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Lorenzino de' Medici
Aridosio

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  • ATTO QUINTO
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ATTO QUINTO

 

 

Messer ALFONSO, RUFFO

 

ALFONSO

Tu potevi pur aver pazienza un più.

 

RUFFO

E s’io era stato due mesi senza aver lettere, imbasciata da voi, non volevate ch’io pensassi al caso mio? Siate certo, che molto più volontieri a voi l’avrei donata, che ad altri venduta.

 

ALFONSO

Donata? non saresti mai più stato povero.

 

RUFFO

Io fui sempre disgraziato.

 

ALFONSO

Disgraziato son io, che vengo fin da Tortona per veder mia figliuola vituperata, e solo mi resta la speranza contraria a quella ch’io avea dianzi; perchè com’io desiderava e sperava, che quella fusse la mia figliuola, così adesso desidero, che ella non sia dessa; però che molto minor spiacer mi sarebbe il mancarne, ancora che unica sia, che il ritrovarla a questo modo.

 

RUFFO

Ch’ella sia dessa, non ve ne state in dubbio, se son veri i segni che mi avete dati: ma sapete quel ch’io v’ho da dire, messer Alfonso, che a maritar l’avete, e che per tutto si vive ad un modo, e benchè da Tortona a Firenze sia gran differenza, niente di manco costui n’è tanto innamorato, e suo padre è tanto avaro, che se voi sapete fare, e se non vi parrà fatica il donargli una buona dote, gliene farete tor per moglie, e a lei tornerà molto meglio a esser maritata qua, dove è allevata, e a un de’ primi della città.

 

ALFONSO

Se i denari avessero acconciar questa cosa, da me non mancherebbe.

 

RUFFO

Quelli possono acconciare, sopra di me.

 

ALFONSO

Dio il volessi! ma non lo posso credere, perchè come può mai consentire un giovane da bene di volere una per donna, con la quale abbia usato come con meretrice?

 

RUFFO

Oh non sa egli, ch’ell’è stata sempre in un monastero? e che il primo uomo, ch’ell’abbia visto, non che tocco, è stato esso?

 

ALFONSO

Se così è, e potrebbe essere; i denari non hanno a guastare (se io ne avrò tanti); ma veggiamola, acciocchè io mi certifichi se è dessa o no.

 

RUFFO

Io la lasciai qui con Tiberio; busserò a veder se ci sono. Tic toc, tic toc; oh di casa; io sento pur non so chi.

 

 

ARIDOSIO, RUFFO e messer ALFONSO

 

ARIDOSIO

Chi è ?

 

RUFFO

Amici.

 

ARIDOSIO

Chi viene a disturbare i miei lamenti?

 

RUFFO

Aridosio, buone nuove.

 

ARIDOSIO

Chi è trovata?

 

RUFFO

Trovata è, i segni tutti si riscontrano.

 

ARIDOSIO

Oh ringraziato sia Iddio, io ho paura di non mi venir meno per l’allegrezza.

 

RUFFO

Vedete voi, che sarà ciò che voi vorrete.

 

ARIDOSIO

Pensai tu se mi è grato, e chi l’avea?

 

RUFFO

Oh non sapete, ch’io l’avev’io?

 

ARIDOSIO

Non io, ma che facevi tu delle cose mie?

 

RUFFO

Innanzi ch’io la dessi a Tiberio era mia, e non vostra.

 

ARIDOSIO

Gli hai dati a Tiberio? O tu te li fa rendere, e dammeli, o tu li pagherai.

 

RUFFO

Come me la posso far rendere, se io glie l’ho liberamente venduta?

 

ARIDOSIO

Io non so tante cose; io non istò forte a vostre ciance; tu hai trovato due mila ducati che son miei, e haimeli a dare, se non per amor, per forza.

 

RUFFO

Io non so quel che vi diciate.

 

ARIDOSIO

Sì, sì? Lo so ben io: uomo da bene, siate testimonio, come costui m’ha a dar due mila ducati.

 

ALFONSO

Io non posso esser testimonio di questo, se io non vedo e non odo altro.

 

RUFFO

Io ho paura che costui non sia impazzato.

 

ARIDOSIO

Oh uomo sfacciato: ora mi dice che ha trovato due mila ducati, che sa che io ho perduti, e che son mia, e poi dice di averli dati a Tiberio, per non me li avere a rendere: ma non ti verrà fatto: Tiberio è manceppato, e non ho che far seco.

 

RUFFO

Deh Aridosio, noi siamo in equivoco; chè dei due mila ducati, che voi dite di aver perduti (che me ne sa male), questa è la prima parola ch’io ne so, e non dico di aver trovato vostri denari, ma che avevamo trovato il padre di Livia, che è quest’uomo da bene qui.

 

ALFONSO

Così penso.

 

ARIDOSIO

Che so io di Livia o non Livia? siate col malanno, che Dio vi dia a trambedue, che mi venite a romper la testa, e dire di buone nuove, se non avete trovati i miei denari.

 

RUFFO

Noi parlavamo, credendo che voi doveste aver caro d’intendere, che il vostro figliuolo si fosse impacciato con persone nobili e dabbene.

 

ARIDOSIO

Or andate in malora tutti quanti e lasciatemi vivere.

 

RUFFO

O ascoltate, Aridosio, ascoltate: sì, egli ha serrato l’uscio.

 

ALFONSO

Io ho paura, Ruffo, che tu non m’uccelli. Io dico che tu mi meni a veder la mia figliuola, e tu mi meni ad un pazzo.

 

RUFFO

Io non so che diavolo abbia oggi costui: anche poco fa mi disse di non so che spiriti: questo è il padre di Tiberio, di quello che ha la vostra figliuola.

 

ALFONSO

Per Dio, ch’egli è una gentil persona. Ed essa è dentro?

 

RUFFO

Essendovi il vecchio, non credo vi sia Tiberio; ma ecco di qua; oh forse ci saprà dir dove siano.

 

 

RUFFO, LUCIDO e messer ALFONSO

 

RUFFO

Saprestici tu insegnare dove sia Livia e Tiberio?

 

LUCIDO

Nel letto.

ALFONSO

Io comincio a pentirmi di esser venuto a Firenze.

 

LUCIDO

Che vuoi tu far di loro? tu sei pur pagato.

 

RUFFO

Questo è il padre di Livia e vorrebbe vederla.

 

LUCIDO

Sia col buon anno: essa ancora ha desiderio di veder lui, che aveva inteso che era venuto, ma ella non vuole intender niente di tornar a Tortona, e Tiberio farebbe mille pazzie, se gliene ragionassi; ma dice che a dispetto d’ognuno la vuole per moglie.

 

ALFONSO

Questa potrebbe forse essere la sua ventura, ma di grazia menaci dove sono, che io mi muoio di desiderio di vederla.

 

LUCIDO

E’ son qui in casa Marcantonio: andiamo per questa strada, e entreremo per l’uscio di dietro.

 

 

ERMINIO e CESARE

 

ERMINIO

Non dubitare, ch’io farò quello uffizio con mio padre per te, ch’io desidererei che fosse fatto per me; ma sta di buona voglia, che ti riuscirà ciò che tu vuoi.

 

CESARE

Io ti prego che lo faccia in ogni modo e di buona sorte, perchè io sono ridotto a termine, ch’io non posso più vivere, s’io non ottengo questo desiderio.

 

ERMINIO

Non più, vatti con Dio, che io t’imprometto d’averne parlato innanzi le vintiquattro ore.

 

CESARE

Adesso debbono essere ventitrè, o più.

 

ERMINIO

Io ti affermo le impromesse.

 

CESARE

Mi ti raccomando; addio.

 

ERMINIO

E forse, ch’io non dissi a mia posta, che ritornasse presto, e che io non glielo messi in fretta? Oh gran cosa la indiscrezione dei servidori: e’ mi viene certe volte voglia di fare ogni cosa da me; a bada di questo presso ch’io non dissi, io sto in un tormento grandissimo, ma egli è meglio, ch’io mi avvii in per riscontrarlo. Oh , ecco, che esce di chiesa.

 

 

MARCANTONIO e ERMINIO

 

MARCANTONIO

E’ mi par millanni di trovare Erminio.

 

ERMINIO

E’ mi pare, e non mi pare mio padre.

 

MARCANTONIO

Io non so s’io me li dico prima che la cosa sia acconcia, o ch’ell’abbia partorito.

 

ERMINIO

Egli è esso. Che domine ha egli fatto in ?

 

MARCANTONIO

Dove lo troverò adesso?

 

ERMINIO

Voglio intendere che cosa sia questa.

 

MARCANTONIO

Vovedere s’ei fosse in casa.

 

ERMINIO

Dio vi dia la buona sera.

 

MARCANTONIO

Oh Erminio, io ti cercava, e ho da darti bonissime nuove.

 

ERMINIO

Dio il volesse!

 

MARCANTONIO

E forse migliori, che potessi avere, se poco fa mi disse il vero.

 

ERMINIO

Che, ha avuto licenza Fiammetta d’uscir fuora del monastero?

 

MARCANTONIO

Meglio.

 

ERMINIO

Che non è grossa?

 

MARCANTONIO

Meglio ancora.

 

ERMINIO

E che meglio? Padre mio, non mi so imaginare altro di meglio.

 

MARCANTONIO

Fiammetta ha fatto un bel putto.

 

ERMINIO

Oh misero! ma questa è la peggior nuova ch’io potessi avere.

 

MARCANTONIO

Lasciami finire, e perchè ella non è ancora monaca, come sai, che non ha fatto professione, la priora vuole che tu la pigli per moglie.

 

ERMINIO

Oh, voi volete la baia.

 

MARCANTONIO

Egli è quel ch’io ti dico, con questo, che mezza la eredità sia tua, e mezza delle monache, che ti toccherà in ogni modo cinque mila scudi.

 

ERMINIO

Questa mi par tanto gran cosa, ch’io duro fatica a crederla.

 

MARCANTONIO

Ah, ah, credi tu ch’io volessi la burla di questa cosa, a questo modo? e più ti dico, che quando tu non la volessi, ti forzerebbe a torla, che tu non te ne potresti difendere.

 

ERMINIO

Io credo le leggi; o Dio, padre mio, e chi è più di me felice?

 

MARCANTONIO

Pensa tu.

 

ERMINIO

E chi ha menato la pratica?

 

MARCANTONIO

Io, che come intesi lei aver partorito, subito me ne andai dalla priora, che la trovai più superba che un toro; e l’ho lasciata come un agnello, e abbiamo conchiuso questa cosa.

 

ERMINIO

Oh padre mio, quanto vi sono per ciò obbligato, più che se m’aveste adottato un’altra volta.

 

MARCANTONIO

Manderemo domattina a levarla di , ch’ella vi sta a disagio.

 

ERMINIO

Oh Dio, che mutazione è questa in un punto! dove io era infelicissimo, e temeva di ora in ora di venir più infelice, son diventato felicissimo, tanto ch’io non muterei lo stato mio a quel d’un principe.

 

MARCANTONIO

E’ non è però d’avvezzarsi a far simili disordini, perchè se questo t’è ito bene, è stato tua sorte.

 

ERMINIO

Sorte no, ma sapere, e avvedimento vostro; però io vi son doppiamente obbligato, prima, che mi avete liberato da un dolore e da un’angoscia maggiore che mai io avessi; secondo, che mi avete fatto un piacere e una grazia, che altri che Dio, non me la può far maggiore.

 

MARCANTONIO

Non tante parole, bada a goderti la Fiammetta, poi ch’ella ti piace tanto, e fa in modo che l’opera mia non t’abbia più a profittare negli errori, che tu facessi, ma abbi a mente l’onore e la roba tua.

 

ERMINIO

M’ingegnerò con tutto il cuore, che la gioventù non mi faccia più declinare, come altre volte ha fatto, da quella ferma e buona intenzione che io ho di portarmi bene, e fare la voglia vostra.

 

MARCANTONIO

Tu sai bene se io so avere compassione a’ giovani.

 

ERMINIO

Io lo so, chè l’ho provato assai volte, voglio però, padre mio, fare come oggi si usa, che quando uno è contento e felice, non si ricorda d’amici, di parenti: adesso ch’io ho quel ch’io voglio, e ch’io son beato, tanto più mi voricordare di quello ch’io ho promesso a Cesare, il quale mi ha pregato graziosamente, ch’io vi preghi che voi operiate, ch’egli abbia questa mia sorella per mezzo di questi denari, ch’egli ha trovati, e certamente ch’ei desidera cose ragionevoli.

 

MARCANTONIO

S’ei mi in mano, mi obbligo ch’ei l’avrà stasera.

 

ERMINIO

Ei glien’ha da render la metà, l’altra è a parte della dota.

 

MARCANTONIO

Quest’è un altro parlare, ch’io non credo, che Aridosio ti voglia dare due mila scudi.

 

ERMINIO

Suo padre non vuole che la tolga con manco dota che quella.

 

MARCANTONIO

Qui sta il punto: tu sai che gli è più fatica a cavare denari di mano ad Aridosio, che la clava ad Ercole; pur proverò oggi che ho buona mano a far parentadi.

 

 

LUCIDO, ERMINIO, MARCANTONIO

 

LUCIDO

E’ pare, che la sorte voglia, che quando s’ha bisogno d’uno, e’ non si trovi mai.

 

ERMINIO

Chi domine è colui che cerca di voi?

 

LUCIDO

Non è in casa in piazza.

 

MARCANTONIO

Oh chiamalo; è Lucido.

 

ERMINIO

Oh Lucido.

 

LUCIDO

Quello è Erminio.

 

ERMINIO

Dove guardi? noi siam qua.

 

LUCIDO

Oh Erminio mio, e Marcantonio: voi cercavo, padrone.

 

ERMINIO

Che ci è di buono?

 

LUCIDO

Bonissime novelle ci sono: quello che è venuto da Tortona, messer Alfonso, è il padre di Livia, e si sono riconosciuti e fatte amorevolezze grandissime, con tanta tenerezza, che non che essi non hanno potuto tener le lagrime, ma ancora quelli, che erano dattorno, e in ultimo messer Alfonso ha pregato Tiberio, che dappoi ch’egli ha avuto le verginità della figliuola, gli piaccia ancora torla per moglie; e gli ha promesso in dote sei mila scudi, in modo che Tiberio è quasi impazzito d’allegrezza, e non ha altra paura, se non che la sciagurataggine di suo padre non voglia che la tolga, e ha disegnato di darli due mila ducati della sua dote, acciocchè egli abbia a consentire, e però mi ha mandato qui a pregarvi che vogliate essere con Aridosio, e disporlo a questa cosa.

 

MARCANTONIO

Se sta così, non bisognerà troppo pregarlo, chè due mila ducati farebbono tor moglie a lui.

 

LUCIDO

Ella sta come io ve la dico.

 

MARCANTONIO

Non si affatichi tanto con le promesse, che per manco mi obbligo farglielo fare, ma Tiberio doveva pur almanco venire in fin qua.

 

LUCIDO

E’ vorrebbe, che voi foste quello che movesse suo padre.

 

ERMINIO

Questo mi pare il de’ parentadi.

 

MARCANTONIO

Quest’altro farà, che noi potrem servire Cesare; perchè ad Aridosio basta di trovare i suoi due mila ducati, e mille basterà che gliene dia Tiberio, che serviranno per la dote di Cesare, e così si contenterà l’uno e l’altro.

 

ERMINIO

Voi avete ben pensato: ma di grazia, mandiam per Cesare, e parliamo a lui di questa cosa d’Aridosio, acciocchè noi possiamo fare un tratto tre paia di nozze.

 

MARCANTONIO

Lucido, va, e di’ a Cesare che venga adesso qua, e che porti i due mila ducati.

 

ERMINIO

Va via, che sarà in casa.

 

LUCIDO

Io vo.

 

MARCANTONIO

Egli è stato una gran sorte, trovar la figliuola in capo a tanti anni.

 

ERMINIO

Gran sorte è stata quella di Tiberio, che cavato che si ha le sue voglie, trova un che gli sei mila ducati. Ma quale è stata maggior sorte della mia? In fine gli è meglio un’oncia di fortuna, che una libbra di sapienza.

 

MARCANTONIO

Tiberio ha paura che suo padre non voglia; quando egli intenderà di sei mila ducati, gli parrà un’ora mille anni.

 

ERMINIO

Io lo credo, per me, che benchè non abbiano a tornare in mano a lui, gli vuol pur gran bene; ma bisogna prima ragionar di Cesare che di nulla.

 

MARCANTONIO

Così farò.

 

 

CESARE, LUCIDO, ERMINIO, MARCANTONIO

 

CESARE

Dove di’ tu che sono?

 

LUCIDO

Vedili .

 

ERMINIO

Ecco qua Cesare. Noi vogliamo oggi darti la Cassandra per moglie.

 

CESARE

Io non desidero altro; eccovi i denari d’Aridosio, e vi giuro, che in quanto a me, io desidero lei e non la dote, ma io son necessitato a far la voglia di mio padre, il quale mi ha comandato espressamente che senza mille ducati io non la pigli.

 

MARCANTONIO

Tutto abbiam pensato; andiamo a parlar con Aridosio, che senza lui non si può far niente, e tu, Cesare, va per tuo padre e menalo qui in casa mia, dove noi saremo tutti, e concluderemo ogni cosa ad un tratto.

 

CESARE

Così faremo; in questo mezzo mi vi raccomando.

 

MARCANTONIO

Non dubitare, lascia fare a me, e sta di buona voglia; e tu, Lucido, va, ordina; chè tutti ceneremo in casa mia.

 

LUCIDO

Che ho io a rispondere a Tiberio?

 

MARCANTONIO

Non altro, farò il bisogno.

 

LUCIDO

Sarà fatto.

 

MARCANTONIO

Erminio bussa a quella porta.

 

ERMINIO

Tic toc, tic toc.

 

MARCANTONIO

Bussa forte.

 

 

ARIDOSIO, MARCANTONIO, ERMINIO

 

ARIDOSIO

Chi è?

 

MARCANTONIO

Apri Aridosio.

 

ARIDOSIO

Che mi vieni a portar qualche cattiva novella?

 

MARCANTONIO

Non più cattive nuove, Aridosio, sta di buona voglia, che i tuoi due mila ducati son trovati.

 

ARIDOSIO

Di’ tu che i miei denari son trovati?

 

MARCANTONIO

Questo dico.

 

ARIDOSIO

Pur che io non sia uccellato come dianzi.

 

MARCANTONIO

E’ son qui presso, e di qui a poco gli avrai nelle mani.

 

ARIDOSIO

Io non lo credo s’io non li vedo e non li tocco.

 

MARCANTONIO

Inunanzi che tu gli abbia, ci hai da prometter due cose: l’una di dar Cassandra tua figliuola a Cesare di Poggio, e l’altra di lasciar torre una moglie a Tiberio con sei mila ducati di dote.

 

ARIDOSIO

Io non bado, non penso a nulla se non a’ miei denari; infin che io non gli veggio almanco, non so quello che vi diciate. Io vi dico bene, che se voi mi fate riavere i miei denari farò poi ciò che voi vorrete.

 

MARCANTONIO

E così prometti?

 

ARIDOSIO

Così prometto.

 

MARCANTONIO

Se tu ne manchi poi, te li torrem per forza; , ecco i tuoi denari.

 

ARIDOSIO

Oh Dio, e’ son pur dessi. Marcantonio mio, quanto ben ti voglio; io non ti potrò mai ristorare, se ben vivessi millanni.

 

MARCANTONIO

Tu mi ristorerai d’avanzo, se tu farai queste due cose.

 

ARIDOSIO

Tu mi hai reso la vita, l’onore, la roba e l’essere; che insieme con questa aveva perduto.

 

MARCANTONIO

Però mi dei tu far queste grazie.

 

ARIDOSIO

E chi gli avea rubati?

 

MARCANTONIO

Lo intenderai poi: rispondi a questo.

 

ARIDOSIO

Io voglio prima annoverargli e poi ti risponderò.

 

MARCANTONIO

Che bisogna adesso annoverargli?

 

ARIDOSIO

E se ce ne mancasse?

 

MARCANTONIO

Non ve ne manca certo: e se ve ne mancherà, ti prometto di rifarteli del mio.

 

ARIDOSIO

Fammi un poco di scritto e son contento.

 

MARCANTONIO

Quest’è pur cosa da starne alla fede.

 

ARIDOSIO

Orsù, io me ne sto alla tua promessa; che di’ tu di sei mila ducati?

 

ERMINIO

Guarda s’egli ha tenuto a mente questo.

 

MARCANTONIO

Dico che noi vogliamo la prima cosa che tu dia Cassandra tua figliuola per moglie a Cesare di Poggio.

 

ARIDOSIO

Son contento.

 

MARCANTONIO

Di poi, che tu lasci torre a Tiberio una moglie, che gli sei mila scudi di dote.

 

ARIDOSIO

Di questo io ho da pregar voi; come, sei mila ducati? e chi sarà più ricco di lui?

 

MARCANTONIO

Egli è da Tortona; che non dica poi io nol sapeva.

 

ARIDOSIO

Sia da casa del diavolo; sei mila ducati, eh?

 

MARCANTONIO

E Tiberio è contento di darti della sua dote mille scudi, i quali tu dia per dote a Cesare, acciocchè non ti abbia a cavare denari di mano.

 

ARIDOSIO

Questi mi paiono ben troppi, a dirti il vero.

 

MARCANTONIO

Ti paion troppi, e oggi n’hai guadagnati otto mila.

 

ARIDOSIO

Come otto mila?

 

MARCANTONIO

Due mila ne hai trovati tu e seimila Tiberio.

 

ARIDOSIO

Orsù, fa tu, Marcantonio.

 

MARCANTONIO

Voglio che glieli dia ad ogni modo.

 

ARIDOSIO

Noi faremo adunque due paia di nozze ad un tratto.

 

MARCANTONIO

Noi ne faremo pur fin in tre, che in questa sera ho dato moglie ad Erminio.

 

ARIDOSIO

E chi?

 

MARCANTONIO

Te lo dirò per la via.

 

ARIDOSIO

Buon pro ti faccia, Erminio.

 

ERMINIO

E a voi, che avete guadagnato oggi tanti ducati.

 

MARCANTONIO

Andiamo adesso dentro a concludere affatto questi parentadi, e a darne notizia ai nostri parenti che son tutti in casa mia.

 

ERMINIO

Fate che si mandi per Cassandra.

 

ARIDOSIO

Ella ci sarà domattina a buon’ora, e farolla venire a casa tua, dove si potran fare tutte tre le paia delle nozze, perchè la mia è tanto disagiata stanza, che non vi si potrebbe ballare, far cosa buona.

 

MARCANTONIO

Io t’ho inteso, farem quello che tu vorrai; andiam pur adesso.

 

ARIDOSIO

Andiamo.

 

ERMINIO

Voi udite, stasera non si hanno a far le nozze; chè manca Cassandra e Fiammetta mia, sì che pigliatevi per un gherone, e domandassera venite che si farà allegra festa.

 




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