SCENA
IX.
Lampridio, Sennia,
Filastorgo, Teodosio, Eugenio, Mastica.
Lampridio. Perdonami, o carissima madre,
poiché sotto questo venerabil nome di madre io t'ho ingannata; né io arei
ardire comparirti dinanzi se la suprema bontá di Dio non avesse dato meglio
esito alla mia audacia che io avessi saputo desiderare.
Sennia. Grande fu la tua sfacciataggine e
molto l'ardire né cosí facilmente degno di perdono: tôr per follia di gioventú
l'onor ad una casa in un ponto, che s'ha acquistato con tanta diligenza e con
tanti anni.
Lampridio. Madre mia dolce, vi giuro ch'una
delle cose che m'accesero fieramente dell'amor di tua figlia, fu la onestá e la
bontá che conobbi in lei; e se mento, facci Iddio ch'io sia privo di lei, ché
non so se maggior disgrazia potrei ricevere in questa vita. L'amava e serviva
con pensiero che, fattone consapevole mio padre, sperava per sua bontá licenza
di potermi sposar con lei, e poi con legitimi e ordinari modi farvela chieder
per moglie. Ma sapendo che con tanta fretta la volevate maritar con questo
Capitano, per interromper questo matrimonio mi fu forza d'usar inganno. Avendo
proposto morir mille volte prima che viver senza lei, la disperazione mi accecò
gli occhi e l'amore mi fe' far quello che ho fatto.
Sennia. Se l'amor bastasse ad escusar gli
errori, ognuno si scusarebbe con amore. Ma io, poiché vostro padre, mio marito
e figlio t'han perdonato, con non esser men pietosa di loro, t'accetto per
genero e mio carissimo figliuolo.
Lampridio. Dammi licenza, madre, che possa
andar a veder Olimpia mia e confortarla, che per questi casi successi dubito
che s'affliga.
Sennia. Eccoti le chiavi, ché l'aveva
carcerata in una camera, e quivi pensava o attossicarla o che fusse suo
perpetuo carcere e monistero.
Lampridio. O Dio, e io era cagione di tanto
male! quanto conosco che ti son debitore! Ecco mio padre, il qual non men che
io t'ama e riverisce.
Sennia. Giá lo conosco a tempo che tu
fingevi nol conoscere.
Filastorgo. Signora mia, se non volevate che
mio figlio avesse usata tanta impertinenza, non dovevate far figlia tanto bella
né di tanto onore e di tanto merito, ché bastarebbono queste cose a far divenir
folle altro cervello che d'un giovine.
Sennia. Desiderarei certo che mia figlia fusse
degna d'esser serva vostra e moglie di vostro figliuolo: poiché egli vi
scacciò, io vi ricolgo in questa casa e ve ne fo padrone come lui. Entrate.
Filastorgo. Ringrazio la vostra soverchia
cortesia.
Teodosio. Consorte carissima, poiché sei
giá fatta chiara ch'io sia Teodosio tuo marito che un tempo amasti con tanta
fede e amore, se per l'altrui inganni mi scacciasti da te, dammi ora licenza
che ti possa ricevere in queste braccia.
Sennia. O Dio santo e benedetto, chi è
piú contenta di me in questa vita? Poiché mi concedi il mio marito doppo sí
lungo tempo, che amai tanto e amerò mentre viva, temo di non svenirmi di
contentezza.
Teodosio. Ecco Eugenio tuo figliolo a cui
desti il latte e partoristi, e amavi un tempo.
Sennia. Succedi, figlio, in quel luoco
che altri si aveva usurpato, e perciò ne fosti scacciato. Non pigliarlo,
figlio, ad ingiuria ma a soverchia affezion che portava al nome tuo: quella
m'appannò gli occhi e quella sola mi fe' ricevere altri in tuo nome.
Eugenio. Bastami solo, madre, che m'ami e
che dopo tanti travagli mora nella patria e fra' miei parenti.
Mastica. Spettatori, or che Olimpia coglie
il frutto della sua fermezza e amore e che son finite le lacrime e i sospiri, e
io ho tolto la cena di bocca da' lupi che giá avevano aperta la gola e stavano
per inghiottirsela, andremo a godere. E perché io non desidero compagnia al
mangiare, andatevene alle vostre case; e se pur volete rallegrarvi del lieto
fine e delle altre contentezze di costoro, prima che vi partiate fatene qualche
segno di allegrezza.
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