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Giacomo Ciamician
La cooperazione delle scienze

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PREFAZIONE

 

Questo discorso ha avuto la curiosa fortuna di provocare una critica da parte di Antonino Anile, comparsa nel Giornale d'Italia del 30 dicembre 1910, ancor prima d'essere noto integralmente al pubblico, perchè io ne lessi al congresso una parte soltanto.

Alle osservazioni contenute in quell'articolo credo utile rispondere brevemente in questa prefazione, anche perchè esse riguardano l'indirizzo della nostra Società per il progresso delle scienze o, per dir meglio, quell'indirizzo che a me sembra più proficuo ed opportuno.

Anzi tutto non mi pare che i nostri congressi sieno troppo frequenti, so intravvedere il pericolo che si arrivi a non avere più nulla a comunicare che realmente interessi. I nostri convegni non possono devono assomigliare alle esposizioni in cui si va in cerca della great attraction; del resto la scienza cammina abbastanza veloce ed offre ogni anno materiale sufficiente a tentativi di coordinazione. C'è sempre da considerare le cose sotto nuovi aspetti e discuterle sotto nuovi punti di vista. Non è poi certamente da trascurarsi il fatto che presso le nazioni più evolute esistono società delle stesse finalità della nostra, che tengono annualmente i loro congressi: The british Association for the advancement of science, l'Association française pour l'avancement des sciences, die Gesellschaft deutscher Naturforscher uiiid Aerzte, che tenne nello scorso settembre la sua 82a riunione a Königsberg, e l'analoga società svizzera dimostrano come questi annuali convegni corrispondono ad una reale necessità.

Il ricordo storico degli antichi nostri consessi, succedutisi a lunghi intervalli, mi perdoni il mio cortese critico, ha insegnato ai contemporanei precisamente questo: che, date le abitudini italiane, quello che si deve temere e però cercare di evitare è appunto che la nostra Società si spenga come finì quella di cui egli invoca il ricordo. Dopo il primo congresso del 1839 a Pisa, se ne tennero altri otto prima del '60, poi altri tre fino a quello di Palermo del '75, che fu l'ultimo! L'eccessivo criticismo che tende a distruggere ogni iniziativa e la conseguente mancanza di continuità in tutte le cose, nuoce in Italia al progresso assai più di quanto si creda.

Per la presidenza della nostra Società sarebbe certamente assai più facile tenere riunioni biennali e massime sarebbe stato assai comodo ora, fondere i due congressi del '10 e dell' '11 in uno solo, ma noi non deploriamo la maggior fatica durata; in quanto a me, in tutta la mia vita, ho fatto sempre ciò che mi appariva meno facile e sopratutto meno comodo.

Non credo poi che la nostra Società si meriti il rimprovero di preferire i professori anziani o quelli più forniti di titoli accademici. Certo per le conferenze di indole generale si richiede più che duttilità giovanile d'ingegno, coltura estesa e profonda, che i giovani in genere non possono ancora possedere. Ciò che manca spesso in Italia ai giovani ed ai vecchi è l'attitudine alla volgarizzazione, che è invece così eminentemente sviluppata in Francia e in Inghilterra nei cultori delle scienze. Però sarà merito della nostra Società se potrà contribuire a sviluppare queste attitudini coi suoi congressi e le sue conferenze, vi sarà, per questo, pericolo di falsare la scienza, di contribuire ad alimentare la tendenza di interloquire in questioni speciali senza alcun severo tirocinio di preparazione, come l'articolista mostra di temere. V'è poi una certa contraddizione fra queste sue asserzioni, che tendono a condannare le conferenze d'indole generale, e la difficoltà che egli dice di avere incontrata per seguire il lavoro contemporaneo nelle singole classi e sezioni del congresso. Realmente quest'ultima difficoltà esiste ed è propria di tutti i congressi, ma noi cercheremo di vincerla, o almeno di attenuarla più che sarà possibile. Malgrado tutto ciò, non si può dire che a congresso finito ciascuno sia rimasto con la sua particolare coltura. Io, per esempio, oltre a tutte le conferenze a classi riunite tenute da Bianchi, Luciani, Fano e Dalla Vedova (purtroppo per varie circostanze ci sono mancate quella di Pio Rajna sulle strade, pellegrinaggi ed ospizi dell'Italia nel medio evo, quella di Bonaldo Stringher sulle correnti mercantili e correnti monetarie, quella di Raffaele sulle teorie moderne dell'evoluzione e quella di De Lorenzo sul golfo di Napoli), ho potuto assistere nelle rispettive classi alle conferenze di Nasini, di Piutti, della signora Mengarini, di Cuboni, di Todaro, di Corbino e di Garbasso. Anzi a proposito di quest'ultima s'è svolta nella classe A una discussione assai interessante e posso assicurare il mio cortese critico che per merito del congresso la mia coltura si è molto avvantaggiata.

Riguardo poi al mio discorso, amo credere che egli non abbia bene inteso quello che io mi sono proposto di dire, ciò che sarebbe del resto assai scusabile data la sordità dell'aula magna dell'università di Napoli. Io non ho mai pensato a rievocare la sterile questione, già tante volte trattata, della classificazione delle scienze, io volli invece illustrare i vantaggi che derivano dalla loro cooperazione, ciò che veramente mi sembra indiscutibile. N'è mi pare discutibile che le diverse discipline non hanno raggiunto ancora tutte lo stesso grado di evoluzione; di qui la opportunità di ammettere un criterio per definire il grado del loro sviluppo. Dicendo, una scienza è povera quando è povera la personalità di colui che la possiede, non si tocca la questione che mi riguarda: io non parlo già di scienze povere o ricche, ma bensì di scienze più o meno evolute e le scienze biologiche, malgrado i contributi di uomini come Lamark e Darwin, Delpino e De Vries, sono ancora, per la enorme difficoltà e vastità che presentano i problemi della vita, poco evolute o per lo meno non alla pari delle scienze fisiche. Ciò non significa che quelle siano più povere di queste ultime, anzi se mai si potrebbe dire che sono più ricche.

Il grado di evoluzione di una disciplina dipende, secondo il mio avviso, segnatamente dalla complessità dei suoi problemi e dal numero degli argomenti di cui tratta. Non creda il mio gentile contradditore, che mi torni nuova l'opinione, del resto da me non condivisa, che le matematiche abbiano soltanto un contenuto formale; questo io lo sapevo da un pezzo, ma ciò, non infirma l'affermazione che esse sono le più evolute. Lo sono perchè in esse si fa completa astrazione dalle qualità ed è però che permettono il maggior numero di previsioni; la geometria è la dottrina dello spazio, nella meccanica si aggiunge a questo il tempo e la massa: la meccanica celeste e l'astronomia hanno per fondamento la legge di gravitazione ed i movimenti degli astri possono però essere facilmente preveduti. Mi pare che in questi concetti tutti possano convenire.

Che la cooperazione delle scienze si compia naturalmente e non possa essere determinata da alcun convegno è verissimo, anzi è tanto evidente che non v'è bisogno di dirlo, ma mi pare altrettanto evidente che i nostri congressi debbano riuscire utili a questa cooperazione.

Il mio egregio contradditore deve avere una coltura così completa ed armonica, da esserne soddisfatto e di ciò sinceramente lo invidio; la difficoltà di abbracciare scienze diverse è stato invece ed è tuttora il tormento della mia vita intellettuale: vi sono molti problemi che mi appassionano, relativi a certe parti della fisica da un lato e della biologia dall'altro, che io non posso tentare di risolvere per la insufficienza delle mie cognizioni. E se pel miracolo di telepatia, invocato in principio del mio discorso, le molte lacune del mio sapere potessero colmarsi, credo che non diventerei meno degno di quella stima che egli con tanta benevolenza mi dimostra.

In fine io sarei lieto se potessi convincerlo che la nostra Società, per corrispondere realmente allo scopo per cui fu richiamata in vita, deve mantenere il suo carattere sintetico. Di società parziali e speciali per le matematiche, la fisica, la chimica, la fisiologia, la zoologia e la botanica, ecc. ve ne sono in Italia a sufficienza e vanno certamente incoraggiate; noi desideriamo che fioriscano e tengano le loro annuali riunioni in corrispondenza con le nostre.

Che poi l'Italia non abbia ancora nelle scienze una parola propria e che da noi si lavori all'ombra della coltura tedesca, mi pare esagerato; senza voler far sfoggio di quel patriottismo rettorico che io aborro, credo si possa affermare che nel nostro paese non mancano alle scienze uomini di ingegno originale, che non sono pedissequi di nessuno e neppure mi sembra che in Italia si sciupino le energie migliori nel proporsi problemi che trascendono i limiti della pura ricerca scientifica, la quale, per questa ragione, rimarrebbe infeconda presso di noi, mi pare che in contrasto di ciò possa essere invocata la Germania. È stato appunto un tedesco, l'Ostwald, che ha cercato di far rivivere in nuova veste la filosofia naturale. Si può dire invece che in Italia ed altrove i veri cultori delle scienze sperimentali si sono mostrati assai poco curanti dei problemi che trascendono i limiti della pura ricerca, e non senza ragione, e se ora invece tali questioni cominciano ad interessarli, di questa cooperazione la filosofia ne trarrà sicuro vantaggio. In quanto a me, mi piace confessarlo, se qualche volta mi viene occasione di occuparmi di problemi d'indole generale, lo faccio nelle vacanze, all'Abetone; ordinariamente le mie occupazioni diremo di classe, assorbono completamente la mia attività.

 

Bologna, 15 gennaio 1911.

 

Giacomo Ciamician




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