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| Raffaello Sanzio Tutti gli scritti IntraText CT - Lettura del testo |
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I SONETTII
Amor, tu m'envesscasti con doi lumi de doi beli occhi dov'io me strugo e [s]face, da bianca neve e da rosa vivace, da un bel parlar in donnessi costumi.
Tal che tanto ardo, ch[e] né mar né fiumi spegnar potrian quel foco; ma non mi spiace, poiché 'l mio ardor tanto di ben mi face, ch'ardendo onior più d'arder me consu[mi].
Quanto fu dolce el giogo e la catena de' toi candidi braci al col mio vòl[ti], che, sogliendomi, io sento mortal pen[a].
D'altre cose io' non dico, che fôr m[olti], ché soperchia docenza a mo[r]te men[a], e però tacio, a te i pens[e]r rivolti.
o vaghi miei pensi[e]r in me rivolti, considerade [a] la beltate amena. II
Como non podde dir d'arcana Dei Paul, como disceso fu dal c[i]elo, così el mio cor d'uno amoroso velo ha ricoperto tuti i penser miei.
Però quanto ch'io viddi e quanto io fei pel gaudio taccio, che nel petto celo, ma prima cangerò nel fronte el pelo, che mai l'obligo volga in pensi[e]r rei.
E se quello altero almo in basso cede, vedrai che non fia a me, ma al mio gran foco, qua più che gli altri in la fervenzia esciede.
Ma pensa ch'el mio spirto a poco a poco el corpo lasarà, se tua mercede socorso non li dia a tempo e loco.
I) Però quanto ch'io vidde e quanto io fei dir non posso io, ch'uno amoroso zelo fa che talor di morte el crudel felo se gusta, ma tu rimedio al mio mal sei.
II) Donnqua te pregarò, ché 'l peregar qui lice, per ritrovarsi in su sublimo loco a poter dir nel mondo esar felice
III) Adunqua tu sei sola alma felice in cui el c[i]el tuta beleza pose, che rivelasse al mondo non se lice, ch'el tien mio cor come in foco fenice.
IV) che 'l mio cor arde qual nel foco fenice.
V) e, se benignia a me tua alma inclina abasso..
VI) e se ben guardi... infimo loco.
VII) ...Arno, Po, Nil, Inde e Gange
VIII) e, se 'l pregar mi[o] in te avesse loco, giammai non resteria chiamar mercede, fi[n] che nel petto fuso el parlar fi[o]co.
IX) ma, se li mi[e] favile a poco a poco
X) [E] guarda a l'ardor mio non abbi a gi[o]co, ché, sendo io tuo sogetto, o[g]ni concede che per mia fiama ardresti a poco a poco.
XI) E, guarda l'ardor mio non abbi a gi[o]co, ché, esendo io fiama e tu di giazio, ho fede che da mia fiama ardresti a poco a poco.
XII) ma omni amuna gentil di basso loco cerca surger gran cose, e imperò ho fede che tua virtù m'esalta a poco a poco.
XIII) ma asa[i] fia el tacer che dirne poco. IIIUn pensier dolce è rimembra[r]se in modo di quello asalto, ma più gravo è il danno del partir, ch'io restai como quei ch'hano in mar perso la stella, se 'l ver odo.
Or, lingua, di parlar disogli el nodo a dir di questo inusitato ingano ch'Amor mi fece per mio gravo afanno, ma lui pur ne ringrazio e lei ne lodo.
L'ora sesta era, che l'ocaso un sole aveva fatto, e l'altro surse in loco, ato più da far fati che parole.
Ma io restai pur vinto al mio gran foco che mi tormenta, ché dove l'on sòle disiar di parlar, più riman fioco.
I) più di dispetti è ricordarsi el dano del suo partir...
II) molte speranze nel mio peto stanno.
III) e questo sol m'è rimasto ancor
V) pel fisso immaginar quel...
VI) nel mio pensi[e]r quel s[u]o pa[rlar]...
VII) moso tanta letizia che... IV
[S']a te servir par mi stegeniase, Amore, per li efetti dimostri da me in parte, tu sai el perché, senza vergante e in carte ch'io dimostrai el contrario del mio core.
[I]o grido e dico or che tu sei el mio signiore dal centro al ciel, più sù che Iove o Marte, e che schermo non val, né ingenio o arte, a schifar le tue forze e 'l tuo furore.
Or questo qui fia noto: el foco ascoso io portai nel mio peto; ebbi tal grazia, che inteso alfin fu suo spiar dubioso:
e quell'alma gentil non mi dislazia, ond'io ringrazio Amor, che a me piatoso . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
I) che 'l dol ristrisse del ferite core s'esso se vede al marzial furore.
II) né Saturno né Jove, Mercurio o Marte
III) e s'alcun temp[o] portai ascoso el foco
IV) e che quella che 'l sol vince di luce or per... V
[Fe]llo pensier, che in ricercar t'afanni [d]e dare in preda el cor per più tua pace, [n]on vedi tu gli efetti aspri e tenace [de] cului che n'usurpa i più belli anni?
[Dur]e fatiche, e voi, famosi afanni, [r]isvegliate el pensier che in ozio giace, most[r]ateli quel sole alto che face [s]alir da' bassi ai più sublimi scanni.
[Div]ine alme celeste, acuti ing[e]ni, che . . . . . . . . . . . . . . . . . . . disprezando le pompe e scetri e regni,
I) ...ce ho pensier cole che onclinar volti
II) ...voler seguita la nostra stella
III) non vedi tu da l'uno a l'altro polo.
IV) ...pensier, fa che...
V) [d]ivene alme, o voi, celesti ingenie,
VI1
Come la veggo e chiara sta nel core tua gran bellezza, il mio pennello franco non è in pingere egual e viene manco, perché debol riman per forte amore.
Sì mi tormenta lo infinito ardore. Il volto roseo, il seno colmo e bianco, con lo rotondo delicato fianco, ha di vaghezza che abbaglia di splendore.
L'insieme allo pensier tutto commosse, che atto non fe' il saper; perciò nemica fece la man che al ben ritrar non mosse.
Ognor fisso studiar in dolce amica quella beltà che ciel credea sol fosse, fia che il desiar compirà la mia fatica.
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1 Questo sonetto è quasi di sicuro apocrifo. |
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