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SPIEGAZIONE
DELLE FIGURE
Fig. 1, 2, 3. Figure schematiche di una sezione
trasversale di Spugne. – Cavità centrali o stomacali e canali.
Fig. 4. Fibre cornee costituenti lo scheletro
della Spugna comune.
Fig. 5. Spicule delle Spugne silicee.
Fig. 6. Aperture dei canali delle Spugne e
correnti che ne escono.
Fig. 7. Polipi del Corallo. – Uno di questi
presenta la fuori uscita di una larva.
Fig. 8. Scorza e vasi della medesima superficie
della parte pietrosa.
Fig. 9. Organi genitali femminei del Corallo.
Fig. 10. Organi genitali maschili del Corallo.
Fig. 11. Spicule calcaree del Corallo.
Fig. 12, 13, 14, 15, 16. Forme larvali del
Corallo in stadii diversi.
Signori,
Lo
scopo delle Lezioni popolari fu sempre quello di accrescere il patrimonio delle
cognizioni che appartengono alla generale cultura, o di correggere alcuno dei
pregiudizi inveterati nelle moltitudini. Con questo intendimento ho trattato
negli anni decorsi dei vermi parassiti combattendo il pregiudizio che tali
animali derivassero da spontanea generazione: ho trattato poi dei denti e
dell'avorio e ultimamente delle pelliccie, per aggiungere alcune notizie a
quelle che si hanno comunemente sulla struttura, sulla organizzazione, sopra
gli usi ed applicazioni di questi prodotti animali. Oggi vi presento un tema,
che può raggiungere per alcuni il duplice scopo che vi indicava di una lezione
popolare, e questo tema ha per titolo: Spugne e Coralli.
Per tracciarvi la storia
naturale delle Spugne e dei Coralli, che anticipatamente vi dirò appartenere al
regno animale, correggendo forse così un vecchio pregiudizio molto
generalizzato sulla loro natura, mi occorre mostrarvi una classificazione del
regno animale medesimo, per vedere quale sia la posizione relativa delle Spugne
e dei Coralli rispetto a tutti gli altri animali. La classificazione che io qui
vi presento, è quella tracciata nell'opera del compianto professore De-Filippi.
La prima divisione è quella dei Vertebrati, nella quale sono compresi i
Mammiferi, gli Uccelli, i Rettili, gli Anfibi, i Pesci. Nella seconda divisione
stanno gli Annulosi, nella quale son compresi gli Insetti, gli Aracnidi, i
Crostacei, gli Anellidi, i Turbellari, i Rotatori, gli Entozoi. Una terza
divisione comprende i varii gruppi dei Molluschi, cioè i Cefalopodi, i
Gasteropodi, gli Pteropodi, i Brachiopodi, i Conchiferi, i Tunicati.
Una quarta divisione
comprende i varii gruppi dei Raggiati cioè gli Echinodermi, gli Acalefi, i Polipi,
nel qual gruppo stanno i Coralli. Finalmente la quinta divisione dei Protozoi,
contiene gli Infusorii, i Rizopodi e gli Spongiari, a cui appartengono le tante
specie di spugne, inclusive quelle di uso comune.
Cominciando dai
Vertebrati e scendendo agli ultimi animali indicati nella serie, noi abbiamo
una graduale diminuzione nella complicanza di struttura, e una immensa
diminuzione nella divisione del lavoro affidato a organi speciali negli animali
superiori. Nelle ultime serie, la vita animale è così semplicizzata, che per un
certo tempo è stato possibile che alcune piante inferiori trovassero posto fra
gli animali. Ognuno conosce quella polvere nota sotto il nome di Tripolo; molti
poi han sentito parlare delle farine fossili, delle quali abbiamo un bell'esemplare
fra noi nel Monte Amiata. Ebbene, questo tripolo, questa farina fossile,
osservata al microscopio, mostra delle forme con dettagli sorprendenti, ed
altro non è che un insieme dei resti di un gruppo di piante dette ora
Diatomacee. Simile a queste esiste anche attualmente grandissima quantità di
specie viventi, che per consenso di tutti i naturalisti sono ora escluse dal
regno animale. Come questi esseri erroneamente erano stati classati dal celebre
Ehremberg fra gli animali, ed eran piante; così le Spugne e i Coralli, fino al
principio di questo secolo, furono ritenute come piante, e sono animali. Si
domanderà però qual sia il fondamento che ci conduce a collocar le Spugne
(giacchè dei Coralli diremo in seguito) in questa categoria.
La natura animale delle
Spugne è dimostrata dalla grande analogia che hanno con altri animali; dalla
grande quantità di composti ammoniacali che si sviluppano colla putrefazione
della sostanza molle che sta nei meandri e cavità delle Spugne viventi. È vero
che non si è scoperta finora alcuna traccia di una organizzazione particolare
nella massa gelatinosa contenuta nei vacui che presentano le Spugne: vi si è
però riconosciuto un processo di circolazione incessante dell'acqua del mare,
che entra lentamente pei più piccoli pertugi della superficie, ed esce a guisa
di correnti più rapide da altre aperture maggiori ed a margini più rilevati. Si
conoscono pure gli organi riproduttori delle Spugne sotto forma di corpicciuoli
ovoidali o sferici isolati nelle lacune del tessuto. Questi corpicciuoli,
quando sono emessi, si mostrano dotati di un movimento simile a quello della
maggior parte degli infusorii: ma ben presto si fissano, e danno origine ad una
nuova Spugna simile a quella dalla quale provenne. Per tutte queste caratteristiche
sono dunque da ritenersi le Spugne fra gli organismi animali. Consideriamo
dunque la natura animale delle Spugne, prendendo a studiare una di quelle che
si mettono in commercio. Prendendo un piccolo frammento della medesima, e
sottoponendolo all'esame del microscopio, si osserva una rete costituita da
fibre intrecciate variamente, e di un diametro diverso, secondo le varie specie
di Spugne (fig. 4). Questo aggregato di fibre non è però che lo scheletro, nel
quale è contenuta la materia animale vivente della Spugna. Questa materia è una
specie di gelatina contrattile, che alla sua volta ha, secondo le varie specie,
una cavità centrale o stomacale traversata qua e là da canali, di varia
dimensione. In questi circolando l'acqua del mare, i materiali alimentari che
essa trasporta, compenetrano e s'immedesimano nella gelatina vivente (fig. 6).
Sopra alcune Spugne si sono fatte delle esperienze per vedere queste correnti.
Si è collocata una Spugna vivente in un vaso riempito dell'acqua di mare, e
lasciandola lungo tempo perfettamente tranquilla, si sono viste benissimo nella
materia gelatinosa tutte le sue aperture beanti, e si sono osservate le
correnti che le traversano. Se poi si irrita l'animale, o se lo si ritira
dall'acqua per un istante, le correnti diminuiscono o cessano e le aperture
esterne contraendosi in un modo lento e insensibile finiscono per chiudersi
completamente.
Colla massima facilità
la materia gelatinosa e quasi mucilagginosa delle Spugne putrefà, e un odore
nauseante e persistente che è caratteristico si manifesta, se il vaso nel quale
si tiene una Spugna non è grande in proporzione di quella o non si rinnova con
una corrente continua d'acqua. Le Spugne si riproducono in due modi; o per dei
germi a guisa di uova, che poi dopo aver nuotato un certo tempo liberi si
fissano ad uno scoglio, e fondano la colonia di animali che diverrà la Spugna tal quale noi conosciamo: oppure si riproducono per gemme che si sviluppan sulla
Spugna madre, ricordando così ciò che avviene negli alberi, in cui le gemme o
occhi danno origine a nuovi rami.
Le Spugne che popolano i
mari non sono tutte organizzate nel modo indicato: ve ne hanno molte che
immedesimate nello scheletro contengono dei corpi calcarei o silicei chiamati
Spicule (fig. 5), che in talune Spugne costituiscono pressochè completamente il
sostegno della gelatina vivente, o come vi diceva precedentemente la trama
scheletrica della colonia di animali. La forma e grandezza di queste Spicule
varia moltissimo nelle singole specie. Spesso anche si trovano delle Spicule di
varie forme in una medesima specie, ed alcune sono a guisa ora di lunghi ora di
piccoli aghi, alcune altre di Spilli, alcune altre di stelle, alcune altre di
clave, di tridenti, e di tanti altri aspetti, che ricordano le apparenze dei piccoli
cristalli della neve. È dalla considerazione della presenza o no di questi
corpi calcarei e silicei, immedesimati nello scheletro formato dalle fibre
cornee o rete fibrocartilagnosa delle Spugne, o soltanto nella massa gelatinosa
delle medesime che queste sono state divise in tre gruppi principali, cioè nel
gruppo delle Spugne cornee, delle Silicee, delle Spugne calcaree. Fra le Spugne
debbono pure annoverarsi quelle di acqua dolce, che si trovano spesso nel fondo
delle cisterne e che non di rado ne ostruiscono i tubi, i condotti, guastando
le acque per la putrefazione della loro materia gelatinosa. Passata in rassegna
la storia generale delle Spugne, vi dirò come quelle in uso sono le Spugne a
scheletro corneo. Le migliori ci vengono in commercio dal Mediterraneo, e
particolarmente si pescano lungo le coste della Siria o dell'Arcipelago Greco:
si pescano pure Spugne nel Mar Rosso e nelle Indie Occidentali. Le specie note
in commercio, sono la Spugna fine morbida della Siria, il prezzo della quale
varia da 100 a 140 franchi il chilogrammo. Di queste ve ne hanno alcune a forma
di imbuto che si tengono per mostra dai venditori e costano 25, 50 e più
franchi il pezzo secondo le dimensioni. Altra specie nota, è quella
dell'Arcipelago, che raggiunge talvolta sessanta centimetri di diametro: poi la
Spugna fine dura, detta Spugna Greca, la Spugna bionda di Siria, detta di
Venezia, la Spugna bruna di Barberia, detta di Marsiglia, la Spugna di
Salonicco. Però le migliori Spugne sono quelle della Turchia e dell'Arcipelago,
di fronte a quelle grossolane della Costa Americana, delle coste della Florida,
dei banchi di Bahama, della costa di Baja, di quelle dei mari Australi.
L'abitazione delle Spugne è specialmente ristretta ai punti della Costa, ove il
fondo è più scoglioso. La pesca si fa principalmente dai Greci e dagli abitanti
della Siria, e comincia nel maggio per durare fino a tutto settembre. I modi di
pesca son due; o servendosi della draga, e di una specie di tridente, ovvero il
pescatore, spiando il fondo, si immerge da una barchetta e con un coltello
separa la Spugna dalla roccia e la porta fuori. Le Spugne così raccolte dal
seno del mare contengono della sabbia, dell'argilla disseccata, per cui prima
si nettano, poi si battono e si lasciano per qualche tempo macerare in acqua
dolce; si puliscono, si strizzano lavandole a più riprese, per liberarle dalle
impurità e dalla materia animale che racchiudono; poi si bagnano nell'acqua
acidulata debolmente, cioè a 8 o 10 gradi, e si lavano a grand'acqua per
togliere loro dei sali calcarei che le incrostano, e quelli che appartengono
allo scheletro o gusci di altri animali cresciuti sulle Spugne medesime, o a
frammenti di conchiglie. Talvolta le Spugne si guastano, volendo togliere dei
ciottoli o altri corpi estranei inclusi nella loro trama. Ultimamente si è
impiegato l'acido solforoso e soprattutto il cloro per imbianchire le Spugne, e
tal pratica è riuscita benissimo. La si usa però solo per le Spugne da
toeletta, poichè ne indebolisce il tessuto, e rendendole più morbide dà loro
più valore.
Con queste operazioni, la Spugna quale è messa in commercio è costituita da quella trama di fibre cornee o
cartilaginose, più o meno fitte, più o meno fini, non tubulari, ma piene, e
costituenti delle aperture di varia dimensione. La composizione chimica di
queste Spugne è stata studiata da molti autori. Eccone i resultati. La sostanza
organica o fibra elastica delle Spugne presenta gli stessi caratteri che la
materia fibrosa della seta. Si rammollisce al fuoco come i peli ed il corno, e
dà alla distillazione una quantità considerevole di carbonato di ammoniaca. Si
scioglie facilmente nelle liscivie alcaline e negli acidi minerali concentrati,
e la soluzione precipita poi colla noce di galla. Dopo averla lavata coll'acido
idroclorico allungato, con alcool, con etere, è composta dei seguenti principii
elementari:
Carbonio
Idrogeno
Azoto
Solfo
Fosforo
Iodio
Ossigeno.
Le Spugne danno, termine
medio, 3½ per cento di cenere, composta di silice, di solfato, carbonato e
fosfato di calce, come pure di Ioduro di potassio. Messe in contatto coll'acido
solforico concentrato, perdono la loro elasticità: tuttavia non producono
alcuna combinazione solubile nell'acqua.
L'acido nitrico le
discioglie in parte. La porzione insolubile è una sostanza molle, glutinosa,
insolubile nell'acqua, e che è completamente disciolta nell'ammoniaca, con un
color giallo, e nella potassa con un color rosso. Bollite con dell'acido
idroclorico, le Spugne si sciolgono pur completamente, prendendo un color
bruno. Nell'ammoniaca non provano alcuna alterazione, ma si sciolgono
bollendole nell'acqua di barite.
Una delle frodi che si
fa nella vendita delle Spugne, è quella di lasciarvi della sabbia per
accrescerne il peso.
L'uso delle Spugne è
grandissimo. Servono per la toelette le specie migliori e più fini, e si
impiegano pure nelle manifatture della porcellana, della lustratura dei cuoi, e
nella litografia. Le altre servono agli usi domestici, destinando per la
nettezza delle case e per servizii di scuderia, quelle a fibre grossolane, come
la Spugna bruna di Barberia detta di Marsilia o Spongia communis dei
naturalisti.
Le spugne sono anche
impiegate per fare strumenti chirurgici di varie specie. Da lungo tempo è stata
impiegata la Spugna torrefatta in vasi chiusi nella cura del gozzo e delle
malattie scrofolose, credendo alla sua utilità in ragione dell'Iodio che
contiene ed al quale si attribuisce una provata utilità. Oggi però la Spugna non è più usata in medicina, essendo stata surrogata dall'Iodio e dalle sue
preparazioni. Gli autori che si sono più occupati dello studio degli Spongiari
sono fra gli italiani il professor Balsamo Crivelli di Pavia ed all'estero
Oscar Schmidt professore a Praga e l'inglese Bowerbank. Il commercio delle
Spugne procura vistosi guadagni, ed anche l'Italia vi partecipa non poco per le
Spugne dell'Adriatico, e per i rapporti commerciali dei suoi abitanti con
quelli dell'Arcipelago Greco, e degli antichi scali commerciali della
Repubblica Veneta.
Vi
dissi sul principio della mia lezione che i Coralli sono animali che
appartengono al gruppo dei Polipi; che i Polipi sono così chiamati perchè la
loro apertura bucale è guarnita di una serie di tentacoli come fossero tanti
piedi, o meglio organi di movimento. Ebbene, questi Coralli sono stati per
lungo tempo classati nel regno vegetale o minerale, perchè la organizzazione
loro si allontana e differisce tanto dagli esseri che circondano l'uomo, che
richiamano l'idea di una pianta, se consideriamo il portamento loro; quella di
un minerale, di una pietra, se ne consideriamo la durezza. Quante siano le
favole, le storie riferite a proposito del Corallo, quanti gli attributi, le
pretese proprietà, non voglio dire in questo momento, e solo mi limito a
indicarvi che questo soggetto ha occupato gli scrittori di cose naturali della
più remota antichità, e fin anco i poeti, fra i quali Ovidio, che diceva esser
molle naturalmente il Corallo e indurir poi al contatto dell'aria. L'epoca però
più interessante della storia del Corallo è nei primi anni del secolo passato,
quando cioè il conte Marsigli osservò nel 1703 sulla scorza che riveste la
parte dura o asse solido del Corallo, i veri animali che ritenne per fiori, e
quando nel 1727, Peyssonel facendo attenzione alla mobilità nell'acqua dei
pretesi fiori scoperti dal Marsigli, provò che questi fiori altro non erano che
il corpo stesso dell'animale uscito dalla sua cellula (fig. 7). La scoperta di
questo giovane medico di Marsiglia, che era pur scolare del conte Marsigli, non
fu accettata immediatamente dai dotti di quel tempo, e fu solo dopo le scoperte
dell'inglese Trembley nel 1740 che fu resa da celebri naturalisti giustizia a
Peyssonel, chiamando Polipi gli animali del Corallo e Polipaio l'asse solido
sul quale sono disposti. Mancava però uno studio accurato del loro modo di
vivere, di riprodursi, e questo studio incominciò per il primo il napoletano
Cavolini, e fu seguito da altri, che furono e sono ancora l'onore delle scienze
naturali. Gli animali del Corallo, costituiscono delle colonie più o meno
numerose, viventi sopra una specie di piccolo arboscello, di circa 50 centimetri di altezza, e fissato solidamente ai corpi sottomarini. Il ramo principale che è
ordinariamente rotondo, talora anche compresso, grosso circa 25 millimetri, ove ha maggior volume, si divide ben presto in un certo numero di rami irregolari.
Nel Corallo vivente
questi rami sono ricoperti da una scorza biancastra, carnosa, liscia; ma la cui
superficie è sparsa di un gran numero di cellule o otricoli sporgenti, che
contengono ciascuna un polipo. Questi polipi sono moltissimi, completamente
bianchi, ed aventi una apertura bucale circondata da otto tentacoli, che
rassomigliano molto a otto petali di un fiore sbocciato regolarmente; forma che
fu la causa della opinione relativa del conte Marsigli. La sostanza carnosa o
scorza che è comune a tutti i Polipi, è attraversata da una moltitudine di
canaletti o di vasi che comunicano colla cavità digestiva dei polipi, mentre la
sua parte interna segrega del Carbonato di Calce, mescolato ad una materia
colorante rossa che costituisce l'asse pietroso o parte solida e dura del
Corallo.
Dettovi in generale
della organizzazione del Corallo, voglio ora dirvi le particolarità, i dettagli
delle singole parti che vi ho indicato. Per studiarle occorre osservare il
Corallo vivente, e per far ciò, è bene collocare in un recipiente di acqua di
mare, che sempre si rinnovi, un ramo di Corallo, al calore da 12 a 15 gradi. Costituendo in questo modo un aquario, si possono veder bene aprirsi i creduti fiori,
cioè gli animaletti estendere le loro otto braccia o tentacoli. Quando un ramo
di Corallo ben vivente viene osservato al momento che si tira fuori dall'acqua,
lo si vede contratto e coperto di protuberanze mammellonari, con pieghe e
solchi profondi. Ogni protuberanza corrisponde ad un polipo, e alla sommità ha
otto pieghe raggianti intorno ad un poro centrale che ha l'apparenza di una
stella. Se il Corallo è vivente, è questo poro che aprendosi e dilatandosi a
poco a poco fa uscire il polipo. Non è così se il Corallo è morto, e di più i
suoi tessuti prendono una tinta gialla marcatissima, mentre è giallo-rosso
pallido nel Corallo rosso vivente e giallo solfino nel Corallo bianco. Vi
diceva che gli animaletti, quando son bene aperti, hanno otto tentacoli di un
bel bianco che spicca maggiormente sul rosso della cellula o otricolo dal quale
escon fuori. Questi tentacoli, a guisa di petali o di festoni, sono dentellati
nei loro margini, ed hanno la superficie coperta di filamenti esilissimi detti
cigli vibratili, e sono fissati ad un disco, detto peristoma, che sta sopra un
tubo membranoso bianco più o meno cilindrico che costituisce propriamente il
corpo del polipo. Questi tentacoli hanno movimenti vivissimi, e una sensibilità
tattile la più squisita; talchè al solo avvicinarsi di un animale, sia pur
microscopico come un Infusorio, si ritraggono immediatamente. I limiti più
ordinarii del diametro rappresentato da due tentacoli opposti, sembrano essere
due, tre, o quattro millimetri, raramente un centimetro.
Riassumendo, il corpo di
un polipo si presenta come un sacco, la cui parte inferiore ha le sue pareti
proprie confuse colla scorza che riveste la parte pietrosa, mentre che la parte
superiore si allunga in un tubo trasparente coronato da otto frangie, e nella
cavità del quale le lamine nate dalla circonferenza limitano delle loggie
circolarmente simmetriche.
Studiamo ora la scorza,
o, come dicono i naturalisti, il sarcosoma del Corallo. Se si prende dal fondo
del mare un ramo di Corallo, si vede che verso le estremità delle
ramificazioni, la scorza costituisce quasi sola tutte le parti; oppure il
Polipaio, cioè l'asse solido pietroso, è così debole da far credere che quasi
non esista. È la scorza la parte vivente per eccellenza, ed è essa sola che
produce il Corallo quale viene in commercio. Quali sono gli elementi contenuti
nella scorza? Son questi: Una sostanza jalina cellulare; delle fibre
contrattili che danno appunto alla scorza la sua contrattilità; son dei vasi
grandi e piccoli in quantità considerevole intralciati fra loro (fig. 8); sono
finalmente delle masse cristalline vivamente colorate disseminate qua e là, e
chiamate spicule, scleriti, o corpuscoli calcarei (fig. 11). I vasi comunicano
fra loro e con la cavità stomacale dei polipi, e, come diceva di sopra, formano
più superficialmente una rete a maglie ineguali, più profondamente uno strato
di tubi paralleli. Questi vasi contengono un fluido trasparente e incoloro, con
delle piccole granulazioni e incompleti corpuscoli calcarei, il quale fluido altro
non è che un fluido nutritizio che fu impropriamente chiamato latte del
Corallo. I corpuscoli o spicule son grandi da cinque a sette centesimi di
millimetro, di forme angolose speciali, e accumulate: esse costituiscono la
parte pietrosa del Corallo. Queste si trovano anche nella scorza, ma unite a
molta materia animale, ed è perciò che sembrano giallastre e come matton pesto
nella scorza secca e polverulenta. Studiata la scorza del Corallo, vediamo il
polipaio o la parte pietrosa. Non importa dire quanto fosse erronea l'opinione
di quelli che pretendevano che il Corallo non acquistasse la sua durezza che
fuori dell'acqua, deducendo ciò dalla mollezza e flessibilità delle estremità
dei rami. La parte calcarea non è flessibile, e se è fine lo stelo solido, si
rompe dentro la scorza molle anzichè piegarsi. La superficie della parte
pietrosa del Corallo, ossia del Corallo del commercio, è coperta di strie
longitudinali fitte, parallele, spesso sinuose (vedi fig. 8), che si estendono
da una estremità all'altra dell'asse pietroso, seguendone tutte le
ramificazioni. La sostanza interna è talmente compatta, che rompendo un ramo di
Corallo non si scorge nella superficie della frattura alcuna traccia di
organizzazione. Quando però si fa agire sul Corallo un acido debole, la
sostanza del Corallo è attaccata in un grado differente, facendo con ciò
manifesta una organizzazione raggiata, di cui le strie, partendo da un nucleo
centrale irregolare vanno alla periferia e corrispondono a quelle della
superficie.
Esaminando la struttura
del polipaio su delle sezioni perpendicolari all'asse dei rami, si vede anche
che il numero dei corpuscoli calcarei depositati per la secrezione, è molto
minore sotto i vasi corrispondenti della scorza, anzichè negli intervalli di
questi ultimi. La durezza del Corallo supera quella dello Spato d'Islanda, ma è
inferiore a quella del minerale di calce chiamato Aragonite. Con queste notizie
noi sappiamo già come è costituito il Corallo vivente; cioè dal polipaio, dalla
scorza, dagli animali soprapposti, dalla bocca dei quali penetra il cibo che,
digerito e elaborato che sia, dal semplice sacco stomacale dei singoli polipi
passa e si distribuisce in tutta la colonia, in tutti i vasi o tubi della
scorza, portandovi quei materiali che servono a mantener la vita ed insieme
alla separazione della parte organica e inorganica che dovrà formare e
accrescere nuovi strati di materia pietrosa. Resta ora a vedere come ha origine
il Corallo; come da un primo ramo altri se ne sviluppino, e su questi, tanti
polipi, tanti animali formanti l'intiera colonia. Esaminando attentamente gli
animali del Corallo, non si vedono in tutte le epoche gli organi della
riproduzione. Questi si sviluppano generalmente da aprile a ottobre e sono
situati nella cavità generale del corpo, fra quelle lamine che vi dissi di
sopra, le quali dividono in tanti scompartimenti il tubo principale costituente
il corpo del Polipo.
Questi organi non sono
facilmente distinguibili senza microscopio, che mostra la diversità del
contenuto e sono più o meno di figura sferoidale attaccati alle pareti mediante
un sottile peduncolo. Generalmente si hanno i sessi divisi, cioè un polipo
contiene gli organi maschili della riproduzione, un altro i feminei (figure 9 e
10). Raramente i due organi sono sviluppati in uno stesso individuo. Siccome vi
ha coincidenza di maturità per i polipi che si trovano sullo stesso ramo, si
intende facilmente come la fecondazione avvenga nelle uova, e come questa sia
favorita dalle correnti di acqua, al pari di quanto avviene nei molluschi
fissi. Però le uova, fecondate che siano, non sono eliminate dal polipo che le
porta, ma queste restano per una ulteriore evoluzione nell'interno
dell'animale. Il Corallo è viviparo, e le larve benchè sviluppatissime, restano
lungo tempo nella cavità generale dei polipi, finchè verso la fine di agosto o
ai primi di settembre nascono uscendo dall'apertura bucale (vedi fig. 7). Le
larve rassomigliano ad un piccolo vermicciuolo bianco, ora più ora meno
allungato secondo il suo stato di sviluppo o di contrazione di forma ovoidale e
rivestito di cigli vibratili (fig. 15).
Queste larve nuotano
nell'acqua col soccorso dei detti cigli, e la direzione del movimento è
all'indietro cioè nel senso dell'estremità posteriore o basilare del loro
corpo. Passati quattordici o quindici giorni dacchè le piccole larve son nate,
queste cessano il loro rapido movimento, si fissano sopra uno scoglio o un
corpo solido qualunque, in grazia di uno strato mucoso che favorisce questa
adesione; dopo di che cominciano delle metamorfosi (figure 12, 13, 14) per le
quali la base si gonfia e si allarga, e l'estremità bucale della larva
diminuisce a poco a poco e si affila. Cominciano allora a svilupparsi i
corpuscoli calcarei o spicule e scheriti colorate e successivamente l'animale prende
l'aspetto di un disco leggermente roseo (fig. 16). Intanto avvengono
modificazioni più profonde e uno sviluppo ulteriore nel corpo della larva per
il quale questa a poco a poco acquista la forma di un polipo, quale abbiamo
sopra descritto. Completato lo sviluppo di questa larva fissa, si accresce la
base dell'animale e si estende, per formare la scorza, o sarcosoma, come
comunemente è chiamata. È su questa scorza, su questo sarcosoma, che si
sviluppano poi per gemme o bottoni nuovi polipi, che alla loro volta aumentano
la estensione della scorza medesima, e una nuova generazione di animali
formanti una colonia; senza che in questa moltiplicazione intervengano i sessi,
come per l'animale fondatore della colonia stessa. Anche per questi polipi,
provenienti da bottoni o gemme, avviene come per la larva una serie di
cambiamenti, pei quali una protuberanza dei materiali della scorza in una data
località si organizza, si modifica, fino a raggiungere le forme di un polipo
eguale a quello proveniente da una larva. Siccome i polipi e principalmente la
scorza che da loro dipende, separano i corpuscoli calcarei o scleriti, queste
sono accumulate e disposte regolarmente per formare il polipaio, il quale
perciò non è una parte esterna e per così dire fuori dell'economia di tutta la
colonia dei polipi, ma ne fa parte, come all'incirca per gli animali superiori
i pezzi ossei fanno parte del corpo di un animale insieme ai muscoli. Non è ben
noto il tempo occorrente per lo sviluppo di un ramo considerevole di Corallo;
ed i pescatori ammettono pochi anni ed anche molti lustri come necessarii per
un notevole accrescimento. A questo riguardo sono state fatte delle esperienze,
che bisogna ripetere, cioè sono stati immersi dei corpi solidi e duri nelle
località ove abbondano i Coralli, per vedere la durata del loro accrescimento
ritirando dopo qualche anno i detti corpi.
Poche sono le analisi
fatte sulla composizione chimica del Corallo. Notissima è quella di Vogel di
Monaco, che riferisce alla presenza dell'ossido di ferro, la colorazione rossa,
che Fremy ed altri chimici attribuiscono invece ad una speciale materia
colorante organica. Ecco dunque l'analisi di Vogel:
Questa
materia colorante divien nera per l'azione dell'acido solfidrico, e a
quest'agente è dovuto l'annerimento dei rami esposti alla putrefazione e
prevalentemente all'esterno. Anche nel sangue si trova del ferro, ma questo
assiste solo alla formazione dell'ematina, ossia della materia colorante del
sangue. Qualche cosa di analogo avviene per la materia colorante del Corallo.
Passata così in rassegna la storia naturale del Corallo, vengo alla pesca del
medesimo, che come ho già detto si trova nei fondi scogliosi e rocciosi, non
dove il fondo è sabbioso e motoso, e più frequentemente che altrove nel mare
che bagna la costa di Africa, la Sardegna, nello stretto di Messina,
nell'Arcipelago Greco, sulle coste di Sardegna e di Corsica, nel Mar Rosso.
Il Corallo non si trova
a meno di tre metri e mezzo e si pesca fino a dugento metri di profondità. Non
starò qui a ripetere la storia della Pesca del Corallo, fatta principalmente da
Italiani sulle coste di Africa, rimandando per questo a una bella relazione che
su tal pesca diresse al ministro di Agricoltura Industria e Commercio del Regno
d'Italia nel marzo 1864, per conto di varii armatori di barche Coralline, il
mio amico avvocato Ferrigni. Mi limiterò a dire che col trattato del 24 ottobre
1832 il bey di Tunisi cedette alla Francia, che già aveva conquistata
l'Algeria, il diritto della pesca del Corallo, mediante pagamento di un tributo
annuo di tredicimila piastre. La patente di pesca, necessaria alle barche
coralline per esercitare il loro mestiere nei mari di Africa, costò sempre agli
Italiani 1695 franchi annui fino al 1814: poi fu ridotto a 800; e a 400
coll'ultimo trattato di Navigazione e Commercio. Nonostante questa diminuzione,
la Francia con tante difficoltà, con tanti regolamenti, ha messo in tali
condizioni i pescatori Italiani, e specialmente quelli di Torre del Greco, che
questi a poco a poco lascieranno le coste di Barberia, dove pescano da tanti
secoli con tanto successo, per limitarsi alla Sardegna (Alghero, Longo Sardo,
Maddalena, e Caprera) dove il campo è minore, abbenchè il Corallo rosa vi sia
più frequente.
La pesca del Corallo si
fa con un ordigno chiamato ingegno, che consiste di due braccia di legno
disposte a croce, all'intersezione delle quali sta un contrappeso, che è
costituito per solito da una pietra. Diconsi coscioni le quattro reti
terminali delle braccia, code le reti che si attaccano alla metà di
ciascun ramo della croce, e coda di mezzo quella che si attacca al di
sotto della pietra che costituisce il contrappeso. Le reti sono di due sorta,
le grosse a maglie grandi, cioè quelle che sono e debbono essere sfilacciose
onde meglio aggrappare i rami o strapparli; ond'è che sono robuste: poi in
fondo ai coscioni e alle code vi hanno reti più fini che chiamansi rezinielle,
che sono avanzi di reti di sarde, e che servono a raccogliere piccoli frammenti
e punte che fossero sfuggite dalle grosse reti. L'ingegno di solito sta
collocato sul margine della barca, colla pietra volta all'insù, e tutte le reti
si ammassano sopra di esso in bell'ordine; cioè prima si collocano in mezzo ben
disposte le code, i quattro coscioni si ripiegano in dentro ciascuno; così il
tutto si svolge bene quando l'ingegno si lancia nell'acqua e non
s'imbrogliano tra di loro le corde nè si attorcigliano l'una coll'altra le
corde e le reti.
Io devo le esatte
notizie sull'Ingegno e su tante altre cose relative alla pesca e
commercio del Corallo, all'amicizia del professore di Anatomia comparata
dell'Università di Napoli dottor Paolo Panceri che alcuni anni fa trattò
magnificamente questo argomento del Corallo in faccia a numerosissimo uditorio,
del quale facevan parte moltissimi armatori e lavoratori di Corallo.
Avviene talora che la
croce dell'Ingegno resti sotto uno scoglio o intricata in qualche modo: ed
allora i pescatori adoperano due ordigni chiamati Tortolo e Sbiro,
il primo dei quali serve per ispezzare la roccia, il secondo per distrigare la
croce dai suoi impedimenti. Sono proibiti dove si pesca il corallo, gli ordigni
in ferro, le draghe, le macchine che servono a raschiare il fondo e che perciò
nuocciono alla riproduzione e all'accrescimento successivo del Corallo. Nè si
può con una campana da Palombaro, o con un battello sottomarino andare al fondo
a raccogliere direttamente i rami del Corallo, per la grande difficoltà che reca
la ineguaglianza dei fondi coralligeni, e per la soverchia pressione dell'acqua
soprastante, che se stanca notevolmente a 20 metri di profondità, ben può immaginarsi come stancar debba a 100, a 150 e più metri.
Alla pesca del Corallo
fatta col sopra descritto Ingegno, prendono parte circa 460 barche coralline
cioè 300 di Torre del Greco, 100 della Liguria e della Sardegna, e 60 di
Livorno. Ognuna delle grandi barche che carica fino a 14 e anche 16 tonnellate
costa lire italiane quattromila; ognuna delle piccole o gusci ne costa duemila,
impiegando così un capitale complessivo di lire 1,770,000.
I marinai son quasi
tutti Italiani ed essendo in media da 6 a 12 per ogni barca, raggiungono in totale la cifra di 4000.
Generalmente han cattiva
reputazione i marinai destinati alla pesca del Corallo, per la ragione che le
fatiche, le privazioni, i disagi essendo così grandi, così prolungati, nessuno
vi si piegherebbe fuori di persone che altrove o in altro modo non trovassero
mezzo di vivere. Le loro paghe in contanti rappresentano un capitale
complessivo di due milioni di lire, il loro vitto di un milione e
centodiciottomila lire. Gli attrezzi diversi 1,544,000; le spese tutte, un
capitale complessivo di 5,934,000 lire.
Questa somma si spende
fra ben 6000 persone cioè fra marinari, fabbricanti di reti, di corde, di
pasta, di biscotto, fabbri, sensali, ecc. In parte poi è erogata per le spese
di patente di consolato, di magazzinaggio, spedizione, trasporti, malattie,
interpreti, non che per il diritto di pesca sulle coste di Africa e di Corsica,
che come vi ho detto di sopra si paga alla Francia in lire 400 per ogni barca.
Considerate tutte queste
spese, una barca corallina, per sopperire alle spese annue necessarie, deve
pescare chilogrammi 200 di Corallo, che a lire 60 il chilogrammo danno lire 12
mila. Si calcola che una barca in media renda circa ventimila franchi. Il
Corallo introdotto annualmente nel Regno d'Italia ascende a chilogrammi 160
mila del valore di 9 milioni e 600 mila lire. In commercio il Corallo greggio
ha varie denominazioni. Si distingue prima di tutto in vivo e morto. Il vivo o Corallo
propriamente detto è formato da cespi ed alberetti, di cui il migliore è
posto sopra gli altri nelle casse ed è chiamato capo testa. I cespi
diconsi bennati, se a rami distinti e dritti, malnati se contorti
e coniugati.
Barbaresco, tronchi e frammenti.
Terraglia, piccoli ramuscoli rami
terminali o punte.
Raspatello, frammenti e scarto.
Mole guaste, radici e basi dei
cespi irregolari, nodose, tarlate.
Corallo bianco è la varietà bianca, la
quale non riesce mai a grandi dimensioni, e trovasi nelle casse commisto al raspatello
ed alle mole guaste. Se si isola e si vende a parte, vien pagato il
doppio del rosso.
Il Corallo morto si
distingue in chiaro o ricaduto e in bruciato. Del primo sono i rami strappati
caduti dalla rete e da qualche tempo giacenti morti nei fondi e detto perciò ricaduto;
è senza corteccia, tarlato, incrostato, infangato, per la qual cosa dicesi chiaro.
Chiaro o morto dicesi anche nell'industria, perchè scolorito e giallo.
Del secondo o bruciato
sono i rami morti e anneriti alla superficie, e più o meno anche nell'interno;
può esser anche con macchie nere sparse ed irregolari.
Tutto questo Corallo è
spedito principalmente a Napoli, a Livorno, a Genova, ove è poi lavorato in 11
laboratorii a Torre del Greco, 20 a Genova, 15 a Livorno ed in altrettanti a Napoli. Gli operai addetti a questi laboratorii guadagnano in media
833 lire l'anno per ciascuno, e giungendo a circa 6000, guadagnano
complessivamente 5 milioni di lire.
Le denominazioni date
nell'Industria al Corallo lavorato, sono varie secondo il colore. Si
distinguono nel Corallo vivo le seguenti varietà:
1. Bianco. 2. Pelle
d'Angelo. 3. Rosa screziato di bianco, rarissimo, e che si paga a prezzi favolosi.
4. Rosa pallido. 5. Rosa vivo. 6. Secondo colore. 7. Rosso. 8. Scuro o rosso
scuro. 9. Carbonetto o arciscuro.
Nel Corallo morto il più
recente può essere simile al così detto secondo colore (rosso pallido). Poi vi
ha una 2.a e una 3.a una 4.a una 5.a
una 6.a gradazione di scolorimento fino al giallo. Può essere anche
abbruciato, come è denominato in commercio, o nero macchiato.
La moda fa variare i
prezzi del Corallo greggio o lavorato. Talora il rosso e l'incarnato o pelle
d'Angelo sono in voga, ed il rosso si manda fuori di Europa; talora come era
per il passato, avviene il contrario. Per dare qualche cifra relativa al prezzo
riporterò alcune di quelle indicate pel 1858 nell'opera di Lacaze Duthier,
opera reputatissima e che mi ha fornito molte notizie per questa mia
conferenza.
Le cifre sono le
seguenti:
Tronchi o rami
principali, a 252 franchi il chilogrammo.
Pezzetti, 168 franchi il
chilogrammo.
Pezzi medii, 67 franchi
e 20 centesimi il chilogrammo.
Pezzi piccoli, 50
franchi e 40 centesimi il chilogrammo.
Sulla lavorazione del
Corallo non mi trattengo, dopo avervi indicato il grado della durezza del
Corallo, pel quale si comprende come lo smeriglio, la pomice ed altre sostanze
vengano impiegate utilmente per la riduzione del medesimo alle forme volute, e
successivamente per dar loro l'opportuno pulimento.
Oltre il Corallo che si
consuma in Europa ed è la minor quantità, tutto il resto viene esportato
nell'Indie Orientali, ove dagli Italiani residenti in Calcutta se ne fa gran
commercio; nella China, nel Giappone, in America, nel Madagascar, nel centro
dell'Africa, ove serve anche come un valore per la compra degli schiavi negri.
La moda del Corallo è
tanto più persistente nelle razze a colore, per l'effetto maggiore che fa il
color rosso sulla tinta nera degli Etiopici e sulla giallastra dei Mongolici.
Il Corallium rubrum,
come è chiamato dagli zoologi, non è la sola specie del genere Corallium;
ma vi è pure il Corallium secundum delle Isole Sandwich, ramoso,
sub-flabelliforme con polipi in una sola faccia; il Corallium Beckü
vicino al rubrum ma con strie più fini. Questa specie però è fossile e
si trova nei terreni del periodo detto Miocenico dai geologi.
In Commercio si conosce
anche il Corallo nero detto volgarmente Giajetto; questo però non è
calcareo ma corneo, ed è dato da un altro genere di Polipi conosciuto sotto il
nome di Antipathes spiralis che si pesca pure nei fondi coralligeni.
Vi ha poi una specie di
falso Corallo bianco che si lavora come quello, ma ha pochissimo valore, ed è
chiamato dai pescatori Gramigna a cagione delle articolazioni del
tronco. Questo falso Corallo bianco è il polipaio di una specie di Isis.
Noi vediamo da tutto ciò
quale importanza per noi Italiani abbia sotto il punto di vista economico il
commercio e l'industria del Corallo, tanto che la Francia non ha mancato nè manca di fare in mille modi ogni tentativo per avocarla a sè. Non
saranno perciò mai troppe le cure, le premure che il nostro Governo
contrapporrà per salvare questa industria, questo commercio, che da secoli ci
appartiene. Sotto questo rapporto rimando chi lo desideri alla lettura della
bella Relazione che sopra indicai del mio amico Ferrigni.
Signori!
ho esaurito con ciò la trattazione anche del Corallo, del quale al pari che
delle Spugne vi ho indicata la storia naturale, la pesca, le applicazioni, il
commercio.
Mi fo però la domanda;
se cioè colle mie parole ho raggiunto lo scopo che io mi prefiggeva in
principio per una lezione popolare. Non lo so, ma lo spero, se lasciando questa
sala, partite con una notizia di più, con un pregiudizio di meno.
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