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Maria Antonietta alias Marchesa Colombi Torrioni Torelli-Violli
Prima morire

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  • XXXIV.   Eva ad Augusto.
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XXXIV.

 

Eva ad Augusto.

 

Avevo giurato a Massimo, e sopratutto avevo giurato a me stessa, di non avere mai più nessuna comunicazione con voi, Augusto. Ed avrei mantenuta ad ogni costo la mia parola, se non avessi veduto che, per la pace di mio marito, per la vita di mia figlia, è necessario che vi rivolga un’ultima parola, che vi domandi un ultimo sacrificio.

Quando rientrai in quella triste giornata di novembre nella mia casa abbandonata, o piuttosto nella casa di Massimo, il mio spirito era talmente turbato dalle paure che m'ispirava la malattia della bambina, che non pensai alla vergogna di presentarmi a mio marito dopo quanto avevo fatto. Neppure lui ci pensò; o almeno non ne disse nulla.

Finchè la vita della nostra figliola fu in pericolo, restammo , uniti accanto al suo letto, completamente dimentichi di noi stessi, non vivendo che per lei, non parlando che delle cure che richiedeva, del suo stato, dei timori e delle speranze che ci inspirava. Più volte, durante le visite del medico, ci guardammo ansiosi come per leggerci negli occhi quanto potevano avere indovinato; ed io sostenni il suo sguardo senza arrossire, ed egli sostenne il mio senza schiacciarmi col suo disprezzo.

Ma a misura che la bimba cominciava a star meglio, e l'orgasmo della paura materna si calmava nel mio cuore, e tutto intorno a noi riprendeva il placido modo di essere abituale, allora i miei sentimenti di donna e di moglie si ridestavano, e non osavo più alzare gli occhi in volto a Massimo, tremavo nel parlargli, sentivo il rossore salirmi alla fronte quando mi rivolgeva la parola, o quando, nel prestare una cura alla piccola ammalata, le nostre mani s'incontravano.

Domandavo a me stessa se avessi ancora il diritto di vegliare a quel letto della mia bambina, se non verrebbe un momento, in cui quell’uomo offeso avesse a scacciarmi dalla casa che avevo disertata.

Anche la Marichita, ricuperando la salute, ritornava col pensiero a quanto era accaduto di strano e doloroso per lei, e ne parlava con quel suo linguaggio immaginoso ed appassionato, che altre volte vi sorprendeva tanto:

— Oh mamma, diceva, dev’ essere stato un cattivo genio che ti ha presa sulle sue ali nere, per portarti lontana da me quando stavo male.

Un giorno mi domandò se era guarito il nonno; e Massimo s'affrettò a risponderle, in modo da farmi comprendere la sua pietosa bugia, perchè potessi secondarlo. Fu un momento terribile per me.

Un’altra volta, tornando sempre su quel pensiero tormentoso della mia lontananza, la bimba disse:

— Il babbo piangeva, e le sue lagrime erano come tante stilline bollenti che mi cadessero sul cervello; mi davano la febbre.

Poi soggiunse:

— Io non m'allontanerò mai, neppure un'ora dai miei bambini, per non far piangere il loro babbo. Non l'avevo mai veduto; ma è triste un babbo che piange.

Il primo giorno che le fu permesso d'alzarsi ebbe un accesso di gioia esuberante.

— Tutti i geni cattivi sono volati via, gridò. Quello che voleva farmi morire e quello che faceva piangere il babbo. Sono volati via, perchè è tornato il genio buono, la fata benefica e bianca.

Poi stendendo i suoi poveri braccini smagriti verso di noi, che eravamo curvi ai lati della sua poltrona, ci strinse insieme riunendo le nostre teste, e disse:

Babbo, baciamola tutti e due, la nostra fata bianca.

E lui mi baciò, povero cuore generoso e clemente. Mi baciò cogli occhi velati dalla commozione, colle labbra tremanti; e non mi fece nessun rimprovero; e continuò a trattarmi con quell’amorevolezza paterna che una volta mi pareva tanto prosaica, ed ora mi commove profondamente, e mi avvilisce facendomi sentire la sua superiorità ed i miei torti.

Ma è difficile, pel cuore d’un uomo, la costanza nel perdono. La sua anima è turbata. La fede che aveva in me l'ho distrutta per sempre. Ci sono dei discorsi che non possiamo più fare; li evitiamo con una cura che ci confonde tutti e due.

Da un mese che la Marichita sta bene, nessuno di noi ha osato accennare al bisogno di procurarle un maestro di piano. Il pianoforte stesso è rimasto a Regoledo, e io Massimo abbiamo avuto il coraggio di farlo riportare in città.

Qualche volta, dopo pranzo, mi alzo e mi avvio macchinalmente nel mio salotto, per mettermi a sonare come facevo sempre. Quella musica nelle prime penombre della sera, era la delizia di Massimo, la sola distrazione che avesse cara. Egli mi segue come faceva una volta; ma poi io non trovo il piano al suo posto, e siedo scoraggiata senza saper cosa fare, ed egli s'allontana sospirando, e va a rattristarsi solo con un giornale che non legge.

Da qualche tempo m'ero accorta che i giornali lo agitavano straordinariamente. Non passa quasi giorno senza che ci sia un cenno sul vostro Re Lear. Ora è il libretto di cui si fa il sunto o una critica letteraria; ora è la messa in iscena, su cui un cronista, meglio informato degli altri, commette delle indiscrezioni a favore dei suoi abbonati. Ora è un critico musicale che fa dei confronti preventivi, tra un'opera data e la vostra che si darà.

Giorni sono c'era un articolo intitolato: «Biografia del maestro Augusto Calo, autore della nuova opera che si darà alla fine del mese venturo alla Scala».

Quando apersi il giornale, rimasi confusa ed impaurita, e lo posai sulla tavola senza osare di leggerlo. M'era venuta l'idea assurda che ci potesse essere qualche parola indiscreta, qualche allusione a me.

Massimo, che è sempre intento a studiare le mie sensazioni, prese quasi subito il foglio e lo scorse avidamente. Giunto a quell'articolo, si fece pallido, poi mi guardò con diffidenza, ed andò a chiudersi nella sua camera con quel giornale che non vidi più. Forse lo ha bruciato, o lo ha riposto fra le cose sue, per conservarlo come si conservano le memorie penose.

Ogni volta che qualcuno parla del Re Lear, mi guarda sospettoso, scruta il mio volto ed ogni mio atto, per vedere se mi commovo. E per quanto io cerchi di dominarmi, lo vedo sempre più triste.

Teme ch'io pensi a voi, o, peggio ancora, che vi veda o vi scriva. L'ho scoperto più d'una volta immobile dietro le vetrate del balcone in salotto, guardando la vostra finestra. Osserva con ansietà le soprascritte delle lettere che ricevo; si affanna se la cameriera rimane un po’ a lungo nella mia stanza, e già parecchie volte mi disse, che non comprende che cosa io possa avere da dire o da farmi dire dalla Gigia. Ha sfogliata tutta la mia musica e ne ha tolto il vostro valzer.

Ma quello che lo tormenta più di tutto è ch'io esca sola. Me ne astengo per non affliggerlo. Ma una mattina, che dovetti uscire colla Marichita, lo trovai al mio ritorno in uno stato di ansietà febbrile. Volle sapere dov'ero stata, chi avevo incontrato, chi m'aveva salutata in istrada, e se avevo parlato con qualcheduno. E domandava tutto alla bimba, come se sentisse di non poter credere a me.

Pur troppo il mondo è pettegolo; il nostro amore non è rimasto un segreto per nessuno, Augusto; e tutti i nostri conoscenti hanno avuta la discrezione, indiscreta di non fare il menomo cenno alla vostra scomparsa dalla nostra casa, dove erano avvezzi a vedervi continuamente. Vedono vuoto il posto del piano, e nessuno domanda perchè, e nessuna mi prega più di sonare, e nessuno m’interroga sulla nuova opera che inspira tanta curiosità, e che tutti sanno ch'io conosco. Questo riserbo, troppo significante, mortifica me, ed inquieta Massimo. C'è un sottinteso di condoglianza o di pietà, come nella famiglia in cui è morto qualcuno, dove tutti evitano di nominare la catastrofe che l'ha afflitta, per non rinnovarne il dolore; ma quel silenzio stesso la rammenta, ed avverte chi soffre, che gli altri sanno e comprendono la sua sventura.

Potete figurarvi, Augusto, che vita sia quella di Massimo. Tremo sempre che non s'appigli ad una risoluzione disperata. Quando guarda sua figlia con occhio pieno d'amore e di rammarico, io gli leggo nell'anima il desiderio della morte, che lotta col sentimento del dovere e dell'affetto di padre.

Poche sere sono, lo vidi entrare nella mia camera pallido e tremante. Mi disse:

— Sono venuto per parlarti di cose molto gravi. Poi si strinse la fronte con una mano coprendosi gli occhi, e sospirò in silenzio. Compresi a cosa pensava, e non osai rispondere. Egli riprese:

— Ti sentiresti il coraggio di abbandonare Milano per sempre?

Credetti che volesse allontanarmi da lui, e dissi tremando:

— E la Marichita?

— Verrà con noi, rispose. — Emigreremo tutti. Andremo a Londra, andremo in America, andremo dove vorrai, purchè sia ben lontano. Qui siamo stati troppo infelici, e lo saremo sempre più. Sono travagliato da una diffidenza che mi degrada. Vedo inganni in tutto ed in tutti; vorrei tenerti prigioniera; ma diffiderei ancora dei tuoi pensieri. E tu fai una vita solitaria e miserabile, senza riescire a rassicurarmi.

Crollai il capo per dire che di me non importava punto; ma non mi diede retta, e continuò:

— Io sono disposto ad abbandonare la mia casa, i miei amici, le mie abitudini, il mio paese, pur di ritrovare, se è possibile, la mia fede in te. E tu, non avresti il coraggio di rinunciare tu pure a tutto, per tentare di guarirmi da questo male che mi tormenta, e per ritrovare in mezzo al nostro dolore, quella pace che ci è necessaria per l’educazione della nostra bambina?

Soffocata dal pianto, assentii con un cenno del capo, ed egli mi disse quanto ha lottato contro se stesso e contro i sospetti che lo rodono, prima di venire a questa decisione estrema, che tronca la sua carriera commerciale, lo condanna all'ozio, pregiudica i suoi interessi. — Mi narrò le sue veglie affannose, lo spionaggio di cui si vergogna e le mille interpretazioni contraddittorie che ad ogni mio atto, ad ogni parola. Ora l'idea del rumore che leverà la vostra opera, del prestigio che aggiungerà al vostro nome, lo impaura, lo rende quasi pazzo. Sente il bisogno di fuggire, di portarmi lontano, dove il vostro nome non possa più giungere fino a me, per riaccendere il mio amore, per aumentare la sua disperazione.

— Vi furono delle ore, mi disse, in cui l’odio mi gonfiò il cuore, e desiderai di battermi con lui. Una sera lo vidi, e mi rizzai per avventarmigli contro. Ma pensai a te ed a mia figlia; al vostro fragile nome di donna; pensai anche a lui, alla sua gioventù, al suo avvenire. Io sono vecchio, ed un giorno l'ho chiamato figlio. Non volli troncare la sua carriera di dolori e di gloria.

Consentii a tutto, e prevenni anche il suo desiderio di allontanarmi da Milano prima che si rappresenti il Re Lear. Sono venuta a Regoledo, e ci resterò finchè Massimo abbia disposto ogni cosa per la nostra grande partenza senza ritorno.

Ma questa partenza che ho accettata per me, e che sarebbe forse un sollievo all'umiliazione che mi opprime qui, mi spaventa per lui, che si troverà senza occupazioni, senza amici, in luoghi ignoti, solo con me che gli rinnovo ad ogni ora le sue pene, e senza nessun'altra cura che lo distolga da quella cura incessante ed amara. Egli è vecchio, Augusto; e, come ricordava piangendo, vi ha chiamato figlio. Egli è innocente e generoso, e noi siamo colpevoli. Il sacrificio del suo paese, della sua casa, delle sue abitudini, è troppo grave pel suo cuore indolorito, e potrebbe esser lieve al vostro cuore giovane, a cui l’arte promette tanto avvenire. Lasciate che si rappresenti la vostra opera. Raccogliete qui la vostra prima gloria, assaporate il trionfo che fu l’ambizione della vostra gioventù; e poi partite voi Augusto. — Voi siete libero. La vostra arte potete coltivarla dovunque. Lontano di qui, in paesi che non vi richiamino memorie dolorose, dove il vostro nome sarà giunto glorioso, dove sarete amato ed ammirato, lavorerete forse meglio che in codesta cameruccia, rinchiuso, isolato, solo coi vostri ricordi strazianti; e sarete certo consolato e felice un giorno.

Siate generoso, Augusto. Ve ne prego pel bene ch'egli ci ha fatto, pel male che gli abbiamo reso; partite voi. Forse non gioverà a nulla, perchè la sua fede e la nostra pace sono perduti per sempre; Ma almeno avrete fatto quanto avrete potuto, per espiare la nostra colpa, e gli risparmierete di emigrare così tristamente nella sua vecchiezza che gli abbiamo anticipata coll’egoismo del nostro amore.

Eva.

 




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