La nostra Società1[1]
ha segnatamente lo scopo di affratellare le scienze: in un'epoca in cui queste pel loro sviluppo subiscono un continuo processo di
suddivisione e specializzazione, sorge pei cultori di esse il pericolo di
perdere la visione del tutto, essendo costretti a rinchiudersi nell'àmbito
spesso ristretto della propria disciplina. La nostra potrebbe quindi
considerarsi come una società di mutuo soccorso cooperatrice contro i danni che
derivano dalla specializzazione e dal particolarismo. La necessità che ognuno di noi sente di guardare oltre al recinto del
proprio campo di studî, non corrisponde soltanto ad un interesse soggettivo;
essa è indispensabile tanto al progresso delle singole discipline quanto a
quello della scienza in genere, perchè le prime non rappresentano tanti
capitoli staccati che legati assieme formano il gran libro del sapere umano;
queste divisioni derivano più che altro da ragioni storiche e corrispondono ad
ineluttabili esigenze pratiche.
Se per un miracolo di telepatia
fosse possibile che nella elezione del «presidente»
Voi poteste trasfondergli col voto una anche piccola parte del vostro sapere,
egli diverrebbe non soltanto universalmente dotto, ma potrebbe vedere assai più
in là, oltre l'orizzonte delle nostre conoscenze, di quello che nol possa tutta
la collettività presa insieme. Questo sarebbe l'ideale della cooperazione delle
scienze.
Voi giudicherete oggi quanto
purtroppo noi siamo lontani da una simile possibilità!
*
* *
Le scienze esercitano le une
sulle altre una benefica azione di soccorso, segnatamente nel senso che le più
evolute prestano aiuto a quelle che lo sono meno. Ma prima di procedere oltre
apparisce opportuno stabilire un criterio per determinare il grado di evoluzione di una data disciplina. Il problema non è
facile, perchè sono varî i giudizî che potrebbero essere adottati. Devo al mio
illustre amico Volterra il seguente criterio, che a me pare assai preciso: è
più evoluta quella scienza che permette il maggior numero di previsioni
accertabili, e tanto maggiormente se queste possono essere di
indole quantitativa.
Accettando questo principio per
le scienze fisiche, intese in senso lato, vengono in primo luogo le matematiche
con la meccanica e l'astronomia, segue la fisica e poi la chimica ed infine le
scienze biologiche, e cioè la fisiologia e le scienze
naturali descrittive. Il grado di evoluzione di una
disciplina dipende poi segnatamente dalla complessità dei suoi problemi, e si
potrebbe dire dal numero degli argomenti di cui tratta.
Le matematiche sono le più
semplici, perchè in esse si fa completa astrazione
dalle qualità, e però permettono il maggior numero di previsioni; la geometria
è la dottrina dello spazio, nella meccanica si aggiunge a questo il tempo e la
massa: la meccanica celeste e l'astronomia hanno per fondamento la legge di
gravitazione ed i movimenti degli astri possono essere facilmente preveduti. Le
eclissi, ad esempio, si calcolano in precedenza con grande
precisione, e perfino le vaporose e sfuggevoli comete, se non subiscono
influenze estranee, persistono nelle loro orbite e ritornano all'epoca
prevista. Se si compara l'astronomia colla fisica dell'atmosfera, la
meteorologia, risulta nel modo più evidente, come per
la sua minore evoluzione in quest'ultima, le previsioni sieno limitate ed
incerte.
Fra le scienze sperimentali la fisica è la più evoluta, sebbene in essa le
qualità facciano già sentire la loro influenza, e però le previsioni sieno
assai meno facili che nella meccanica. La chimica, essendo ancora
essenzialmente la scienza delle differenze qualitative della materia, è più
complessa della sua sorella maggiore e però assai più empirica. Nel campo
biologico intervengono poi, oltre alle diversità qualitative, altri fattori che
rendono estremamente complessi i fenomeni: la vita è
legata alla forma ed alle manifestazioni di energie, che ancora sfuggono alle
nostre misure. Però qui le previsioni sono quanto mai limitate,
e questa deficienza si fa, pur troppo, assai manifesta nelle
applicazioni delle scienze biologiche e segnatamente nella medicina.
Per il rapido ed efficace progresso
della scienza è assai vantaggioso, se non necessario, che parecchie discipline
cooperino alla soluzione dei problemi più difficili, e si può dire che questi ultimi sono tanto più importanti in quanto
interessano un maggior numero delle prime. Ordinariamente è fra le scienze più
affini che si manifesta il lavoro collettivo, il quale si estende poi alle più
lontane a seconda il grado del loro sviluppo e la loro
natura.
A questo bisogno di cooperazione
corrispondono mirabilmente le scienze di transizione, che vanno acquistando una importanza ognora crescente: la fisica matematica, la
chimica fisica, la fisica e la chimica biologica, rappresentano altrettante
regioni di confine, dove tante battaglie sono state combattute e dove l'ingegno
umano ha riportato le maggiori vittorie! Attraverso a queste regioni di confine
le scienze più evolute invadono il campo di quelle che non hanno armi
abbastanza perfette per superare le difficoltà dei
loro problemi, ed accade che queste ultime si appropriano i nuovi mezzi di
ricerca più efficaci, e se ne giovano per innalzare il loro livello
scientifico. Ma perchè con questi strumenti di maggiore precisione possano
essere conseguiti utili resultati è necessario che il terreno delle discipline
meno evolute sia convenientemente preparato: dissodato e sfrondato dalle
vegetazioni qualitative accessorie, per cui alle volte
assomiglia ad una foresta intricata ed oscura.
Per queste ragioni la fisica si
giova con grande vantaggio e su larghissima scala dei
metodi della matematica, mentre la chimica non lo può fare ancora che in
modesta misura, ma si sta a ciò preparando coi mezzi che le vengono dalla
fisica. Sarebbe invece impossibile volere applicare ora le matematiche alle
scienze biologiche, mentre queste ritraggono grande
profitto dai metodi di ricerca che esse hanno acquistato dalla fisica e dalla
chimica.
*
* *
Nel campo della fisica
matematica si stanno ora agitando questioni del più alto interesse, alla cui
soluzione la fisica partecipa con i suoi più raffinati mezzi di
indagine e la matematica con i più acuti metodi di analisi. Trattandosi
di scienze così evolute e delle maggiori aristocrazie dell'ingegno sperimentale
e teoretico, la cooperazione si fa nel modo più
completo ed efficace.
Gli studi dei fenomeni provocati
dalle scariche elettriche attraverso ambienti ad altissima rarefazione,
conferirono all'ipotesi della natura materiale e corpuscolare dell'elettricità,
che già si imponeva per rendersi ragione dei fatti
della elettrolisi, una base sperimentale più larga e più sicura. Gli elettroni,
gli atomi elettrici, hanno ormai la stessa realtà fisica degli atomi chimici,
pur possedendo una massa circa mille volte minore di
quella dell'atomo d'idrogeno. La scoperta dei corpi radioattivi e del loro
singolarissimo contegno contribuì a rafforzare ulteriormente tali concetti ed
offrì ai fisici il mezzo di dedurre dal rapporto fra massa e carica
la grandezza degli atomi e degli elettroni. Esaminando però il valore di tale
rapporto per i raggi b di differente
velocità, risultò che il primo cresceva con la seconda
in guisa che non potendosi ammettere un aumento della carica si dovette
ammettere un aumento della massa. La massa degli elettroni, delle particelle b dei corpi radioattivi, apparve
però di natura elettrodinamica, di cui l'inerzia cresce con la velocità,
segnatamente quando questa assuma valori, che allontanandosi da quelli ordinari
finora osservati, si accostino a quel limite che è dato dalla velocità della
luce. Per spiegare i fenomeni che presentano i corpi radioattivi è poi quasi
indispensabile ammettere che gli atomi stessi siano costituiti da elettroni;
sembrerebbe quindi per queste e per altre ragioni che tutta la materia avesse
una massa elettrodinamica, che non è nei suoi effetti
indipendente dalla velocità. Questo enorme risultato, a cui conducono le
più delicate e nello stesso tempo più esatte misure che mai sieno state
eseguite in fisica, e le più ardite concezioni matematiche, quando dovesse
assurgere alla dignità di legge assolutamente accertata relativamente
ai nostri mezzi di indagine, assumerebbe per la meccanica e per
l'astronomia un significato direi quasi rivoluzionario. Le leggi fondamentali
della meccanica celeste non sarebbero che
approssimative e dipendenti dalla velocità degli astri. Queste velocità sono per fortuna assai lontane da quella della luce: la Terra non fa nella sua
orbita che 30
chilometri al secondo, e perfino Mercurio, che, come era
il più veloce degli dei, è il più veloce fra i pianeti, non ne copre che 80.
E le meraviglie dell'attuale
momento critico non sono con ciò esaurite! Oltre a
quella della massa è in giuoco la questione
dell'etere; singolare materia ipotetica a cui i fisici hanno dovuto attribuire
le più contradditorie proprietà per spiegare i fenomeni delle energie raggianti
di natura elettromagnetica come la luce.
Le sperienze più accurate hanno
dimostrato che l'etere è immoto; esso non partecipa ai movimenti della Terra
come fa il suo involucro gassoso. Da ciò ne consegue
che con mezzi sufficientemente delicati dovrebbe esser possibile avvertire
l'influenza del moto della Terra sui fenomeni ottici ed elettromagnetici. Se la
luce si propaga in un mezzo che sta fermo, non dovrebbe essere indifferente per
i risultati di certe esperienze ottiche ed elettriche la orientazione
e la velocità di apparecchi in movimento. Eppure le
misure più delicate e rigorose escludono una tale influenza. Per spiegare
queste contraddizioni Lorentz e Fitz-Gerald ricorsero alla ipotesi,
divenuta celebre, che tutti i corpi in moto rispetto all'etere, subiscano una
deformazione, un accorciamento, nel senso della direzione in cui si muovono.
Questa contrazione dipende dal rapporto fra la velocità di translazione e
quella della luce; ad esempio uno dei diametri della Terra apparirebbe
raccorciato di un duecentomilionesimo. Ma questa ipotesi che per la sua stranezza può sembrare
inverosimile non è la sola che possa essere immaginata. Se ne possono pensare
delle altre e la più radicale sarebbe quella della
soppressione dell'etere. Tolto questo cadono le
difficoltà, ma risorge naturalmente quella fondamentale: come e dove si
propagano le radiazioni luminose? Si potrebbe ammettere, seguendo l'Einstein e
lo Stark, che anche le onde elettromagnetiche, che l'energia in genere, sieno
di natura corpuscolare.
Il principio di relatività
applicato alla nozione del tempo prima da Lorentz e poi da Einstein ed inalzato
a sistema matematico da Minkowski, promette di condurre ad una nuova concezione
di tutto il mondo fisico.
*
* *
I maggiori progressi della chimica sono stati sempre
legati a suoi rapporti con la fisica, ma prima che una simile cooperazione
divenisse possibile dovettero trascorrere circa
duemila anni! È il periodo alchimistico che durò così a lungo: nata nell'antico
Egitto l'alchimia, la scienza ermetica, si sviluppò negli artistici crepuscoli
medioevali con concetti fantasticamente strani, ma non fondamentalmente
assurdi. La chimica era allora una scienza occulta e ciò deve
ammonire coloro che troppo facilmente negano l'esistenza di fenomeni che oggi
non si comprendono, pur concedendo che la scienza moderna cammini con ben altra
velocità. Nel secolo decimosesto nacque l'interessante connubio della chimica
con la medicina, la jatrochimica, ma era troppo presto: le
due discipline così poco evolute non potevano prestarsi un efficace
scambievole ajuto. Appena ora è da sperarsi che la
farmacologia riesca a fare una chemoterapia2[2] veramente razionale. La
jatrofisica, sorta nel 700 massime per opera del napoletano Borelli, ebbe miglior
successo, perchè potè appoggiarsi alle nozioni più evolute della meccanica.
Alla fine del seicento comparisce la teoria del flogisto come un tentativo per
spiegare i fenomeni chimici più appariscenti, tentativo non errato
ma incompleto, perchè non considerava di questi che il lato qualitativo.
Appena con Lavoisier e con Berthollet, alla fine del secolo decimottavo, la
chimica diventa scienza esatta e si unisce alla fisica, il progresso si fa
subito rapido, ricco di resultati. Si scoprono le leggi fondamentali delle
combinazioni chimiche e contemporaneamente, quasi precedendole, rinasce nella
mente di Dalton il concetto atomistico, seguito dall'altro non meno importante
che ha reso immortale il nome di Avogadro. L'ipotesi
atomico-molecolare, immaginata esclusivamente per rappresentare i fatti che i
chimici chiamano stechiometrici, non si dimostrò per altro altrettanto efficace
per spiegare le manifestazioni di quella forza, che per una antica
similitudine, viene chiamata affinità. Questa non poteva apparire
sufficientemente collegata al meccanismo atomistico e la chimica, pur rimanendo
scienza esatta, ritornò all'empirismo. La legge dell'attrazione universale
applicata agli atomi non servì a nulla, perchè avendo l'affinità carattere
elettivo, le differenze qualitative della materia impedivano ogni ulteriore progresso.
Ma
quando nelle scienze fisiche i meccanismi si mostrano inefficaci si ricorre
generalmente ai principî. Fu la introduzione della
termodinamica che ricongiunse la chimica alla fisica e determinò nel campo di
confine una nuova fioritura. Le leggi dell'affinità chimica acquistarono forma
quantitativa, almeno per quanto riguarda l'influenza della concentrazione, e si
svilupparono i concetti di velocità di reazione e di equilibrio
chimico. Le reazioni invertibili corrispondono al ciclo di Carnot: Le Chatelier
e van't Hoff se ne giovarono per calcolarne l'andamento e W. Gibbs ne dedusse
una legge ancora più generale che permette di prevedere le possibili
combinazioni risultanti da un determinato numero di corpi. La pressione
osmotica passò dalla fisiologia vegetale alla chimica fisica per l'intuito di
van't Hoff, il quale intravedendo relazioni meravigliosamente semplici tra i
gaz e i corpi disciolti se ne valse per dimostrare,
ancora in base al ciclo di Carnot, che la materia attenuata segue sempre le
stesse leggi. E quando Arrhenius rivolse le apparenti eccezioni, che gli
elettroliti opponevano a quelle, in una brillante conferma di esse, risorse in forma moderna la teoria elettrochimica di
Berzelius e gli ioni di Faraday, vaganti oramai liberi nei liquidi conduttori,
varcarono i confini della elettrochimica per portare nelle scienze fisiche i
germi di nuove dottrine e di insperati trionfi. La energia
chimica trovò in alcuni casi la sua completa espressione, perchè il suo
potenziale, che si confonde col concetto di affinità, equivale nei processi
elettrochimici a quello elettrico. Anche la termochimica, che appariva oppressa
dall'enorme materiale sperimentale raccolto, venne
vivificata dalla termodinamica e sembra ora bene indirizzata col teorema del
Nernst a fare prevedere il giuoco delle affinità ed a dare un fondamento
teoretico alla legge di Dulong e Petit.
Il gran successo riportato dai
principi generali dell'energetica nella interpretazione
dei fatti chimici, produsse, come era naturale, un certo senso di scetticismo
per le teorie atomistiche e cinetiche e non mancarono coloro che proclamarono
essere queste ultime addirittura meccanismi inutili e pericolosi, perchè
inducenti a confondere la realtà sperimentale con gli artifizi ipotetici. E il
Wald e l'Ostwald andarono tanto oltre, da negare l'utilità dell'atomismo anche
per comprendere quelle leggi delle combinazioni per cui
appunto l'ipotesi era stata introdotta nella scienza.
Ma
venne la reazione, i meccanismi tornarono in onore ed in forma così persuasiva
da convertire l'ipotesi in realtà! Realtà? Ecco, la verità assoluta è per
nostra fortuna ancora assai lontana, ma l'ipotesi della natura corpuscolare
della materia, vecchia come la filosofia, ha acquistato ora un grado di
probabilità che sta nei limiti di quanto possono conferire le scienze
sperimentali. Quale vittoria per l'ingegno umano che la intuì ed attraverso a
secolari vicende seppe condurla alla evidenza dei
fatti!
Il problema che, in origine,
proveniva dalla teoria cinetica dei gaz, ritornò di attualità
segnatamente in seguito allo studio dei raggi a
dei corpi radioattivi, come or ora è stato ricordato. Venne poi quasi
contemporaneamente l'ultramicroscopio a svelare la natura delle soluzioni
colloidali, che sono sospensioni di particelle tanto
piccole, che, in certi casi, possono raggiungere dimensioni non essenzialmente
diverse (cento volte maggiori) di quelle attribuite alle molecole, ed a
richiamare l'attenzione dei fisici sui movimenti spontanei di questi
corpuscoli, il famoso moto browniano, che si è ritrovato anche nelle
sospensioni in ambienti aeriformi. Infine si aggiunsero le geniali ricerche di
Perrin sulle emulsioni, le gocciolette delle quali si sedimentano
con leggi identiche a quelle delle supposte molecole dell'aria atmosferica. Da
tutte queste esperienze ed ancora da altri fenomeni risultano
per le dimensioni molecolari valori così meravigliosamente corrispondenti, da
non potere essere attribuiti al caso.
Il moto browniano, che qualunque
microscopio rivela, rispecchia quantitativamente il moto delle molecole quale venne dedotto dalle teorie cinetiche.
Ed è assai curioso che, quasi a
titolo di rivincita, queste ultime rendono ora più tangibile il disaccordo fra esse ed il principio di Carnot. Quello browniano rappresenta
quasi la realizzazione di un moto perpetuo, che se rispetta il primo, mette in
pericolo il secondo principio della termodinamica; quell'
inesorabile e sconfortante principio che aveva per inevitabile conseguenza il
crepuscolo dell'universo, il livellamento di tutte le energie e contro cui
Svante Arrhenius con geniale ardimento ha rivolto l'arme delicata della
pressione della luce. Appare dunque che le nostre generalizzazioni,
i principî e le leggi, non possono essere applicate a quei fenomeni che si
avvicinano alle dimensioni estreme di grandezza e di velocità.
I corpi radioattivi, che, come
lo dimostrò Sir William Ramsay, nelle loro
manifestazioni sembrano autorizzare le maggiori audacie, non hanno sconvolto
soltanto le leggi della meccanica, ma hanno ridestato i fantasmi alchimistici.
Anche qui lo spirito umano avrebbe intuito la verità malgrado
gli insuccessi dell'esperienza. E quasi ad irrisione
della nostra impotenza, nei radioattivi si sarebbero trovate sostanze
«elementari», le quali, senza che noi si possa intervenire in alcun modo, si
scomporrebbero spontaneamente. La chimica diventa qui una scienza di sola
osservazione e gli atomi appena assurti a reale esistenza avrebbero
perduto in dignità, perchè non rappresenterebbero più il limite della
divisibilità della materia. Questo limite sarebbe invece segnato dagli
elettroni di cui i fisici immaginano che gli atomi chimici sieno formati. Ben
venga la nuova teoria! L'insufficienza dell'ipotesi atomica per spiegare i
fenomeni dell'affinità derivava forse appunto dal concetto troppo vago ed
indeciso intorno alla natura dell'atomo; la sua stessa supposta indivisibilità
ed omogeneità vietava forse ogni ulteriore progresso. Ma badino i fisici che noi attendiamo molto dalla loro
cooperazione in questo campo. La teoria elettronica della materia deve subire
nell'agone comune la prova del fuoco! È il problema della essenza
dell'affinità chimica che ora s'impone: quel problema che si cercò di risolvere
coi principii e che ora necessariamente deve ritornare all'atomismo.
I chimici, che avevano finora
considerato questo come un artifizio meccanico per comprendere le leggi
stechiometriche e che nelle formule vedevano poco più di rappresentazioni
simboliche dei fatti, si avvantaggieranno assai dell'insperato aiuto che loro venne dalla fisica, con la dimostrazione della realtà
molecolare. La stereochimica, che contempla la forma delle molecole, acquista
subito un significato più tangibile ed una maggiore fiducia si spande sopra tutto
l'edificio della teoria, delle strutture molecolari. Ma nè l'ipotesi atomica,
nè la termodinamica permisero finora di andare oltre
le leggi generali, generali dico, perchè indipendenti dalle qualità della
materia. In chimica sono appunto queste che costituiscono il problema maggiore
e se la teoria elettronica non ha in sè la potenzialità di contenerle, di
spiegare l'essenza del fenomeno chimico e di prevederlo, anche la teoria
elettronica degli atomi diventerà un meccanismo inutile come quello dell'atomo
primitivo, che doveva spiegare i fenomeni chimici col sistema semplicista del
microcosmo newtoniano!
La parte speciale della chimica
con tutto il suo rigoglioso sviluppo, vegeta ancora nel proprio campo e non
riesce ad attaccarsi alla sorella più evoluta malgrado
i rampini della valenza. Questa, è vero, potrà acquistare con la teoria degli
elettroni un significato fisico più preciso, ma finora non si può dire che le nuove vedute abbiano condotto a risultati
praticamente utili.
Il sistema mendeleeffiano, è stato finora l'unica guida efficace nell'intricato
labirinto della chimica inorganica, ma ha esaurito oramai la sua missione ed
attende quel fondamento teoretico che ancora gli fa difetto e che sarebbe fonte
di un nuovo progresso. Un interessante tentativo in questo indirizzo
sarebbe quello di J. J. Thomson, che si fonda appunto sulla
costituzione elettronica degli atomi. La chimica organica per la uniformità dei suoi argomenti si trova in condizioni
migliori e però le previsioni possono farsi con maggiore probabilità, ma sono
previsioni che si fondano quasi sempre sull'analogia e quindi le sorprese non
sono infrequenti. Essa trova uno sfogo alla sua esuberante floridezza
sperimentale nel campo delle scienze biologiche, ma per questo
indirizzo le nuoce il suo sviluppo ancora incompleto. Sembrerebbe che la
natura si divertisse a circondare i suoi problemi maggiori colle maggiori difficoltà: il sostrato della vita organica è
formato dalle sostanze più complesse, che la chimica non è ancora riuscita a
riprodurre. A questo fine arriveremo di certo, come lo provano segnatamente le
ricerche di Emilio Fischer, e non per questo i
problemi biologici saranno risoluti. Quando sembra di essere arrivati alla meta è appunto allora che essa apparisce più lontana. Gli
organismi sono laboratorî troppo diversi dai nostri e la chimica si fa in essi con mezzi assai più delicati.3[3]
*
* *
Le scienze biologiche formano un gruppo di discipline che
hanno fra di loro grande affinità, e delle quali la
fisiologia è la più evoluta: essa sta in immediato contatto con la fisica e la
chimica per mezzo delle relative scienze di confine. Nella chimica e nella
fisica biologica non avviene però ancora quello scambio di vedute e di metodi
così intenso e fecondo quale appare nelle scienze di transizione più evolute,
come la fisica matematica e la chimica fisica.
Le scienze biologiche hanno
fatto a suo tempo a quelle fisiche dei petits cadeaux: come ad esempio
il galvanismo, il moto browniano, la pressione osmotica, e,
fino ad un certo limite, anche il primo principio della termodinamica,
intuito dal medico G. R. Meyer dapprima in base a
fatti fisiologici: osservazioni elementari, che trasformate in grandi sviluppi di
dottrine fondamentali ritornarono a fecondare il campo della biologia. E questa cooperazione non è finita, anzi va continuamente
aumentando con lo studio dei colloidi, dei fermenti, dei veleni bacterici e dei
loro antitossici, che determinano i meravigliosi fenomeni dell'immunità, dei
prodotti umorali4[4]
e di tanti e tanti altri argomenti che riguardano il funzionamento fisico e
chimico degli organismi. Ma certamente con la difficoltà dei problemi diminuisce
l'efficacia dell'aiuto che possono prestare la fisica
e massime la chimica: perchè questo aiuto sia proficuo conviene che il terreno
sia convenientemente preparato.
Le scienze naturali devono
segnatamente cooperare di comune accordo alla semplificazione dei loro
problemi: la biologia generale, intesa nel senso più lato, ha però un grande
avvenire. Sono principalmente i fatti morfologici quelli che conferiscono ai
fenomeni della vita la maggiore complicazione. La forma e le funzioni
organiche, strettamente fra loro collegate, sembrano condurre a concetti
teleologici, che se corrispondono in parte alla verità, non la rappresentano
integralmente. Queste forme e funzioni, che si svolgono secondo leggi quasi
ancora del tutto sconosciute, costituiscono uno dei
maggiori problemi della biologia.
Quando dagli intricati fenomeni
biologici si riesce a sceverare la parte generale, che non è più legata
specificamente ad una data classe di organismi, ecco
che subito i fatti diventano accessibili alla cooperazione delle scienze
sperimentali più evolute. Quale esempio, fra i tanti, per illustrare il
concetto di questa graduale cooperazione, la quale implica discipline sempre
più complesse, ma meno evolute, man mano che i fenomeni biologici diventano
elevati, citerò quello che chiamerei il problema
dell'amore. Lo svolgerò esponendo le cose in senso inverso a quello che
naturalmente avviene.
Nelle sue ultime conseguenze
l'amore conduce in tutto il mondo organico ad uno stesso fatto fondamentale,
alla fecondazione, e si può dire che tutti gli
organismi fanno all'amore allo stesso modo: ma est modus in rebus. La
fecondazione ed i fenomeni che immediatamente la seguono sono di indole generale, perchè indipendenti dalla specie, e
malgrado la loro apparenza misteriosa, possono in certi casi essere provocati
artificialmente, nella partenogenesi sperimentale, con mezzi chimici e fisici.
Lo zoosperma, a parte le questioni ereditarie, avrebbe l'effetto di un
catalizzatore e la stessa cariocinesi potrebbe trovare una spiegazione elettrochimica
o meccanica. Negli animali la fecondazione è quasi sempre
preceduta dall'accoppiamento, ed anche questo fatto, di indole abbastanza
generale, può trovare la sua spiegazione, senza l'intervento di determinanti
fisiologici di indole molto elevata. L'amplesso ed i lenocinî della sensualità
che lo precedono, potrebbero essere considerali quali
tropismi del contatto.
Negli esseri più evoluti
l'accoppiamento non avviene a caso, ma è conseguenza di una libera scelta
determinata dalla forma esteriore, dalla bellezza segnatamente; e per quali
complessi stimoli fisiologici, per quali strani meccanismi questa spinga
all'amore, non ci è dato per ora di intendere. Ma ciò non è tutto. Nell'uomo l'amore accende
l'immaginazione, la fantasia sessuale, ed ecco la psicologia che entra in giuoco: il problema assurge alle manifestazioni psichiche
più nobili e più elevate del sentimento, della passione, che l'arte sola,
l'arte che precede la scienza, sa descrivere. E tanto misterioso anche all'arte
apparisce talvolta l'incantesimo dell'amore, che per rappresentare
efficacemente come ne furon colti Tristano ed Isotta,
Wagner, che se ne intendeva, ricorse al filtro di Brangania.
Grau, theurer Freund, ist alle Theorie
Und grün des Lebens goldner Baum,
e ciò, parafrasando liberamente
l'immagine poetica, starebbe a significare che l'albero della vita è tanto
rigoglioso che ancora nessun sistema teoretico riesce ad abbracciarlo. Ed io aggiungerei: il problema della vita è senza fine, ed è però
cosa sterile discutere se le teorie meccanistiche o quelle neo-vitalistiche
debbano prevalere: c'è posto per tutte e due!
I fenomeni biologici sono tanto
complessi e di natura sì delicata ed elevata, che i meccanismi, almeno per ora,
non possono neppure lontanamente bastare a rappresentarli. Ma
quando è impossibile scoprire l'ingranaggio interno di una macchina, lo dice
anche H. Poincaré, conviene ricorrere ai principî. Ai priucipî della energetica, che anche in scienze meno complesse hanno
dato, come s'è visto, risultati tanto importanti. E però io già altra volta ho
espresso l'opinione che sia conveniente, se non
necessario, ammettere l'esistenza di una energia vitale, anche se in seguito
questa dovesse apparire superflua.5[5]
È vero che tutte le funzioni
organiche sono funzioni cellulari, ma l'averne chiarite alcune non deve voler significare che con gli stessi artifizî si possa
spiegare il funzionamento di tutte. È un ragionamento semplicista quello di
ammettere a priori che tutti i fenomeni cellulari debbano essere esclusivamente
di natura fisico-chimica intesa in senso ristretto. È stato mai dimostrato, che
non esistono nell'universo altre forme di energia
all'infuori di quelle che ora conosciamo?
Io penso che, come per la
simultanea azione di due corpi, ad esempio lo zinco ed il solfato di rame, si
può a seconda la disposizione dell'esperienza, ottenere a volontà che l'energia
chimica assuma la forma termica o quella elettrica,
sia lecito ammettere che questa stessa energia chimica possa negli apparecchi
cellulari, o in alcuni apparecchi cellulari, assumere oltre a quella elettrica,
meccanica o termica, la forma di energia vitale. Anzi si potrebbe dire che, come fra zinco e solfato di rame la trasformazione
primitiva è sempre di natura elettrica e soltanto per una specie di corto
circuito, se non si dispongono debitamente le cose, l'energia prende la forma
di calore, anche nelle metamorfosi cellulari l'energia chimica delle materie
organiche di cui si compone la cellula, si trasformi prima in energia vitale,
per degenerare poi nelle altre forme più basse. Con l'energia vitale
compariscono i due fattori, dei quali essa è il prodotto e di cui in altra
occasione ebbi a trattare: la capacità o quantità di vita ed il potenziale, che
in alcuni casi potrebbe significare quello che si chiama volontà. Vi sarebbero
organismi ad alto ed a basso potenziale vitale, e mi auguro
che il mio illustre collega Pirotta6[6], nella sua, conferenza sugli organi dei
sensi nelle piante, non dimostri che esse sono prive di sensibilità e volontà;
secondo la nostra teoria si deve ammettere che le piante sieno organismi a
basso potenziale, ma questo non potrebbe essere nullo, perchè il potenziale
zero significa la morte.
Io spero con questi accenni, chè l'inoltrarmi in tale campo di considerazioni il tempo me
lo vieta, di invogliare qualche collega biologo a riflettere intorno a
quest'ordine di idee. Chissà che non possa apparire
utile il concetto di una energia vitale, che in certi casi potrebbe assumere la
forma raggiante, anche per spiegare gli ancora incerti fenomeni telepatici e
medianici, che molti sono indotti a respingere perchè non hanno finora
acquistato forma scientifica, ma che io non oserei negare.
Un originale scrittore tedesco,
l'Ostwald, che dalla chimica è passato alla filosofia, tratta in un
interessante articolo del modo come si potrebbe fare un allevamento di uomini di genio. La nostra teoria lascierebbe intravedere
questa possibilità. Ci vorrebbe una specie di trasformatore che permettesse di
ridurre gli uomini a basso potenziale mentale, che sono la grande
maggioranza, in uomini a potenziale elevato. L'ufficio di un simile
trasformatore, fino ad un certo punto, sarebbe ciò che si chiama educazione, la
quale, sviluppando gli influssi inibitorî, fa aumentare la volontà.
*
* *
Passando dalle scienze fisiche a
considerare le scienze che si chiamano morali,
le difficoltà crescono e cresce naturalmente la mia incompetenza, ma
fortunatamente il tempo riservato a questo discorso volge alla fine. I giudizî
dei profani non sono, alle volte, privi di interesse,
ed io, pur non osando sperare tanto, mi accontenterò se non Vi avrò troppo
annoiato.
Volendo giudicare le scienze
morali alla stregua delle scienze fisiche, sembrerebbe a prima vista, che i
criteri fin qui seguiti per le seconde non fossero più applicabili per
determinare il grado di evoluzione delle prime.
Difatti apparisce a priori assai difficile dire se le
scienze sociali sieno più evolute delle storiche e filologiche o se inversamente
queste lo sieno più di quelle.
Cercando di applicare un po'
grossolanamente il criterio delle previsioni in alcune applicazioni pratiche
delle scienze morali, si arriva a risultati addirittura sconfortanti. Della
storia, ad esempio, si sa che non è stata mai maestra dei popoli e se si pensa
che per accertare la colpabilità di un giudicando, non si sa fare di meglio che
invocare il parere di 12 brave persone perfettamente ignare di
ogni jure, alle quali prima si cerca di confondere le idee con discorsi
a rima quanto mai obbligata, si dovrebbe concludere che le scienze morali, per
la loro indole, non consentano simili apprezzamenti.
Eppure io penso che il criterio
delle previsioni sia così giusto e generale da potersi applicare a tutte le discipline
malgrado il loro diverso contenuto. Ne segue però che
le scienze morali sono in genere meno evolute delle
fisiche. E questa conclusione, che da principio può apparire strana, viene subito confortata dall'altro criterio, che sta in
stretta relazione col primo, e che deriva dalla natura dei problemi. Le scienze
morali hanno per soggetto l'uomo, che non si studia soltanto nei laboratorî e
nelle cliniche, l'uomo che rappresenta, almeno per ora, la parte più elevata e
più complessa dell'universo. Esse hanno per argomenti la storia, i linguaggi, i
caratteri, le leggi dell'umanità, da cui risultano gli
affetti e gli odii, le gioie ed i dolori, le battaglie e le vittorie, le
credenze e le aspirazioni umane. Le scienze morali sono le più nobili e le più
elevate, ma altresì le più complesse e non possono, malgrado
il loro grande passato, avere raggiunto il grado di evoluzione delle scienze
fisiche.
Che se poi si vuole, in base a questi concetti, addivenire ad una graduazione, si
deve concludere che le scienze sociali, cioè le economiche, giuridiche e
politiche, sono fra le scienze morali le più evolute. E realmente il
ragionamento giuridico è alle volte una analisi logica
così fine, così stringente ed esatta nelle sue conclusioni, da poter essere,
fino ad un certo limite, paragonata all'analisi matematica. Dati certi
principii, le leggi, le conseguenze che il diritto insegna possono avere quasi
la certezza di quelle matematiche. La genesi delle leggi giuridiche costituisce
un problema credo ancora controverso ed a me pare che esse rappresentino lo
sviluppo morale, economico e politico dei popoli. E però la legislazione segue
i progressi dell'umanità: così ad esempio, la aereonavigazione
dà origine a nuovi ed interessanti problemi giuridici.
Le scienze economiche e
statistiche hanno un carattere ancora più preciso e tanto che la matematica ha
potuto trovare in esse una larga applicazione. Anzi alcuni eminenti economisti si sono spinti tanto avanti da
cercare di ridurre l'analisi generale dei fatti economici ad una teoria
dell'equilibrio. Così le scienze economiche stanno in relazione con le
fisiche ed è da augurarsi che questa cooperazione vada sempre aumentando a
beneficio della ricchezza dei popoli.
Le scienze filologiche, che
stanno in stretta relazione con le storiche, sono meno evolute di quelle
sociali. Ma neppure ad esse fanno difetto leggi
generali che hanno condotto a previsioni meravigliose; così poterono essere
ricostruite lingue remote di cui era si sperduta ogni tradizione. La filologia
poi mediante la glottologia sta in relazione con le scienze fisiche.
Le scienze storiche vengono ultime perchè i loro problemi sono i più complessi.
La storia dell'umanità è un fenomeno troppo grande, troppo elevato per potere
essere facilmente dominato e vinto. Il paragone fra le scienze sociali e quelle
fisico-matematiche, suggerisce l'altro che assimila le storiche alle naturali.
La paleontologia potrebbe essere considerata quasi scienza di confine,
strettamente collegata come è con la preistoria,
intesa in senso lato, nelle sue differenti direzioni della paletnologia e della
più artistica archeologia.
Lo storico che esamina le
reliquie, gli atti o documenti per accertarne l'autenticità, la sincerità e
l'esattezza, che studia le tradizioni orali, le
cronache, gli annali e le biografie per dedurne il valore che realmente
rappresentano, somiglia al naturalista che osserva e descrive le forme
organiche e classifica le piante e gli animali. Per ricostruire su queste basi
i caratteri dei popoli e le loro vicende, per fare la storia, deve necessariamente intervenire la mente creatrice dello
storico. È inevitabile che egli vi porti le sue convinzioni e la sua fantasia. Però la storia,
quando il quadro si fa più complesso, può acquistare le forme dell'arte. Ma
l'arte e la scienza non sono così lontane come si crede, precede la prima là
dove la seconda non è ancora arrivata: ad entrambe è necessaria la stessa
scintilla, quell'intuito proprio dell'ingegno umano che fa presentire il vero,
quando ancora non ci è possibile dimostrarlo.
Le scienze sociali e quelle
storiche sono strettamente collegate fra di loro, e la
cooperazione si fa segnatamente nel senso, che queste ultime procurano in certo
modo il materiale di osservazione alle prime.
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* *
Ho lasciato
per ultimo la filosofia, perchè essa non appartiene più specialmente
alle scienze morali che alle fisiche. Essa dovrebbe essere il centro a cui
tutte le discipline convergono con la parte essenziale di ciascuna: il
risultato della più efficace cooperazione scientifica. Eppure la opportunità di questa cooperazione non è egualmente
riconosciuta dai filosofi, esiste anzi un vero antagonismo fra quei sistemi che
si appoggiano sulle scienze fisiche e quelli che non ammettono altre fonti di
conoscenza all'infuori dell'umanesimo. Il pragmatismo parrebbe rappresentare
fino ad un certo punto una regione di confine.
La filosofia ha evidentemente un
contenuto che non le può venire soltanto dalle scienze fisiche; non per questo
appare giustificato l'indirizzo antiscientifico. Si è rimproverato alla scienza
di non avere che un fine utilitario, di fornire tutto al più una regola
d'azione alla vita, che non serve alla conoscenza: le scienze prevedono i
fatti, ed è perciò che sono utili e se consentono le previsioni, devono pur
servire alla conoscenza.
S'è detto ancora che la scienza,
in certo modo, si diverte a costruire da sè i proprî problemi, per procurarsi
poi il piacere di risolverli: essa sarebbe dunque un prodotto artificiale
creato dagli stessi suoi cultori. A proposito di questa critica assai sottile,
che contiene un certo nocciolo di verità, mi sovviene un'altra critica, che
riguarda i fondamenti della chimica. Per spiegare il fatto
che ogni corpo entra in combinazione con un peso suo proprio
caratteristico è stata introdotta l'ipotesi atomica, che ora è assurta alla
dignità delle realtà fisiche. Questa spiegazione qualche anno fa venne contrastata dal Wald, il quale sostiene che il
costante rapporto nelle combinazioni non è un fatto naturale, ma creato
artificialmente dai chimici, che purificano le sostanze fino a che quel
rapporto più non varia. Ora è verissimo che quasi sempre
è necessario per la ricerca — non sempre perchè alle volte si trovano composti
puri anche allo stato naturale — ricorrere alla purificazione artificiale, ma
questo perchè la legge può applicarsi soltanto agli individui chimici e non ai
miscugli, quali ordinariamente ci offre la natura.
La conclusione è che le scienze
fisiche non possono quasi mai servirsi direttamente dei fenomeni e fatti bruti
o grezzi quali ce li presenta la natura; essi devono
essere convenientemente preparati, sceverati per poterli sottomettere all'esame
scientifico. Ciò non significa creare i fatti, bensì scegliere quelli che
presentano il maggiore interesse, cioè in prima linea
quelli che appariscono di indole più generale e che sono quasi sempre i più
semplici. Ora pare accertato, che esistono oltre a quelle in rapporto costante,
combinazioni in rapporti variabili, ed è questo il
contenuto reale della critica del Wald, ma la chimica, non avrebbe fatto nessun
progresso se non fossero stati scelti dapprima i fatti più generali, che
condussero alla legge di Proust.
E di
tali esempî la storia delle scienze è piena, e credo non soltanto quella delle
scienze fisiche.
La filosofia non può quindi fare
assegnamento soltanto sui valori umani, anche quelli naturali hanno
eguale se non maggiore importanza; la scienza non può però essere estranea alla
conoscenza.
La scienza non ha barriere insormontabili all'interno, nè
confini al di fuori; il suo cammino è ascendente, ascendente sempre, ciò che
varia è la velocità. Lasciate però che, dichiarando in nome del Re aperta
questa nostra quarta riunione, esprima l'augurio che da essa
il pensiero scientifico italiano riceva un impulso che lo spinga sulla via del
progresso con aumentata accelerazione!
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