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Antonio Gramsci
Scritti politici I

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  • 1918
    • La Lega delle Nazioni
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La Lega delle Nazioni37

 

Nel beato paese di Utopia ha avuto in tutti i tempi diritto di cittadinanza e di libera circolazione il «bel sogno» (come si suol dire) degli Stati Uniti d'Europa e del Mondo. Il «bel sogno» ha fatto ridere i saggi; i critici, i filosofi realisti ne hanno dimostrato l'incongruenza, la fallacia storica. Ed a ragione. Il «bel sogno» si presenta ora: ha cambiato nome, si chiama la Lega delle Nazioni. Un capo di Stato e di uno Stato modernissimo, un uomo, che ha dimostrato, nella semplicità del suo linguaggio, di essere piú realista di tutti gli spacciatori di cabale diplomatiche, se ne fa banditore: Wilson. Alcuni ministri della moderna Inghilterra, paese anch'esso poco fertile in acchiappanuvole, accolgono con simpatia e divulgano la formula wilsoniana. Che non si tratti piú del «bel sogno» ma che davvero un nucleo di realtà sia nascosto in questa formula rimessa a nuovo? Vediamo, perché ne vale la pena.

La vecchia concezione, che possiamo chiamare latina, la concezione vittorhughiana, umanitaria, massonica era ed è ancora un'astrazione arbitraria, antistorica, teneramente costruita con cemento di lacrime e con blocchi di sospiri. La sostiene in Italia il senatore Ponti e il... compagno Modigliani, è una ernestoteodoromonetoria, che non sprofonda le sue radici in nessun ceto di classe, vivo economicamente e socialmente. In Francia è bandita dalla Lega per i diritti dell'uomo, dai socialisti di tutte le frazioni, e da quell'accozzaglia di retori sfiaccolati e di uomini d'affari che costituiscono il partito radico-socialista.

Anche in Francia non è una corrente economico-sociale che la fa propria; rimane pura ideologia, fiorita nei fertili campi della politica e della chiacchiera giornalistica: è il fantasma della Francia giacobina che in berretto frigio e carmagnola agita la fiaccola della fratellanza, dell'eguaglianza, della libertà, l'eroina della liberazione dei popoli, la sanzionatrice di tutte le piú squisite e nebulose conquiste verbali dello spirito umano.

Ma nel mondo anglosassone l'ideologia si presenta sotto altre vesti e con ben altre garanzie di serietà e di concretezza. Nel mondo anglosassone Lega delle Nazioni significa questo: necessità del capitalismo moderno, forma politica attuale di convivenza internazionale che sia meglio adeguata alle necessità della produzione e degli scambi.

Woodrow Wilson è arrivato alla presidenza degli Stati Uniti per rappresentarvi gli interessi politici di un ceto capitalista che è la quintessenza del capitalismo: i produttori non protetti, e che non possono essere protetti; gli industriali che esportano, che hanno bisogno di nuovi mercati, che possono essere danneggiati nel loro vigoroso e spontaneo sviluppo dai protezionismi degli altri paesi. La loro ideologia politica è la democrazia liberale e liberista, che nelle penultime elezioni ha sconfitto la democrazia radicale, affaristica, trustaiola, protezionista.

Per questa borghesia Lega delle Nazioni vuol dire dissolvimento delle reliquie politiche del feudalismo. L'economia borghese ha in un primo momento dissolto le piccole nazionalità, i piccoli aggruppamenti feudali: ha liberato i mercati interni da tutte le pastoie mercantili che inceppavano i traffici, che impedivano alla produzione di trasformarsi e di espandersi. L'economia borghese ha cosí suscitato le grandi nazioni moderne. Nei paesi anglosassoni è andata oltre: all'interno la pratica liberale ha creato meravigliose individualità, energie sicure, agguerrite alla lotta e alla concorrenza, ha discentrato gli Stati, li ha sburocratizzati: la produzione, non insidiata continuamente da forze non economiche, si è sviluppata con un respiro d'ampiezza mondiale, ha rovesciato sui mercati mondiali cumuli di merce e di ricchezza. Continua ad operare; si sente soffocata dalla sopravvivenza del protezionismo in molti dei mercati europei e del mondo. Le lotte di tariffe non la sollecitano: le sa, per esperienza pratica, dannose ad ambe le parti belligeranti. Crea l'ideologia pacifista di Norman Angell, ma si addimostra capace di far la guerra e di perdurarvi tenacemente non meno dei piú agguerriti Stati militareschi.

In questo scorcio della vita del mondo lancia l'ideologia della Lega delle Nazioni. Essa rappresenta per la borghesia liberista anglosassone la garanzia politica dell'attività economica di domani e dell'ulteriore sviluppo capitalistico. È il tentativo di adeguare la politica internazionale alle necessità degli scambi internazionali. Rappresenta, per i singoli Stati, quella garanzia di sicurezza e di libertà che corrisponde nel seno di ogni Stato all'habeas corpus per la libertà e la sicurezza individuale dei singoli cittadini.- È il grande Stato borghese supernazionale che ha dissolto le barriere doganali, che ha ampliato i mercati, che ha ampliato il respiro della libera concorrenza e permette le grandi imprese, le grandi concentrazioni capitalistiche internazionali.

Questa ideologia politica è funzione degli scambi; lo strumento di produzione che l'ha prodotta sono gli scambi internazionali, che hanno anch'essi valore produttivo, perché, liberi da impacci doganali, permettono il massimo sfruttamento delle risorse naturali e della capacità lavorativa del proletariato. Rappresenta, la Lega delle Nazioni, un superamento del periodo storico delle alleanze e degli accordi militari: rappresenta un conguagliamento della politica con l'economia, una saldatura delle classi borghesi nazionali in ciò che le affratella al disopra delle differenziazioni politiche: l'interesse economico. Ecco perché l'ideologia si è affermata vittoriosamente nei due grandi Stati anglosassoni, liberisti e liberali, ed ha in essi salde basi, e rappresenta qualcosa di piú che il «bel sogno» vittorhughiano. Ed ecco perché non trova sostenitori che possano realizzarla in Italia e Francia: perché la Francia e l'Italia sono protezionistiche, e non è una classe che detiene il potere, ma sono piccoli gruppi politici, rappresentanti di affarismo piú che di vigorosa e potente economia borghese.






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37 Siglato A.G., Il Grido del Popolo, 19 gennaio 1918.





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