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Paulo Fambri
ha trattato, nella solenne adunanza del R. Istituto Veneto di scienze, lettere
ed arti del 29 maggio 1892, del metodo positivo nella scienza e nella vita, ed
in quel discorso ha discusso intorno a molti argomenti, che qui devo passare
sotto silenzio, ed anche del positivismo nelle scienze biologiche che ci
interessa da vicino1.
L'autore ha
parlato lungamente ed a più riprese delle ipotesi, delle quali non si mostra
innamorato, cui anzi attribuisce, forse sulle orme del De Quatrefages, un
valore inferiore al vero. «L'ipotesi, egli dice, non è niente altro che una
artificiosa dipendenza stabilita fra alcuni fatti, i quali non presentano né
dimostrabile, né ben visibile nesso. Tale dipendenza ideale è un surrogato di
quella veramente reale ed oggettiva, cui non è giunta ancora l'umana attività».
Secondo lui, chi forma un'ipotesi non può credere di avere scoperto il vero
nesso obbiettivo delle cose, ma sa di proporre, per intanto, un collegamento
artificiale per esse. «Qualche volta, egli soggiunge, si ha la speranza di
azzeccare, qualche altra no». Può darsi che le ipotesi della filosofia
speculativa sieno tali, quali le definisce il Fambri; nelle scienze positive le
ipotesi hanno ben altro significato e ben altro valore.
Siccome il Fambri condanna le ipotesi in
massa, è naturale che respinga il darwinismo; infatti nel suo discorso, nel
quale si parla di moltissime cose e di altrettanti uomini, non trovasi alcun
cenno a questa teoria, quantunque l'occasione di parlarne in un senso o
nell'altro si fosse presentata sovente e quasi imperiosa.
Il Mantegazza ha giudicato le ipotesi
sotto un aspetto veramente geniale, considerandole come lavori di approccio che
ci avvicinano alla cittadella dell'ignoto, ma non ci permettono mai di
conquistarla d'un solo assalto. «E così — egli dice — come nella strategia
militare una parallela tiene dietro all'altra, finché l'ultima ci fa entrare
nella piazza assediata, così vediamo nella storia della scienza una teoria
tener dietro all'altra, finché l'ultima da ipotesi diventa la vera e genuina
teoria del fatto ignoto».
Il darwinismo è un'ipotesi, nessuno lo
nega; eppure esso fu accolto con entusiasmo da un grande numero di biologi. Fra
i nostri, potrei citarne molti, fra i quali De Filippi, Lessona, Capellini,
Strobel, Mantegazza, Issel, Todaro, Grassi, Camerano, Morselli, Penzig, ecc. Il
Buccola, già molti anni fa, disse che «le discipline biologiche resterebbero
eternamente infeconde, se non fossero avvivate dal soffio potente del
darwinismo»; ed il dott. Giacomo Cattaneo riassunse un suo libro sul darwinismo
colle seguenti parole: «La teoria evolutiva dei vegetali e degli animali, con
l'aiuto di fatti semplici e da tutti ammessi, e facilmente riscontrabili, quali
sono l'influenza del nutrimento e del clima, la concorrenza vitale, la
selezione naturale e sessuale, la variazione che da esse tutte consegue, e
l'eredità dei caratteri che perpetua, moltiplicandoli, i mutamenti avvenuti,
riesce a dare plausibile spiegazione dei fenomeni finora osservati negli
organismi, specialmente per ciò che riguarda la formazione delle loro diverse
specie, la loro successione nei tempi geologici, il loro sviluppo embrionale,
la loro anatomia comparativa. Essa ha dunque tutti i caratteri di una teoria
scientifica; e le conclusioni, che se ne traggono, posseggono un alto grado di
probabilità»2.
Respingano pure il De Quatrefages ed altri
la teoria darwiniana pel solo fatto che è un'ipotesi, ma la generalità dei
biologi penserà col Mantegazza che, se la teoria del Lamarck fu una parallela
strategica, questa del Darwin è un'altra parallela che ci avvicina maggiormente
alla cittadella che vogliamo espugnare.
L'ipotesi, peraltro, perché possa essere
presa in considerazione, deve possedere due qualità: l'una di essere suggerita
da un sufficiente numero di fatti bene accertati, l'altra di non essere
contraddetta da alcun principio scientifico già stabilito. Mancando l'una o
l'altra od ambedue queste qualità, non si può parlare di ipotesi scientifica o
legittima, ma soltanto di vedute individuali o di ragionamenti più o meno
speciosi. Piuttosto che proporre con tale mezzo la soluzione di un grande
problema, vale meglio confessare la propria ignoranza e raccogliere quelle
conoscenze positive speciali che in seguito potranno servire a stabilire
un'ipotesi scientifica o fors'anco a risolvere definitivamente il problema.
L'ipotesi deve avere una terza qualità per
essere legittima, cioè di spiegare direttamente i fatti che l'hanno suggerita
senza che occorra ricorrere ad ipotesi subordinate alla prima, e ad altre
ancora subordinate alla terza, e via di seguito. Un procedimento siffatto può
impiegarsi dai filosofi speculativi, non da uno scienziato positivo. Purtroppo,
nelle scienze naturali, questo sistema è stato seguito da un uomo eminente
quale il Weismann, al quale il Romanes3 ha fatto questo giusto
rimprovero: «Sebbene la grande potenza speculativa del Weismann sia accoppiata
ad una profonda conoscenza di tutti i rami della biologia, debbo nondimeno
esprimere il sospetto che le sia stata accordata soverchia libertà. Purché si
possano collegare insieme a mezzo di un legame logico, le ipotesi seguono alle
ipotesi in tale copia, quale non si rinviene che nelle opere dei metafisici, e
raramente, nemmeno in misura approssimativa, in quelle dei naturalisti. Tutto
il meccanismo dell'eredità è così minutamente dipinto e svolto esattamente con
convinzione che si ricorre col pensiero alla topografia che Dante ha dato
dell'Inferno. Non solo la sfera del plasma germinativo consta di nove cerchie
(molecole, biofore, determinanti, idie, idantie, idioplasma, somatoplasma,
morfoplasma, apicalplasma), ma il nostro duce sa mostrarci in ciascuno di
questi distretti fenomeni così strani e meravigliosi, che ritorniamo volentieri
nel regno della scienza come se fossimo reduci da un altro mondo. Per esprimermi
altrimenti, se un giudizio scientifico consiste nell'allentare con una mano le
redini alla speculazione e nel frenare coll'altra il raziocinio entro i limiti
dell'esatta dimostrazione, devesi, a mio avviso, ammettere, che il Weismann,
per quanto è in errore, sia corso sopra un carro destituito di freni».
Queste sono, se vere, divinazioni che
possono forse destare l'entusiasmo; ma l'ipotesi scientifica è più soda, più
positiva, meno soggetta all'ammirazione ma anche meno esposta alla critica.
Chi respinge le ipotesi, si spoglia di un
buon strumento di progresso scientifico; ma, d'altra parte, è ottimo consiglio
di essere guardinghi nell'accettarle. Il Mendenhall ha scritto recentemente nel
periodico «Science» di Nuova York4 un bell'articolo su quest'argomento,
in cui dimostra quanto sia facile di arrivare a conclusioni errate quando si
emettano leggermente ipotesi non legittime. La biologia può però dimostrare che
in molti casi le ipotesi sono state utilissime.
Il Goethe, colpito dalla vista di un
cranio di montone e l'Oken da quella di un cranio di cervo, sono arrivati
indipendentemente l'uno dall'altro a stabilire la teoria vertebrale del cranio.
È vero che poscia l'embriologia non ha trovato interamente accettabili le loro
idee; ma il concetto della somiglianza fra le ossa del cranio dei vertebrati
con quelle della colonna vertebrale rimase inconcusso e condusse alla teoria
segmentale del cranio proposta dal Gegenbaur.
Un altro esempio è citato dal Todaro nel
suo discorso intorno al metodo sperimentale nella scienza della vita5.
C. Bell, avendo osservato che nella faccia i rami del nervo comunicante
terminano tutti nei muscoli e quindi sono esclusivamente motori e che viceversa
tutti quelli del trigemino vanno alla pelle e alla mucosa e quindi sono
esclusivamente sensitivi, indusse che le due serie di radici dei nervi spinali
sono le une motrici, le altre sensitive. Questa ipotesi venne confermata
dall'esperimento e costituisce una delle più grandi scoperte fatte dalla
fisiologia nel nostro secolo.
La teoria della gastrula, sostenuta
da Haeckel, era in origine una ipotesi sorretta da un numero di osservazioni
molto esiguo; ma essa ha spinto gli embriologi alla ricerca della gastrula in
tutti gli animali superiori al protozoi, ed in un grande numero di essi la
gastrula, sebbene sovente modificata, venne rinvenuta, anzi ultimamente si
dimostrò la di lei esistenza anche nei mammiferi e nell'uomo nei primordi del
loro sviluppo individuale, così che oggi si ha quasi la certezza che tutti i
metazoi attraversino una fase gastrulare.
«Mi pare — dice il Todaro — si possa
affermare, come i procedimenti pei quali si giunge alla conoscenza del vero
nelle scienze biologiche, non differiscano dai metodi coi quali i fisici ed i
chimici hanno stabilite le loro teorie. Noi, com'essi, partiamo dalla esatta
osservazione e ci serviamo di astrazione e generalizzazione, d'ipotesi e di
induzioni per giungere alla scoperta delle leggi fondamentali che regolano la
vita».
Fra tutte le scienze positive, peraltro,
la biologia ha più frequente bisogno delle altre di ricorrere all'ipotesi, ciò
che è dovuto alla complessità dei fatti o fenomeni di cui essa si occupa. Il
Comte ha certamente torto, quando dice che i fenomeni organici non possono
essere studiati che in modo meno esatto e meno sistematico dei corpi bruti; ma
non si può negare che in questa frase vi sia un fondamento di verità.
L'Huxley contraddice a questa asserzione,
ed a sostegno della contraria cita i muscoli che si contraggono e che divengono
nello stesso tempo più corti e più grossi senza cambiare di volume, e la legge
morfologica, secondo la quale gli animali che allattano i loro piccini hanno
due condili occipitali, e molti altri risultati avrebbe potuto addurre che nei
riguardi dell'esattezza non la cedono punto a quelli conseguiti dalle scienze
del mondo anorganico.
Giova tuttavia osservare che l'assoluta
esattezza in biologia è un frutto che si matura lentamente, e troppo sovente
avviene che ciò che ieri si riteneva una conquista della scienza, oggi debba
considerarsi come un errore. Perfino la legge enunciata dall'Huxley come tipo della
precisione e sopra menzionata non va esente da ogni obbiezione, perché, secondo
le osservazioni di Hunter e di altri, vi sono degli uccelli che allattano i
loro piccini (piccioni, canarini), e gli uccelli hanno un solo condilo
occipitale. Questo latte non è il secreto di ghiandole mammarie, ma
dell'ingluvie; è però latte, od una sostanza ad esso affine, sia che lo si
consideri dal lato chimico o fisiologico.
È noto quanti discorsi sieno stati fatti
dagli zoologi e dai fisiologi intorno alla morte apparente di alcuni animali, e
cioè dei rotiferi e di alcuni gordiacei, fenomeno che si considerava come
inesplicabile, perché si compendiava, massime riguardo ai rotiferi, in una vera
risurrezione. Fino all'anno scorso la reviviscenza dei rotiferi, dopo parecchi
anni di morte apparente, non poteva essere revocata in dubbio, perché sostenuta
da osservazioni, che sembravano inappuntabili, di sommi osservatori, come il
Leeuwenhoeck, lo Spallanzani, il Fontana, ed altri; oggi le cose sembrane mutate,
perché il dottore Fausto Faggioli sostiene con buoni argomenti che i predetti
naturalisti si sono ingannati, avendo considerato come rotiferi redivivi i
rappresentanti d'una nuova generazione.
La difficoltà di conseguire in biologia
risultati certi è attestata dal fatto che di raro possiamo cimentarci sulla via
della previsione, e che in ogni caso non facciamo le meraviglie se questa
fallisce. Se un oggetto, abbandonato a sé nel vuoto, non cadesse, il fisico
sarebbe colto da stupore; se due corpi, chimicamente puri, uniti insieme non
dessero il prodotto preveduto, il chimico potrebbe gridare al miracolo; invece
il fisiologo, cui non riesce lo sperimento, sa troppo bene che vi sono fonti
innumerevoli di insuccesso per sgominarsi, e quindi ritenta la prova in altro
modo o con altri mezzi. La legge dell'eredità è fra le meglio stabilite e
meglio conosciute, e tuttavia, se si fa il connubio fra due animali o due
piante di sesso diverso, nessuno sa prevedere con certezza quali caratteri
avranno i figli, prescindendo, bene inteso, dai caratteri specifici ed in
alcuni casi da quelli di razza o varietà. Il Lemoigne, il Mantegazza ed il
Morselli hanno tentato di raccogliere questi caratteri in una formola
matematica, ma di matematica non c'è che la forma, giacché una parte degli
elementi dell'equazione si compone di ignote, e la trasmissione dei caratteri
acquisiti è negata da un uomo autorevolissimo come è il prof. Weismann.
Tutto ciò nonostante, le scienze
biologiche rientrano nella cerchia delle scienze positive al pari di quelle che
studiano il mondo anorganico, perché nelle loro operazioni si valgono
dell'osservazione e dello sperimento. È quindi il metodo di ricerca che dà ad
una scienza il suo carattere di positivismo, il quale metodo, alla sua volta, è
bensì garanzia della serietà dei risultati, ma non della infallibilità
dell'operatore, massime se l'azione di questo si esplica in un campo sì irto di
spine quale è quello della biologia.
Il Comte ha quindi ragione, se nel passo
precitato allude alla difficoltà di conseguire in biologia risultati certi e
sicuri, ma ha torto se ne incolpa il metodo, il quale, quando è quello delle
scuole positive, è egualmente «esatto e sistematico», sia che si tratti dello
studio dei corpi organici o dei corpi bruti. Il Fambri, prendendo parte alla
discussione fra il Comte e l'Huxley, mette le cose al loro posto quando
asserisce che «i corpi anorganici possono venire studiati con maggiore
comodità, e come quelli che risultano da minor numero di fattori, sono più
facilmente apprezzati nei loro speciali caratteri».
A questo punto devo menzionare l'analogia,
della quale le scienze biologiche si valgono largamente e che può essere fonte
di errore, specialmente se questo strumento di giudizio sia maneggiato con poca
cautela e circospezione. Nello studio del mondo anorganico l'illazione per
analogia dà la certezza, perché, a modo di esempio, una sostanza pura, non
turbata nel processo di aggregazione molecolare, deve dare cristalli con angoli
e spigoli esattamente calcolati; mentre in biologia si afferma bensì «ab ungue
leonem», ma si corre il pericolo di ingannarsi, come troppo frequentemente è
avvenuto. La paleontologia può darci, a questo riguardo, utili insegnamenti,
anche prescindendo dal famoso «homo diluvii testis».
Se noi possiamo assorgere a concetti
generali, astratti, lo facciamo coll'aiuto dell'analogia, la quale ci permette
di estendere i risultati di un'osservazione o di uno sperimento istituito sopra
alcuni organismi a tutti gli organismi sistematicamente affini; così l'Huxley,
prima di esporre la legge morfologica summenzionata, non ha certamente contato
i condili occipitali di tutti gli animali che allattano i loro piccini; né
Giovanni Müller ha sezionato tutti gli individui di tutte le specie dei
vertebrati per asserire che in questa serie il sistema nervoso centrale non è
trapassato dall'esofago. Del pari, i botanici e zoologi, quando dànno la
diagnosi delle specie, dei generi, ecc., sono ben lontani dall'avere esaminati
tutti gli individui che appartengono a queste categorie, e quindi s'appoggiano
all'analogia. Questo è un potente fattore di progresso, perché nella biologia i
concetti generali rappresentano l'abbreviazione del pensiero; ma non usato
convenientemente, può condurre a risultati inesatti. La storia delle scienze
biologiche prova l'esattezza di quest'asserzione: basta ch'io ricordi come
tutte le definizioni delle piante e degli animali sieno cadute davanti ad una
critica severa, e come alcune classificazioni degli animali debbano essere
rivedute o rifatte.
Rimane a vedere onde scaturisca questa
forza, che sembra tanto misteriosa, dell'analogia. Chi considera le cose con
mente spassionata, non può non vedere dietro le quinte il «concetto della
discendenza». Forme sistematicamente affini, ossia collegate da un vincolo di
parentela, non possono essere dissimili, perché in esse deve dominare sovrana
la legge della eredità.
Concludendo intorno a questo speciale
argomento, sarebbe eresia il negare alle scienze biologiche la qualifica di
positive; ma è certo, d'altra parte, che il mondo organico, del quale esse si
occupano, colla sua complessità e fluttuazione rende le loro conquiste tarde e
difficili.
Il Fambri sfiora anche la questione
fisio-psicologica ed esclama: «Per oggi ignoramus»; quanto all'«ignorabimus»,
non pretende che altri, più fiduciosi, lo ripetano.
Che i quesiti che si riferiscono alla
psiche sieno molto oscuri, è impossibile di negare. La psicologia introspettiva
ha fatto molti sforzi per diradare alquanto queste tenebre, ma non è riescita
nel suo intento, e pare ormai che su questa via sia difficile di progredire.
Fra le tante difficoltà che incontra l'introspezione, che meglio potrebbe
chiamarsi autospezione, vi ha pur questa, che l'uomo è oggetto e soggetto,
fenomeno e noumeno nello stesso tempo, per cui, fra le altre cose, è facile che
nell'osservazione del proprio interiore egli trovi ciò che vuole o almeno
desidera di trovare.
Visti gli insuccessi della psicologia, la
biologia s'è messa al lavoro per vedere se poteva essere più fortunata.
Questi tentativi della fisiologia sono
ancora recenti ed i risultati fin qui ottenuti mostrano per conseguenza di
essere vaghi ed immaturi.
Nondimeno gli studi recenti hanno gettato
qualche sprazzo di luce su questi problemi, così che si può intravvedere la
soluzione di due ardui quesiti, di cui l'uno riguarda la natura della psiche,
l'altro la psicogenesi.
La fisio-psicologia è ricca di molti ed
esatti sperimenti, i quali tutti tendono a dimostrare che l'eccitamento
sensitivo impiega un certo tempo, che è il tempo fisiologico o di reazione, per
convertirsi in impulso motore. Questo tempo varia a seconda delle persone e
delle circostanze e può essere misurato con cronometri perfezionati. Sembra
quindi che gli atti psichici, oltre che nello spazio, ossia entro i ganglii
encefalici, si compiano in un determinato tempo. Tale conclusione è avvalorata
da un fatto di qualche importanza, dal fatto cioè che ogni atto psichico, anche
il meno faticoso, produce un aumento della temperatura del cervello.
Se a ciò si aggiunge che anche le attitudini
psichiche sono ereditarie, che le facoltà mentali stanno in diretto rapporto
allo sviluppo delle masse ganglionari nervose, e che lo stato psichico varia
col variare della qualità e della quantità del sangue che irrora il cervello,
dovremo ammettere che la fisio-psicologia non ha lavorato indarno.
Può sorgere dubbio intorno alla
ereditarietà delle attitudini psichiche, perché molti argomenti militano in
favore, ed altri contro, e gli autori stessi si dividono in due partiti opposti
l'uno all'altro; ma a questo riguardo sembrano accettabili le idee del
Weismann, che cioè non già un talento particolare sia ereditario, ma piuttosto
una superiorità generale dell'ingegno, che poi può esplicarsi in maniera
diversa. «Mi sembra - egli dice6 - che il talento derivi da una
fortunata combinazione di attitudini ereditarie mentali, sviluppatesi in una
determinata direzione ed in generale assai elevate».
Quanto alla psicogenesi, la biologia
c'insegna che anche le piante sono sensibili, specialmente le loro spore non
peranco rivestite di una membrana composta di cellulosa, e le loro parti
radicali od aeree giovani in via di crescenza; che altrettanto, a maggior
ragione, lo sono gli infimi animali, ancora che in essi non sia specializzato
un sistema nervoso; che salendo dalle monere all'uomo le funzioni psichiche
vanno, in generale, complicandosi parallelamente allo sviluppo del sistema
nervoso; e che, infine, un perfezionamento corrispondente noi lo troviamo se
seguiamo gli animali più elevati e l'uomo stesso nella loro ontogenesi,
tenendoli cioè in vista dai primi stadi del loro sviluppo fino alla maturità.
Sono trascorsi dodici anni da che
l'Haeckel ha pubblicato il suo saggio di psicologia cellulare che ha fatto
progredire grandemente la psicologia comparata. Che esista una vita psichica
non soltanto nell'uomo e negli altri vertebrati, ma anche negli insetti,
nessuno dubita già da lungo tempo, specialmente dopo i classici lavori di Huber
sugli insetti; ma che anche i coralli, le spugne ed i protozoi, dove parrebbe
che non dovessero palesarsi che nudi fatti meccanici, possedessero un'anima,
l'ha affermato e propugnato con buoni argomenti l'Haeckel nell'opera citata.
Quest'autore, dal concetto che la vita in
genere non è di necessità collegata alla forma, cioè a corpi morfologicamente
differenziati, discende a quell'altro che l'attività psichica, nel suo più
largo significato, non è esclusivo attributo della sostanza nervosa. Vita e
psiche, secondo lui, sono fenomeni strettamente legati l'uno all'altro, così
che questo sorge e si perfeziona col sorgere e svilupparsi dell'altro.
Le idee dell'Haeckel ebbero buona
accoglienza presso i biologi, e, fatto interessante, anche presso molti
filosofi. Fra questi menziono il Sergi che è anche antropologo, il quale
scrisse di proposito sull'origine dei fenomeni psichici7 ed ha un
capitolo (cap. settimo) intitolato: «La psiche e la vita». «La psiche — egli
dice (p. 106) — e la vita... non sono due cose, due attività distinte e
diverse, ma sono come una funzione rispetto al complesso delle funzioni, come
la nutrizione e la riproduzione rispetto alla vita. La psiche è una funzione
della vita, nulla più, nulla meno... La vita psichica, per noi, comincia
parallelamente alla vita di nutrizione, o alla vita fisica, per adoperare le
parole di Spencer».
Anche ammesso tutto ciò come dimostrato, i
suddetti problemi non sarebbero peranco risolti; ma tuttavia una cosa apparisce
chiara, ed è che il dualismo non è in grado di portare alcuna luce su di essi,
mentre il monismo ci avvia almeno verso la loro soluzione.
Per riassumere questo breve capitolo, dirò
quanto segue:
I. Il naturalista non può essere avverso all'ipotesi, quando
questa sia fondata sopra fatti positivi, nel quale caso sovente non solo è
utile, ma necessaria per raggruppare sotto un unico punto di vista dei fenomeni
che altrimenti resterebbero slegati e dare di essi una spiegazione almeno provvisoria.
Se la fisica, pur tanto sussidiata dalla matematica, e la chimica nonostante
l'esattezza delle sue formole, ricorrono alle ipotesi per la spiegazione dei
loro principii fondamentali, non è giusto di negare questo mezzo di ricerca
alla biologia che nel suo cammino trova molti ostacoli da superare.
II. Sebbene la biologia debba ricorrere sovente all'ipotesi,
massime quando si tratta di spiegare i fenomeni essenziali della vita, pure per
il metodo che segue, il quale il più delle volte la conduce a risultati
incontestabili, è una scienza eminentemente positiva, né questa qualifica può
essere revocata in dubbio dal fatto che le difficoltà della investigazione o
dello sperimento non sono sempre felicemente superate.
III. Nelle questioni che riguardano la psiche, da lungo
tempo discusse senza risultati soddisfacenti, la biologia col suo indirizzo
monistico ha aperto la via a molteplici ricerche che saranno probabilmente
feconde di buoni risultati.
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