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| Lorenzino de' Medici Aridosio IntraText CT - Lettura del testo |
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Tu potevi pur aver pazienza un dì più.
E s’io era stato due mesi senza aver lettere, nè imbasciata da voi, non volevate ch’io pensassi al caso mio? Siate certo, che molto più volontieri a voi l’avrei donata, che ad altri venduta.
Donata? non saresti mai più stato povero.
Io fui sempre disgraziato.
Disgraziato son io, che vengo fin da Tortona per veder mia figliuola vituperata, e solo mi resta la speranza contraria a quella ch’io avea dianzi; perchè com’io desiderava e sperava, che quella fusse la mia figliuola, così adesso desidero, che ella non sia dessa; però che molto minor spiacer mi sarebbe il mancarne, ancora che unica sia, che il ritrovarla a questo modo.
Ch’ella sia dessa, non ve ne state in dubbio, se son veri i segni che mi avete dati: ma sapete quel ch’io v’ho da dire, messer Alfonso, che a maritar l’avete, e che per tutto si vive ad un modo, e benchè da Tortona a Firenze sia gran differenza, niente di manco costui n’è tanto innamorato, e suo padre è tanto avaro, che se voi sapete fare, e se non vi parrà fatica il donargli una buona dote, gliene farete tor per moglie, e a lei tornerà molto meglio a esser maritata qua, dove è allevata, e a un de’ primi della città.
Se i denari avessero acconciar questa cosa, da me non mancherebbe.
Quelli là possono acconciare, sopra di me.
Dio il volessi! ma non lo posso credere, perchè come può mai consentire un giovane da bene di volere una per donna, con la quale abbia usato come con meretrice?
Oh non sa egli, ch’ell’è stata sempre in un monastero? e che il primo uomo, ch’ell’abbia visto, non che tocco, è stato esso?
Se così è, e potrebbe essere; i denari non hanno a guastare (se io ne avrò tanti); ma veggiamola, acciocchè io mi certifichi se è dessa o no.
Io la lasciai qui con Tiberio; busserò a veder se ci sono. Tic toc, tic toc; oh di casa; io sento pur non so chi.
ARIDOSIO, RUFFO e messer ALFONSO
Chi è là?
Chi viene a disturbare i miei lamenti?
Chi è trovata?
Trovata è, i segni tutti si riscontrano.
Oh ringraziato sia Iddio, io ho paura di non mi venir meno per l’allegrezza.
Vedete voi, che sarà ciò che voi vorrete.
Pensai tu se mi è grato, e chi l’avea?
Oh non sapete, ch’io l’avev’io?
Non io, ma che facevi tu delle cose mie?
Innanzi ch’io la dessi a Tiberio era mia, e non vostra.
Gli hai dati a Tiberio? O tu te li fa rendere, e dammeli, o tu li pagherai.
Come me la posso far rendere, se io glie l’ho liberamente venduta?
Io non so tante cose; io non istò forte a vostre ciance; tu hai trovato due mila ducati che son miei, e haimeli a dare, se non per amor, per forza.
Io non so quel che vi diciate.
Sì, sì? Lo so ben io: uomo da bene, siate testimonio, come costui m’ha a dar due mila ducati.
Io non posso esser testimonio di questo, se io non vedo e non odo altro.
Io ho paura che costui non sia impazzato.
Oh uomo sfacciato: ora mi dice che ha trovato due mila ducati, che sa che io ho perduti, e che son mia, e poi dice di averli dati a Tiberio, per non me li avere a rendere: ma non ti verrà fatto: Tiberio è manceppato, e non ho che far seco.
Deh Aridosio, noi siamo in equivoco; chè dei due mila ducati, che voi dite di aver perduti (che me ne sa male), questa è la prima parola ch’io ne so, e non dico di aver trovato vostri denari, ma che avevamo trovato il padre di Livia, che è quest’uomo da bene qui.
Così penso.
Che so io di Livia o non Livia? siate col malanno, che Dio vi dia a trambedue, che mi venite a romper la testa, e dire di buone nuove, se non avete trovati i miei denari.
Noi parlavamo, credendo che voi doveste aver caro d’intendere, che il vostro figliuolo si fosse impacciato con persone nobili e dabbene.
Or andate in malora tutti quanti e lasciatemi vivere.
O ascoltate, Aridosio, ascoltate: sì, egli ha serrato l’uscio.
Io ho paura, Ruffo, che tu non m’uccelli. Io dico che tu mi meni a veder la mia figliuola, e tu mi meni ad un pazzo.
Io non so che diavolo abbia oggi costui: anche poco fa mi disse di non so che spiriti: questo è il padre di Tiberio, di quello che ha la vostra figliuola.
Per Dio, ch’egli è una gentil persona. Ed essa è là dentro?
Essendovi il vecchio, non credo vi sia Tiberio; ma ecco di qua; oh forse ci saprà dir dove siano.
RUFFO, LUCIDO e messer ALFONSO
Saprestici tu insegnare dove sia Livia e Tiberio?
Nel letto. Io comincio a pentirmi di esser venuto a Firenze.
Che vuoi tu far di loro? tu sei pur pagato.
Questo è il padre di Livia e vorrebbe vederla.
Sia col buon anno: essa ancora ha desiderio di veder lui, che aveva inteso che era venuto, ma ella non vuole intender niente di tornar a Tortona, e Tiberio farebbe mille pazzie, se gliene ragionassi; ma dice che a dispetto d’ognuno la vuole per moglie.
Questa potrebbe forse essere la sua ventura, ma di grazia menaci dove sono, che io mi muoio di desiderio di vederla.
E’ son qui in casa Marcantonio: andiamo per questa strada, e entreremo per l’uscio di dietro.
Non dubitare, ch’io farò quello uffizio con mio padre per te, ch’io desidererei che fosse fatto per me; ma sta di buona voglia, che ti riuscirà ciò che tu vuoi.
Io ti prego che lo faccia in ogni modo e di buona sorte, perchè io sono ridotto a termine, ch’io non posso più vivere, s’io non ottengo questo desiderio.
Non più, vatti con Dio, che io t’imprometto d’averne parlato innanzi le vintiquattro ore.
Adesso debbono essere ventitrè, o più.
Io ti affermo le impromesse.
Mi ti raccomando; addio.
E forse, ch’io non dissi a mia posta, che ritornasse presto, e che io non glielo messi in fretta? Oh gran cosa la indiscrezione dei servidori: e’ mi viene certe volte voglia di fare ogni cosa da me; a bada di questo presso ch’io non dissi, io sto in un tormento grandissimo, ma egli è meglio, ch’io mi avvii in là per riscontrarlo. Oh là, ecco, che esce di chiesa.
E’ mi par mill’anni di trovare Erminio.
E’ mi pare, e non mi pare mio padre.
Io non so s’io me li dico prima che la cosa sia acconcia, o ch’ell’abbia partorito.
Egli è esso. Che domine ha egli fatto in là?
Voglio intendere che cosa sia questa.
Vo’ vedere s’ei fosse in casa.
Oh Erminio, io ti cercava, e ho da darti bonissime nuove.
Dio il volesse!
E forse migliori, che potessi avere, se poco fa mi disse il vero.
Che, ha avuto licenza Fiammetta d’uscir fuora del monastero?
Che non è grossa?
Meglio ancora.
E che meglio? Padre mio, non mi so imaginare altro di meglio.
Fiammetta ha fatto un bel putto.
Oh misero! ma questa è la peggior nuova ch’io potessi avere.
Lasciami finire, e perchè ella non è ancora monaca, come sai, che non ha fatto professione, la priora vuole che tu la pigli per moglie.
Oh, voi volete la baia.
Egli è quel ch’io ti dico, con questo, che mezza la eredità sia tua, e mezza delle monache, che ti toccherà in ogni modo cinque mila scudi.
Questa mi par tanto gran cosa, ch’io duro fatica a crederla.
Ah, ah, credi tu ch’io volessi la burla di questa cosa, a questo modo? e più là ti dico, che quando tu non la volessi, ti forzerebbe a torla, che tu non te ne potresti difendere.
Io credo le leggi; o Dio, padre mio, e chi è più di me felice?
Pensa tu.
Io, che come intesi lei aver partorito, subito me ne andai dalla priora, che la trovai più superba che un toro; e l’ho lasciata come un agnello, e abbiamo conchiuso questa cosa.
Oh padre mio, quanto vi sono per ciò obbligato, più che se m’aveste adottato un’altra volta.
Manderemo domattina a levarla di là, ch’ella vi sta a disagio.
Oh Dio, che mutazione è questa in un punto! dove io era infelicissimo, e temeva di ora in ora di venir più infelice, son diventato felicissimo, tanto ch’io non muterei lo stato mio a quel d’un principe.
E’ non è però d’avvezzarsi a far simili disordini, perchè se questo t’è ito bene, è stato tua sorte.
Sorte no, ma sapere, e avvedimento vostro; però io vi son doppiamente obbligato, prima, che mi avete liberato da un dolore e da un’angoscia maggiore che mai io avessi; secondo, che mi avete fatto un piacere e una grazia, che altri che Dio, non me la può far maggiore.
Non tante parole, bada a goderti la Fiammetta, poi ch’ella ti piace tanto, e fa in modo che l’opera mia non t’abbia più a profittare negli errori, che tu facessi, ma abbi a mente l’onore e la roba tua.
M’ingegnerò con tutto il cuore, che la gioventù non mi faccia più declinare, come altre volte ha fatto, da quella ferma e buona intenzione che io ho di portarmi bene, e fare la voglia vostra.
Tu sai bene se io so avere compassione a’ giovani.
Io lo so, chè l’ho provato assai volte, nè voglio però, padre mio, fare come oggi si usa, che quando uno è contento e felice, non si ricorda nè d’amici, nè di parenti: adesso ch’io ho quel ch’io voglio, e ch’io son beato, tanto più mi vo’ ricordare di quello ch’io ho promesso a Cesare, il quale mi ha pregato graziosamente, ch’io vi preghi che voi operiate, ch’egli abbia questa mia sorella per mezzo di questi denari, ch’egli ha trovati, e certamente ch’ei desidera cose ragionevoli.
S’ei mi dà in mano, mi obbligo ch’ei l’avrà stasera.
Ei glien’ha da render la metà, l’altra è a parte della dota.
Quest’è un altro parlare, ch’io non credo, che Aridosio ti voglia dare due mila scudi.
Suo padre non vuole che la tolga con manco dota che quella.
Qui sta il punto: tu sai che gli è più fatica a cavare denari di mano ad Aridosio, che la clava ad Ercole; pur proverò oggi che ho buona mano a far parentadi.
E’ pare, che la sorte voglia, che quando s’ha bisogno d’uno, e’ non si trovi mai.
Chi domine è colui che cerca di voi?
Oh Lucido.
Quello è Erminio.
Oh Erminio mio, e Marcantonio: voi cercavo, padrone.
Che ci è di buono?
Bonissime novelle ci sono: quello che è venuto da Tortona, messer Alfonso, è il padre di Livia, e si sono riconosciuti e fatte amorevolezze grandissime, con tanta tenerezza, che non che essi non hanno potuto tener le lagrime, ma nè ancora quelli, che erano dattorno, e in ultimo messer Alfonso ha pregato Tiberio, che dappoi ch’egli ha avuto le verginità della figliuola, gli piaccia ancora torla per moglie; e gli ha promesso in dote sei mila scudi, in modo che Tiberio è quasi impazzito d’allegrezza, e non ha altra paura, se non che la sciagurataggine di suo padre non voglia che la tolga, e ha disegnato di darli due mila ducati della sua dote, acciocchè egli abbia a consentire, e però mi ha mandato qui a pregarvi che vogliate essere con Aridosio, e disporlo a questa cosa.
Se sta così, non bisognerà troppo pregarlo, chè due mila ducati farebbono tor moglie a lui.
Ella sta come io ve la dico.
Non si affatichi tanto con le promesse, che per manco mi obbligo farglielo fare, ma Tiberio doveva pur almanco venire in fin qua.
E’ vorrebbe, che voi foste quello che movesse suo padre.
Questo mi pare il dì de’ parentadi.
Quest’altro farà, che noi potrem servire Cesare; perchè ad Aridosio basta di trovare i suoi due mila ducati, e mille basterà che gliene dia Tiberio, che serviranno per la dote di Cesare, e così si contenterà l’uno e l’altro.
Voi avete ben pensato: ma di grazia, mandiam per Cesare, e parliamo a lui di questa cosa d’Aridosio, acciocchè noi possiamo fare un tratto tre paia di nozze.
Lucido, va, e di’ a Cesare che venga adesso qua, e che porti i due mila ducati.
Io vo.
Egli è stato una gran sorte, trovar la figliuola in capo a tanti anni.
Gran sorte è stata quella di Tiberio, che cavato che si ha le sue voglie, trova un che gli dà sei mila ducati. Ma quale è stata maggior sorte della mia? In fine gli è meglio un’oncia di fortuna, che una libbra di sapienza.
Tiberio ha paura che suo padre non voglia; quando egli intenderà di sei mila ducati, gli parrà un’ora mille anni.
Io lo credo, per me, che benchè non abbiano a tornare in mano a lui, gli vuol pur gran bene; ma bisogna prima ragionar di Cesare che di nulla.
Così farò.
CESARE, LUCIDO, ERMINIO, MARCANTONIO
Dove di’ tu che sono?
Ecco qua Cesare. Noi vogliamo oggi darti la Cassandra per moglie.
Io non desidero altro; eccovi i denari d’Aridosio, e vi giuro, che in quanto a me, io desidero lei e non la dote, ma io son necessitato a far la voglia di mio padre, il quale mi ha comandato espressamente che senza mille ducati io non la pigli.
Tutto abbiam pensato; andiamo a parlar con Aridosio, che senza lui non si può far niente, e tu, Cesare, va per tuo padre e menalo qui in casa mia, dove noi saremo tutti, e lì concluderemo ogni cosa ad un tratto.
Così faremo; in questo mezzo mi vi raccomando.
Non dubitare, lascia fare a me, e sta di buona voglia; e tu, Lucido, va, ordina; chè tutti ceneremo in casa mia.
Che ho io a rispondere a Tiberio?
Non altro, farò il bisogno.
Sarà fatto.
ARIDOSIO, MARCANTONIO, ERMINIO
Chi è?
Che mi vieni a portar qualche cattiva novella?
Non più cattive nuove, Aridosio, sta di buona voglia, che i tuoi due mila ducati son trovati.
Di’ tu che i miei denari son trovati?
Questo dico.
Pur che io non sia uccellato come dianzi.
E’ son qui presso, e di qui a poco gli avrai nelle mani.
Io non lo credo s’io non li vedo e non li tocco.
Inunanzi che tu gli abbia, ci hai da prometter due cose: l’una di dar Cassandra tua figliuola a Cesare di Poggio, e l’altra di lasciar torre una moglie a Tiberio con sei mila ducati di dote.
Io non bado, non penso a nulla se non a’ miei denari; infin che io non gli veggio almanco, non so quello che vi diciate. Io vi dico bene, che se voi mi fate riavere i miei denari farò poi ciò che voi vorrete.
E così prometti?
Così prometto.
Se tu ne manchi poi, te li torrem per forza; tò, ecco i tuoi denari.
Oh Dio, e’ son pur dessi. Marcantonio mio, quanto ben ti voglio; io non ti potrò mai ristorare, se ben vivessi mill’anni.
Tu mi ristorerai d’avanzo, se tu farai queste due cose.
Tu mi hai reso la vita, l’onore, la roba e l’essere; che insieme con questa aveva perduto.
Però mi dei tu far queste grazie.
E chi gli avea rubati?
Lo intenderai poi: rispondi a questo.
Io voglio prima annoverargli e poi ti risponderò.
Che bisogna adesso annoverargli?
E se ce ne mancasse?
Non ve ne manca certo: e se ve ne mancherà, ti prometto di rifarteli del mio.
Fammi un poco di scritto e son contento.
Quest’è pur cosa da starne alla fede.
Orsù, io me ne sto alla tua promessa; che di’ tu di sei mila ducati?
Guarda s’egli ha tenuto a mente questo.
Dico che noi vogliamo la prima cosa che tu dia Cassandra tua figliuola per moglie a Cesare di Poggio.
Son contento.
Di poi, che tu lasci torre a Tiberio una moglie, che gli dà sei mila scudi di dote.
Di questo io ho da pregar voi; come, sei mila ducati? e chi sarà più ricco di lui?
Egli è da Tortona; che non dica poi io nol sapeva.
Sia da casa del diavolo; sei mila ducati, eh?
E Tiberio è contento di darti della sua dote mille scudi, i quali tu dia per dote a Cesare, acciocchè non ti abbia a cavare denari di mano.
Questi mi paiono ben troppi, a dirti il vero.
Ti paion troppi, e oggi n’hai guadagnati otto mila.
Come otto mila?
Due mila ne hai trovati tu e seimila Tiberio.
Orsù, fa tu, Marcantonio.
Voglio che glieli dia ad ogni modo.
Noi faremo adunque due paia di nozze ad un tratto.
Noi ne faremo pur fin in tre, che in questa sera ho dato moglie ad Erminio.
E chi?
E a voi, che avete guadagnato oggi tanti ducati.
Andiamo adesso dentro a concludere affatto questi parentadi, e a darne notizia ai nostri parenti che son tutti in casa mia.
Fate che si mandi per Cassandra.
Ella ci sarà domattina a buon’ora, e farolla venire a casa tua, dove si potran fare tutte tre le paia delle nozze, perchè la mia è tanto disagiata stanza, che non vi si potrebbe nè ballare, nè far cosa buona.
Io t’ho inteso, farem quello che tu vorrai; andiam pur là adesso.
Voi udite, stasera non si hanno a far le nozze; chè manca Cassandra e Fiammetta mia, sì che pigliatevi per un gherone, e domandassera venite che si farà allegra festa.
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