una di quelle festività religiose che sono
ebrezze musicali, orgie di gioia liturgica, giubilazioni di una
divina e radiosa meraviglia.
Per
tutta la Chiesa era un intenso fumare d'aromati velanti la fiamma
degl'innumerevoli cerei e delle lampade votive. A traverso fiocchi
d'incenso salienti per le volte istoriate, la statua d'oro del
Diacono teneva immobilmente innanzi ai suoi occhi la patena ravvolta
in un drappo, simbolizzando così l'Antico Testamento, come
l'altro Diacono simbolizzava il Nuovo, e mostrando che la Sinagoga
non può vedere il compimento dei misteri della Chiesa.
Nel
punto centrale della bella visione, il grado supremo dell'emozione
estetica e spirituale era concentrato ed espresso nell'atteggiamento
dell'Abate officiante, mitrato, splendente d'ori e di gemme.
Da
questa lucentissima visione, fumante e abbagliante come un incendio,
salivano le melodie del Cantus firmus, ed era come se
nascessero da essa, così come nasce la forma dalla sostanza,
la luce dal calore.
Religione
e Arte parevano vivere in una stessa atmosfera d'ascensione e
d'illuminazione, tutte e due spinte verso il tipo eterno delle cose,
verso l'Ideale, tutte e due lumeggiate dagli stessi riflessi del
Divino rappresentato a traverso gli splendori del Bello.
Ogni
colore era disposto ed equilibrato in modo che aveva il valore di
tono musicale ricevendo come una virtù di cantare in aspetto
luminoso.
Tutto
era ritmo e simmetria.
Ogni
suono, ogni parola, ogni gesto, era la celebrazione del culto
estetico perfetto, e traduceva un sentimento, e imitava una imagine.
E
come nella vasta Chiesa la scultura e la pittura erano strettamente
unite e armonizzate all'architettura, così, ogni suono, ogni
parola, ogni gesto rendeva visibile la bellezza dell'organismo e
l'innalzava ad una suprema forma d'espressione, e dava un'apparenza
visibile alle più oscure verità.
Ogni
suono, ogni parola, ogni gesto era come una voce aggiunta al grande
coro della vita, una voce che pareva non avere passato ma risuonare
dall'eternità e per l'eternità.
I
ceri stessi parevano splendere con un palpito concorde, e tutte le
forme parevano palpitare con una eguale respirazione.
La
cupola aperta alle preghiere, ai canti, ai suoni, agl'incensi,
significava quasi una pace consolatrice verso cui tutte le linee
convergevano come ardenti implorazioni.
A
ondate, per l'ampia navata, la melodia del canto fermo si espandeva,
si diffondeva, ascendeva, s'ombreggiava, s'illuminava e sempre si
sviluppava in una fluidità infinita, in un infinito divenire,
come un mare di luce, dischiudendo sempre nuove, sempre più
elevate, sempre più pure sfere di beatitudine ultra terrena.
Il
disegno melodico era una linea che non poteva essere segnata, ma che
viveva nella trama della visione e ne rilevava il ritmo misterioso.
Era lo strumento e l'interprete dell'intima psicologia della
cerimonia sacra. Era come l'eco del fato suonante nei cori delle
tragedie elleniche.
E
veramente pareva a me di veder riapparire la Tragedia ateniese nella
sua grandiosità titanica, ammantata di tutta la sua maestà
religiosa, contenente in piena fiorescenza le tre muse sorelle nate
insieme all'aurora ambrosiana dell'Ellade sacra: Melodia, Poesia e
Mimica.
Erano
frasi che scendevano dolci sull'anima come le palpebre sulle pupille.
Erano
frasi che si svolgevano sopra una specie di monodia languida, grave,
lenta, timida, piena di dolcezza e di pianto; una monodia d'amore
sprigionata da una carne che nulla conosceva dell'amore, da una carne
morta prima di morire, sepolta senza bara e senza sudario; una
monodia in cui pareva cristallizzata ogni sensazione di una carne
insensibile, ogni fremito di una carne senza fremiti, ogni voluttà
di una carne che non conosceva voluttà; una monodia fatta di
carezze, fatta di abbracciamenti, gemente, mormorante, dolorante,
lontanante, con dei movimenti quasi lascivi, con una pigrizia simile
a un vaporare d'incensi.
Era
come un sospirare d'anime preganti, come un lagrimare d'anime
consolate, come un lenimento, un vanimento, uno struggimento, uno
smorimento, terminante d'improvviso, quasi per una lagrima, sopra una
nota triste.
Era
come un pacificarsi dell'anima a grado a grado simile a un cero che
si spegne, come un pianto che si sente sorgere dal profondo e che non
si sente giungere agli occchi.
Tutta
bella sei tu, o amica mia! soave e splendida come Gerusalemme.
La
solennità dell'inno s'alzò poi grave, maestosa,
unisona, sonora, altissima come il coro di mille voci insieme,
ripetuta per l'ampia navata dagli innumerevoli echi dei lenti modi
architettonici, e colpì le mie orecchie come l'urlo di tutta
l'umanità innanzi all'apparire fulmineo del miracolo:
Sanctus,
sanctus, sanctus
Dominus,
Deus Sabaoth!
Pleni
sunt coeli et terra
Majestate
gloriae tuae.
E
l'organo campeggiava alto e solo, austero, solenne, desideroso
d'azzurri, vertiginoso di voli, animato come dal rombo di un'acqua
passante a traverso le aspre rocce dell'alpe, di un'acqua spaventosa
di spume e di fragori, di un'acqua traente la sua forza furibonda di
balzo in balzo, scagliante alle valli profonde la sua terribile e
affannata anima canora.
E
mi parve quasi vedere allora il vento di quella sterminata selva
splendente sonante agitare, sotto il velo dell'anima cattolica,
l'inestinguibile fiamma di Vesta.
Tutta
bella sei tu, o amica mia! soave e splendida come Gerusalemme,
terribile come un esercito ordinato a battaglia.
E
in quella musicale bellezza di suoni, di canti, di forme, di colori,
di fiori, di profumi, di luci, la musica muta della Croce era come un
accordo dissonante che si placava tutto intorno in accordo perfetto
le cui vibrazioni andavano oltre il fumo degli incensi, oltre il
profumo dei fiori, oltre lo splendore dei cerei, oltre il clamore
delle voci, oltre il volo formidabile dell'organo, oltre le grandi
curve d'immota bellezza, oltre la cupola profonda, sino alla dimora
lieve dove abita il Ricordo invincibile, la Speranza invincibile.
Cessò
l'onda effusa dei suoni, tacque ogni canto, s'estinse ogni fiamma; ma
nell'alto silenzio dell'ombra viveva ancora il ritmo della Melodia e
pareva che ne fosse la respirazione.
Io
compresi allora che in quella cerimonia lo spirito era tutto, ma che
la forma di bellezza che lo rappresentava era la sua ricchezza, la
sua fioritura, le sua musicalità, la sua potenza suprema.
Forma
limpida di liturgia latina dalla quale traspariva una visione senza
nebbie e senza ombre, pura, alta, radiosa, resa perfetta
dall'espressione incomparabile dei gesti, dei colori, dei profumi,
dei canti, dei suoni, adorazione unica e multiforme d'una sola Idea e
d'una sola Bellezza.
Io
compresi allora che fra spirito e rappresentazione, fra Religione e
Arte, non esiste limite di dualità perchè insieme fuse
nella unità dell'ispirazione e della visione. Tutte e due
vivono d'illuminazione e portano, dall'Eden alla valle di Josafat, la
gloria di Dio come un manto di porpora sontuosissimo.
Tutte
e due vengono da Oriente, come il sole, dal sonno, dall'ombra del
Settimo giorno, magnificamente vestite dell'efod, libere,
aeree, soprannaturali, gli occhi aperti verso il Cielo, non toccando
la terra se non per abbandonarla.
E
l'istante in cui esse toccano la terra è l'istante
dell'Ebrietà, l'istante in cui cade più viva sulla
terra la luce magnifica della settimana, l'istante in cui risuona più
viva sulla terra l'eco della parola creatrice: fiat lux.
E
in quell'istante la Religione e l'Arte colorano sulla terra, a grandi
tratti, largamente, gloriosamente, il Ricordo invincibile, la
Speranza invincibile....
Gettate
lo scandaglio nel più profondo di voi. Inginocchiatevi
sull'abisso e scrutate....
Ascoltate
se lo scandaglio incontra il fondo... Silenzio!
Misurate
la gioia e il dolore di cui è capace il cuore dell'uomo.
Ascoltate
se lo scandaglio incontra il fondo....
Silenzio!
Silenzio!
Contate
le attitudini conosciute e sconosciute della gioia e del dolore.
Scrutate le capacità di gioia e di dolore.
Ascoltate
se lo scandaglio incontra il fondo.. Silenzio! Silenzio! Silenzio!
Beethoven
è l'uomo del silenzio.
L'uomo
che la parola può appena avvicinare; l'uomo che, avviluppato
di silenzio, ispira e comanda il silenzio; l'uomo per cui il silenzio
è atmosfera musicale.
Le
montagne s'alzano nel suo profondo su le montagne; le montagne
gettano nel suo profondo un'ombra densa e vastissima; le montagne nel
suo profondo fanno silenzio.
Un
silenzio che abbraccia tutto nelle sue profondità.
Un
silenzio che non determina, ma che riposa e comprende.
Un
silenzio che comprende nel suo riposo le musiche che hanno aperto al
silenzio orizzonti nuovi, le musiche per cui il silenzio si solleva
sul silenzio e le montagne su le montagne, in un Infinito più
infinito, in un Silenzio più silenzioso.
Il
dolore è come il sinonimo del nome di Beethoven.
Il
dolore ch'egli esprime e il nome che esprime la sua individualità
sono inseparabili.
Il
dolore beethoveniano è d'una solennità smisurata: una
profusione di lagrime che somiglia all'oceano: il mare e il cielo si
toccano all'orizzonte senza confondersi.
Come
l'oceano il dolore beethoveniano riempie gli sguardi senza stancarsi
e sfugge alla monotonia per la sua stessa grandiosità.
L'oceano
e il dolore beethoveniano hanno il segreto di ringiovanire come le
ali dell'aquila, e la loro rinnovata giovinezza nasce dalla loro
stessa profondità, inebriata di sali e di profumi marini.
Quel
che nasce dal dolore beethoveniano è l'inno alla gioia della
IX sinfonia.
Il
dolore beethoveniano è edificante, è un dolore che
costruisce.
Il
dolore beethoveniano costruisce un monumento, e questo monumento è
una città, la città di Dio, la città della
gioia, la Gerusalemme celeste.
Ogni
musica di Beethoven è una pietra gettata nelle fondamenta
della Gerusalemme celeste.
Se
si potesse condensare l'intero dolore beethoveniano in una pagina, e
questa pagina in una frase, e questa frase in una parola, la parola
sarebbe Gioia.
Nella
profondità della sua desolazione vi sono dei fulgori di
felicità e di gloria, i fulgori che irradiano l'oceano quando,
al mattino, il sole ascende verso il cielo dopo essersi lavato nel
profondo del mare.
Beethoven
non è soltanto il Dolore.
Beethoven
è ancora l'orgoglio, l'orgoglio del Dolore.
Un
orgoglio sincero e profondo.
Un
orgoglio che vuole essere solo, solo col Dolore.
Un
orgoglio che s'inginocchia e che piange.
Un
orgoglio che fa pensare al Mosè del De Vigny:
«O
Seigneur! j'ai vécu puissant et solitaire,
Laissez-moi
m'endormir du sommeil de la terre!»
E
l'orgoglio somiglia allora alla grande piramide di Giseh, ove sono
nascosti i grandi misteri e nel cui centro sta il sarcofago che
gl'iniziati chiamano il Sarcofago della Resurrezione.
La
Musica differisce da tutte le altre arti, e, libera d'ogni rapporto
con la forma dei fenomeni, costituisce da per sè stessa una
forma astratta, assoluta e completa. La Musica obbedisce a dei
principii estetici interamente differenti da quelli delle altre arti.
Essa non può essere valutata secondo le categorie del Bello;
non deve sottomettersi, come ad esempio la Pittura, la Scultura,
l'Architettura, alla proporzione, all'armonia e alla bellezza delle
forme.
La
Musica non ha la preoccupazione di questo particolare godimento
estetico, perchè ella stessa è una forma assoluta, una
rappresentazione completa in sè e per sè, diretta e
spontanea, senza alcuna servitù alle realità
contingenti. Ogni altra arte è una proporzione fra l'idea e la
forma, la Musica sola è una sproporzione; poichè tutte
le arti sono belle, e solo la Musica è sublime.
In
questa l'idea spezza la forma e l'inghiotte in sè stessa. La
forma, umiliata, si annienta come per non turbarci nella
contemplazione dell'Immenso.
Beethoven
è colui che più d'ogni altro conferma la verità
di tutto questo.
Ogni
cosa, intorno a lui, aspira ad una specie d'annientamento. Come
l'aquila solitaria e selvaggia vicino al sole, egli vive troppo in
alto per ricorrere alla bellezza esteriore: egli vi rinunzia e quasi
s'astiene della forma e non le domanda se non il segno rigorosamente
necessario alla manifestazione intelligibile della sua idea.
In
Beethoven l'idea, non potendo esser contenuta dalla forma, spezza la
forma e dietro le sue rovine lascia vedere un orizzonte infinito.
Beethoven, non essendo finito, aspira l'Infinito. La forma della sua
musica, anche quando celebra la Gioia, è quella della
preghiera che trascina con lei verso il cielo tutto quel che la
tocca, perchè l'ascensione è della sua assenza. Come la
preghiera la Musica di Beethoven è il balbettare dell'uomo
che, partitosi dal Paradiso terrestre e non ancora pervenuto al
Paradiso terrestre, celebra ancora e celebra già la bellezza
perduta. Essa è una imagine della patria che l'uomo traccia
sulla terra d'esilio.
La
Musica di Beethoven è, nell'ordine intellettuale, quel che è
la speranza nell'ordine morale: un Presentimento e un Ricordo. Perciò
la sua forma è Preghiera.
Anche
nella storia dell'uomo è la Musica che regola il moto delle
cose all'ultimo fine; che esprime il vittorioso combattimento
dell'uomo con la subordinata creatura, signoreggiandola sempre col
battito del proprio cuore, spandendo su lei il battesimo della
riflessione e del pensiero.
Il
mare oppone all'uomo la gelosia delle sue tempeste; l'uomo lo guarda
e passa. Un altro mare più vasto, più profondo, lo
grava sul capo coll'enigma delle stelle; e l'uomo, povero pastore
errante dietro il suo armento per i campi della Caldèa, guarda
il cielo traverso le pure notti d'oriente, e dice alle stelle il loro
nome, il loro destino, il segreto del loro oscuramento, della loro
sparizione, del loro ritorno.
L'astro
stesso che non apparisce se non un giorno ogni qualche secolo, non ha
potuto nascondere all'uomo la sua corsa: chiamato ad ora fissa, egli
si distacca dalle profondità inconcepibili dove nessun sguardo
lo segue, viene, raggiunge il punto già segnato nel nostro
breve orizzonte, e, salutando col suo palpito igneo l'intelligenza
che lo profetizzava, torna alle solitudini interminate, là
dove soltanto l'Infinito mai lo perde di vista....
Fra
la terra e il cielo, l'uomo ha decomposto l'aria che respira e il
fluido che l'illumina, e, come un gigante che ha tutto abbattuto
attorno a lui, irritato d'incontrare ancora un ostacolo, corpo a
corpo con la folgore, egli tratta questo terribile riassunto delle
forze naturali come un bambolo che si dirige con un filo, ora
arrestandolo rispettoso sul pinnacolo dei tempii, ora forzandolo a
precipitare nei muti abissi della terra.... Poi migra più in
alto, e si domanda che può esservi oltre Urano e oltre
Nettuno, qual'è l'orbita che move tutte le orbite già
misurate dal suo compasso; e trova uno spazio infinito che si
moltiplica di continuo, e nuovi pianeti, e nuovi soli che fanno
centro a nuovi sistemi, nuovi globi che vagano silenziosi, che
danzano, nuotano, corrono, si precipitano, a cerchi, a giri, a
elissi, ad orbite; e poi lontano, oltre l'ultimo punto luminoso,
altre stelle ed altri soli ed altri sistemi; e più egli
s'inoltra e più tutto s'inoltra. L'uomo che ha guardato il
mare e il cielo, fissa senza impallidire l'infinito e passa oltre. E,
quando pervenuto al termine d'ogni verità, aiutato dal Sommo
Aquinate, sente presso di sè l'aliare leggero dei Troni, delle
Virtù, delle Dominazioni, vedendo già senza ancora
vedere, egli dice: Là è Dio! Là è la
felicità! Ma allora che riapre gli occhi per sorridere in
faccia al nuovo lume di gloria, l'uomo si ritrova nuovamente travolto
nelle tenebre della terra portando nelle vene e nelle midolle un
veleno d'impotenza umana, circuito da capo da tutti gli abissi del
Dubbio. E l'amara vanità delle vanità batte allora la
sua funebre marcia in quel vivo tempio d'intelligenza, sotto le cui
volte tanti vivi raggi di lume s'erano diffusi a irradiare
l'evolversi di gloria. E l'uomo – Eroe che sempre muore e
sempre risorge, che striscia come il verme e si solleva come l'aquila
– l'uomo torna a vedere la sua salma, disperato e solo,
palpandosi lo scheletro a traverso la morbida turgidezza delle carni
giovani: Qui è l'uomo! Qui è il dolore!...
Questo
perenne e terribile moto di desideri continuamente scavato nella
ferita sempre sanguinante dell'anima umana, ottusa dall'urto
dell'antica caduta e fremente come rettile che alza e vibra la
sottilissima fiamma della sua lingua alla minima impressione d'un
soffio, d'un profumo, d'un suono; questo esasperato e mai interrotto
risveglio nell'uomo di tutti i suoi istinti celesti morsi dalle
difficoltà della terra; questa vicenda continua di spirituale
elevazione e di abbassamento; questo soffio di dramma universale e
sempiterno è passato su Beethoven.
Beethoven
l'ha constatato, Beethoven l'ha notato, Beethoven l'ha celebrato,
Beethoven l'ha arrestato per domandargli qualcuna delle sue
vibrazioni. Beethoven ha condensato nelle sue musiche questo musicale
vapore che si eleva dalla terra, tributo universale di preghiera
polifona, sempre agitata, sempre calmata da un fremito sordo. La
preghiera è là, sintetizzata nell'opera intera di
Beethoven. L'Inno alla Gioia della IX Sinfonia è l'Amen di
questa immensa preghiera alla grande Armonia, alla grande
Conciliazione, alla grande Identità fra Dio e l'Uomo, fra la
Felicità e il Dolore: Gioia, figlia della Luce, dea dei carmi,
dea dei fiori...
Aspirazioni,
emozioni, manifestazioni della Volontà, e tutti gli
avvenimenti, e tutti i sentimenti dell'interiore vita dell'Umanità,
e tutte le diverse voci di questa incessabile Preghiera della Terra
al Cielo, dell'Infero al Supero, del Dolore alla Felicità,
sono espressi nell'opera beethoniana di cui l'Inno alla Gioia è
come l'Amen fiammeggiante, l'Amen d'un uomo che sente di contenere
nel suo ardente singulto l'eco di un grido ripercosso da mille e
mille cuori mortali smarriti nei grandi boschi dell'universo
cordoglio. Beethoven è noi, sintesi di tutti gli sviluppi
storici secolari della nostra storia, di tutte le raffigurazioni del
nostro senso, di tutti gl'incitamenti perenni del pensiero e del
sentimento, di tutte le rivelazioni trascendenti dell'Ideale, di
tutti i misteri inviolati dall'essere nostro. Beethoven è noi,
alfa e omega, labaro e viatico, sogno e luce, realtà e
mistero, fonte e custodia di tutto quanto noi, nascendo, ereditiamo
nella vita e noi, morendo, raccomandiamo alla vita.
La
Musica, poichè è la rivelazione del senso eterno delle
cose, e sopprime il nostro Io, e ci eleva alla contemplazione degli
esseri e della vita nella loro nudità essenziale, la Musica
annienta la sensazione dolorosa che proviamo alla vista delle
catastrofi di cui è piena la vita.
Mostrandoci
la sofferenza isolata degli esseri votati al Dolore e alla Morte,
essa ci fa più vivamente sentire l'eternità della Gioia
e della Vita. L'uomo, energica affermazione della volontà di
vivere e d'essere felice, soffre e muore senza che noi ne proviamo
dolore, poichè sentiamo che il soffrire e il morire non sono
che apparenze, e che la Vita e la Felicità eterne non sono
distrutte per la sua sparizione. «Credo alla Gioia eterna,
credo all'eterna Vita;» ecco quel che ci gridano il Dolore e la
Morte; e la Musica è l'idea stessa, il vincolo ideale di
questa Vita e di questa Felicità eterne.
Beethoven
non è un classico.
Beethoven
non solo non è un classico, ma non è neppure un
romantico.
Beethoven
è il Romanticismo, perchè la musica di Beethoven non è
una musica, non è la musica di Beethoven: la musica di
Beethoven è la Musica, colla iniziale maiuscola.
E
la Musica non è nè classica nè romantica, e non
è nè un classicismo nè un romanticismo.
La
Musica è movimento, eccitamento, sconvolgimento,
dissolvimento.
La
Musica è Aspirazione eterna. Passione eterna, Evoluzione
eterna.
La
Musica è il Romanticismo colla iniziale maiuscola.
Classica
o romantica è la forma di una musica, cioè il mezzo di
esprimersi, non già la Musica assoluta, assolutamente
astratta, la Musica colla iniziale maiuscola.
E
la musica di Beethoven ha spezzata la forma.
Una
musica di Beethoven può essere classica, una musica di
Beethoven può anche essere romantica; ma la Musica di
Beethoven è il Romanticismo, perchè è la Musica.
Una
musica può anche essere un tempio, un tempio dorico, plastico
e nitido, ritmato come una strofa, coronato dei candidi marmi di Paro
e del fremere dei sacri boschi cupi su i limpidi orizzonti; un tempio
per dove, al quieto suono dei flauti e delle cetre, s'alza l'ala
fatidica del Parodo e dell'Epodo, e volano, mosse dall'aria, le
tuniche intorno ai bei corpi armoniosi, e armoniosi corrono i piedi
sopra i verdi prati, nell'ombra dei mirti fioriti mentre sale il fumo
odoroso dell'incenso davanti all'ara dove sanguina il cuore della
vittima sacra.
Una
musica può anche essere il Partenone sulla vetta dell'Acropoli
ateniese e esprimere la possessione della bellezza soddisfatta nel
godimento di sè stessa.
Ma
la Musica, la Musica assoluta, assolutamente astratta, la Musica
colla iniziale maiuscola non altro può essere se non
l'aspirazione immensa dell'amore non mai soddisfatto.
La
Musica non altro può essere se non la cattedrale del Medioevo,
irta di guglie lievi come fiamme, acute come grida, fantastica di
santi, di fiori, di trafori, di mostri, bisbigliante di rondini,
sonante di campane, vibrante di venti, lontanante al cielo come per
affannata brama di celeste impeto.
Non
altro può essere la musica se non la Montagna, la regione
dell'aquila e della folgore.
La
regione di Beethoven è la regione del Dolore, la regione
dell'aquila e della folgore.
Sotto
di lui voragini titaniche, orride di baleni e di ombre, corse dal
sibilo dei nembi, dai venti delle procelle eternali, dall'ululo della
tempesta, dal rombo delle rovinose correnti, precipiti di dirupo in
dirupo, atroci e disperate, stridenti, ruggenti, urlanti di furia e
di dolore verso lo spalancato tenebroso inferno.
Sopra
di lui inaccessibili vette lampeggianti di sole, mute e terribili,
irte di punte gigantesche drizzate contro il cielo, esaltate nel
cielo, abbeverate di cielo, inebriate di cielo, d'infiammato cielo,
d'infinito cielo.
Intorno
a lui una solitudine di luce e di silenzio diffusa oltremonte e
oltremare, nello spazio, senza fine.
E
là, nella luce e nel silenzio, il Dolore trascorre come un
vento carico di polline.
Salite
alla Montagna, alla regione del Dolore, alla regione dell'aquila e
della folgore. Gettate lo scandaglio nel più profondo di voi.
Inginocchiatevi sull'abisso e scrutate.... Misurate la gioia e il
dolore di cui è capace il cuore dell'uomo....
Contate
le attitudini conosciute e sconosciute della gioia e del dolore....
Scrutate
le capacità di gioia e di dolore.... Ascoltate se lo
scandaglio incontra il fondo....
Silenzio!
Silenzio! Silenzio! Silenzio!
Schumann
è lo sforzo della concentrazione; il capolavoro dell'angoscia;
l'angoscia del dubbio, pensosa di sè medesima, cupa, tetra,
pesante, soffocante.
È
un carbone che si spegne senza diventare diamante.
La
musica di Schumann è la pazzia di Amleto.
Una
interrogazione che per lui è senza risposta:
– Essere?
Non essere?
Una
pazzia che pensa e perchè pensa sanguina.
Una
pazzia ove passeggiano insieme l'Angoscia e sua sorella la Morte, e
tanto si somigliano che l'occhio non sa distinguere quella che spinge
dall'altra che respinge.
Una
pazzia che ha tagliata la testa alla Vita per cercare nel vuoto del
teschio l'implacabile Nulla che è in fondo a tutte le cose, e
misurare la scala vertiginosa ove s'inabissa l'anima sua.
Una
pazzia che ha tagliata la testa alla Vita e che sul crudele vuoto del
teschio ha tese le corde più crudeli per il delirio delle sue
dita, onde deludere in una alta frenesia sonora l'inquieta arida
insonnia mentale, irrisa dal riso atroce di larve malefiche,
apparenti e sparenti furtivamente nell'angoscia dell'ombra.
E
corrono i ritmi più crudeli irruendo con furia da quei fili
crudeli tesi sul crudele vuoto della Vita la cui musica trangoscia
inchiusa nel profondo.
Corrono
come brividi, a squarci, a gamme, sulle ali della vertigine
intellettuale, senza riposo, senza tregua, lacerando angosciosamente
l'angoscia dell'ombra, suscitando l'orchestra di una febbre
implacabile, clamando verticalmente, disperantemente alle stelle,
lontane, livide, sinistre, fosforiche come occhi di rettili.
E
l'Angoscia ascolta atroce e dispotica la Pazzia che canta curvata sul
teschio della Vita
E
ogni singhiozzo risuona nel vuoto del teschio, cupamente come un
colpo che inchioda una bara, sordamente come un tamburo che
accompagna una bara, continuamente come un verme che rode una bara.
E
nell'ombra biancheggia il vuoto sogghigno del teschio sonante.
Chopin
è modulazione, incandescenza, profumo, immaterialità.
Ofelia,
lieve come un Ave, solenne come un Amen.
Ofelia
tutta bianca d'un bianco di biancospino.
Ofelia
che cinge placidamente di dolci canti la sua testa ammalata.
È
una follia dolcedolente che si scioglie in canti e in fiori.
Una
follia luminosa, indefinita, d'una tristezza beata, misteriosamente
pensosa, misteriosamente sorridente, misteriosamente intrecciata di
canti e di fiori.
È
un'ombra bianca che esce come da un'ombra pallida.
L'ombra
bianca di Ofelia che nel pallore della sera discende ignara verso le
Naiadi del fiumicello e dilegua in un gorgoglìo di acque
pianamente frante e richiuse sopra un viluppo di fiori e un tremolio
di pianto.
La
sensazione come di un sogno magnetico in un giardino che si scolora a
poco a poco, dolentemente, nelle appassite tonalità della
sera, e per ove si spandono sonorità deliziosamente vaghe,
voci di presenze invisibili lagrimanti tra le erbe, sospiri d'anime
male dormienti nella prigione dei fiori, tremiti di stranissimi
risvegli nei lenti gesti fluttuanti dei rami, brividi di misteriose
agonie nello sfogliarsi languido delle rose che si sfanno nell'ombra.
È
una tenue, dolce, delicata tristezza avvelenata d'aromi.
Poi,
d'improvviso, una nota strana, lontana, come il sospiro di un mondo
soprannaturale, come un languore d'ali stanche, come una melodia,
come una nostalgia, come una malinconia.
Una
nota che ravviva mille ricordi di esistenze vissute anteriormente,
lontanamente.
Una
nota che sveglia intorno tutto un coro misterioso di idee svanite, di
sospiranti consolazioni per disperanze ignorate, per amaritudini
segrete, nascoste nell'intimo del cuore, ove il cuore è più
sottile.
E
il lagrimare si fa allora più silente, quasi sorridente....
E
il lagrimare scorre allora sul viso, calmo come il silenzio sulle
parole....
Due
mondi si urtano in noi, avidi d'allegarsi: l'antico e il nuovo,
l'infinita gioia pagana e l'infinita tristezza cristiana, l'amore
della vita e lo sprezzo della vita, i miti dell'Ellade e i misteri
teologali, l'Eliso e il Paradiso, la montagna di Venere e il cielo di
Maria.
In
quest'urto di due estremi vi ha la grande contraddizione inerente
alla civiltà moderna, la separazione dei sensi e dello spirito
che pertanto noi vorremmo concomitanti in uno stesso fervore
voluttuario, uniti in un solo perenne flotto di lussuria spirituale.
È
il dramma di Tannhaüser, ed è il dramma di tutti noi e di
ciascuno di noi.
E
questo dramma è già tutto intero nel preludio. Un canto
religioso e grave che tende verso il cielo, che desidera il cielo,
che monta al cielo, col languore d'un pianto e con l'ardore di
un'estasi.
Un
motivo sacro nato dalle profondità inscrutabili del silenzio e
dell'ombra, come dal suo naturale mistero, e che sale dolce e
terribile, si svolge, si dispiega, si allarga, si esalta, vola
irresistibilmente verso un vasto cielo pacifico e glorioso, verso i
culmini delle estasi, verso una suprema voluttà d'azzurro.
È
la profondità che leva al cielo le braccia; è l'abisso
che percosso di stupore alla prima vista del cielo, prega al cielo:
De profundis! Vanamente l'avviluppa l'ostinazione degli
strumenti avversi. Insommergibile, il motivo sacro fluttua
sull'inquieto Oceano delle tenebre animate d'apparizioni spirtali, e
si sviluppa, si gonfia, si leva, si solleva in una pienezza immensa e
gaudiosa.
Il
De profundis è divenuto Alleluja. Poi
diminuisce, s'allontana, s'attenua, dilegua, dispare.
E
nella notte, le apparizioni spirtali sospirano, gettano i loro
richiami fatali, pieni di una insistenza languida, soffiano
furtivamente nell'ombra ritmi ondulati e lascivi come donne nude,
s'alzano, sussultano, fluttuano, si chiariscono, si oscurano,
appariscono, spariscono, si allontanano, si confondono, avvolte in
una spira di voluttà saliente, ardente, turbinante,
esasperante.
Carezze
lente, baci infiniti, sospiri strazianti come rantoli d'agonia,
gemiti d'un piacere più aguzzo del ferro, tutte le torture del
desiderio, tutte le voluttà perspicaci e sagaci, tutte le
emozioni sottili e violente, tutte le sensazioni ardenti e
insaziabili, tutti i trasporti impetuosi e omicidi, tutte le furie
della sensualità erotica e lubrica, tutte le fiamme della
notte orgiastica, rossastra, selvaggia, giubilante e urlante.
E
par di vedere la luna stare sospesa sull'elemento infernale, come una
lacrima.
Ma
ecco la vita misteriosa delle stelle sbiancare le sue palpitazioni
nella castità muta del cielo.
Ecco
l'alba.
E
con l'alba ecco nuovamente il motivo sacro, sempre più vicino,
a misura che il giorno è più vicino, sempre più
chiaro, a misura che il giorno è più chiaro, sempre più
alto a misura che il giorno è più alto.
A
traverso il laceramento delle ombre e la crepitazione degli strumenti
avversi, il canto religioso e grave tende nuovamente verso il cielo,
desidera il cielo, monta al cielo col languore d'un pianto e con
l'ardore d'un estasi.
Tutte
le corde fremono all'amplesso del giorno limpido e dolce; tutte le
ombre si staccano in avanzi di discordanze, come profumi venienti in
decomposizione; tutte le cose si rischiarano e s'illuminano, pallide
prima, poi calde, poi ardenti.
E
il motivo sacro si allarga sempre più, si svolge sempre più,
si diffonde per gradi di splendori su l'ala del giorno, placido,
calmo, profondo, consolante, trionfante verso un'assunzione luminosa
e gloriosa.
Lo
scoppio del sole e l'apogeo dell'Inno s'avvolgono e si confondono in
un solo supremo bagliore d'armonia allagante la terra, simile a un
diluvio di luce sparso universalmente dall'infinita serenità
dello spirito puro.
Ecco
il preludio, ecco il dramma di Tannhaüser, ecco il dramma di
tutti noi e di ciascuno di noi.
E
quando il preludio tace, noi viviamo allora quel che prima
abbiamo sognato. I due mondi estremi, l'infero e il supero, i
frutti dell'Eden e le sabbie della Tebaide, il Venusberg e Roma,
vengono a urtarsi nel nostro cuore come nel cuore ardente di
Tannhaüser. E come Tannhaüser noi tentiamo di riunirli. E
cantiamo ciò che amiamo, e ciò che amiamo vogliamo
possedere.
La
nostra voce sa egualmente toccare la Dea della voluttà uscita
dalle profondità del mare e la Vergine pura rivelatrice della
sovrana bellezza dell'anima. E inebriati ci obliamo nelle braccia di
quella, e rapiti ci prosterniamo davanti a questa: e dalla furia dei
sensi voliamo all'estasi dell'ascesi; e delle nostre due vite
vorremmo formare una sola vita.
È
la morte di Tannhaüser, ed è la nostra morte.
Che
importa! È il preludio che tace. Noi viviamo allora
quel che prima abbiamo sognato.
Sul
nostro feretro due mondi si ricongiungono, come due mani che
s'uniscono per la preghiera: – l'anima cristiana e la bellezza
pagana.
Noi
viviamo allora il sogno di Faust e di Tannhaüser; il sogno
universale: – il sogno cattolico, figlio di Gerusalemme e
d'Atene.
«Credo
in Dio, in Mozart e in Beethoven; e anche credo nei loro discepoli ed
apostoli; credo nella santità dello spirito e nella verità
dell'Arte una e indivisibile...; credo che quest'Arte sia di
provenienza divina e che essa vive nel cuore di tutti gli uomini
illuminati di lume celeste....; credo in un ultimo universale
giudizio in cui verranno dannati a terribili pene tutti quelli che,
in questo mondo avranno osato far traffico dell'Arte sublime e casta,
tutti quelli che l'avranno macchiata e avvilita con la bassezza dei
loro sentimenti, con la vilissima brama di gioie materiali. Credo,
all'incontro, che i discepoli fedeli della grande e vera Arte saranno
glorificati e che, avviluppati d'un celestiale tessuto di raggi, di
profumi, d'accordi melodiosi, essi torneranno a disperdersi, per
l'eternità, nel seno della divina sorgente d'ogni armonia».
Così
Riccardo Wagner, all'inizio della sua carriera, esprimeva la sua
nobile e altissima fede nell'Ideale. E questa fede fu completa,
assoluta, senza restrizioni, senza esitazioni, senza concessioni.
Essa fu la colonna di fuoco che guida il legislatore incontro
all'aspettazione delle genti, per la conquista d'una terra promessa.
Non
così inalterabile è il sentimento filosofico e
religioso che informa ogni opera di Wagner, e che, materiato di
poesia e di musica, si trasfigura in una vera rivelazione.
Dopo
di aver opposto la Natura e il Cristianesimo, Riccardo Wagner arriva
a riconoscere nel Cristianesimo l'espressione più alta e più
pratica dell'ideale umano.
Egli
aveva detto che il Cristianesimo è un prodotto della decadenza
dell'impero romano; che il Cristianesimo, per lo sprezzo del corpo,
ha ucciso l'arte. Venti anni più tardi, parlando di Beethoven,
egli dice che, come dalla civiltà romana universale è
sorto il Cristianesimo, così la Musica s'è elevata dal
turbine della civiltà moderna e che Cristianesimo e Musica ci
dicono ugualmente: il nostro regno non è di questo mondo. E
nel 1880, Wagner scrive che l'Arte e la Religione hanno una sola e
identica anima, poichè, sotto differenti forme, esse esprimono
la stessa insaziabile aspirazione della natura umana verso l'ideale.
In
quale stato d'animo, per quali intenzioni Wagner concepì
Parsifal, l'ha chiaramente rivelato nello scritto: Religion und
Kunst: «La santa musica saliente dal tempio potrebbe
penetrare e animare la Natura, insegnando all'umanità,
bisognosa di spirituale salute, un nuovo linguaggio per esprimere
l'infinito».
Il
sentimento di Riccardo Wagner si chiama evoluzione, ed elevazione,
sviluppo, spirale, metamorfosi, Ricerca eterna di là
dall'orizzonte. La luce del suo destino è la sublime
bianchezza di resurrezione, di trasfigurazione, di liberazione, di
pace in cui si risolve tutta la dolce e diafana malinconia del
Parsifal.
Per
Wagner, Wotan non è soltanto il cielo, la luce o il sole come
nei vecchi miti dei Germani e degli Scandinavi, ma anche la forza
produttrice della natura, la volontà creatrice, instancabile,
inesauribile, determinante nel mondo il movimento eterno del turbine
vitale. Una volontà puramente istintiva, il cui unico scopo è
quello di conservarsi, di svilupparsi, di difendersi contro le forze
avverse.
Questa
volontà si traduce in Wotan in una insaziabile brama di
dominazione, in un orgoglio egoista che è come la colpa
originale donde escono tutte le sventure umane.
Prima
che Alberico abbia rubato l'oro fatale del Reno alle Nisse ridenti,
Wotan ha già concluso con i Giganti il trattato sacrilego del
cambio di Freia, la dolce dispensiera dell'eterna giovinezza:
all'amore egli ha preferito il potere.
Così
la volontà creatrice è viziata nel suo intimo:
l'istinto naturale ha dato luogo alla convenzione interessata.
Ed
ecco che Wotan, aiutato da Loge, s'impadronisce vilmente dell'anello
magico a cui dei Runici attribuiscono la dominazione del mondo, e
abbandona Freia. La sua sete di potenza è così ardente,
così inestinguibile, che per assicurarsi degli appoggi e dei
difensori Wotan s'inebria di foga creatrice. Ma questi nuovi esseri:
Sigmundo, Siglinda, le Walkirie non sono che dei
riflessi di lui stesso, è sempre lui sotto altre forme, le
stesse aspirazioni non saziate, le stesse angoscie, gli stessi
desideri tormentosi: «Miseria! miseria!» grida Sigmundo
figlio di Wotan. E Frika getta al suo sposo l'amaro rimprovero:
Questa miseria è opera tua!
Come
egli comprende allora la sua colpa! Come si rammarica d'aver abdicata
la sua libertà! Come vede chiaramente che l'organizzazione
attuale delle cose è mala nel suo principio e che, ormai,
l'essere che obbedirà alla sua natura verrà ad urtare
contro la legge e a diventarne inevitabilmente vittima! Come vede che
bisogna cambiare l'orientamento del mondo, illuminare l'istinto con
l'intelligenza e, dall'egoismo, ritornare all'amore! «Sparisci
dunque, o splendore divino e bugiardo! Crolla dunque o Walhalla con
la tua foresta di bianche torri e con la tua cinta d'infrangibili
ripari! Io t'abbandono o mia opera! Io non bramo più che una
cosa sola: la fine! la fine!»
Tutta
la metafisica della Tetralogia parte dunque dal conflitto fra
l'eroismo e l'amore. E non l'amore di Sigfrido per Brunhilde, amore
spontaneo, istintivo, sano, ma breve, fiore selvaggio dai colori
violenti ma efimeri. L'amore nobile e generoso di Brunhilde, che alla
salvezza di Sigmundo e di Siglinda sacrifica i suoi privilegi divini,
e che poi di fronte al rogo di Sigfrido immola gioiosamente la sua
stessa vita. A questo punto ogni egoismo scompare. Non è più
l'amante che parla in Brunhilde, è la profetessa ispirata che
canta l'inno della liberazione universale. L'opera redentrice è
compiuta: l'egoismo è vinto.
Sigfrido
e Brunhilde, l'uomo forte e la donna devota, simbolizzano così
i due aspetti dell'ideale Natura umana: Forza e Bontà.
Espulso
dalla patria, disingannato d'un certo suo bel sogno di libertà
e di fraternità, – un sogno che pare un irradiamento del
canto giubilante della IX Sinfonia, verbo nuovo d'una gioia più
terribile dell'ebrezza dionisiaca perchè nata dalla
disperazione universale – Wagner traversò un periodo di
scoramento e di sfiducia nato in lui sopratutto dall'orrore delle
impressioni esteriori.
«....
O Dio! – scrive a Uhlig il 12 Gennaio 1852 – come duro,
noioso, stupido mi pare il mondo, da cui io mi vo distaccando a poco
a poco! Non mi resta che il rammarico di essermi messo in rapporto
con lui. E come questo rammarico è crudele! Io mi rodo e mi
roderò finchè per placare la mia fame non avrò
lasciato più nulla di me stesso».
Fu
in quel periodo di tempo che Wagner accolse con pronta ammirazione la
dottrina pessimista di Schopenhauer che, con i suoi anatemi contro la
volontà di vivere, gli offriva come una giustificazione
metafisica del suo stato d'animo attuale.
Quasi
tutte le sue lettere di allora parlano di Schopenhauer in tono di
panegirico. Fra queste è ammirevole quella diretta a Liszt in
cui, manifestando l'idea del Tristano e Isotta, dice ch'egli vuole,
per una volta almeno, pienamente saziarsi di quel perfettissimo amore
che non ha mai gustato, e col bruno vessillo che sventola in fine del
dramma avvolgersi per morire.
Questa
lettera mostra chiaramente che, in Tristano, sotto il dramma
psicologico, si nasconde un dramma metafisico. Infatti in Tristano e
Isotta vi sono due drammi che si penetrano mutualmente nell'opera
d'arte, portando così al suo apice l'interesse e l'emozione
d'ogni anima che sappia intendere il simbolismo degli avvenimenti e
degli esseri moventisi in una regione ben superiore alla realtà.
Guardate
l'inebriante, frenetico, gaudioso e angoscioso duetto del secondo
atto. Dramma psicologico nella prima stretta, lungamente muta per la
sovrabbondanza dell'emozione ancora anelante, poi tempestosa di
domande e di risposte, di dubbi e di certezze, di spasimi o d'estasi:
«Sei tu mio? Posso io toccarti? Finalmente! Sono questi i tuoi
occhi? È la tua bocca? Sono io? Sei tu? Quanto tempo senza
vederti! Così lungi e così vicini! Tanto vicino e tanto
lontano! Tristano! Isotta! Isotta! Tristano!»
Ma
dramma metafisico nel lungo, intimo dialogo che si sviluppa in
seguito sommergendo in un delirio di tenerezza la furia delle
sensazioni e i tumulti del sangue e dell'anima, come due torrenti che
dopo essersi infranti in un cozzo violento, proseguono in un solo
cammino sempre più lenti di gorgo in gorgo, sempre più
calmi, sempre più tranquillati. Le voci s'inviluppano e si
bevono sussurrate appena, ascoltate dalla bocca più che dalle
orecchie, i corpi si fondono indissolubilmente nella più
perfetta delle fusioni, fuori d'ogni luce, fuori d'ogni esistenza,
nella profondità dell'ombra, nell'impero meraviglioso della
Notte amica, nella primitiva unità dell'Essere: O Notte
immensa, Notte d'amore, discendi e versa l'oblio supremo, accoglimi
nel tuo vasto seno, liberami dall'universo! Luce ostile ti sei
spenta, e i nostri pensieri, e i nostri sogni, e i nostri ricordi, e
le nostre speranze, e tutta si compie nella Notte immensa, nella
Notte d'amore, nella Notte santa, benefica, redentrice dove confusi
noi c'immergiamo, come nella nostra anima comune, come nell'oscura
anima universale.
E
le voci sono come echi di luce, come vibrazioni di lontane armonie
planetarie, come fili eterei d'un tessuto diafano, vive da prima, poi
calde, poi rosee, poi pallide, poi bianche.
Nel
sopore estatico e silenzioso gli accordi dell'arpa cantano gli
splendori, gli odori, le musiche infinite della Notte solenne, e
dall'alto avvertimento grave del Destino vegliante invisibile:
«Solitaria, io veglio nella notte. Voi, cui sorride il sogno,
state in guardia, in guardia!
Ma
gli illusi: «Intendi tu? – Lasciami morire! – Non
ci risvegliamo mai!» Che importa la Morte? Essa farebbe anzi
cadere l'ostacolo impenetrabile dei corpi; essa sarebbe anzi il
segnale di nozze ancora più ardenti; essa toglierebbe anzi fra
i due nomi la barriera d'una sillaba, cosicchè Tristano e
Isotta non sarebbero più che Tristano-Isotta, Isotta-Tristano.
E,
nella Notte sacra, l'inno all'Amore si leva, si esalta fino
all'altezza vertiginosa, fino al di là, fino alla Morte.
La
grande differenza fra la dottrina di Wagner al momento in cui scrisse
Tristano e la sua antica tesi della Tetralogia, è che in
questa vita, su questa terra l'Amore non può compiere la sua
opera redentrice. Qui l'Amore è fatalmente unito al desiderio,
a causa della separazione delle personalità; e il desiderio è
la sofferenza che strappa a Tristano singhiozzi d'angoscia e bisogni
incoscienti di annientarsi, di far morire e di morire. La Morte sola
può liberare l'Amore dai suoi ostacoli materiali, dalle
separazioni, dagli impedimenti, dai limiti dei sensi umani.
Non
è più l'amore dell'umanità sviluppato da Wagner
nella Tetralogia, sotto l'influenza della scuola di Hegel. Tristano
non vede che Isotta, e Isotta Tristano. L'Universo è in loro,
poichè essi sono l'Universo. Essi son soli, assolutamente
soli, fuori del tempo e dello spazio, fuori della realtà, nel
nulla.
Esiste
un'umanità? Esistono altri esseri sulla Terra? Chiusi e
isolati nel cerchio del loro Amore consacrato dalla Morte, Tristano e
Isotta si perdono così, vaniscono nel meraviglioso impero,
nella voluttà suprema, là dove si congiungono le
parallele.
Parsifal
è l'antitesi di tutta l'opera anteriore di Riccardo Wagner.
Parsifal
è una concezione del mondo opposta a un'altra concezione del
mondo: la ricerca del San-Graal opposta alla ricerca dell'oro: la
Carità opposta all'Egoismo, la Redenzione alla Passione, la
Resurrezione alla Morte, l'anima del Cristianesimo all'anima del
Paganesimo, la Fede religiosa al Naturalismo della Tetralogia e al
Pessimismo del Tristano e Isotta.
Innanzi
a quest'opera perfetta, inconcepibile, indicibile, ineffabile, opera
piuttosto divina che umana, l'ammirazione non sa più come
esprimersi. Bisogna che il silenzio venga in aiuto alla parola
impotente; bisogna ammirare tacendo, bisogna ammirare d'una
ammirazione più eminente della parola: Silentium laus.
Ricordate
la Scena finale, il quadro simbolico della redenzione: Kundry esanime
sui gradini dell'altare; da ogni parte si levano accordi pieni di
santità, mentre il motivo solenne della fede, librato in alto,
si espande come un mare di luce davanti all'altare Parsifal,
l'Eletto, che solleva al di sopra della sua testa la Coppa vermiglia
da cui il sangue il Cristo avviluppa d'una luce ardente i cavalieri
come in un battesimo di fuoco; una colomba bianca e luminosa discende
dal più alto della cupola e si libra sul San-Graal: Redenzione
e Redentore.
In
questo dramma di purità sacra e d'angelica fede si compie la
vita intellettuale di Riccardo Wagner.
Egli
ha voluto morire in ginocchio, con le ali dell'aquila spiegate
nell'azzurro e con l'occhio dell'aquila fisso ad Oriente. «Redenzione
al Redentore».
Prima
del Parsifal; sembra che la disperante certezza di Faust abbia
convinto Riccardo Wagner che solo il dolore è reale e l'ideale
non è che un sogno.
Sempre
il suo eroe lotta amaramente e sospira la sua liberazione premuto da
una cupa fatalità come da una mano inesorabile.
Elsa
chiama a sè l'Ideale, il buon Angelo dell'anima umana. E
l'Ideale viene a lei dalla sua avventurata patria, ritto sopra una
barca leggera, condotta da un cigno meraviglioso, brillando al sole
nella sua armatura lucente.
La
melodia che porta il sospiro della loro comune aspirazione s'esala da
essi e fra essi in una casta voluttà e va dall'uno all'altro
come il bacio mistico di due anime.
Due
volte l'Ideale formola il suo profondo divieto:
– Non
interrogarmi mai, nè ti prender cura del paese onde vengo, nè
il mio nome, nè la mia razza domandami mai!
E
gli risponde Elsa, nello slancio della sua riconoscenza:
– Mio
protettore! Mio Angelo! Tu che credi fermamente all'innocenza mia!
Qual delitto sarebbe il dubbio che mi rapirebbe la fede in te.
Ma,
Psiche imprudente, essa dubiterà fatalmente di lui e del suo
divino messaggio. E l'Angelo si vela e sparisce verso la sua
avventurata patria, ritto sopra una barca leggera condotta da un
cigno meraviglioso, brillando al sole nella sua armatura lucente.
Elsa lo richiama invano dal fondo di sua solitudine.
Tannhauser,
fuggendo le lascivie del Venusberg, si redime nell'amore casto di
Elisabetta:
– «Riconosco
ora questo universo al quale io m'ero sottratto, il cielo mi sorride,
la primavera mi riempie, e il mio cuore grida impetuosamente: –
Verso di essa! Verso di essa!»
Ma
la seduzione fatidica di Venere opera in lui a sua insaputa:
– Volframo,
anch'io conosco la fontana meravigliosa.
Ma
se io sento il desiderio, perchè non mi avvicinerei? E se me
n'avvicino, perchè non vi dovrei appressare le labbra? Brucia
per sempre il mio desiderio, per sempre io mi disseto alla fonte, ed
è così che io riconosco l'essenza la più reale
dell'amore.... Non amore senza piacere!
E
sempre più la terribile seduzione torbida e vaga opera in lui,
fatidicamente.
È
come un torpore che gl'invade tutto l'essere nella malìa d'una
visione indistinta e pur nota; è come una melodia
impercettibile che si risveglia nel silenzio commosso dei suoi sensi,
e che si svolge, s'allarga, monta, trabocca.
Melodìa
sorda e terribile, effluvio di sortilegio sinistro, velenoso
allacciamento di un alito che sorte dalla nera notte della carne,
pesantezza terribile fatta di mille forze torbide e profonde,
ingrossata di mille fertilità impetuose e non mai liberate,
assetata di mille libidini soggiacenti e non mai saziate.
– Sei
tu ch'io canto, o Venere, o dea della Voluttà! A te la mia
lode, a te, sorgente d'ogni bellezza, d'ogni meraviglia. Colui solo
conosce l'amore che t'ha serrato con ardore nelle sue braccia.
Così
la potente necessità del sesso tiene ormai Tannhäuser
nelle sue catene, nuovamente, irreparabilmente.
Un'onda
turbolenta e violenta gli gonfia il cuore, e lo travolge, e lo
trascina giubilante e lacrimante verso l'Invincibile.
Per
un istante.
Dal
fondo dell'antro di Venere ei chiamava il dolore. E il dolore viene a
lui traverso a Elisabetta, a colei ch'egli ama, a colei ch'egli
uccide così senza volerlo, senza saperlo.
E
muore Elisabetta sprigionando l'anima in quel dolore come un aroma
nella fiamma.
Invanamente
il pallido pilota del vascello fantasma scruta nel lugubre vuoto del
mare e del cielo, dannato alla sua corsa maledetta sull'oceano
furioso e convulso, nella notte nera.
Qualche
stella trema un istante furtiva, e il pallido pilota si slancia
disperatamente quasi per trattenerla, e i suoi occhi torbidi
divengono allora ardenti come pietre di maleficio.
Invanamente.
E
il pallido pilota sempre prosegue la sua corsa maledetta sopra il
mare nero, sotto il cielo nero, nella notte nera, e sempre il suo
tragico destino gonfia le vele al sinistro vascello. D'improvviso una
bianca luce divampa nella notte nera, sopra il nero del mare, sotto
il nero del cielo.
È
l'amore di Senta, è la liberazione:
– Io
conosco i tuoi dolori e ti son fedele fino alla morte!
Invanamente.
Fino
alla morte essa gli sarà fedele, pure il pallido pilota
dubiterà di lei perdendo così ogni felicità
sulla terra.
La
morte soltanto unisce le loro anime in una sfera che è
superiore al dubbio ed alla separazione.
La
morte soltanto fa succedere allora ai furori dell'oceano il tema
della redenzione cantato da Senta.
E
anche invanamente la fida Brangania sostituisce al filtro di morte il
filtro d'amore.
Invanamente
le voci e le anime di Tristano e d'Isotta, da gran tempo nemiche, si
sono tranquillate, unificate, esaltate in un effluvio salente
d'amoroso languore, in un delizioso incendio divorante l'anima e la
carne. Nel loro dolce bere d'amore, la tremenda virtù del
filtro, li ha consacrati alla morte irresistibilmente, per una
fatalità che nessuna forza può ormai arrestare.
Era
la morte che nel veleno d'amore li aveva penetrati del dolce e
terribile filtro, per avvolgerli, serrarli, avvincerli, confonderli,
perduti, perdutamente nella sua spira ardente salente.
È
la morte ch'essi avevan bevuto nel dolce bere d'amore.
È
la morte che consacra solennemente il coniugio di Tristano e Isotta.
Così,
sempre, nell'opera di Riccardo Wagner, una fatalità terribile,
irresistibile, infrangibile, opprime l'impeto dell'anima sognante.
Quel
che cercano i suoi eroi invanamente è l'Ideale come fine a sè
stesso.
E
l'Ideale è un sogno, e per vivere del sogno bisogna
trascendere il limite della vita, oltre il Dolore, oltre l'Angoscia,
oltre il Languore, oltre la Ricerca.
E
Wagner si spinge alle estreme conseguenze, fino a dipingere
l'incendio del Walhalla e la caduta degli Dei.
Ma
non s'arresta la Ricerca.
E
d'improvviso, già vecchio, Wagner si trova di fronte al
problema del Cristianesimo.
E
in Parsifal la fatalità terribile, irresistibile,
infrangibile, non più opprime l'impeto dell'anima sognante.
E
con Parsifal, Riccardo Wagner ha raggiunto l'assunzione gaudiosa
nell'infinita, suprema, estatica Serenità dell'invincibile
Ricordo, dell'invincibile Speranza, e innalza all'adorazione di tutti
quelli che dolorano, che angosciano, che languiscono, la mistica
coppa in cui rosseggia il sangue di Cristo.
E
fra le musiche chiare, eteree, diafane, solenni del Sacro tempio,
s'inginocchia e muore.
Io
avevo imparato ad amare, nel Cantus firmus, le gradazioni, le
scolorazioni, i profumi, le linee spezzate, le forme indefinite
pieghevoli, fuggitive della febbre mistica, dell'ebrietà
sacra, del Ricordo invincibile, della Speranza invincibile.
Avevo
imparato a dolorare serenando con Beethoven, a pensare dolorando con
Schumann, a sorridere lacrimando con Chopin, a sostituire con
Riccardo Wagner, alle realità mediocri e comuni, la visione
armoniosa d'un universo composto lentamente d'espansione e
d'ascensione.
Nei
fantasmi di quelle musiche d'imperitura bellezza io avevo imparata a
sentire una stessa traccia meravigliosa, il respiro d'una grande
anima sotto le apparenze varie, il grido terribile d'una sola voce
che gridava dai luoghi profondi, dal più profondo dell'abisso:
De
profundis clamavi ad te.
I
fantasmi di quelle musiche d'imperitura bellezza erano in me,
respiravano, tremavano, cantavano, ardevano, gemevano, piangevano
entro di me, in una meravigliosa alleanza, quasi che essi escissero
dalle profondità della mia anima stessa per impadronirsi di
me, e possedermi, e fondermi in un sol fermento di ritmi, di ansietà,
di delirii, di voli.
I
fantasmi di quelle musiche d'imperitura bellezza erano, entro di me,
come una materia infiammata che tende alla sua forma cristallina.
Erano
come sillabe magnifiche e disordinate aspettanti un pensiero; note
senza unione e senza ordine, imploranti il segno dello stile che le
farà divenire Melodia.
E
balzò un giorno intera la Melodìa, su, dal grande
silenzio dell'Agro romano, come da un calice che s'apra, e mi venò
in viso tutti i fremiti che agitano l'umanità dall'alba dei
tempi, la polvere che inasprisce la sete di tutte le bocche.
Al
contatto di quel deserto bruciato dal sole, abbeverato dal sangue dei
millennii, terribile per le oscure fatalità che racchiude
nell'arsura dei suoi fieni e delle sue gramigne, carico ancora del
peso di tutto l'antico orgoglio: – al contatto di quella landa
dove i sepolcri delle nazioni stanno da secoli come continue e
inesauribili sorgive delle correnti di pensiero e di febbre che
traversano e travolgono il mondo, io sentii la mia anima scotersi e
accendersi come una sùbita fiamma vertiginosa, e vivere e
pulsare con una più impetuosa violenza, come l'idea quando
irrompe nella strofa, come il ferro quando si tramuta in acciaio.
Tutte
le corde della mia anima furono tese in quel punto fino alla
perfezione del suono.
Imagini
grandiose e vorticose passarono allora su quella tenzione traendone
gli accordi di una evocazione prodigiosa.
Come
un nembo di musiche m'investì l'impeto del Ritmo divino ed
eterno, misurante il moto fatale delle cose all'ultimo fine.
Sentii
la voce sommessa e grave dell'Oriente levarsi lontana dai monumenti
diruti di mille imperi, dagli altari infranti di mille templi; e dal
settentrione venire uno strepere vario di grida e di battaglie, un
clamore sterminato di suoni metallici e duri; e dal cuore profondo
dell'Affrica sorgere di continuo l'urlo selvaggio della razza
oppressa, raccapricciante come il fischio della tempesta.
Sentii
vagare sul Mediterraneo la voce serena della Grecia e dell'Italia,
l'eco della lira d'Orfeo, dell'Idillio di Teocrito, del canto
vaporante delle Sirene, e innalzarsi e diffondersi per i limpidi
cieli, e coordinare alle sue mille armonie recondite il discorde
ammasso del frastuono anteriore.
Sentii
il passo energico e misurato delle legioni romane, lo scroscio
degl'imperi barbari, il fremito delle nazioni in scompiglio costrette
a fondersi entro lo stampo di Roma.
Sentii
sopra tutta la terra l'alare infaticato dell'aquile del Campidoglio.
Nell'intensità
della mia finzione interiore, il drama sinfoniale delle stirpi fu
pieno, saldo, preciso, possente, battuto e chiuso, di ferro.
Poi
s'arrestò d'improvviso come se una superiore mano spezzasse le
corde di un'arpa sterminata; e il cupo mormorio delle corde spezzate
si ripercosse nella mia anima e vi si disperse come il tuono negli
abissi.
Un
fragore impetuoso e discorde rumoreggiò allora in confuso come
un torrente che si precipiti da un'altezza infinita in una profondità
infinita.
Vidi
i barbari di Attila e di Alarico passare per quella terra come
un'onda putrida e gonfia, e urtare i loro scudi alle porte dell'Urbe,
e precipitarsi nel sacro recinto, e tuffare le mani nel sangue
vermiglio della gran Donna.
Anche
la mia anima si profondò nell'oscurazione subitanea di quella
pausa.
Ma
la visione sinfoniale mi si ripresentò nei sensi, espresse la
nuova e piú solenne Melodia sorta dal silenzio delle
catacombe, l'andare grave e sicuro d'innumerabili monaci nati
dall'eternità di Roma, attinse la massima altezza nel latino
dei salmi.
Il
miracolo si rinnovava e si compieva.
Il
gran Pescatore stendeva dal Vaticano su tutta la terra la sua rete
invisibile, infrangeva le corone sulla fronte dei re, e li menava
nella città eterna non più captivi come i re marmorei
dell'arco di Costantino, ma liberi a trasfigurarsi sui sette colli
negli splendori della nuova civiltà latina.
Roma
stringeva nuovamente nelle sue braccia il mondo; il fuoco latino si
liberava nuovamente dalle macerie e dalla cenere, e si rinfervorava,
e si riapprendeva alle sostanze intorno, e si levava altissimo in una
fiamma che rinfiammava il mondo.
Così
la segreta economia della storia, il Ritmo arcano che governa le
nazioni, si snodava nell'ebrezza che mi trascinava l'anima, viva di
fantasmi, ricca di rilievi, intensa di sintesi, corrusca di folgorii.
Intorno
a me la solitudine vasta e severa dell'Agro era tutta vestita di
silenzio e di luce, nella violenza del vespro.
Io
sentii in quel silenzio e in quella luce palpitare l'istante ideale
d'un'aspettazione.
Non
era forse quell'incanto impervio la stasi d'una fatale sorte
magnifica? Non era forse quel silenzio l'ansia muta del più
alto canto? Non era forse quel vesperale lucore l'attesa dell'ombra
per il trapasso ad una più vasta vita, la lenta trasformazione
del regno delle forme nel regno delle musiche?
I
fantasmi giganteschi e rossastri degli acquedotti diruti, eppure
superstiti, invitti, sovrani in quello smisurato sepolcro di cose e
di millennii, stavano come la culla e l'ammonimento esaltante
all'avvenire di altre cose e di altri millennii.
Il
disordine delle loro macerie era simile al tocco ancora indeciso
d'una mano creatrice che, posandosi sopra un mondo distrutto, prepara
le memorie d'una creazione passata a divenire materia d'una creazione
futura.
Io
imaginai su quel silenzio terribile il fragore improvviso d'un rullo.
Imaginai su quella gran luce stanca l'ombra imperiosa del Destino.
Guardai
l'ora indugiare sui limiti dell'orizzonte e le ultime blandizie del
sole carezzare lungamente la cupola di Michelangelo, lontana,
luminosa nella luce, silenziosa nel silenzio, quasi vigile scolta
sull'aspettazione significata in quella luce e in quel silenzio, alta
e sola sul gran deserto dell'Agro come un grido melodioso sopra
un'armonia sommessa.
L'improvviso
stridere d'un falco volante mi solcò la carne d'un lungo
brivido, quasi che in essa si prolungasse il fremito dell'ali.
Pensavo:
L'Ente
e Roma! Non sono forse veramente queste le basi eterne su cui
poggiano la scienza e la storia? e la filosofia non ha forse
veramente disordinato e avvilito il giorno in cui Roma non fu più
regina spirituale sul mondo? Non forse invano, da quattro secoli, il
pensiero ribelle e le nazioni eslegi tentano emanciparsi dalla idea
creatrice e dal popolo che fu destinato a rappresentarla?
Indistruttibile
è la catena che avvolge l'ideale e il reale e armonizza i
mondi e gli ultramondi; e non è la libertà che le
riforme della scienza e della coscienza hanno raggiunto, ma
l'anarchia.
Veramente
nipote di Attila fu Lutero il giorno in cui bruciò nella sua
triste Vittemberga la bolla di Leone X.
La
purità degli istinti originali, freschi, intatti, indomati; la
luce meravigliosa della gloria antica; le energie eroiche sostanziali
della gente latina; il fragore delle mille battaglie; il clamore
delle mille conquiste; le cime delle montagne superate; la gioia
delle seti placate; le corone dei sogni sognati; tutto che nasceva in
questa terra e da questa terra si propagava vastissimamente come
luminoso sangue nell'universalità dei tempi e delle genti;
tutto che era amore della vita bella ed eterna; tutto che fremeva nel
cielo con ali di aquila; tutto che era verità, forza, impeto,
vita, gioia, giovinezza, bellezza, tutto fu allora perduto di là
da un velo d'ombra sempre più densa di giorno in giorno.
Ribellandosi
a Leone X, all'allievo di Poziano, all'amico di Raffaello, al
filosofo greco coronato del triregno, Lutero si ribellava al segno
sensibile, al culto esteriore, all'arte religiosa. Egli pensava che
lo spiritualismo si sarebbe rilevato vietando al sensualismo di
servire all'adorazione.
Ma
invece di ingrandire come adorazione, lo spiritualismo ingrandì
e si fece gigante come negazione, e non si soddisfece se non delle
rovine che aveva causate nel Tempio di Dio.
S'illuse
di potersi sollevare su queste rovine, di potersi sollevare sul mondo
della pura spiritualità, e cadde invece nel sensualismo piú
basso e, dopo di aver voluto negare la materia ne divenne lo schiavo.
Fuggito
dal focolare sacro della tenda cenobitica, Lutero si riposa al fianco
di Caterina Bore, i piedi allungati verso un focolare domestico.
E
d'allora, nella breccia che lo spiritualismo aveva aperta
nell'edificio della Chiesa, si precipita il sensualismo con tutto il
suo ardore lungamente contenuto, ubbriaco di libertà di
crapula.
Il
popolo trova nella nuova dottrina le armi intellettuali per sostenere
la guerra contro l'aristocrazia, e vi si slancia col fuoco di coloro
che covano l'odio civile da molti secoli.
A
Munster il sensualismo corre allora nudo per le vie nella figura di
Giovanni de Leyda e si corica con dodici femmine nel suo letto
mostruoso.
Lutero,
consacrato vergine due volte, per l'unzione del sacerdozio e i
sacramenti del Chiostro; Lutero che era stato fatto Cristo dalla
Chiesa; Lutero che non aveva trovata la Chiesa abbastanza pura per
lui; Lutero apre con la parola le porte degli antichi monasteri,
turba con la parola la castità secolare del vecchio e quella
anche piú pura del giovine, sveglia dalla tomba tutte le brame
e tutte le furie della carne.
Ed
ecco i suoi seguaci portare l'eccidio in tutti i paesi in cui era
loro dato di penetrare; ed ecco Giovanni Calvino governar da tiranno
a Ginevra e morire di morte virulenta e putente; ed ecco Enrico VIII
cagionare, per l'amore di Anna Bolena, lo scisma d'Inghilterra.
Ed
ecco ancora il secolo decimottavo.
Bossuet
tace; Fenelon dorme nella sua memoria armoniosa; Pascal ha spezzata
sulla tomba la sua penna geometrica; Bourdalone non parla piú
alla presenza dei re; Massillon ha gettato al vento del secolo gli
ultimi suoni dell'eloquenza cristiana.
E
i nemici di Roma aumentano di giorno in giorno; e i re lusingano la
ragione pura e riportano sul trono l'imitazione dei saturnali
antichi....
Ma
il coltello di Guillotin cade allora sul collo di re, di regine, di
fanciulli, di vecchi, di preti, di filosofi, d'innocenti, di
colpevoli, tutti uniti nella solidarietà del loro secolo.
Un'ultima
scena compie allora la vendetta di Dio. E la Ragione pura che aveva
celebrato il suo fidanzamento sulla ghigliottina, celebra allora le
sue nozze nel tempio, ponendo sull'altare la divinità
preparata da sessant'anni, il marmo vivente d'una carne di femmina
pubblica.
Intorno
a me il crepuscolo ombrava il piano, lontanava l'orizzonte, serenava
il cielo angelicava l'ora.
La
malinconia d'una campana lontana si stendeva e languiva
nostalgicamente per la campagna piú muta d'una tomba.
Alta
come lo spirito sul corpo, gonfia di tutto l'istinto latino di
universale dominazione, la cupola di Michelangelo, pareva insegnare
da lontano la solitudine, la superba fede, la sufficienza di sè
a sè.
E
mentre l'armonia sommessa dell'Agro pareva celebrare la morte, essa
era come un grido melodioso di resurrezione.
La
pertinacia di un istinto puro e forte di stirpe cantava nell'alta
musica solitaria delle sue linee, e montava al cielo con la serenità
del potere, e si dilatava nel cielo con la grandiosità del
diritto, e ingigantiva nel cielo come se volesse tutto occuparlo.
La
croce stava sulla sua cima come lo scettro del mondo. Intorno a lei,
nella calma perfetta, vigilavano le prime stelle della sera.
E
ancora una volta Roma mi apparve allora il meraviglioso strumento per
cui lo spirito universale si diffonde nelle membra sparse
dell'umanità, musica conciliatrice e suprema, continuata nei
secoli, come il ritmo regolatore del concento tellurico e
dell'incedere delle nazioni.
Ancora
una volta Roma mi apparve come un'armoniosa anima di molte anime,
dove tutte le cose confluiscono in una grande unità come i
fiumi nel mare; la pianta meravigliosa rifiorente di continuo alla
luce che inestinguibilmente diffondono le grandi cose morte
nell'agro; il centro inviolabile dello Spazio e del Tempo da cui
nasce eternamente lo stile e la forma della stirpe latina, la fede
nella sua forza, nella sua bellezza, nella sua fatale dominazione sul
mondo.
Una
luce nuova circondò poi la solitudine alta della cupola di
Michelangelo come per aprirle un ignorato cielo verso cui essa pareva
salire desiosamente come una nube illuminata di luna.
Ed
essa fu allora simile al fiore che sfugge allo stelo col vaporare del
profumo volante via sulla carezza del vento, mentre la corolla muore
per non poter seguire l'aroma che se ne va.
De
profundis clamavi ad te.
Domine,
exaudi vocem meam.
Ad
te, Meam:
ecco i due poli.
Ad
te è
la obbiettivazione immediata dell'essenza intima del mondo.
Meam
è l'essenza intima
del mondo obbiettivata mediante la supplicazione della personalità.
Ad
te è
l'ombra profonda e benefica dove tutte le cose e tutti gli esseri
rientrano in una divina originaria Unità: l'ombra del Settimo
giorno.
Meam
è la luce mutevole
onde nasce l'illusione delle pluralità e delle diversità:
la luce della Settimana.
Ad
te è
il grido che tutto il mondo chiude in se stesso.
Meam
è il grido che
spande se stesso in tutto il mondo.
Ad
te è
l'armonia immensa, infinita, eterna, assoluta nel Padre, nel Figlio e
nello Spirito.
Meam
è la vittima
dilaniata che ridomanda le sue membra.
Meam
serve ad integrare Ad
te nel
grido terribile e supplicante che si leva dai luoghi profondi, dal
più profondo dell'abisso, dalla coscienza dell'Uomo.
Coscienza
turbinosa e doviziosa, fatta di stasi e di mutamento, di riposo e di
ansia, di serenità e di eccitazione, di ombra e di luce.
Coscienza che ora dilaga, scorre, si slancia, vola, come sul cavallo
della Valkiria, in alto, in alto, al di sopra dei mari, al di sopra
delle valli, al di sopra delle foreste, delle montagne, delle nubi,
nell'immensità profonda del cielo, tra i fischi del vento, tra
gli urli dell'uragano, tra i guizzi del fulmine, tra gli scrosci
della folgore, tra i ruggiti del tuono, tra lo scherno alto e feroce
degli elementi nemici, scatenata sopra tutte le tempeste, a spron
battuto, ebbra di vento e di gioia, cantando, gridando, giubilando; e
ora s'addormenta come la Valkiria sotto l'insufflante bacio di Wotan,
sopra una rupe cerchiata di fiamme.
De
Profundis clamavi ad te.
Ad
te! Ad te! grido
degli abissi, grido della terra, grido del cielo, grido della vittima
dilaniata che ridomanda le sue membra.
Ad
te! Ad te! o
regno del tutto nell'Uno e nella Gioia!
Ad
te! Ad te! invincibile
Ricordo, invincibile Speranza!
Ad
te! Ad te!
DOMINE
EXAUDI VOCEM MEAM!!
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