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BIBLIOGRAFIA
SUL GATTO, Cenni
fisiologico-morali del dott. Gio. Rajberti.
Milano,
coi tipi di Giuseppe Bernardoni di Giovanni.
Vi sarebbe da scomettere dieci contr'uno che
il dottor Rajberti è cresciuto e s'è sviluppato, materialmente e
intellettualmente, con la maggior volontà di questo mondo di lodare due terzi
almeno del genere umano; se non che, annasata da vicino questa razza bipede e
spennacchiata, penetrò per entro le sue narici tale un fetore di gagliofferia e
d'impostura, che strozzando coraggiosamente le sue belle e pieghevoli
inclinazioni, si è posto a un tratto ad adoperar le cesoje contro i suoi
simili, a deriderli, a berteggiarli. L'assunto per dir vero non era difficile,
poiché non v'ha cosa rispettabile contro cui non possano i satirici dirigere i
loro strali, non cosa veneranda che non si possa mettere in derisione; e in
generale coloro che si assumono il poco invidiabile incarico di far ridere gli
sfaccendati o gli sciocchi, sono da questi, ma da questi soltanto e non da
altri, a doppia mano applauditi.
Non bastandogli dunque l'animo di lodare gli
uomini, come pure avrebbe dapprima voluto, anzi stimando opera meritoria e
coscienziosa il frustarli con la scutica del vecchio Flacco, Rajberti si è
volto da quest'ultima parte, e si è assunto il pericoloso incarico
dell'Aristarco; egli ha poi finito col lodare le bestie, e prima delle altre,
il gatto, forse per la ragione dal buon dottore addotta a pagina
14, che è fra tutte le bestie la più cattiva.
Il Gatto ha finalmente rotto
il lungo silenzio del nostro medico-poeta; quel silenzio di cui, se non gli
ammalati, altri parecchi forse si lamentavano; il Gatto ha
un'altra volta tappezzato di enormi avvisi tutti gli angoli, lontani, remoti e
remotissimi, della vasta città di Milano, per annunziare majuscolamente la sua
comparsa nel mondo; il Gatto si è presentato anch'esso con una
dedicatoria al conte Giulio Litta, splendido
cultore e protettore delle arti e delle lettere, per provare ai dabbenuomini
quale diversità passi talvolta fra le parole ed i fatti degli Orazj
contemporanei; il Gatto si è applicato qualche eccitante, qua e
là, sotto e sopra, per fare lo spiritoso; e davvero che v'è riuscito, con
parsimonia se si vuole, ma pure v'è riuscito! Il Gatto insomma
finto, poltrone, egoista, traditore, con non so quanti altri epiteti di simil
fatta, ha trovato anch'esso il suo apologista, e in chi? Nel dottor Rajberti
che era, pochi anni fa, per gli uomini, un redivivo Timone!
Ma per ciò appunto, fatalità!
esclama il dottore; ei si trovò, senza avvedersene, impigliato in
molestissime brighe col terzo e col quarto; e ne seguirono le antipatie, gli
odii, la denigrazione, lo scredito e il tristo esiglio! Una bagattella!
Notate, o lettori cortesi, che (a forza ed a
furia) Rajberti ha sempre spacciato le sue edizioni; che i giornali e i
giornalisti, da lui sempre posti, quasi necessità, a ballare in scena il ballo
della mala figura, lo hanno lodato, incensato, indorato; che gli
son piovute addosso le congratulazioni di mezza Milano per quel pochetto che ha
fatto, quasi fosse molto anzi moltissimo; che il tristo esiglio
è, simile al romitaggio del sorcio di Giovanni Villani, nella vicina e ridente
città di Monza, dove il medico-poeta vive di buon umore ed ingrassa, e daddove
ci fa sapere nel suo Gatto che partì lo scorso autunno per una passeggiata
di divertimento al settimo Congresso dei dotti italiani in Napoli, grazie ai
quali la scienza (dice col solito sale Rajberti) è rimasta
tranquilla al suo posto, mentre essi, gli scienziati, avevano lo
scopo sublime di mandarla innanzi.
Ecco una vittima dell'umana ingiustizia!
ecco l'agnello immolato sull'ara della verità! ecco la solita storia del
benefizio retribuito d'ingratitudine!
Proponesi il dottor Rajberti e promette, per
quanto si possano menar buone le promesse di un poeta graziano, di voler
fare quindinnanzi diametralmente il contrario di quanto ha fatto sinora,
cioè di lodare in ragione diretta delle satire e delle critiche da lui mandate
fuori fin qui, per via di parole volanti od a stampa. Sarebbe lo stesso di
uscire da un male per cadere nell'altro, che schivare un primo eccesso per
inciampare in un secondo! Chi non gli ha creduto sinora, non gli crederà in
processo di tempo. Potrebbe essere stata sin qui causticità naturale, potrebbe
essere prova da poi d'animo basso e servile.
Ma non facciamo stretto calcolo di codeste
blande dichiarazioni, e non poniamoci in apprensione pel buon nome del dottor
Rajberti. A pagina 16 ei dice non esservi nulla di più frequente, comune
e naturale agli uomini quanto il contraddirsi, così in fatti come in parole;
e per giustificar questa massima, almeno a posteriori, egli, che
protesta di voler lodar tutto, getta addirittura in faccia a scrittori di
bibliografie e di necrologi, legati tutti in un fascio, il titolo lusinghiero
di bugiardi impudenti! Lodate, verbigrazia, l'opera sulle Origini
italiche di Mazzoldi, e sarete un impudente bugiardo;
lodate il Gatto del dottor Rajberti, e sarete un bell'ingegno!
Scrivete sulla vita onorata di un illustre, integerrimo magistrato, di un
benefattore del genere umano, e sarete un bugiardo impudente; lo
specchio della verità sarà il giornalista che, morto Rajberti, annunzierà il
suo trapasso alla terra desolata e piangente, a cui rimarrà, ultima
consolazione, il Gatto e la Prefazione alle mie opere
future (con dedicatoria)5.
Frutto di questa nuova scuola del Rajberti,
o nuova maniera, com'ei la chiama, di vedere e di giudicare con
senno e indulgenza delle cose e delle persone,sono fors'anche le autorevoli parole
ch'egli dirige, in questo suo nuovo volume, alla Zoologia ed a' suoi cultori.
Per essa s'introduce nel tempio della gloria chiunque faccia raccolta di
lucertole o sappia descrivere le corna delle lumache o vada a caccia di
farfalle o infilzi un moscherino sullo spillo. Dove si condurrà poi, a
quali colonne d'Ercole, chi, lasciate le lucertole, le lumache e i moscherini,
si fa apologista del Gatto! Zoologi, naturalisti, Plinio, Linneo,
Buffon, de Selys, Bonaparte, Nardo, Forster, Müller, de Filippi e Gray, voi non
siete che ridicoli cultori di una scienza che è inutile, quanto lo furono
secondo il buon dottore, tanti e tanti uomini celebri dell'antichità, come a
modo d'esempio, Sesostri, Ciro, Alessandro! L'ingegno di un poeta che avesse
per avventura parafrasato in vernacolo Orazio Flacco potrebbe bestare per tutti
questi vanissimi doni della provvidenza!
Ma
la vera parte eroica del dottor Rajberti è riposta nelle contraddizioni; egli
che ha con tanto piacere sferzato, e che sferza (quasi ei fosse intangibile)
anche quando si propone di blandire e di lisciare, vi detta a pagina 69, con
buona fede affatto patriarcale, la seguente sentenza:
Chi si mostra duro e intollerante per le più
compatibili debolezze umane diventa odioso, e la di lui parola perde ogni
efficacia anche quando s'indirizza a combattere le vere magagne sociali.
Tiratene voi la conclusione, o lettori, se
siete da tanto, e giudicate per me questo scritto dal lato non fisiologico, ma
filosofico e morale!
Per ciò che risguarda l'istinto, le abitudini,
le inclinazioni, la vita dell'eroe di Rajberti, certo ch'ei non ha dette cose
nuove; ha però fatto ciò che non fecero i suoi maestri in simile argomento: ha
esposto in quasi novanta pagine fitte ciò che Buffon, con tanto senno e tanta
evidenza, in pochissime. Capisco che le chiacchiere ingrossano i volumi,
giustificano i prezzi e rendono santa l'epigrafe dell'anonimo: Non
impresterai né il tuo nome, né il tuo cavallo, né il tuo libro; ma, dio
buono! per qual ragione il medico-poeta ha voluto egli condurre i propri
lettori sino alla ottantesima sesta pagina del suo Gatto6, per udirli colà esclamare ex-corde:
sì, v'è del buono, ma ne avevamo proprio abbastanza!
Se non fossi molto più innanzi del dottor
Rajberti, non dirò nella dottrina e nello spirito, ma negli anni e
nell'esperienza, mi guarderei bene dal susurrargli all'orecchio un consiglio;
ma giacché la mia fede di nascita mi può tenere appo lui per iscusato, io gli
dirò: dottor mio, a questo mondo chi scrive per la fama, e chi per la fame. Nel
primo caso, bisogna poggiar alto, non tradurre soltanto o parafrasare, non
partorire con molto strepito i topi della montagna; nel secondo, tutto può
essere perdonato, poiché
Si l'on peut pardonner l'essor d'un mauvais livre,
Ce n'est qu'au malheureux qui travaille pour vivre.
Ma per beffare poetastri e
scrittorelli, secondo il nostro buon piacere, per deridere in massa i
cultori di una scienza qualunque, per dire impudenti bugiardi a
quanti scrivono bibliografie e necrologie, per sogghignar con disprezzo al
mostaccio di di questa o di quella classe, per staffilare a dritto e a rovescio
le umane debolezze, bisogna essere per lo meno Enceladi letterarii, aver la
coscienza di Aristide, la virtù di Socrate, e per sovrammercato il coraggio,
l'ingegno e la fronte di Scannabue.
Credo opportunissimo di qui riportare alcuni pensieri
dell'illustre Redattore del Politecnico sulla satira.
"La satira è un esame di coscienza dell'intera
società; è una reazione del principio del bene contro il principio del male; è
talora l'unica repressione che si può contrapporre al vizio vittorioso; è un
sale che impedisce la corruzione; la società non può dirsi coinvolta appieno,
se non quando il vizio può riscuotere in pace i plausi del volgo, ed ostentar
sé medesimo come il maestro del saper vivere. La satira depura e stringe in
brevi linee le stentate interpretazioni, le prolisse istorie, e le
interminabili ripetizioni della maledicenza privata. Ciò che per anni ed anni
formò il pascolo di mille mormorazioni monotone, insipide, codarde, si
concentra ad un tratto in forma vivace e scintillante e, a guisa d'un razzo acceso, solca
gli spazj e attrae tutti gli sguardi; ma quella fiamma si nutre dell'aria
stessa di cui tutto il popolo respira e vive....Fu già notato che l'audacia
della satira è uno dei segnali della superiorità mentale di una nazione. I Goti
e gli Algerini non furono mai famosi nella comedia come i borghesi di Atene e
di Parigi. Ariosto e Macchiavelli furono egregi derisori del prossimo in un
tempo che i gran peccatori pagavano tassa e compravano il perdono dei poeti.
Tra il secolo del Bibiena e del Goldoni sta il Seicento, secolo vuoto e fiacco
che non ebbe tampoco la forza di ridere di sé stesso. La possente Inghilterra è
la patria della caricatura; ogni giorno una legione di giornali
vi fa specchio inesorabile della vita pubblica e privata; Sheridan vi compì
l'opera mettendo in comedia la stessa maldicenza. I più illustri scrittori del
secolo, Walter Scott, Byron, Goethe, Manzoni, sono tutti dipintori di caratteri
o vogliam dire scrittori satirici...A cominciar da Dante, che fu l'ideale della
maldicenza, i Fiorentini dominarono sull'Italia colla spaventevole publicità
d'una satira che era intesa da un capo all'altro della Penisola. Ma dopo che il
duca Cosmo insegnò loro a parlar sempre bene di tutto, Firenze, ad onta
dell'aureo dialetto, non ebbe più lo scettro delle lettere italiane ec."
Politecnico, vol. I pag. 267
Dare una mezz'oncia:
frase lombarda che significa l'atto amichevole di stringere ad alcuno la gota
fra il dito indice e il medio.
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