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Giambattista Della Porta
L'Olimpia

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  • ATTO V.
    • SCENA IX.   Lampridio, Sennia, Filastorgo, Teodosio, Eugenio, Mastica.
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SCENA IX.

 

Lampridio, Sennia, Filastorgo, Teodosio, Eugenio, Mastica.

 

Lampridio. Perdonami, o carissima madre, poiché sotto questo venerabil nome di madre io t'ho ingannata; né io arei ardire comparirti dinanzi se la suprema bontá di Dio non avesse dato meglio esito alla mia audacia che io avessi saputo desiderare.

Sennia. Grande fu la tua sfacciataggine e molto l'ardirecosí facilmente degno di perdono: tôr per follia di gioventú l'onor ad una casa in un ponto, che s'ha acquistato con tanta diligenza e con tanti anni.

Lampridio. Madre mia dolce, vi giuro ch'una delle cose che m'accesero fieramente dell'amor di tua figlia, fu la onestá e la bontá che conobbi in lei; e se mento, facci Iddio ch'io sia privo di lei, ché non so se maggior disgrazia potrei ricevere in questa vita. L'amava e serviva con pensiero che, fattone consapevole mio padre, sperava per sua bontá licenza di potermi sposar con lei, e poi con legitimi e ordinari modi farvela chieder per moglie. Ma sapendo che con tanta fretta la volevate maritar con questo Capitano, per interromper questo matrimonio mi fu forza d'usar inganno. Avendo proposto morir mille volte prima che viver senza lei, la disperazione mi accecò gli occhi e l'amore mi fe' far quello che ho fatto.

Sennia. Se l'amor bastasse ad escusar gli errori, ognuno si scusarebbe con amore. Ma io, poiché vostro padre, mio marito e figlio t'han perdonato, con non esser men pietosa di loro, t'accetto per genero e mio carissimo figliuolo.

Lampridio. Dammi licenza, madre, che possa andar a veder Olimpia mia e confortarla, che per questi casi successi dubito che s'affliga.

Sennia. Eccoti le chiavi, ché l'aveva carcerata in una camera, e quivi pensava o attossicarla o che fusse suo perpetuo carcere e monistero.

Lampridio. O Dio, e io era cagione di tanto male! quanto conosco che ti son debitore! Ecco mio padre, il qual non men che io t'ama e riverisce.

Sennia. Giá lo conosco a tempo che tu fingevi nol conoscere.

Filastorgo. Signora mia, se non volevate che mio figlio avesse usata tanta impertinenza, non dovevate far figlia tanto bella né di tanto onore e di tanto merito, ché bastarebbono queste cose a far divenir folle altro cervello che d'un giovine.

Sennia. Desiderarei certo che mia figlia fusse degna d'esser serva vostra e moglie di vostro figliuolo: poiché egli vi scacciò, io vi ricolgo in questa casa e ve ne fo padrone come lui. Entrate.

Filastorgo. Ringrazio la vostra soverchia cortesia.

Teodosio. Consorte carissima, poiché sei giá fatta chiara ch'io sia Teodosio tuo marito che un tempo amasti con tanta fede e amore, se per l'altrui inganni mi scacciasti da te, dammi ora licenza che ti possa ricevere in queste braccia.

Sennia. O Dio santo e benedetto, chi è piú contenta di me in questa vita? Poiché mi concedi il mio marito doppo lungo tempo, che amai tanto e amerò mentre viva, temo di non svenirmi di contentezza.

Teodosio. Ecco Eugenio tuo figliolo a cui desti il latte e partoristi, e amavi un tempo.

Sennia. Succedi, figlio, in quel luoco che altri si aveva usurpato, e perciò ne fosti scacciato. Non pigliarlo, figlio, ad ingiuria ma a soverchia affezion che portava al nome tuo: quella m'appannò gli occhi e quella sola mi fe' ricevere altri in tuo nome.

Eugenio. Bastami solo, madre, che m'ami e che dopo tanti travagli mora nella patria e fra' miei parenti.

Mastica. Spettatori, or che Olimpia coglie il frutto della sua fermezza e amore e che son finite le lacrime e i sospiri, e io ho tolto la cena di bocca da' lupi che giá avevano aperta la gola e stavano per inghiottirsela, andremo a godere. E perché io non desidero compagnia al mangiare, andatevene alle vostre case; e se pur volete rallegrarvi del lieto fine e delle altre contentezze di costoro, prima che vi partiate fatene qualche segno di allegrezza.

 




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