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CONCLUSIONE
Il Sultano è stato
assolto, avendo potuto il suo avvocato dimostrare che il Lucini era figlio
dell’accusato, il quale (e mostrò varie lettere) aveva già fatto dei passi per
riparare i suoi vecchi torti; aveva procurato di trarlo a Venezia per essergli
più vicino e meritare il perdono.
Il contegno franco
dell’accusato durante l’arresto e il processo, ribadirono questa verità e, come
disse l’illustre avvocato, la causa dell’umanità fu vinta.
Il vecchio pazzo è più pazzo
di prima e dopo che l’hanno rinchiuso in un ospizio, seguendo sempre l’ordine
delle sue sciagurate ambizioni, cominciò a credere d’essere un pretendente al
trono di Francia: poveretto!
Più fortunato di tutti è
ancora Marcello, che tornato alla semplicità dell’anima, ha ieri assistito al
matrimonio di Gioconda col signor Pietro Manganelli, imbiancatore, che mette in
opera anche campanelli.
Morto il capo ufficio del
catasto – penava tanto, poveretto! – Marcello ha ottenuto il posto sospirato e passa
i suoi giorni, come prima, al numero ventitré, fra quelle pareti color acqua
piovana, tra gli scialacquamenti di Doro e l’odore d’aglio, in cui il signor
Placido riassume tutti i suoi intingoli, come in un’idea generale.
La sua vita oggi è più malinconica,
sebbene dorma, senza pericolo, nel letto elastico di Gioconda: e spesse volte,
guardando dalla sua finestra certe nuvolette color d’oro che passano attraverso
la guglia del duomo, si sente chiamato a grandi destini, che io gli auguro
anche un po’ per amor mio.
Marcello però, ripigliando il
suo zimarrone color tané e le sue vecchie scarpe, venne a un più retto giudizio
intorno alla vita, e compiange di cuore gli uomini di troppo spirito, anche
quando ne inventano di curiose.
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