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Testo
Il
giogo che la Sicilia
spezzò nel 1282 era stato imbastito alla corte di Roma; cosí io la chiamerò
anziché «Chiesa», la quale significa precisamente la universalità
dei fedeli; e non dirò sempre il «papa» poiché l'uomo che tiene quel seggio
ubbidisce piú spesso che non comandi. La corte di Roma, dunque, si era
attribuito, nella confusione giuridica del Medio Evo, l'alto dominio delle
regioni meridionali della Penisola, ivi compresa la Sicilia, che dette nome al regno. Poiché per eredità questo era pervenuto
all'imperatore Federigo II, capo di parte ghibellina, i papi, che fondavano il
loro potere sulla parte guelfa, si trovarono di fronte quel grande ingegno,
superiore al proprio secolo, e gli mossero guerra
spietata. Innocenzo IV, uomo da non cedere nella lotta, convocato un concilio a
Lione (1295) vi pronunziò un discorso con il quale concluse
chiedendo la deposizione di Federigo dall'impero e dal regno di Sicilia. Tuttavia non era facile eseguire simile proposito.
Cinque
anni dopo la morte di Federigo, Innocenzo riportò l'assedio al reame con quelle
armi materiali che poté mobilitare e con la dolce parola di «libertà» e con
essa, come egli diceva, spinse i popoli a creare la repubblica sotto la
protezione della Chiesa; ma causò una spaventevole anarchia interrotta dal
breve regno di Corrado I, ricominciata in modo peggiore dopo la sua morte e
quella di Innocenzo. La calma tornò quando Manfredi fu
incoronato a Palermo. Durante quei turbamenti Napoli si era retta a comune,
secondo i non chiari desideri di Innocenzo: e la
stessa forma di governo fu adottata in Sicilia per circa due anni (1255-56), sotto
Alessandro IV.
Dobbiamo
notare, in modo particolare, che la stessa forma di governo, dopo un quarto di
secolo, serví d'esempio nei primi moti del Vespro. Alessandro spedí da Napoli
in Sicilia frati e missive e quei popoli gli dettero ascolto, per quanto abituati, e si hanno prove negli scritti del
secolo XIII, a distinguere l'autorità spirituale dalla temporale, a riverire quella
e a diffidare della corte di Roma, considerandola come un principato ostile,
ingannevole, ambizioso e corrotto.
Una
simile opinione dei siciliani era cosí nota che i Francesi poi li chiamarono
per ingiuria Paterini, nome di una delle sette religiose che, fin dai
tempi di Arnaldo da Brescia e molto prima, aspirarono alla riforma del clero in
Italia. Le maggiori città della Sicilia si lasciarono sedurre questa volta
dalla corte di Roma, perché avevano sofferto il governo duro e fiscale di
Federigo, perché allettate dall'esempio delle città
lombarde e toscane, perché, d'altra parte, sapevano che il successore di
Corrado I era un bambino di due anni e vedevano che molti ambiziosi si
disputavano la reggenza. «Viva dunque il comune e fuori il viceré» si gridò a
Palermo; poi a Patti, Vizzini, Aidone, Piazza, Mistretta, Prizzi, Cefalú,
Caltagirone, Nicosia, Castrogiovanni e se il movimento di questa
ultima città fu represso dalle armi del viceré, Aidone le respinse;
Messina dove egli si ritirò lo scacciò e capitano del popolo fu eletto Leonardo
Aldighieri. Quindi, volendo un podestà d'altra nazione, come era
uso in Italia, chiama il romano Jacopo da Ponte. Libertà, intanto, non
significava rispetto dell'altrui libertà infatti le
città piú grosse pretendevano signoreggiare sulle piú piccole.
I
messinesi occupano e demoliscono Taormina perché rifiuta il loro dominio,
Palermo si impadronisce di Cefalú e invia ambascerie al papa, proponendo non si
sa bene quale assetto di confederazione. Giunse allora vicario pontificio
nell'Isola Ruffino da Piacenza dei frati minori. Entrando nelle città trovò le
strade sparse di rami di ulivo e di palme, dappertutto
fu salutato dal popolo tripudiante; ritornarono gli esuli e qualcuno ebbe feudi
dal papa. Ma di breve durata furono questi festeggiamenti.
Prevalendo ormai Manfredi in terra ferma, i suoi uomini passarono dalla
Calabria in Sicilia dove molti nobili gli dettero man forte. Resistevano invano
Piazza, Aidone, Castrogiovanni: Palermo e Messina si sottomisero e tutta
l'impalcatura, costruita sulla sabbia, cascò d'improvviso sí che lo scrittore
contemporaneo Bartolomeo da Neocastro la chiamava una bolla di sapone.
D'altra
parte la corte di Roma non vi aveva mai fatto assegnamento. Innocenzo cercò di
vendere i siciliani a nuovi signori oltremontani e Alessandro continuò il
doppio giuoco, provato da mille documenti, nello
stesso tempo in cui metteva su la repubblica siciliana. La corte di Roma
negoziò con Arrigo, re d'Inghilterra, offrendo il trono di Sicilia prima ad un suo fratello e poi ad un figliuolo e se non si pervenne
ad una conclusione egli fu perché Arrigo non aveva sufficienti mezzi per condurre
un esercito in Italia. Interpellato Carlo, conte d'Angiò e di Provenza, questi titubò non volendo aggredire Manfredi, ma le corti di Roma e
di Francia seppero far dileguare ogni scrupolo facendogli vantaggiose promesse.
E pertanto Clemente IV, di nazionalità francese, il 25 febbraio del 1265,
promulgava una bolla, per la quale «il reame di Sicilia e la terra che si
stende tra lo stretto di Messina e i confini degli Stati della Chiesa,
eccettuata Benevento» furono concessi in feudo a Carlo e ai suoi discendenti, i
quali si obbligavano al pagamento di un censo di ottomila
once d'oro all'anno, e, in caso di bisogno, a fornire uomini disposti a
combattere per la corte di Roma.
Altre
clausole erano intese ad allargare la potestà ecclesiastica a danno di quella
civile e a impedirle di allargare il suo regno. Per le popolazioni rurali si
chiedeva da parte del re il rispetto delle franchigie godute fin dai tempi di
Guglielmo il Buono.
Ecco
in che modo furono designati i territori che costituivano il feudo. Ad essi mancava un nome geografico comune e la distinzione
fatta dalla bolla fra il reame e le altre terre rivela la diversità del titolo
che la corte romana vantava sull'uno e sulle altre. Nell'XI
secolo Roberto Guiscardo, con la sua astuzia e con le sue armi, tolse la Puglia ed altri Stati a
principi cristiani; e accettò dal papa una qualsivoglia investitura.
Il
conte Ruggiero, invece, conquistò la
Sicilia togliendola ai Saraceni ed il suo figliuolo Ruggiero,
impadronitosi della vicina terraferma, prese il titolo di re di Sicilia, duca
della Puglia, principe di Capua e talvolta, nei suoi atti, aggiunse anche i
titoli di Calabria, di Napoli e Salerno: con cosiffatti titoli i papi
riconobbero lui ed i suoi successori; ma nessuno di questi pagò mai censo per la Sicilia.
Né
era nuovo nell'ordine feudale il caso che un re indipendente prestasse omaggio
ad un altro per territori non appartenenti alla propria corona; né la corte di
Roma aveva ancora preteso nell'XI secolo di far vassalli dei re. Nell'atto,
dunque, del 1265 la cancelleria pontificia non poté nascondere i documenti del
diritto pubblico primitivo. La finzione legale dell'investitura del ducato di
Puglia non poteva valere affatto per il reame di
Sicilia, per il quale era piú evidente la usurpazione.
Al
momento di entrare in guerra, il conte di Provenza chiese denari in prestito al
re di Francia, ai propri vassalli, ai mercanti toscani e romani, a un principe
castigliano, al cuoco della moglie e a chiunque fosse stato disposto a
dargliene poco o molto. Come garanzia offriva pegni, ipoteche e le decime
ecclesiastiche concessegli dal papa. Il quale scomunicò di
nuovo Manfredi e bandí la crociata contro il regno col pretesto che
doveva cominciare di lí chi volesse liberare la Terra Santa.
Sappiamo
come si giuoca sugli equivoci. Si volle far credere alle anime timorate al di là dei monti, che vi fosse da combattere in carne e
ossa un'avanguardia dei Musulmani occupatori del Santo Sepolcro. Ed ecco i turbanti! Erano i saraceni di Sicilia, fiera gente
deportata in Lucera un quarto di secolo prima dall'imperatore Federigo, la
quale militò per lui e per Manfredi, valorosa e
fedele, perché non aveva da temere scomuniche.
L'equivoco
dei turbanti riuscí anche nel secolo XIII; uno scrittore straniero l'ha
ripetuto seriamente trent'anni or sono; e non sarei meravigliato se rifiorisse
nelle mani di qualche futuro compilatore di storia.
Nelle
cronache guelfe si legge che la mattina della battaglia di Benevento, Carlo
d'Angiò rimandò gli ambasciatori di Manfredi con queste parole: «Dite al
sultano di Lucera che oggi io lo manderò all'inferno o egli mi manderà in paradiso». Se non è
vera, questa risposta esprime il pensiero generale e prova che il fanatismo
religioso si mescola volentieri con i piú vili interessi mondani.
Non
chiameremo ipocriti dal primo all'ultimo quei trentamila fra francesi,
fiamminghi e provenzali che combatterono a fianco di Carlo d'Angiò, quei guelfi
italiani che seguirono le sue bandiere, quelle centinaia di migliaia di uomini
e di donne che, di qua e di là delle Alpi, aiutarono e applaudirono l'impresa.
E che altro era questa impresa se non ladroneggio in
grande, aggravato da migliaia di omicidi? Qual confessore cristiano avrebbe
potuto assolvere chi vi mise le mani?
Carlo
sconfisse e ammazzò Manfredi, s'insignorí del reame senza grave contrasto
senonché, entro un anno, i ghibellini ripresero animo dalle Alpi sino al
Lilibeo e possiamo dire fino a Tunisi, donde mossero, per iniziativa dei
ghibellini, circa ottocento fra spagnoli, tedeschi, africani, toscani e
siciliani.
Essi,
sbarcati a Sciacca (1267) sollevarono tutta l'Isola mentre Corradino veniva
dalla Baviera con un forte numero di cavalli tedeschi e perfino la città di
Roma si schierava con lui. Il valore francese trionfò nuovamente (1268) nella
battaglia detta di Tagliacozzo: la
Sicilia fu domata dopo fierissime vicende. Seguirono
supplizi, confische, caccia ai ribelli mentre spie e traditori invasero i
domini di re Carlo dai due lati dello stretto. La vittoria francese fu
deturpata da atti di efferata crudeltà, di quelli che
i popoli non dimenticano mai.
Farò
cenno soltanto di tre; primo: sul campo d battaglia furono presi dei cittadini
romani; il re in persona comanda di tagliar loro i piedi, ma si ravvede; pensa
che tornando a casa i mutilati lo infameranno, lui senatore di Roma; li fa
chiudere tutti insieme in un recinto di mura e li fa bruciare vivi. Secondo:
Guglielmo l'Estendart, suo capitano, entra a tradimento in Agosta, dove si
difendevano valorosamente mille siciliani e duecento toscani; fa ammazzar tutti
alla rinfusa, combattenti e non combattenti d'ogni età
e d'ogni sesso. Terzo: Corradino, poi, giovanetto di sedici anni, fuggito dopo
la sconfitta, tradito, preso, è condotto al supplizio in piazza del mercato di
Napoli.
Era
la prima volta che l'Europa cristiana vedeva cascare sul palco la testa di un
re: e avvenne per comando di un altro re e con la connivenza di un vicario di
Cristo!
L'unità,
ricomparsa nella nostra storia con la Lega Lombarda, svanita dopo due secoli per la
formazione di piccoli Stati, risalta piú che mai dopo la descritta vittoria di
Carlo d'Angiò. Questi riebbe il governo di Roma per opera del papa, fu eletto
da lui vicario imperiale in Toscana; fu chiamato in varie città e perfino in
Piemonte a causa delle lotte intestine. Il Piemonte venne a trovarsi in
pericolo dato che confinava con la
Provenza, donde i vicari di Carlo ordinavano trame contro Genova;
mandavano gente a danneggiare le terre subalpine che rifiutavano di
sottomettersi.
Qua
e là per tutta l'Italia già sventolavano le bandiere coi gigli, s'udivano
capitani e armigeri parlar francese e si vedevano far da padroni. La coscienza
della nazionalità italiana che si era schierata contro i tedeschi, si volse ora
contro i francesi, i quali la offendevano molto di piú e allegramente. Il
sentimento nazionale di quel tempo lo vediamo
scaturire dai fatti della storia, lo leggiamo nelle cronache contemporanee e
siano pure quelle del frate Salimbene e di Saba Malaspina, segretario del papa.
Che piú?
Il
vero sentimento latino, opposto ai nuovi dominatori, si manifestò solennemente
in una adunanza tenuta a Cremona nel 1269, nella quale convennero deputati
allora chiamati sindaci delle principali città del Piemonte, della Lombardia e
dell'Emilia, per deliberare che tutti riconoscessero signore Carlo d'Angiò.
Allora
Torino, Milano, Bologna ed altre città guelfe dichiararono di gradire il re
come amico, non come signore; ma l'accordo non fu raggiunto. Né
furono soltanto alcuni guelfi quelli che aprirono gli occhi. Si mise in guardia
la stessa corte di Roma, quasi ascoltando le ammonizioni attribuite
erroneamente all'abate Gioachino: «se la Chiesa si appoggia ai francesi prende
per bastone una canna che le bucherà la mano».
Gregorio
X cercò di frenare la potenza di Carlo, Niccolò III cercò di abbatterla, i
cardinali si divisero in sostenitori della razza latina e gallica.
Intanto negli Stati ecclesiastici confinanti con il regno, le popolazioni non
si rassegnavano al predominio francese; i cittadini di Ascoli-Piceno
aiutavano i fuorusciti a fare scorrerie in Abruzzo, ad occuparvi castelli. E gli stessi romani non andavano d'accordo con loro.
Si
narra che Guglielmo l'Estendart, vicario di Carlo nell'ufficio di senatore,
abbia parlato chiaro a un gentiluomo romano che gli rinfacciava quel suo
continuo aizzare i cittadini l'un contro l'altro, donde non poteva nascere che
la rovina della città e quindi dispiacere al re. «E
sei sicuro che se ne rammaricherebbe? gli replicò
Guglielmo. Orbene, ti dico che egli non brama altro
che vedere annientato questo popolo maligno e Roma ridotta una bicocca».
Si
era venuti assai prima a una aperta guerra nell'Italia settentrionale, dove
Genova e Asti presero le armi, fecero lega con Pavia e con Guglielmo VII,
marchese di Monferrato, prima alleato di Carlo, ma ravvedutosi a tempo. Genova
anche quando ebbe fatta pace con Carlo non gli divenne
amica mai; gli astigiani non deposero mai le armi, né il marchese di Monferrato
il quale attirò anzi nella lotta due principi spagnoli che non avevano visto di
buon occhio Carlo d'Angiò diventare signore della Provenza.
Si
tratta di Alfonso re di Castiglia e Pietro d'Aragona i quali si accostavano,
per motivi diversi, ai ghibellini d'Italia: l'uno perché sperava sempre la
elezione a imperatore d'Occidente, l'altro perché pretendeva al trono di
Sicilia. Pietro aveva sposato (1262) Costanza, figliola di Manfredi, aveva ambita la dignità di senatore di Roma prima che il papa la
desse a Carlo d'Angiò e, salito al trono dei suoi padri dopo la morte di
Manfredi e di Corradino, aspirava a successore di Casa sveva. Lo stesso Carlo
gli spianò la via.
Come
se fosse dominatore assoluto in Italia, Carlo volle signoreggiare il bacino
orientale del Mediterraneo, carpì in Palestina i miseri avanzi del reame di
Gerusalemme, in Grecia il principato di Acaia e di Morea, tentò l'Albania,
pensò in ultimo di togliere l'impero bizantino a Michele Paleologo col solito
pretesto della religione e il solito favore d'un papa francese, che era stato
creato da lui stesso usando violenza in Viterbo al Conclave, nel timore che
vincesse uno di parte latina.
Il
Paleologo pensò allora ai casi suoi, si accordò con Pier d'Aragona per mezzo,
come sembra, dei genovesi che trafficavano nel suo Stato, i quali videro i loro
commerci di levante minacciati dal vecchio nemico provenzale e da Venezia che
s'era collegata con lui.
Sappia,
intanto, il lettore che Pietro d'Aragona armava e trattava col Paleologo, che
questi gli forniva denari e ancora ne prometteva, che Sancio di Castiglia e
Pietro e gli italiani delle provincie meridionali, rifugiati alla corte di
Aragona, tramavano con quanti nemici vecchi e nuovi avesse Carlo d'Angiò dalle
Alpi fino al Tevere: il Marchese di Monferrato, Corrado d'Antiochia, il conte
Guido Novello, Guido da Montefeltro ed altri capi ghibellini; che infine queste
pratiche si estendevano fino in Sicilia.
Era
intenzione generale muovere grossa guerra all'angioino dove e come si potesse,
ma sembra che il progetto non fosse maturo, i luoghi non determinati e le forze
maggiori non pronte, quando il popolo di Palermo, indegnamente provocato,
gridò: «Muoiano i francesi».
Per
sedici anni i siciliani, al par degli abitanti del regno, erano stati senza
tregua spogliati e vilipesi. Non s'era parlato mai piú delle franchigie dei
tempi normanni, stipulate nella concessione di Clemente IV, delle quali ognun
conosceva la piú importante, e cioè che la colletta,
ossia contribuzione diretta e generale, fosse consentita in Parlamento dai
baroni, prelati o deputati delle città.
Re
Carlo non convocò mai parlamenti, elevò sempre la colletta come volle, e spesso
non una ma due volte all'anno; mantenne, accrebbe, aggravò ancora con la
molestia e durezza della riscossione, i contributi indiretti dei tempi di
Federigo II: gabelle d'entrata e d'uscita su varie merci, privative di traffici
e d'industrie, dazi di produzione; costrinse i ricchi a prestar denaro al
fisco, a prendere in appalto le entrate regie e in fitto i poderi demaniali, a
cambiar l'antica moneta d'argento con la moneta nuova di bassa lega che egli
faceva coniare in Brindisi e a Messina; ad accettare al valore edittale i suoi caroleni
d'oro, con la minaccia di farne sentire le impronte arroventate sulla fronte.
Gli
agricoltori delle campagne vicine a demani regi ebbero in comune per forza le
greggi, perfino i polli e le api del re; chi non possedeva altro doveva
prestargli il lavoro delle braccia: e tutto ciò sotto pena di confische, multe,
battiture, prigionia. E trascurato il diritto di proprietà, il re soleva far
scorrerie nelle proprietà altrui, bandita di caccia ovvero di pascolo per gli
armenti, ch'ei mandava nei campi, senza badare se
fossero incolti o seminati.
Le
angherie e i soprusi del demanio regio si rinnovavano poi in ciascuno dei feudi
concessi dal re agli avventurieri che lo seguirono in Italia. Provvide a costoro con i possedimenti confiscati ai ribelli;
ricercò e trovò ribelli per confiscare le terre; altri spogliò cavillando sui
titoli dei feudi e sulla validità delle concessioni fatte dagli ultimi monarchi
svevi; arrivò a tanto abuso della legge feudale da vietare i matrimoni delle
eredi finché non sposassero un francese o non abbandonassero il feudo; della
quale iniquità si muove lamento in una rimostranza indirizzata alla corte di
Roma dopo la rivoluzione.
Per
tali modi, rinnovando in parte il baronaggio, re Carlo sostituí agli indigeni i
forestieri i quali trattavano i vassalli sull'esempio del re e secondo l'usanza
dei propri paesi. Né si dica che gli abusi dei quali
allor si fece tanto scalpore siano da attribuire al sistema feudale. Sistema
assai piú duro e disumano di quello esistente in Sicilia e che, risalendo all'XI secolo, era scevro delle molte ingiustizie delle età
barbare che l'avevano prodotto in Francia.
Basta
accennare ai villani, infima classe della popolazione rurale in Sicilia, i
quali godevano diritti ignorati dai servi della gleba degli altri paesi. Anche i borghesi siciliani erano avvezzi a franchigie tali
che i borghesi di Francia durarono molta fatica e sparsero tanto sangue per
conquistarle.
Torna,
del resto, assai difficile distinguere le innovazioni del diritto, vero o
supposto, dagli abusi di fatto. Li inaspriva e rendeva piú intollerabili nel
regno l'antagonismo nazionale, il quale vi ribollì piú forte che nel resto
d'Italia, essendo piú diretta e permanente la soggezione ed assai maggiore il
numero degli stranieri che ingombravano il paese: ufficiali di
ogni grado, familiari, feudatari e sub-feudatari, soldati mercenari ed
anche intere colonie poiché il re ne aveva fatte venir di Provenza ed istituite
con particolari privilegi nelle città di Lucera e d'Agosta, spopolate da lui
stesso.
Invece
di sforzarsi a cancellare la distinzione tra vincitori e vinti, come la
giustizia e l'utile suo proprio gli avrebbero consigliato, re Carlo la ribadì
nelle leggi, nella quotidiana amministrazione della giustizia, nelle cariche
degli uffici, nella distribuzione dei favori; la portò perfino nel santuario.
Quando egli edificò l'abbazia cistercense di Scurcora, presso il campo di
battaglia dove aveva sconfitto Corradino, prescrisse, nell'atto di fondazione,
che non vi si ammettessero frati se non sudditi
francesi.
Ognuno
si avvede, pertanto, come vivessero nello stesso suolo due genti in istato di
guerra permanente. Gli onori e i comodi appartengono agli stranieri, agli
indigeni fame e strapazzi e peggio se osano lagnarsi.
Il
re spreme denaro, sfoga la superbia sopra i sospetti di lesa maestà, li chiude
nelle spelonche di Castel dell'Ovo a Napoli, incarcera le madri e i familiari
dei fuggiaschi, proibisce i matrimoni alle figliole dei feudatari o degli esuli,
quando non gli è gradito lo sposo: del resto egli abbandona i sudditi
inoffensivi alla cupidigia, alla libidine, ad ogni violenza dei suoi accoliti:
e questo è ciò che non gli perdonano gli scrittori guelfi contemporanei.
Alla
stregua dei cronisti siciliani essi ci narrano cose che sarebbero incredibili
se non riguardassero uomini che odiati riodiavano, disprezzavano e non avevano
da temere castighi: entrare a libito nelle case, cacciandone i padroni;
prendere le masserizie, impadronirsi delle derrate, senza pagarle, costringere
i borghesi a recar pesi in spalla, a servire i signori a mensa, obbligare
giovanetti nobili a girare lo spiedo in cucina. Peggio di tutto il piglio
licenzioso verso le donne.
Il
contemporaneo siciliano Niccolò Speciale scrive che ogni cosa avrebbero
sopportato i suoi compatrioti, se gli stranieri non avessero incominciato a
prender loro le donne: e sembra dalle sue parole che il mal vezzo fosse
altremodo cresciuto negli ultimi tempi.
«Lunga
pezza, egli dice, i nostri patirono le estorsioni, gli esili, le carceri, le
deportazioni, le ingiurie alle proprie persone e mormoravano sottovoce; ma
quando il furore della gelosia cominciò a ferire il cuore degli amanti, il
popolo borbottò senza timore. Il re fu sordo e non solo non frenò quei malvagi,
ma punì coloro che protestavano, li scacciò con
vituperi per loro e tante minacce di nuovi mali alla Sicilia».
Le
esazioni e le vessazioni del fisco passarono ogni misura, quando re Carlo
cominciò ad armarsi contro Costantinopoli. Chiamato al servizio militare chi
doveva compierlo per obbligo feudale e chi non lo doveva, arruolati quanti non
potevano andare in guerra, ma avevano di che riscattarsi, costretti
contro ogni diritto i baroni a fornire le navi.
In
tutti i porti di Sicilia, Puglia, Principato, Terra di Lavoro, Calabria, si
allestivano i legni e al dir di Saba Malaspina i valenti armaioli di Palermo e
Messina, fabbricavano arnesi per i cavalli e un numero infinito di archi,
balestre, saette, proiettili d'ogni genere. Feudatari e sub-feudatari siciliani
si vedevano costretti a rimaner senza un quattrino. Parlavano di abbandonare i
beni, fuggir dal paese.
Dicono
le cronache che furono mandati al papa il vescovo di Patti e un frate
predicatore, per chiedergli che intercedesse a favore dei Siciliani. Martino IV
li respinse e, uscendo dal palazzo pontificio, il vescovo e il frate furono
imprigionati dagli ufficiali di Carlo, rifatto allora senatore di Roma.
Conosciute quelle proteste Carlo inviperì, proruppe in minacce contro i
Siciliani: chiunque da Napoli ritornava a Palermo e a Messina raccontava che il
re voleva cominciar la guerra d'Oriente proprio dalla Sicilia, cacciarne tutti
gli abitanti, dar l'Isola a popolazioni piú mansuete.
Altri
sussurrava che i debitori del fisco sarebbero stati marchiati in fronte e che i
bolli erano già pronti. Di certo il lievito fermentava piú forte in Sicilia che
in terraferma. Palermo, antica capitale, si rammaricava del perduto splendore
della corte; le pareva vergogna di ubbidire ad un giustiziere di provincia. E Giovanni di San Remigio, che ultimo tenne quell'uffizio,
non par sia stato dei meno molesti.
Per
rispondere al malumore del popolo egli aveva toccato duramente una corda molto
sensibile nel paese, aveva vietato ai cittadini di portar le spade e le lance,
come si usava per onoranza da tempo antico.
In
questa disposizione degli animi, si celebrò in Palermo la Pasqua di Resurrezione del
1282. Nella settimana santa era avvenuto che affollandosi la gente nelle
chiese, gli agenti del fisco vi cercassero dei debitori latitanti, usciti fuori
per divozione, con la speranza che nessuno osasse molestarli in quei giorni
entro l'asilo delle chiese.
Ma
gli agenti non se ne curavano; riconoscendo i debitori, li trascinavano fuori,
li ammanettavano, li conducevano in prigione ingiuriandoli: Pagate,
Paterini, pagate! Chi sa quante volte coloro che
guardavano non dissero tra sé: «Un giorno s'ha
a finire» e se non lo dissero anche in compagnia!
Il
31 marzo, martedì di Pasqua, si soleva far festa fuori le mura meridionali
della città, nella chiesa di S. Spirito. Era stata, questa, fondata con un
monastero di Cistercensi, dall'arcivescovo di Palermo il 1173
e fabbricata in quel sobrio stile d'architettura del quale ammiriamo
oggi gli avanzi. Vero o falso che sia, leggiamo che
quando se ne gettarono le fondamenta si eclissò il sole, che scavandovi si
trovò un grandissimo tesoro, che nel monastero trovò ospitalità qualche volta
l'abate Gioacchino calabrese, personaggio un po' mitico del XII secolo, celebre
per dottrina e profezie.
Cento
anni or sono il marchese Caracciolo, uomo colto, imbevuto delle idee della
rivoluzione francese, essendo viceré di Sicilia e volendo abolire la triste
usanza delle sepolture in città, scelse infelicemente per cimitero pubblico il prato
di quella chiesa, troppo vicino all'abitato, e sia che egli pensasse al Vespro
o no, ch'egli ne comprendesse il gran momento storico o lo giudicasse superficialmente,
diede pretesto ad un'accusa molto sottile: che egli voleva buttar lí le ossa
dei Palermitani per fare onta a loro e vendicare i diletti francesi.
Il
colera, poi, nel 1837 riempí le fosse in men di una settimana, onde si destinò
al riposo dei morti altro luogo diverso da questo santificato da due stragi.
Il
quale era ricco d'erbe e di fiori il 31 marzo 1282: vi richiamava una enorme
folla della città, entravano in chiesa, facevano crocchi fuori, passeggiavano
e, come è usanza nei giorni festivi, vi si mangiava, si beveva, si ballava. Il
giustiziere mandò i suoi uomini a mantenervi l'ordine, secondo il linguaggio di
caserma.
E
la sola presenza loro bastava a turbarlo. Perché non
si divertivano anche loro? Si avvicinavano infatti
alle brigate, entravano senza preamboli nelle danze, prendevano per mano una o un'altra
donna, scherzando a modo loro, con parole e gesti sconvenienti.
Dei
giovani palermitani, e secondo un cronista ve n'era anche uno di Gaeta, stando
lí a guardare brontolavano, qualcuno ammoní gli sbirri a lasciar tranquille le
donne. «Oh come, questi vili paterini non oserebbero parlare se non portassero
armi. Frughiamoli!» E si mettono a frugare addosso alla gente: era una buona occasione per vedere se le mogli portassero sotto le
vesti i coltelli dei mariti.
Andava
in chiesa una giovane avvenente e di aspetto signorile coi parenti e col
marito. Droetto, familiare del giustiziere, le si fa
incontro per cercare armi, le caccia la mano in petto: secondo Niccolò Speciale
l'insulto fu piú grave.
A
tanto oltraggio la donna stava per svenire e la sostenne il marito, mentre in
un baleno un giovanotto, strappata dal fianco di Droetto la spada gliela
immerse nel ventre. I presenti urlarono: «Muoiano i francesi» e il grido, come
voce di Dio, dice uno scritto di allora, tuonò per tutta la campagna. Con sassi,
coltelli, bastoni si buttano addosso ai francesi,
Di
questi improvvisi movimenti quasi scoppio di mina quando vi passa la scintilla
elettrica, son piene le memorie di Palermo, dal X secolo fino ai nostri giorni.
Seguí breve lotta e di duecento francesi non ne scampò
uno solo. I ribelli corsero in città gridando sempre: «Muoiano
i francesi, muoiano i tartaglioni» e quanti ne vedevano li uccidevano.
La
tradizione afferma che nel dubbio che qualcuno fosse straniero lo obbligavano a
dire ciciri e chi falliva nella pronunzia era spacciato. Una turba
assale il palazzo del giustiziere, irrompe, ammazza le guardie: nel trambusto,
Giovanni da S. Remigio si sottrasse ferito in volto, montò a cavallo e col
favor della notte prese la via di Vicari, accompagnato da due soli suoi fidi.
Per
tutta la città continuò la rivolta fino all'indomani: si cercano gli stranieri
nelle case, nei conventi dei frati minori e dei predicatori, sotto gli altari:
le vittime sbalordite non si difendevano. Si narra che qualcuno porgeva la
propria spada agli assalitori, mentre un altro scoperto nel nascondiglio, si
aprí la strada, ne uccise tre e cadde poi con loro.
Tra
i vendicatori della carneficina d'Agosta vi fu chi si lavò le mani nel sangue:
scannavano le donne, perfino quelle incinte, anche siciliane per spegnere la
creatura prima che venisse al mondo. Morirono duemila francesi in quel primo
impeto, né ebbero sepoltura. Poi furono scavate fosse
qua e là, perché i cadaveri non appestassero l'aria.
Alcune
di quelle fosse esistevano ancora nel XVI secolo presso la chiesa dei SS. Cosma
e Damiano, il luogo di altre fu ricordato, non si sa quando, con una colonnina
sormontata da una croce di ferro: il qual rozzo monumento dal centro
dell'odierna Valguarnera fu poi collocato in un canto e vi rimase per lungo
tempo.
In
mezzo agli orrori descritti alcuni savi pensarono all'avvenire. La stessa notte
il popolo di Palermo, convocato a parlamento, cancella per sempre il nome
regio, stabilisce di reggersi a Comune sotto la protezione della Chiesa, come era avvenuto nel 1255. Elegge a
capitano del popolo Ruggiero Mastrangelo, nobile uomo e nominano dei
consiglieri. S'innalzò il vessillo dell'aquila palermitana. Raccolto quindi un
buon numero di uomini armati uscirono fuori della
città in cerca del viceré.
Questi,
giunto a Vicari di notte, non poté occultare quanto era successo a Palermo.
Chiamò alle armi i feudatari dei dintorni e si trovò preparato
quando comparvero i palermitani che erano accompagnati dagli uomini di
Caccamo. Gli venne intimato di deporre le armi,
offrendogli salva la vita se avesse filato diritto per Acquamorta di Provenza.
Ma
il cavaliere francese, sprezzando gli assalitori, uscí ad incontrarli con i
suoi uomini e li avrebbe messi in fuga se i palermitani, guardandosi negli
occhi, non avessero ricordato il loro grido: Muoiano i francesi. Al
quale grido li ricacciarono dentro il castello e
quelli di Caccamo trafissero il viceré con le saette e poi, scalando le mura,
trucidarono tutti i francesi che vi si erano rifugiati.
È
quasi certo che quel giorno o il seguente si siano sollevate altre città. Prima
di tutte Corleone, colonia lombarda, la quale aveva da poco sofferto aggravi di ogni genere, per la vicinanza coi poderi del re.
Corleone
fu cosí pronta alla rivoluzione che il 3 aprile i suoi ambasciatori non solo
erano arrivati a Palermo, ma avevano formato una lega della quale ci rimane il
testo originale in pergamena e conferma i particolari che ci danno i cronisti
piú autorevoli circa gli ordinamenti sorti in quei primi giorni della riscossa.
Vi
leggiamo che Ruggiero Mastrangelo, Arrigo Baverio (Barresi?), Niccolò
d'Ortilevo Militi e Niccolò d'Ebdemonia, tutti e quattro capitani del popolo di
Palermo, insieme col giudice Jacopo Simonide, governatore della città, e coi
consiglieri, giudice Tommaso Grillo, giudice Simone de Farrasio, Perrono di
Caltagirone, Bartolotto de Milite, il notaio Luca de Guidayfo, Riccardo Fimetta
Milite e Giovanni de Lampo, stipularono, a nome del comune di Palermo, unione,
fedeltà e fratellanza col comune di Corleone, scambievole aiuto con armi,
persone e denari: reciprocità di cittadinanza e di franchigia dalle imposte.
Palermo
poi prometteva speciale aiuto a Corleone per la distruzione del vicino castello
di Calatamauro, del quale rimangono ancora le rovine in luogo fortificatissimo.
Il popolo di Palermo, riunito di nuovo in parlamento, aveva aderito alla
suddetta lega su proposta degli oratori di Corleone:
Guglielmo Basso, Guilone de Miraldo e Guglielmo Corto. Giurarono questi sul
Vangelo insieme coi capitani del popolo e coi
consiglieri di Palermo e si stipulò, secondo l'uso di allora, un atto pubblico
a mezzo del notaio.
Nello
stesso tempo i corleonesi avevano nominato capitano del popolo un tale
Bonifazio, ardente patriota, come sembra dalle parole che un cronista gli
attribuisce e dai fatti che di lui narra: che messosi alla testa di tremila
uomini occupò il castello, distruggendo i poderi demaniali, impossessandosi dei
cavalli pronti per la guerra contro i Greci, adoperandoli contro i francesi e
dando man forte ai palermitani, vincendo le ultime resistenze nel Vallo di
Mazzara e di Calatafimi che si era mantenuta fedele al feudatario Guglielmo
Porcelet che era stato sempre giusto e benigno coi vassalli.
Per
fortuna queste ultime incertezze non durarono a lungo e le città, liberatesi
dagli oppressori, nominarono ad una ad una i loro capitani del popolo, armarono
uomini e mandarono i loro sindichi (deputati) a Palermo.
Verso
la metà di Aprile si riunirono nell'antica metropoli quasi tutti i
rappresentanti della Sicilia occidentale e molti uomini armati che dopo aver
gridato per due settimane «Morte ai francesi» intonavano ora la necessaria
variante «Morte pria che servire i francesi» e seppero mantenere la seconda
parola come la prima. Il parlamento decretò, senza arringhe,
io credo, la costituzione in repubblica sotto il nome della Chiesa.
Dalla piazza la maschia voce del popolo rispondeva: «Evviva libertà e buono
stato».
Ruggiero
Mastrangelo e Bonifazio da Corleone allora dimostrarono al parlamento che era
necessario accompagnare a quelle nuove parole nuovi fatti: unire tutta quanta la Sicilia per amore o per
forza, mandare immediatamente eserciti che corressero l'isola a questo scopo,
prepararsi a respingere Carlo d'Angiò, il quale non avrebbe tardato ad assalire
il paese. Deliberato alla unanimità ciò, il popolo
echeggiò: «Andiamo, andiamo!».
Si
divisero in tre schiere, una delle quali mosse sopra Cefalù, l'altra su
Castrogiovanni, la terza su Calatafimi. Portavano una insegna
con le chiavi di San Pietro dipinte sui margini e l'aquila di Palermo, credo
io, nel campo. Arrivati i palermitani a Calatafimi, Porcelet aprí loro le porte
a patto che potesse ritornarsene in Provenza.
Fu
onorato e insieme ai suoi fedeli si salvò. Le altre due schiere, percorsa la
regione occidentale e la meridionale dell'Isola, aiutarono il movimento, che fu
dappertutto accompagnato da stragi: i francesi che poterono scampare si
rifugiarono a Messina ed i loro beni confiscati. Sperlinga e pochi altri
castelli resistettero di piú, ma poi si arresero ad uno ad uno.
Dell'ordinamento
politico in questo periodo ne parla Saba Malaspina: furon nominati dei capitani:
Simon di Calatafimi nei «Monti dei Lombardi»; Giovanni de
Foresta a Lentini; Santoro di Lentini in Val Demone e nella pianura di Milazzo;
un messer Alamanno in Val di Noto e molti altri nobili in altre regioni, dice
il cronista.
Sembrano
dunque dei capi militari, eletti dalle leghe che si formavano qua e là a
seconda di circostanze locali tra i borghesi delle città e terre piú grosse.
«Monti
dei Lombardi» mi pare che a quel tempo comprendesse una parte degli odierni circondari
di Piazza Armerina e di Nicosia, con qualche appendice nella valle
dell'Alcantara e qualche altra sopra ambedue le pendici dell'Appennino Siculo,
perché nei ricordi del secolo precedente erano chiamati Lombardi gli uomini di
Randazzo, Capizzi, Nicosia, Maniaci e vanno aggiunti di certo quelli di Aidone
e di San Fratello, a causa del dialetto affine a quello del Monferrato, dalla
quale provincia d'Italia molti emigrarono verso la Sicilia allo scorcio
dell'undicesimo secolo.
Corleone,
essendo lontana da queste città, non faceva parte dei Monti dei Lombardi e la
sua gente era venuta da altre provincie dell'Alta Italia nella prima metà del
secolo decimoterzo. I documenti poi non suppliscono al silenzio dei cronisti
circa questo primo imperfetto ordinamento o necessario disordine della
rivoluzione. Ma chi badava a notare i particolari di
un governo provvisorio, quando un solo pensiero preoccupava tutti: Che farà
Messina?
Sorta
in vista del Contirente, su quel mirabile porto che dava ricetto ai navigli
quasi pronti per l'impresa di Costantinopoli, Messina col suo numeroso popolo
dedito al mare, ricco, vivace, risoluto, era arbitra delle sorti nel duello
mortale tra la Sicilia
e Carlo d'Angiò. Parteggiavano per costui famiglie messinesi potenti, come i De Riso; Carlo sperava appunto sulla rivalità che corse
tra Palermo antica capitale e Messina, ora sede del suo vicario nell'Isola. E
pare che egli abbia tentato di attirare dalla sua parte altri
autorevoli cittadini non tanto amici, poiché leggiamo che nello stesso
giorno in cui si compí la rivoluzione, era tornato da Napoli insieme a Matteo e
Baldovino De Riso, un importante magistrato della città, tale Bartolomeo
Mussone.
Però
la comune avversione allo straniero, le comuni afflizioni, i commerci
frequenti, riavvicinavano gli animi dei due popoli; molti messinesi che
godevano della cittadinanza di Palermo, vi avevano impiantato negozi e vi
contavano molti amici, cosicché le trattative tra le due città non tardarono a
concludersi.
Ci
rimane il testo di una lettera latina del 13 aprile e tutta infarcita di frasi
bibliche, la quale pare sia stata veramente spedita dai palermitani ai
messinesi, i quali se non la capivano tutta erano convinti della buona causa e
della necessità di seguire il solo partito giusto e savio che convenisse ai
Siciliani.
Meglio
di tutti la capì il popolo minuto: i popolani grassi che sapevano forse il latino,
volevano e non volevano, non osando contrastare con Erberto d'Orleans, vicario
del re.
Erberto
fece salpare subito contro Palermo sette galee della città e quattro di Amalfi,
al comando del prode marinaio messinese Riccardo De Riso; la piccola flotta
arrivata a Palermo bloccava il porto e minacciava la città, mentre l'equipaggio
gridava le lodi del re Carlo e minacciava i ribelli. Questi se ne stavano zitti
e inalberavano soltanto sulle mura la croce messinese accanto all'aquila
palermitana.
Frattanto
gli amici mandavano messaggeri agli amici assicurando che non avrebbero risposto
né alle ingiurie né ai colpi e dicevano: «Ma perché
venivano addosso ai fratelli i quali, ispirati da Dio, avevano impreso a
liberare se stessi ed anche loro dalla servitú?». Non è improbabile che la
lettera latina di cui ho parlato prima sia stata
introdotta di contrabbando nelle galee messinesi, poiché la data corrisponde
col 13 aprile.
Ma
il 15 aprile il municipio di Messina, per compiacere il viceré, mandava 500
balestrieri a Taormina per difenderla contro i rivoltosi che, secondo la fama
rimasta, facevano cose terribili. Erberto radunò a Messina 600 cavalli, ma ebbe
subito sentore che il popolo fremeva a questi preparativi e dispose che parte venissero allogati nel palazzo e parte nella fortezza di
Matagrifone.
Continuando
il malcontento, il 27 aprile ne mandò novanta a Taormina con l'ordine di occupare
le fortezze. I balestrieri messinesi, come li vedono cavalcare in pieno assetto
di guerra e pieni di baldanza, li accolgono con un
nembo di saette uccidendone la metà, inseguendo il resto e costringendoli a
rifugiarsi nel castello di Scaletta. Quindi i vincitori entrano in Messina con grande tumulto e nel loro passaggio distruggono le insegne
di Carlo d'Angiò.
I
cittadini però timorosi di eventuali rappresaglie da parte del viceré o per
amore di parte non li seguono. Il giorno successivo, martedì 29 Aprile, un tale
Bartolomeo Maniscalco con altri popolani riaccendeva il tumulto con tanto
furore che, nascondendosi i regi e approvando gli irresoluti, fu revocata in
piazza l'ubbidienza al re Carlo d'Angiò e la notte furono
uccisi quei pochi francesi rimasti in città.
Ma
il Maniscalco che aveva guidato la sommossa, facendosi persuadere da cittadini
autorevoli, così scrive il Neocastro, rendeva il governo della città a
Baldovino Mussone. Il popolo e gli anziani riuniti il
29 stabilivano di reggersi in comune sotto il nome di Santa Romana Chiesa, eleggevano
il Mussone capitano del popolo, inauguravano il vessillo municipale, nominavano
i consiglieri e tutti gli altri funzionari del governo.
Il
giorno 30 furono chiamate le navi da Palermo e inviati messaggi di amicizia e
proposte di confederazione. Né il nuovo governo mancò
di avvertire Paleologo di Costantinopoli che Messina si era ribellata al comune
nemico.
Le
pratiche, poi, della famiglia De Riso non approdarono ad altro che ad un
accordo per il quale il viceré ed i suoi s'imbarcarono lasciando armi e cavalli
e giurando di far vela direttamente per la Provenza; ma arrivato in mezzo allo stretto,
Erberto ruppe il giuramento; lasciò delle navi a molestare i messinesi e
sbarcato egli in Calabria riuní ed ordinò le forze che erano scampate da
Messina.
L'atto
sleale fu espiato non da chi lo commise, ma dai suoi compatrioti che non avendo
potuto partire erano rimasti prigionieri; contro di essi e dei loro partigiani
si levò a Messina uno spaventevole tumulto, per convincere anche i piú
meticolosi, come dice il Neocastro, che non era piú tempo di tornare indietro.
Non
occorre dire come papa Martino, sdegnato, respingesse l'ambasceria dei
palermitani che cercavano di giustificare la ribellione e chiedevano la
protezione della Chiesa. Il 7 maggio il papa ammoniva i
fedeli dell'orbe cattolico di non prestarsi a favorire la sedizione
palermitana; revocava le confederazioni delle città di Sicilia; dava un termine
ai ribelli per tornare all'ubbidienza; minacciava i contumaci di mille castighi
nei beni, nella persona e nell'anima.
Ma
quelli non se la presero. Corsero, allora, tra il papa e i siciliani, risposte
fatte, come dicevasi, tra le quali una che mi sembra
assai notevole sia per gli argomenti, sia per lo stile, e che io pubblicai per
primo, secondo un codice parigino, per quanto scorretta e forse mutilata in
qualche punto. Ne dò qui alcuni squarci piú singolari.
Ecco intanto il principio:
«Voi,
voi appello al giudizio, o Padri dei Padri; a voi mi rivolgo, o Principi dei
Sacerdoti, voi che sedendo nei sacri tribunali, decorate i fianchi del sommo
principe, e come membri del suo proprio corpo siete chiamati a partecipare
tanto nelle sue cure, quante nella pienezza della sua potestà. A voi mi rivolgo
perché tenete in mano le bilance del retto giudizio, perché siete vincolati al
servizio della cosa pubblica, siccome cittadini di una città (la quale cosí
volesse Iddio che fosse molto tranquilla!); perché non
ubbidite alle vostre passioni, né deliberate secondo l'instabile arbitrio della
volontà, ma come vi detta un diligente e razionale giudizio. A voi parlo
perché, allontanata ogni contemplazione di persona, vi gittate sugli omeri la
clamide regia, sottentrate alla regia potestà;
rattenete la libertà che non corra per le vie del libito e non precipiti per
malvagi appetiti; a voi che ponderando con equità, rallentate ugualmente le
redini ai litiganti; censurate nello stesso modo i grandi e i piccoli;
ragguagliate gli uni agli altri con giusto equilibrio.
«Tale
il debito dell'uffizio vostro. Or piacesse a Dio che
non fosse zoppo il giudizio vostro verso gli abbandonati regnicoli, che non
divergesse, ahimé, dal diritto sentiero!
«Verso
i regnicoli, dico, i quali poc'anzi, non aiutati da umano ingegno, non da
braccio mortale, ma mossi da ispirazione del Cielo e sostenuti dalla mano di
Dio, si sono sottratti appena dalla tirannide di Faraone e dalla sfrenata ferocia
gallica, bramosi di respirare un pochino e di figurarsi che vivono tranquilli,
ed ecco che, inopportunamente e non meno crudelmente, loro si comanda (oh
vergogna), senza esaminare le giuste cagioni per le quali ei si riscossero
dall'orribile servaggio, senza lor dare né pur promettere alcuna emenda delle
sofferte iniquità, loro si comanda di ritornare sotto la tetra schiavitú di
Egitto, d'incurvare nuovamente sotto l'immane peso di una barbara ferocia i
loro colli gonfi ancora ed esulcerati dal primo giogo.
«E
che? S'ingegni pure la romanzesca retorica a
inorpellare i vizi di quella pazza rabbia gallica, infesta ai mortali e odiosa
agli immortali, di quella genía cui può soffrire appena la stessa natura che la
produsse e la stessa sua plaga occidentale orribilmente solcata dai fulmini, di
quella genía ch'è flagello e particolare danno del secolo nostro e che,
permettendolo Iddio nel suo giudizio, si spinse fino alle spiagge della
Sicilia! Chi mai potrà metterla a fronte della duplice nobiltà del sangue
italiano, della innata prudenza, dell'antica gravità,
dei santi costumi di nostra gente, la sola al mondo che abbia saputo esser
madre e padrona delle province?».
E
dopo frasi reboanti, cosí prosegue l'ignoto autore: «Chi sosterrebbe le mani di
costoro pronte alle offese e al sangue, i truci volti, i minacciosi aspetti,
l'arrogante parlare, l'alito puzzolente? O morte, speranza
dei tribolati, riposo ancora ai felici, ti sospiravano le anime nostre,
impazienti di essere tratte al Cielo o all'Inferno, per tutto il tempo in cui
questi condannati nostri corpi nulla servirono al bene della patria! Non è ribellione, o Padri Coscritti, quella cui voi mirate; non
ingrata fuga dal grembo di una madre; ma resistenza legittima secondo ragione
canonica e civile; ma casto amore, zelo della pudicizia, santa difesa della
libertà. Ricordiamo la voragine dei nostri mali; tiriamo a riva l'alga
corrotta nel profondo del mare! Ecco le donne violentate al
cospetto dei mariti; viziate le donzelle; accumulate le ingiurie, sí che pare
non rimanga luogo ad altre nuove: ecco le verghe che colpiscono le spalle; le
mani che si alzano a percuotere una faccia ritraente l'immagine del Creatore;
ecco gli omicidi; le prigionie; le rapine; il disprezzo; l'occupazione dei beni
delle chiese; la brutal forza che comanda; il principe fatto solo arbitro dei
matrimoni». Ricordando poi che la corte di Roma non ignorava,
né poteva ignorare questi mali, notissimi alle genti piú lontane, l'autore
continua: «C'è, o Padri Coscritti, un estremo furore della sventura, una forza
di necessità, una reazione della libertà umana; e allora nessun eccesso di
crudeltà è tanto immane che non giovi con l'esempio, poiché vale a reprimere i
malvagi. Fu squarciato il corpo delle donne; furono uccisi i bambini prima
d'esser nati: la storia lo narrerà ai secoli piú lontani; e cosí periscano i
vizi prima di venire alla luce, si dissipi il veleno
con la prole dei serpenti!». A codeste empie parole non manca la sublimità
della disperazione. «A voi, ripiglia lo scritto, lasciando i cardinali e
addentando il papa, a voi si volge ora il sermone; su voi voterò il calice. Non
soffre l'Italia, o Santo Padre, non soffre dominazioni
straniere! Fremono d'ogni intorno le guerre; i nemici
minacciano; tremano le nazioni lacerate dalle guerre civili e dalle estranee:
sono questi, o Padre, i frutti delle opere vostre!». E qui tocca la connivenza
alla sommossa di Viterbo, e tutti gli abusi di re Carlo a Roma; e ritrova mille
torti a Martino e gli ricorda che, seguendo gli intenti partigiani,
s'indebolisce l'autorità del pontificato; che i misfatti permessi perché
piacciono portano poi i misfatti che spiacciono; ch'egli
non doveva promuovere i suoi cagnotti e trascurare i veri interessi della
Chiesa; che i disordini consuman se stessi: «La scure è
alzata; accenna di percuotere; fate d'impugnarla voi stesso pria che tronchi
l'albero alla radice!».
Con
queste e molte altre parole viene esortato papa Martino a mutar via, se gli
preme la sua propria salvazione.
Alle
idee, al linguaggio, alla erudizione scolastica, biblica e latina; al furor
della passione, questo documento è genuino prodotto vulcanico del paese e del
tempo: quella eruzione non si poteva contraffare.
Mentre
così pensavano e scrivevano, i Siciliani provvidero alla cosa pubblica; ma le
parole sono pervenute fino a noi, degli atti si è dileguata quasi la memoria,
ché presto li eclissò quell'eroica resistenza di Messina e l'opera della
monarchia restaurata da Pier d'Aragona. Pare che sia stato istituito un comando
generale della milizia, poiché Saba Malaspina ci dice
che messer Alamanno, capitano della Val di Noto, lo fu «infine di tutta la Sicilia».
Rimase
la sovranità nominale della corte di Roma, nonostante il suo rifiuto; rimase la
sovranità vera ai comuni, come ce lo mostrano alcuni atti relativi ai beni
demaniali e la intitolazione di un atto pubblico di Messina: «Al
tempo del dominio della Sacrosanta romana Chiesa e della felice repubblica
l'anno primo».
Un
parlamento provvide ai bisogni comuni dell'Isola, parlamento che pare non sia
stato permanente; né ci resta traccia di quello che ora si chiamerebbe potere
esecutivo federale; né sembra che in quell'adunanza fossero intervenuti dei
prelati, né dei baroni, come avvenne prima e dopo nei parlamenti della
monarchia, ma soltanto dei sindichi di municipalità, eletti dalle adunanze popolari
che si chiamavano parlamento anch'esse.
Del
resto ci mancano gli atti originali e perfino le tradizioni immediate delle
adunanze del 1282. Bartolomeo da Neocastro, nel testo in nostro possesso, non
parla di Parlamento Generale, convocato prima dell'assedio di Messina; ma il
diligente Surita negli Annali d'Aragona (Libro IV, cap. 18) afferma aver letto
in una storia in versi del medesimo autore che in verità il parlamento generale
fu tenuto allora in Messina, che tutti giurarono di obbedire alla Chiesa romana
e di non accettare alcun re straniero, e che nominarono otto capitani e
governatori preposti alla difesa dell'Isola.
D'altra
parte Saba Malaspina scrisse quello stesso anno o poco dopo che un parlamento
dei Nunzii e Ambasciatori di tutte le Università siciliane deliberava di
aiutare Messina con vettovaglie per due anni e con rinforzi di arcieri e
balestrieri nel retroterra; che uguali aiuti furono decretati per le principali
città marittime esposte agli assalti del nemico e il cronista facendo parlare
uno degli oratori in Parlamento, dice: «Catania, Agosta, Siracusa, Milazzo,
Patti, Cefalú».
Da
ciò si vede che il Parlamento risiedeva a Palermo. Sul futuro assetto politico
non si concluse nulla nei primi parlamenti; ma ognuno
se ne preoccupava e chi voleva rinnovare i rapporti con la corte di Roma, chi
aspettandosene un rifiuto, pensava di chiamare qualche principe che portasse
uomini e armi, sia il re d'Aragona, sia quello di Castiglia, continua S.
Malaspina che conferma le notizie che noi abbiamo da altre fonti circa le
pratiche di quei due principi spagnoli coi ghibellini.
Noi
pensiamo che si sia tenuto un Parlamento a Messina ed uno piú grande a Palermo
e che il partito della sovranità sia rimasto sospeso finché l'estremo pericolo
non costrinse anche i sostenitori della repubblica a chiamare Pietro d'Aragona.
Mentre
cosí la Sicilia
si preparava, risoluta ma senza unità di comando, incerta di ciò che avrebbe
dovuto fare per l'avvenire, Carlo aveva chiesto aiuti a Filippo l'Ardito; il
papa si sbracciava a soccorrerlo: mandava in Sicilia, con incarico di legato,
il cardinale Gherardo da Parma, col compito di apparire blando ma di essere
sempre pronto a censurare; le città guelfe di Lombardia e di Toscana, vedendo
risorgere la parte avversa, si affrettavano a fornire armi ed uomini,
avventurieri veneziani armarono galee; anche Pisa ghibellina fu costretta a
dare navi e cosí Genova ostile, le genti di Provenza e dell'Italia meridionale
erano al comando del re Carlo e Mille saraceni di Lucera furono costretti a
combattere contro la patria dei loro padri con moderne e complicate macchine da
guerra, sotto le insegne benedette dal papa.
L'esercito,
ammassatosi sulle rive settentrionali dello stretto, per numero e per equipaggiamento
si potrebbe paragonare a quelli del nostro secolo e parve incredibile al
Muratori.
Per
tutto giugno e luglio continuò l'ammassamento di fronte a Messina; durante
questo periodo fu combattuta una scaramuccia navale nella quale ebbero la
vittoria i messinesi che imbaldanziti da ciò il 24 giugno, vedendo navigare
alla volta della Sicilia, una sessantina di navi che portavano cinquecento
cavalli e un migliaio di fanti e vedendoli approdare presso Milazzo occupandone
il castello, in maniera da intercettare il passaggio delle vettovaglie che
pervenivano a Messina, con a capo Baldovin Mussone uscirono disordinatamente
dalla città a frotte chi a piedi e chi a cavallo, sparpagliandosi lungo la
litoranea. Intanto i nemici che erano scesi ordinatamente li sbaragliarono
uccidendo mille uomini e facendo molti prigionieri.
Scampato
a mala pena, Baldovino Mussone rientrò in città gridando di essere stato
tradito, e il popolo inferocito fece a pezzi Baldovino e Matteo De Riso
consegnando al boia un altro De Riso. Frattanto deponevano il Mussone e nominavano
capitano del popolo il valoroso vecchio Alaimo da Lentini; nobile e ricco che
era stato giustiziere in Principato sotto Carlo d'Angiò e poi segreto, che è
come dire oggi intendente di Finanza in Sicilia.
Alaimo
ordinò meglio la difesa, addestrò gli uomini alle armi e anche se i lavori non
erano ultimati, Messina si trovò pronta a ricacciare il nemico: chiusa la bocca
del porto con catene di ferro e travi galleggianti sul braccio di San Ranieri;
riedificate le mura che correvano dal palazzo reale al colle della Capperrina,
circondata l'altra parte della città con steccati in legno, rispianata la campagna
a settentrione che era già piantata a vigne e sparsa di case rustiche.
Furono
poste sentinelle nei punti piú strategici, pattuglie di donne giravano a
vegliare su tutti i posti, mentre altre prestavano la loro opera nei lavori di
fortificazione. Per l'opera prestata dalle donne messinesi il
Villani reca i versi di una canzone dell'epoca:
Deh com'egli è gran pietate
Delle donne di Messina,
Veggendole scapigliate
Portando pietre e calcina.
Iddio gli dia briga e travaglia
A chi Messina vuol guastare, ecc.
Il 25 luglio re Carlo sbarcava alla Badia di
Roccamadore distante 4
miglia a mezzogiorno dalla città, il 28 si avvicinava al
torrente di Porta dei Legni, sí che il letto asciutto del fiume divise gli
assedianti dagli assediati. Ma Carlo esitò a dare
l'assalto. Sentiva rimorso per il sangue versato in 16 anni di tirannia o perché
temeva il biasimo dell'Italia e del mondo ovvero, come scrivono i contemporanei,
lo vinse l'avarizia, volendo da solo ricattare la città anziché farla
saccheggiare dai suoi uomini? Tra i Guelfi si raccontava che all'annunzio delle
stragi di Palermo Carlo si fosse rivolto al cielo pregando: «Sire Iddio, dappoi
t'è piaciuto di farmi avversa la mia fortuna,
piacciati che il mio calare sia a piccoli passi».
Il
suo sgomento appare anche da una lettera inviata a Filippo l'Ardito e che si
conserva negli archivi di Francia, e se di lui si narrano atti di incomposta
rabbia, si dice anche che il suo animo fu percosso dalla catastrofe che gli
troncava il maggior sogno della sua vita, e gli rivelava la potenza della umana
vendetta oltre che quella divina.
Per
queste ed altre ragioni, fiducioso nelle forze sue preponderanti, differí di
dare assalto alla città fino al 6 agosto. Forze numerose investirono il
monastero di S. Salvatore, chiave del porto, ma i cento uomini che lo
presidiavano, capitanati da Alaimo, ributtarono i francesi. Due giorni dopo altri
tentativi furono rintuzzati e mentre gli uomini di Alaimo
sono intenti a riparare i danni provocati, il nemico si avvicina agli
sbarramenti del Colle Capperrina e li scavalca, ma si imbatte in una squadra di
donne che danno l'allarme: Dina, che prima di gridare lanciò dei sassi contro i
nemici e Chiarenza che corse a far suonare a stormo le campane sí che i soldati
con Alaimo accorsero e misero in fuga quei fanti fino al padiglione di Carlo.
Intanto sia gli uomini in armi che il popolo si abituavano
alla disciplina e l'espugnazione della città diventava sempre più difficile,
tanto piú che non poteva essere presa per fame in quanto le vettovaglie
potevano giungere in città dalla parte dove non era stata investita dall'esercito
nemico.
Il
cardinale Gherardo da Parma, dopo essere stato accolto con grandi onori, quale
legato pontificio e vicario del sovrano, ritornò indietro senza avere concluso
nulla e lasciando alle spalle intimidazioni e scomuniche.
Sparsasi
la notizia degli inutili approcci del cardinale; i soldati, non aspettando
alcun comando, assalivano da ogni parte ma erano sempre respinti: non migliore
fortuna ebbero fazioni piú ordinate. Si tenta di intercettare la via degli
aiuti ai messinesi, poi il 15 agosto tentano un grosso assalto contro la Capperrina e il 2
settembre uno contro le mura settentrionali, ma
invano.
Intanto
Pietro d'Aragona, acclamato re di Sicilia a Palermo, mandava ambasciatori a
Carlo intimandogli di sgombrare dalla sua terra. Ma Carlo d'Angiò il 14
settembre, mentre gli ambasciatori aspettavano una sua risposta, fece assaltare
di nuovo la città da tutto il suo esercito e Messina si vide
all'alba circondata e sotto un vento di tramontana l'armata correva contro la
bocca del porto preceduta da un gran galeone, pieno d'uomini e di
macchine che avrebbero dovuto rompere le catene predisposte dai messinesi.
Ma
il galeone si impiglia contro le grosse reti di acciaio, mentre da un fortino i
messinesi lanciano sassi, dardi, fuochi. In un parapiglia indescrivibile il
galeone con le vele squarciate, i fianchi aperti e gli uomini in gran parte
feriti, non avendo piú il vento favorevole, si ritirò seguito dal rimanente
dell'armata. Allora i difensori corsero alle mura che il nemico difendeva coi gatti e lo ricacciava rispondendo con frecce e con
sassi, gettando pece e fuoco greco su chiunque tentasse di salire sulle mura.
Le donne intanto si aggiravano tra i difensori, incoraggiandoli e distribuendo
loro acqua e vino.
Alaimo,
infaticabile, era dappertutto ove era necessaria la sua parola e il suo
esempio. Verso sera i nemici si allontanarono lasciando molti morti sul
terreno, piú francesi che italiani, contro le cui bandiere i
cittadini tiravano di rado, dice il Neocastro; e chi sa se quelle assalivano
con la stessa rabbia degli stranieri?
I
nemici furono inseguiti e uccisi fin sotto gli occhi di Carlo ed egli stesso
per poco non lasciò la vita sotto Messina.
L'assalto
generale non fu piú tentato, ma furono rafforzate le uscite della città e
devastati ancora di piú i campi intorno a Messina. Frattanto erano entrati in
città per i sentieri della montagna Niccolò Palizzi e Andrea da Procida con
cinquecento balestrieri delle isole Baleari e con la notizia che Pietro s'era
venuto a porre con l'esercito in Randazzo e mandava alla volta di Messina le
galee sottili dei Catalani e dei Siciliani.
Risaputo
ciò nel campo angioino, si parlò di togliere l'assedio. Si avvicinava
l'ottobre, le navi non erano piú sicure di tenere lo stretto contro le tempeste
autunnali, segni di ribellione si manifestavano in Calabria; le milizie
feudali, compiuto il servizio, ritornavano alle loro case, lasciando
nell'esercito i mercenari, i quali non bastavano a circondare Messina finché
fosse ridotta per fame a capitolare.
Re
Carlo, nel tentativo di chiudere la via per la quale erano entrati il Palizzi e
il Procida, fece occupare il palazzo dell'arcivescovo fuori le mura della
città: ma la notte del 24 settembre un tale Leucio messinese, con uomini
risoluti, assalí improvvisamente il palazzo e trucidò quanti vi erano dentro.
Il
26 il nemico cominciò a ripassare lo stretto, abbandonando molta roba e
perdendo molti uomini. Pietro d'Aragona, intanto, costringeva alla resa il
presidio francese di Milazzo; ed è da supporre che lasciato il grosso
dell'esercito siciliano a Randazzo e valicata con poca gente l'alta giogaia
dell'Appennino siculo, sia andato a ritrovare l'armata sulla costa
settentrionale. Continuata la strada per la marina arrivò a Messina il 2
ottobre.
Non
può finir qui il nostro racconto. A scoprire la parte che ebbe il re Pietro
nella rivoluzione siciliana conviene tornare un po'
indietro ed esaminare per prima cosa gli avvenimenti dal 31 marzo alla entrata
in Messina. Poiché le passioni di parte guelfa confusero
(in buona o mala fede) ed alterarono per l'appunto i fatti di quei sei mesi, la
sommossa palermitana ci è pervenuta con due tradizioni ben diverse, delle quali
una la presenta come improvvisa esplosione di vendetta, l'altra come effetto di
lunga e sottilissima trama.
Per
fortuna siamo in possesso di testimonianze di scrittori contemporanei e
documenti da poter quasi compilare il diario di Pier d'Aragona in quel breve
periodo.
Nel
gran personaggio storico di Pier d'Aragona l'uomo vale mille volte piú del re. Il
re portava l'antica corona d'Aragona e della contea di Barcellona, ai quali
Stati si aggiunsero, per nuove conquiste sui Mori, i reami di Valenza e di
Majorca; ma egli governava senza regnare, sugli orgogliosi prelati, sui baroni
indocili e guerrieri, e su alcune potenti città, i rappresentanti delle quali,
sedendo con gli ottimati ecclesiastici e militari nelle Cortes,
prestavano per bocca dell'inviolabile giustizia il giuramento di fedeltà
in questi termini: «Essi che valevano ciascuno quanto il re, tutti
insieme piú di lui, gli ubbidirebbero se mantenesse loro franchigie; e
se no, no».
Ma
valorosi fatti di guerra, indomabile costanza, mente e cuore d'uomo di Stato
avevano fruttato a Pietro la reputazione che seduce e vince gli animi e, se non
amore, ispira fiducia nell'esito d'una impresa. Con gli aiuti di Castiglia e i
denari di Costantinopoli egli allestiva pian piano l'armata in Catalogna,
quand'ebbe principio la rivoluzione siciliana.
Contro
chi egli si armava? Contro Carlo d'Angiò, ne siamo certi anche noi. Pur lo
scopo immediato dell'impresa era il reame di Tunisi, come affermano i cronisti
contemporanei spagnuoli e italiani, e come lo provano
i fatti.
Noi
sappiamo da due scrittori catalani e dagli annalisti arabi d'Africa, con poco
divario nei particolari, che Pietro, da circa un anno, macchinava di occupare
lo Stato di Tunisi, per tradimento dei mercenari spagnuoli al servizio di quel
re e per opera di un tale Ibn Wazir, governatore di Costantina, il quale ultimo
si era accordato con Pietro per impossessarsi di alcune province e lasciare a
lui le altre; apprendiamo inoltre che Ibn Wazir, caduto in sospetto ai
governanti di Tunisi e quindi apertamente ribelle nei primi di aprile, aveva
sollecitati ansiosamente gli aiuti d'Aragona.
Che
nel medesimo tempo siano arrivati a Pietro appelli dalla Sicilia, ci sembra
molto verosimile, per quanto nessuno lo dica; neppure gli storici della
congiura del Procida, perché costoro falsamente suppongono che Pietro già
aspettasse in Africa con l'armata.
Uno
di essi, piú coraggioso degli altri, afferma che non aspettò l'annunzio ma partí
per l'appunto lo stesso giorno 31 marzo. Il re d'Aragona affrettava i
preparativi a seguito delle notizie pervenutegli sia dall'Africa che dalla Sicilia. L'opera di un mese, dice Ramondo
Muntaner, la svolse in otto giorni; tanto che il 20 maggio Pietro passò in
rassegna i cavalieri, i fanti e l'armata a Portfangos, presso Tortosa.
Quello
stesso giorno gli si presentavano, come si apprende da un documento conservato
negli archivi d'Aragona, due ambasciatori di Filippo l'Ardito per augurargli la
vittoria se egli fosse andato contro i saraceni, e a dirgli che se avesse
rivolto le armi contro Carlo o il principe di Salerno, il re di Francia
l'avrebbe ritenuto una offesa alla propria persona.
Il
detto documento è quello che nella diplomazia moderna si chiamerebbe nota
verbale lasciata dall'ambasciatore: difatti esso comincia: Ce soit
remembrance de ce que le missage, ecc. Agli ambasciatori Pietro rispose
come si legge nei documenti del reame di Francia: «Il mio proposito è tuttavia
quel che è stato, e farò sempre quel che ho fatto con
intendimento di servire Iddio». Dunque né egli disse di andar contro i saraceni
per burlare il re di Francia e cavargli denari, come scrivono alcuni cronisti
guelfi, né diede le risposte furbesche inventate da altri; che si sarebbe
strappata piuttosto la lingua anziché svelare il segreto, ovvero
si sarebbe tagliata con una mano l'altra che lo avesse rivelato.
A
Portfangos erano pure pervenuti a Pietro l'arcivescovo di Sardegna, Iporcino da
Lodi (?) e Benedetto Zaccaria da Genova, ambasciatori del Paleologo, i quali
dovevano passare quindi in Castiglia non si sa con qual missione, ma sappiamo
che a Pietro premeva poco la risposta poiché non scrisse se non a Palermo e con
una lettera molto fredda, il 22 settembre.
Si
affrettò a dare buon assetto alle cose dello Stato e alla propria casa; a far
testamento, chiamando erede al trono il suo primogenito Alfonso; ad ultimare il
matrimonio di questi con una figliuola del re d'Inghilterra, come si apprende
da un diploma del 1° giugno. Pietro salpò da Portfangos il 3 giugno senza che
alcuno sapesse dove si recasse.
In
alto mare fece drizzare la prua verso Majorca, aspettò pochi giorni nel porto
di Maone, poi sciolse le vele alla volta dell'Africa e il 28 giugno arrivò, con
una ventina di galee, una diecina di altri navigli, poche centinaia di cavalli
e dieci migliaia di fanti, ad Alcoll in provincia di Costantina. Ma durante il viaggio Ibn Wazir è ucciso dai suoi seguaci
stessi.
Alcoll,
dove Wazir doveva aspettare Pietro d'Aragona, era abbandonata; l'esercito di
Tunisi, ritornato a Bugia 1'8 luglio, cominciava a mandare torme di cavalli
contro gli aragonesi, i quali parecchie volte li ributtarono con grande strage,
ma non potevano avanzare nel paese; appena era consentito di correre i dintorni
per fornirsi di vettovaglie.
Questa
impresa era dunque fallita; né il re d'Aragona se ne rammaricava molto. Saba
Malaspina, che viveva allora alla corte di Roma, scrive che Pietro, consigliato
da Ruggiero di Lauria e da altri fuorusciti italiani, radunò i capi a consiglio
e a essi propose di inviare ambasciatori al papa per
chiedere i favori soliti nelle guerre di crociata: cioè il bando della croce,
le decime ecclesiastiche già raccolte, la protezione della Chiesa sui
possedimenti del re e dei suoi baroni in Spagna e un legato ecclesiastico al
nemico.
Lodarono
tutti l'iniziativa e il re la mandò ad effetto facendo imbarcare subito su due
galee Guglielmo da Castelnou e Pietro De Gueralt. I quali
seppero sbagliare la via. Il papa era a Montefiascone ed essi invece
approdarono a Palermo.
Se
nessun cronista ci raccontasse che Pietro aveva ricevuto in Africa messaggi dei
siciliani, crederemmo sempre il fatto e però diamo molto valore a quanto
attesta Neocastro, allora consigliere del magistrato sovrano dì Messina e cioè
che i palermitani, dubitando molto della loro sorte quando Messina non si era
ancora ribellata, furono persuasi da un certo Ugone Talach a chiamare Pietro
d'Aragona e che gli mandarono il 27 aprile un tale Niccolò Coppola, il quale
pervenuto dopo otto giorni alle Baleari fu poi spinto dal vento favorevole
sulle spiagge d'Africa, dove ritrovò Pietro che era partito dalla Spagna il 17
maggio. Aggiunge il cronista che Pietro non volle prometter nulla senza il
consenso dei Messinesi e che mandò ambasciatori per sondare l'animo loro.
Ho
esitato anche io ad accettare questa versione sia per la erronea data della
partenza di Pietro da Portfangos e sia perché il dubbio del re mi parve
finzione patriottica dello scrittore. Riflettendo meglio, giudico la risposta
del re molto verosimile perché savia e penso che l'ultima data erronea, potendo
provenir da copie od anche informazioni poco esatte, non è tale da mettere in
forse un fatto molto probabile.
Lo
stesso cronista poi, senza notare particolarmente la data, riferisce che i
messinesi inviavano a Palermo tre loro nobili uomini, Giovanni Guercio,
militare, il giudice Francesco Longobardo, professore di diritto civile, ed il
giudice Rinaldo de Limogiis, con mandato di offrire il regno di Sicilia a Pier
d'Aragona e che costoro trovatisi nella stessa città quando provvidenzialmente
vi approdarono due galee catalane con gli ambasciatori che Pietro spediva
apposta a Messina, fecero sapere al re il voto di quei cittadini.
D'altro
canto si ricordi quel che abbiamo detto della testimonianza autorevole di Saba
Malaspina, che, aspettandosi in Sicilia da un giorno all'altro gli assalti di
re Carlo, e non fidando nessuno nella implorata protezione di papa Martino, si
parlò di chiamare al trono di Sicilia un potentato straniero, sia il re di
Castiglia, sia quello di Aragona o alcuno dei suoi figliuoli.
Niccolò
Speciale, a sua volta, ci narra che durante l'assedio di Messina i nobili e
savii siciliani, adunati in consiglio, erano incerti sul partito da prendere,
quando un vecchio, ispirato dal Cielo, propose la nomina del re d'Aragona, e
tutti assentirono; il quale fatto non esiterà nessuno ad accettare, solo che
all'ispirazione di lassú si sostituisca quella di Pietro d'Aragona.
Una
cronaca anonima, infine, pubblicata dal Gregorio, reca che il De Gueralt,
venendo da Alcoll, trovò il popolo di Palermo radunato nella Chiesa di S. Maria
dell'Ammiraglio e costernato per l'assedio di Messina, che addirittura egli
propose di chiamare Pietro e che tutti accettarono. Immantinente furono mandati
inviati ad Alcoll, Niccolò Coppola, milite di Palermo e Pain Porcella,
catalano, e che Pietro, accoltili bene, promise che avrebbe dato loro una
risposta.
Emerge,
ad ogni modo, che tra il luglio e l'agosto 1282 Pietro aveva ultimate le
trattative coi capi della rivoluzione siciliana e che era arrivato a farsi
chiamare al trono. Rimaneva a persuadere gli aragonesi e i catalani che lo seguissero nell'impresa, e, pertanto, era necessario
aspettare la indubitabile ricusa del papa. Ma compiuta da un solo aragonese o
da lui insieme con De Gueralt stesso, l'ambasceria
presso Martino IV, ritornarono entrambi ad Alcoll a dire che il papa lodava
l'impresa ma non l'aiutava.
Pietro,
approfittando del malcontento che la risposta del papa aveva provocato tra i
suoi uomini e del rammarico della fallita impresa di Tunisi, decise di andare
in Sicilia dopo avere avvertito i suoi che essi erano padroni di seguirlo o no.
I piú lo seguirono ed egli con 22 galee, una nave, poche centinaia di cavalieri
e poche migliaia di fanti leggieri, salpò alla volta della Sicilia. Arrivato a
Trapani, dopo cinque giorni di viaggio, il 30 agosto, accolto splendidamente da
Palmiero Abate e dal popolo, cavalcò il 4 settembre alla volta di Palermo.
Il
7 si radunava il parlamento dei baroni, cavalieri e sindichi della città,
dinanzi al quale Pietro prometteva le franchigie dei tempi di Guglielmo il
Buono e gli adunati gli giuravano fedeltà.
Assodato
cosí, con quanta certezza può dare la storia, il fatto che Pietro d'Aragona non
era né vicino alla Sicilia, né pronto il 31 marzo, esaminiamo le due versioni
sulla causa immediata della sommossa palermitana. Noi troviamo identica la
causa nelle fonti antiche e piú autorevoli.
La
prima delle quali è la Cronica
di Saba Malaspina, romano, decano di Malta, segretario del papa Martino IV,
ardente guelfo che vorrebbe mantenere la potenza di Carlo d'Angiò, ma gli ribolle
il sangue italiano contro la prepotenza dei francesi. Egli scrisse, caldo caldo, negli anni 1284 e 1285, mentre la corte di Roma
aveva il comando generale del campo nemico, il centro di azione degli angioini
contro la Sicilia
e la casa d'Aragona, e però il punto al quale convergevano tutte le notizie,
tutti i documenti che, forse, passavano per le mani dello scrittore stesso.
Dopo
il segretario del papa metterò lo storiografo della Repubblica di Genova
Giacomo d'Auria che scrisse gli Annali Genovesi dal 1280 al 1293 e stava in un
posto nel quale si lavorò molto contro Carlo d'Angiò, in un posto dove
convergevano le notizie degli avvenimenti che si verificavano nel Mediterraneo,
nella patria di quel Benedetto Zaccaria che fu intermediario principale,
secondo Marino Sanudo, tra Michele Paleologo e Pier d'Aragona.
Ancora
i due scrittori catalani Bernardo d'Esclot e Ramondo Muntaner, il frate
francescano Salimbene nato nel 1221, guelfo quanto il Malaspina e sdegnato però
pure contro i francesi.
Dei
siciliani abbiamo la cronaca di Bartolomeo da Neocastro, messinese,
giureconsulto, uno dei consiglieri della città, eletto nel 1282 e ambasciatore
di Giacomo, re di Sicilia, a papa Onorio nel 1286.
Dopo
il Neocastro, Niccolò Speciale, uomo di lettere e di Stato, ambasciatore del re
Federigo di Sicilia a Benedetto XII, nel 1334
I
suddetti scrittori raccontano la sommossa di Palermo presso a poco come l'ho
raccontata io, attribuendola, cioé, alla reazione dei siciliani contro le
intollerabili imposte, angherie e ingiurie di ogni genere, culminanti con la
piú sanguinosa delle ingiurie fatta a una donna.
V'è
poi la versione che della sommossa ne dà Marino Sanudo, statista veneziano,
adolescente durante il Vespro. Alla corte di Roma ebbe grande
reputazione, conobbe alcuni suoi parenti che avevano militato con Carlo d'Angiò
all'assedio di Messina ed ebbe occasione di conoscere e parlare coll'ammiraglio
Ruggero di Lauria già ribellatosi a Federigo, re di Sicilia, ed ora contro la
causa stessa che aveva propugnata per 14 anni.
Marino
Sanudo conferma che una lega esisteva tra Pietro d'Aragona e Michele Paleologo,
ciò essendogli stato narrato dall'ammiraglio Lauria, e dalla storia di fra
Tolomeo da Lucca, vescovo di Torcello.
Nelle
sue Chroniques gréco-romaines, dopo aver detto che la Sicilia si era ribellata
in seguito al trattato intercorso tra Michele Paleologo e Pietro
d'Aragona, ritorna a pagina 147 sull'argomento sostenendo che la Sicilia si ribellò in
seguito al fatto che furono scolpite delle bolle che, secondo quanto si divulgò
allora, dovevano servire a bollare i cittadini che avessero evaso il fisco.
E
poiché durante una festa all'aperto gli armigeri di Carlo andavano cercando le
armi non soltanto addosso agli uomini ma anche indiscretamente addosso
alle donne, il popolo di Palermo, acceso di sdegno, si sollevò gridando: «Sian
morti li tartaglioni», ché cosí chiamavano per
disprezzo i francesi; i quali furono uccisi e pochi scamparono, mentre Corleone
«che sono ivi nativi di Lombardia» alla notizia della sommossa di Palermo, si
sollevò e cosi tutta l'isola.
Il
trattato di cui parla il Sanudo è quello stesso di cui parla fra Tolomeo da
Lucca, vescovo di Torcello nella sua Istoria Ecclesiastica, ultimata tra
il 1312 e il 1317, dove narra che Michele Paleologo, sentendosi già addosso
Carlo d'Angiò, stipulò trattative (tractatum) con Pietro d'Aragona, per mezzo
di Benedetto Zaccaria da Genova e di Giovanni da Procida; fra Tolomeo afferma
di aver visto quel trattato, il che è molto strano perché un patto stipulato
tra due re non è facile che venga nelle mani di un cronista dell'epoca, ma
ammessa l'ipotesi che cosí fosse stato, non si comprende per quale illazione
fra Tolomeo abbia collegato la congiura di Sicilia cogli accordi tra Aragona e
Costantinopoli.
Il
compilatore aggiunge che Pietro allestí un'armata con denari del Paleologo e
riprende: «Dicono le istorie che papa Martino abbia
domandato a Pietro» contro chi si preparasse a combattere e che ne abbia
avuta una risposta oscura. Quindi narra il tumulto di
Palermo «incominciato per le molte ingiurie dei francesi, col favor di re
Pietro. Nello stesso tempo», egli continua, Pietro va a Bona, di lí ad
Alcoll e indi in Sicilia.
Dunque
altra cosa era il trattato, altra le istorie. Cosí come è un errore «nello stesso tempo» che si accoppia col «favore».
Si può favorire una ribellione prima o dopo che sia scoppiata, ma non a quattro
mesi di distanza, quanti ne passarono dal 31 marzo allo sbarco di Pietro
d'Aragona ad Alcoll.
È
evidente, da queste ultime versioni, che al principio del XIV secolo prevaleva
alla corte di Roma e tra i guelfi la voce secondo la quale il Vespro Siciliano
era da considerare come effetto di una congiura e non come movimento popolare.
Il vescovo di Tortello però prestava poca fede a questa versione tanto che
nella sua Istoria ne dà un cenno ambiguo.
Il
trattato ricompare nella cronaca di frate Francesco Pipino,
contemporaneo di Tolomeo da Lucca, che pare si sia occupato della vicenda tra
il 1317 e il 1320 che, tra l'altro, dice che i siciliani stanchi delle violenze
e dei soprusi dei francesi, ispirati da Dio (domino animante) uccisero
tutti i francesi ch'erano nell'isola e chiamarono al trono Pietro di Aragona
che si trovava sulle coste dell'Africa.
Attribuisce
il merito dell'impresa a Giovanni da Procida, espressamente incaricato dai maggiorenti
siciliani che si accorgevano del malcontento del popolo contro le ingiustizie e
le violenze dei francesi. Il Procida si reca prima da
papa Niccolò III che non vedeva di buon occhio Carlo d'Angiò perché aveva
ricusato di dare un suo nipote ad una nipote del papa, e lo convinse a favorire
la congiura. Con un documento in tal senso Giovanni da Procida si presenta a re
Pietro d'Aragona che accetta di intervenire in Sicilia, dopo di che il Procida va a Costantinopoli per interessare alla congiura
il Paleologo che, come già detto, aveva timore di una aggressione da parte di
Carlo.
Con
denari del Paleologo e dello stesso papa, il Procida ritorna ad Aragona e
Pietro comincia ad armare facendo circolare la voce di andare in Africa, dove
infatti si dirige e sbarca di lí a poco. Intanto Giovanni da Procida ritorna in
Sicilia assicurando i suoi conterranei che il re d'Aragona aveva
promesso il suo appoggio; e stabilito il giorno e l'ora della sommossa,
il da Procida riparte per l'Africa.
Quel
giorno per l'appunto i cospiratori, prese le armi nelle città e terre della
Sicilia, con loro seguaci e fautori compiono la strage.
Quel
giorno stesso Pietro parte per Messina con l'armata, si impadronisce del Regno
ed è incoronato re, nei giorni di Pasqua del 1282.
Altre
versioni piú o meno simili alla suddetta si susseguono nel XIV secolo. Il guelfo Giovanni Villani, cronista fiorentino, ha
cominciato a scrivere sulla sommossa palermitana intorno al 1330, mentre degli
anonimi non si conosce la data.
Di
un anonimo siciliano abbiamo un codice che sembra dello scorcio del XIV secolo,
dal quale pare abbiamo tratto la narrazione altri due anonimi che essendo di
parte guelfa chiamano scellerata la congiura, né risparmiano i ribelli, mentre
nell'anonimo siciliano non si avverte alcun biasimo né per il Procida né per i
siciliani.
Secondo
Francesco Pipino, Giovanni da Procida si trovava in Sicilia verso il 1279 e cosí
per l'anonimo siciliano e i suoi seguaci, mentre il Villani lo dice esule
volontario, senza precisare in quale luogo, perché i francesi gli avrebbero
presa la moglie e una figlia e gli avrebbero ucciso un figlio. L'anonimo
siciliano accenna alla figliuola oltraggiata e allo
sdegno di Giovanni per la mancata punizione da parte di Carlo d'Angiò. Gli
altri anonimi non fanno menzione di alcuna attenuante
a favore del cospiratore.
Secondo
il Villani, il Procida va a Costantinopoli direttamente per esporre la
situazione dei siciliani contro Carlo d'Angiò, mentre avrebbe corrotto papa
Niccolò III con gioielli datigli dal Paleologo. Infine tutti sono d'accordo
nello stabilire che il Procida sia arrivato in
Catalogna con 30.000
once d'oro e con lettere dei baroni siciliani per re
Pietro d'Aragona.
Frattanto
Niccolò III muore secondo alcuni e la congiura ha una sosta, ma Giovanni da Procida,
col solito ascendente, convince tutti a mettere in effetto quanto avevano già
stabilito.
Gli
scrittori di cui sopra, nel narrare la sommossa incorrono in un anacronismo di
un mese o due, importante per il fatto che in questo periodo cade proprio il
famoso 31 marzo 1282.
Infatti
prima del Vespro il movimento relativo agli armamenti di Pietro d'Aragona
avrebbe destato i sospetti delle corti di Roma e di Francia, mentre dopo il Vespro
era evidente che i preparativi di un mese, compiuti in otto giorni, erano fatti
in considerazione della ribellione che ferveva in Sicilia.
Secondo
il Villani, re Pietro d'Aragona con l'ambigua risposta data agli ambasciatori
di re Filippo l'Ardito avrebbe beccato al re di Francia L. 40.000 tornesi,
mentre frate Pipino glieli fa ottenere da Papa Martino IV.
Frate
Pipino fa aspettar Pietro in Africa, mentre i cospiratori sono in Sicilia, i
tre anonimi dicono che Giovanni da Procida nel gennaio del 1282, ritornato in
Sicilia si era consultato a Trapani coi baroni siciliani, il Villani scrive che
nel lunedí di Pasqua del 1282, come era già stato preordinato da messer
Giovanni da Procida, tutti i baroni e caporali che tenevano mano al tradimento,
si trovarono a far la Pasqua
a Palermo e, come d'uso, il 31 marzo i palermitani uscirono fuori della città
chi a piedi e chi a cavallo alla festa di Monreale. I francesi vi intervennero pure ed avvenne che uno di loro per suo
orgoglio prese una donna di Palermo per farle villania. All'ingiuria i
siciliani si ribellarono etc.
Tutti
i cronisti sono d'accordo nello stabilire che la scintilla nacque dall'avere
usato violenza i francesi a una donna e uno solo sostiene che messer Giovanni
da. Procida era presente alla sommossa che seguí alla ricerca di armi che i siciliani avrebbero fatto nascondere alle
donne.
Occorre
intanto esaminare i personaggi della congiura:
Gualtiero
da Caltagirone, uno il quale dopo avere congiurato contro gli angioini si
ribellò a Pietro d'Aragona nel 1283 e morí sul patibolo.
Accanto
gli sta il grande Alaimo da Lentini, il quale era stato Intendente di Finanza
di Carlo d'Angiò. Alaimo non fu tra i primi a prendere
le armi contro i francesi e Neocastro narra che la moglie difese alcuni
francesi contro il furore popolare e la stessa spinse il marito nel 1284 a congiurare contro il
re d'Aragona, per cui fu imbarcato sopra una galea catalana e buttato in mare
con un peso al collo.
Resta
Palmiero Abate da Trapani, il quale fa la sua comparsa al momento dello sbarco
di Pietro d'Aragona a Trapani e poi combatte per vent'anni per la indipendenza
della sua patria e in seguito alla sconfitta di Ponza (1300) viene chiuso in
carcere dove muore col nome della Sicilia sulle labbra.
La
reputazione di Palmiero era viva al principio del XIV secolo e non è difficile
che egli sia stato coinvolto nella congiura insieme ai due disgraziati nobili
siciliani che essendo stati possenti baroni, i partigiani degli angioini han
voluto far passare in seguito come vittime della ingratitudine aragonese.
Di
Giovanni da Procida, tra la narrazione e la leggenda, compendierò qui la sua
biografia. Quest'uomo, molto dotto secondo i tempi, sagace e abile, nacque a
Salerno, ebbe grandi possedimenti a Salerno, Napoli, Procida e Celano, ebbe un posto di prim'ordine alla corte di Federico
e di Manfredi, fu medico di fama, tradusse dal greco e compilò in latino, certe
massime di filosofia morale degli antichi sapienti.
Dopo
la sconfitta di Manfredi egli si trovò ad Ancona; curò Clemente IV di un male
alla gamba e il papa lo raccomandò a Carlo d'Angiò; tra il marzo ed il luglio
1266 egli tornò in Sicilia suddito dell'angioino, ma nel 1268 lo vediamo
parteggiare per Corradino e dopo la battaglia di Tagliacozzo ripara a Roma; nel
1270 egli è alla corte di Aragona, negli anni 1277 e 1278, dopo la incoronazione
di Pietro a quel trono, è fatto consigliere del re e feudatario di tre
castelli.
Giovanni
da Procida ebbe un grande ascendente su Pietro d'Aragona e insieme a lui un
altro fuoruscito, Ruggiero di Lauria, lavoravano con la regina Costanza a
spingere Pietro alla conquista del regno di Sicilia. Frattanto alla corte di
Pietro, nel gennaio 1282, si trovava una missione del Marchese di Monferrato,
capitanata dal nobile Francesco Troisi ed altri ghibellini, che sollecitavano
la spedizione in Sicilia.
Nel
1283 il re Pietro nomina Giovanni da Procida cancelliere del reame di Sicilia e
nell'aprile quest'ultimo s'imbarca con la regina Costanza alla volta
dell'Isola. La regina rimane in Sicilia come reggente, in assenza di Pietro che
frattanto si era recato a Bordeaux, mentre il Procida
è il principale consigliere della corte. Egli amministra saggiamente la cosa
pubblica.
Nel
1290 lo vediamo andare ambasciatore di re Giacomo a Papa Niccolò V, mentre i
reali di Aragona progettano di accordarsi con gli angioini. Infine quando
Giacomo, salito al trono aragonese, si apprestava a combattere il fratello
Federico re di Sicilia per rendere l'isola al papa ed a Carlo II d'Angiò, il Procida insieme con Ruggiero di Lauria prestò omaggio di
fedeltà agli angioini, si fece ribenedire dal papa e morí a 90 anni a Roma nel
1299.
Tutte
le leggende, sorte sulla vita politica di Giovanni da Procida vengono distrutte
dalle genuine fonti della storia. Ci sembra alquanto dubbia la concessione
segreta del regno a Pietro d'Aragona ottenuta da Niccolò III, come ci sembrano
molto dubbi i misteriosi viaggi dello stesso Giovanni da Costantinopoli per la Sicilia e per l'Africa e
viceversa, se si pensa che il nostro doveva essere più vicino agli ottantanni
che ai settanta.
La
data della morte del Procida coincide col tempo in cui spunta la sua leggenda.
Prima del XIV secolo i documenti esistenti presso le
corti di Roma, di Francia non parlavano che di macchinazioni di Pietro e
soprattutto di aver presa la corona dalle mani dei ribelli, senza peraltro far
cenno della congiura in Sicilia. Il primo cenno si vede in una lettera di re
Roberto di Napoli a re Federigo di Sicilia il 2
settembre 1314, alla quale Federigo replicò subito il 3 dichiarando espressamente
falsa l'accusa.
La
guerra degli angioini era finita nel 1302, mentre gli effetti della rivoluzione
perduravano in Italia. I guelfi pensavano, con rammarico, al sostegno che
avevano perduto e tornavano ad invocare il forte braccio dei francesi che, tra l'altro,
non erano piú quei tracotanti seguaci di Carlo. Col secolo XIV la rivoluzione
siciliana era presso i guelfi sinonimo di èra
nefasta e cercarono di giustificare la sommossa come l'opera dell'odio,
dell'ingegno e dell'astuzia d'un povero esule e cioè di Giovanni da Procida.
D'altra
parte il colpevole era morto da poco e intorno alla sua memoria le leggende si
susseguirono sia per i suoi adulatori sia per i suoi detrattori.
E
chissà che anche lui dopo avere chiesto perdono al papa, come si dice, e dopo
di essere passato al servizio degli angioini in vecchiaia non si sia vantato di
tali prodezze da aver fatto pensare che la Rivoluzione Siciliana
sia stata opera soltanto sua.
È
naturale che i compilatori delle notizie, che in un primo tempo sono state
tramandate dalla voce dei contemporanei, abbiano aggiunto o modificato a loro
piacimento e a seconda se di parte guelfa o ghibellina; e cosí si è scritto di
un Tractatus addirittura intercorso tra Pietro d'Aragona e Michele
Paleologo, al fine di togliere al Vespro il valore di una sommossa
irresistibile e improvvisa del furor popolare.
I
lettori si saranno accorti che non ho citato fonti storiche moderne quali il
Petrarca e il Boccaccio nonché quelle francesi, una delle quali arriva a dire
che i cospiratori segnarono di notte tutte le case dei francesi e l'indomani vi
irruppero trucidando quanti si trovavano dentro; né l'altra che io sentivo da
bambino raccontare e che cioè Giovanni da Procida fintosi pazzo andava girando
per la Sicilia
dicendo parole inconcludenti ai francesi mentre ai siciliani assegnava il
giorno e l'ora in cui dovessero uccidere i francesi.
Ho
voluto dare ai lettori una esposizione di ciò che credo sia il carattere
generale della leggenda.
Spesso
chi scrive la storia è costretto a indovinare il passato; spesso egli deve
cavare la verità dalla bocca di colpevoli astuti, di testimoni renitenti o
bugiardi; deve rinunziare a una falsa notizia o legger nero dove ad arte si è
messo bianco.
La
coscienza, o meglio la serietà di chi si propone di mettere in luce un fatto
importante della storia deve trattenere a tempo dal dedurre soluzioni che, o
per vanità campanilistica o per falso amor di patria o per curialesco sforzo di
sostenere quel che si è detto una volta, fanno, in seguito, apparire bianco il
nero e viceversa a forza di sofismi.
Non
mi sembra mai troppo insistere sul fatto, certo come sono delle trattative
intercorse tra Pietro d'Aragona e tutti coloro che ho già nominati, di quanti
passi fossero stati fatti dai partigiani di Pietro in Sicilia fino al 31 marzo
del 1282, poiché mi è ben chiara la verità storica che la congiura, se aveva
messo radici in Sicilia, non fu causa della sommossa immediata dei palermitani.
Si
potrebbe in verità domandare: dove erano i «baroni e i caporali venuti a
pasquare in Palermo», dove era Alaimo da Lentini, Gualtiero da Caltagirone,
Palmiero Abate, la notte del 31 marzo, quando il tumulto trionfante bandiva la
repubblica sotto la protezione della Chiesa? Nei documenti del 3 aprile noi
leggiamo i nomi dei capitani del popolo eletti mentre
ferveva la lotta, e leggiamo i nomi dei primi coraggiosi che mossero il popolo
di Corleone a sollevarsi. Di essi non si fa menzione
nelle compilazioni che ci descrissero minutamente la sommossa.
Perché
poi i vincitori non pensano subito di affidare al re d'Aragona la Sicilia dato che è stato
loro complice e capo e l'erede diretto di Manfredi? E
perché il capo della congiura avrebbe dato il segnale della rivoluzione se non
era pronto, come sappiamo certamente che non lo era né lo fu prima del 3
giugno? E perché il re d'Aragona, invece di accorrere
in Sicilia andò prima in Africa? Per prendersi gioco di papa Martino IV era
troppo tardi.
Si
dirà che lo fece per costringere i suoi soldati a seguirlo subito dopo in
Sicilia, visto che la prima campagna era fallita. Ma in tale alternativa
la posta in gioco sarebbe stata troppo pericolosa perché mentre egli
temporeggiava, Carlo d'Angiò avrebbe potuto conquistare Messina.
Il
vero perché si può trovare, senza fare il profeta del passato, quando si
consideri che in principio il movimento di Sicilia fu meramente popolare e
repubblicano, e che i baroni, come Alaimo da Lentini, non furono chiamati se
non quando l'esercito di Carlo, raccolto sulle coste settentrionali dello stretto,
fece sentire piú vivo alle popolazioni il bisogno dell'esperienza militare dei
nobili (il popolo a quei tempi non era addestrato alle armi).
Ho
già accennato, sulla scorta della testimonianza di Bartolomeo da Neocastro, al
fatto che Messina dissentí dal proposito di dare la Sicilia a Pietro
d'Aragona, come avevano pensato di fare i palermitani nella seconda metà di
aprile. Possiamo prestar fede, anche se ci manca il testo di quell'opera, ai
provvedimenti presi a Messina prima dell'assedio secondo quanto chiaramente
accenna il Saba Malaspina.
È
da supporre che il disegno di Pietro d'Aragona, di cui erano a conoscenza i
fuorusciti siciliani, fosse quello di approdare ed occupare qualche porto
tunisino, secondo gli accordi con quel tale Ibn Wazir e poi di dirigersi in
Sicilia sbarcando improvvisamente nell'isola come avevano fatto i ghibellini
nel 1267; con aiuti spagnuoli e africani.
Senonché
lo scellerato bargello francese aveva provocato a sangue il focoso popolo
palermitano che era insorto in quel famoso martedí di Pasqua tagliando il nodo
impetuosamente, quello stesso nodo che i politici si studiavano invano di
sciogliere. E non fece cosí il Balilla a Genova cinque
secoli dopo? Ammettiamo anche che il popolo fu istigato,
dopo il primo moto dovuto all'impeto generoso di un giovane che difendeva una
donna, da quei pochi che erano a conoscenza di una congiura e che speravano
negli aiuti di Pietro d'Aragona.
Scoppiata
la rivoluzione, costoro sollecitarono Pietro a venire, mentre i partigiani si
accrebbero in tutta l'isola nel timore di rappresaglie nemiche e mal visti dai
nobili che forse non vedevano di buon occhio gli uomini nuovi che reggevano la
cosa pubblica. La cosiddetta congiura si è sviluppata nell'estate del 1282 e
non dal gennaio al marzo. Pietro d'Aragona non aveva mutato nulla del suo
disegno nel giugno del 1282, soltanto lo eseguiva assai piú presto e piú
agevolmente non dovendo spingere i siciliani alla rivolta, ma persuaderli a
sostituire lui alla repubblica che frattanto avevano proclamata.
Ed
ora, dopo 40 anni che si è disputato sull'argomento e che si sono pubblicati
tanti nuovi documenti degli archivi di Napoli, Parigi e Barcellona, mi sia
lecito concludere con le stesse parole con le quali termina il capitolo VI
della prima edizione del mio libro e che è del tenore che segue:
«A
Procida, alla congiura, davano alcune cronache l'onore di questa nobile
riscossa; e le hanno seguite i piú, talché istorie, tragedie e romanzi d'altro
non suonano ormai. Io sí il credea, finché addentrandomi nelle ricerche di
queste storie, mi accorsi dell'errore. Degli autori primi di esso,
pochi sono contemporanei, gli altri, qual piú qual meno, posteriori, tutti
sospetti da studio di parte e vizio manifesto in alcuni fatti.
«Ma
i contemporanei di testimonianza più severa, siciliani e stranieri,
candidissimo alcuno, segnalato fra tutti Saba Malaspina, che fu guelfo fino al
midollo, e segretario di papa Martino e informato meglio degli altri dei casi
della Sicilia, dicono tutto al piú di vaghi disegni di Pietro; della
cospirazione con Siciliani non fa motto, nemmeno dei congiurati riuniti in
Palermo: e portano come gli insulti dei francesi in quel giorno di marzo e piú
ancora la «mala signoria che sempre accora li popoli soggetti, mossero
Palermo», che è la sentenza di Dante, contemporaneo, dispensatore severissimo
di biasimi agli uomini stessi della sua fazione.
«Né
le scomuniche e i processi dei papi, né gli atti diplomatici susseguenti
contengono l'accusa che la congiura sia stata motrice immediata del Vespro; ma tutti
sono d'accordo nel biasimare Pietro per aver preso il regno dalle mani dei
ribelli e averli sollecitati a ciò con messaggi subito dopo la rivoluzione. Con
l'autorità storica concorre la evidenza di altri fatti
e cioè: che Pietro non essendo pronto è uscito dalla Spagna dopo lo scoppio
della rivoluzione palermitana; che nessuno fa menzione del Procida; che nessuno
dei baroni di un certo nome primeggiò nei tumulti o nei governi che ne
nacquero; che la repubblica fu solennemente proclamata e mantenuta per cinque
mesi e non il regno di Pietro; che i movimenti furono tutti popolari; che
Pietro passò dopo tre mesi e diretto non in Sicilia ma in Africa e che soltanto
per la paura del nemico (Carlo d'Angiò che assediava Messina), i baroni
poterono impadronirsi dell'autorità e quindi chiamare Pietro d'Aragona.
«Da
questi e da tutti gli altri particolari si deduce che la rivoluzione del Vespro
non fu un movimento preparato, ma a carattere popolare, caratteristico nelle
monarchie dei secoli di mezzo. Se no, baroni che congiurano
con un re, e gridano repubblica; cospiratori che senza essere spinti da
pericoli, danno il segno della rivolta, quando non hanno pronte le forze;
fazione che vince e abbandona lo Stato ad uomini di una classe inferiore,
sarebbero anomalie inesplicabili, contrarie alla natura umana, mai viste al mondo.
«A
me pare si possa concludere: che Pietro macchinava, che i baroni d'accordo con
lui aizzavano il popolo, ma forti non si sentirono mai e bilanciando e
maturando forse non avrebbero mai fatto ciò che il popolo senza rifletterci
compì in un impeto generoso. Questo popolo sapeva appunto che rimedio ai suoi
mali non ce n'era che uno; esacerbata dai nuovi aggravi per l'impresa di
Grecia, per i vilipendi della settimana prima di Pasqua, Droetto colmò la tazza
della vendetta e l'ignoto uccisore di Droetto la riversò.
«Il
popolo di Palermo, pronto di mano e d'ingegno, si lanciò in un attimo su
quell'esempio, perché tutti la pensavano allo stesso modo. Quelli che
capeggiarono il popolo in quell'occasione presero le
redini dello Stato, lo ordinarono a Comune secondo le necessità del momento e
lo tennero fino a che non si fece sentire l'influenza dei baroni e non aumentò
il pericolo del comune nemico.
«Fu
allora che venne instaurata la monarchia con re Pietro d'Aragona; allora
soltanto, io dico, operò la congiura, ma il Vespro non c'era piú.
«Gli
scrittori del reame di Napoli, dell'Italia guelfa e di Francia, dopo poco tempo
confusero il Vespro con la venuta di Pietro per gettare discredito sui
Siciliani, e scagionare gli angioini.
«L'ignoranza,
le difficili comunicazioni, la rarità delle cronache e gli animi propensi piú
al meraviglioso che al vero, diffusero l'errore, come avviene ancora oggi.
«
Gli storici successivi si copiarono l'un l'altro, molti riferirono, senza
impegnarsi, le opinioni sulla congiura e sulla sommossa spontanea e popolare.
Tacendo degli altri, noterò come lo storico Gibbon dubitasse
e soltanto perché ingannato da un anacronismo.
«Voltaire
sorrise della congiura.
«Non
è superbia dunque se, documentato da tutte queste fonti autorevoli, ho creduto
opportuno sostenere la mia opinione.
FINE
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