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Salvatore Farina
Due amori

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  • DUE AMORI
    • XXXIV.
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XXXIV.

 

«Per via noi camminammo silenziosi; non so che avvenisse in me, e per qual fine io che aveva tanto desiderato l'arrivo di Eugenio, vedendolo, sentissi a un tratto una mestizia profonda in luogo di quell'allegra espansione che io aveva immaginato. Gli è forse perchè gli uomini, teneri sempre del loro passato, se ne fanno gelosi custodi; però il rivedere un amico dopo tant'anni, il rivederlo mutato, non è soltanto uno sconforto che tocca all'amicizia, ma una grave ed irreparabile offesa che si fa all'edificio delle nostre memorie. So di molti che lamentarono lo stesso sentimento. Io stesso l'ho provato altra volta. Sulla riva del Purus io m'era costrutta una tenda, e vi aveva lasciato Charruà a custodirla durante una peregrinazione che doveva durare alcuni mesi. Dopo un cammino faticoso ed una assenza più breve che io non avessi immaginato, feci ritorno alla mia tenda. Per via io aveva sospirato il momento di rivedere la sua banderuola svolazzante, e la rividi con gioia, ma quando ricercai dell'occhio la stretta apertura che vi dava accesso e la vidi coperta da un palmizio che Charruà vi avea fatto crescere per temperare l'ardenza del sole, la mia aspettazione delusa distrasse in gran parte la gioia del ritorno. Quel palmizio non era nel mio cuore, io non lo aveva lasciato, non aveva pensato al momento di rivederlo. io amai per gran tempo quel palmizio benefico - anche oggi egli si caccia a forza nei miei ricordi, come un importuno che per riconoscenza o per compassione non si vuol cacciare dalla soglia della propria casa.

Questo pensiero mi correva alla mente anche in quel punto, però mi adoperai del mio meglio a riparare al mio contegno, e dissi non so più che cosa ad Eugenio. Ma le parole mi venivano stentate e le sue risposte non meno. E seppi più tardi da lui che egli aveva rimuginalo in quel punto le stesse considerazioni e che avea dubitato di essermi riuscito sgradevole.

Convenne rinnovare la nostra amicizia; ricostruirla sulle rovine. Somigliavamo a due povere capanne che il rivale capriccio di due tirannuzzi abbia celato sotto gli enormi macigni di due castelli merlati. I due castelli non si odiano, ma non si amano per anco; pendono incerti fra l'amore e l'odio, e si guardano con occhi di meraviglia, non sapendo tuttavia se le feritoie nasconderanno gli archibugieri, o lascieranno  sventolare in quella vece due bianchi fazzoletti, innocenti segnali d'innamorati. Quei due castelli sono , immoti, colossi terribili se saranno amici, più terribili ancora se nemici, ma il profumo di quelle povere capanne non è più, i comignoli non gettano più quel fumo che si confondeva nell'aria; quella misteriosa favella di due esseri di sasso non s'è udita più mai.

Eugenio era dolce, amorevole, incontaminato ancora da quell'amarezza che il volgare cinismo degli uomini pone inesorabilmente sulle labbra degli onesti. La sua mente errava ancora nelle fantasticherie fanciullesche; si piaceva di progetti assurdi, di dorate chimere; pur conoscendo ch'egli ingannava stesso, viveva lieto dei suoi inganni.

Il suo cuore era il più gran cuore che mai giovine diciottenne abbia sentito battere nel petto; aperto alla compassione, non per quella sensibilità che è comune a molti uomini soggetti al predominio dei nervi, ma per un sentimento gagliardo di carità, per una generosa bile che fremeva in lui contro l'apatia insultante della classe favorita dalla sorte.

Io ricercava invano l'allegro e spensierato fanciulletto d'una volta; nulla più ne rimaneva. Al sorriso scherzevole era succeduto il sorriso sereno che viene dal profondo dell'anima, alla barzelletta vivace la parola carezzevole, insinuante, melanconica. Eugenio era bello, assai bello; non di quella bellezza scipita, rattoppata colle consultazioni dello specchio, ma d'una bellezza franca, armoniosa, severa. Egli non se ne teneva, non se n'avvedeva fors'anco; e tuttavia i contorni del suo volto erano esatti, il suo colorito soavemente pallido, il suo sguardo lungo, e i suoi capelli bruni e lucenti. Era abitualmente mesto, ma alla guisa d'un'aquila che vede in alto la luce e una catena al suo piede; avrebbe forse voluto salire, volare, ma egli nol sapeva, non desiderava nulla, fuor che di benedire.

Non dirò come al contatto di quel cuore ancora vergine, e a un tempo così traboccante d'affetto, il mio cuore si rinverdisse, la mia mente si elevasse più in alto. E tuttavia io sento di dover pagare questo tributo, io che fui già così ingiusto con lui, che forse lo sono ancora.

Egli era pieno di fede; sebbene io amassi e fossi riamato, e che la fede non mi mancasse, tuttavia la mia anima ardente nell'affetto, lieta nella speranza, era inoperosa e languida nel credere. Vicino a lui mi sentii più forte; scorsi nella vita un'altra ghirlanda di fiori, e salutai il mondo con un nuovo sorriso.

Talvolta egli era pensoso, distratto; in quei momenti vagheggiava un concetto, domandava un'ispirazione, voleva creare. Questo  era il suo dubbio, il suo contristato vaneggiamento: uscire dalla folla, levarsi sovr'essa con ardimento nobile, dominarla collo scettro del genio.

Si sentiva nato artista, sapeva di aver lavorato molto per riuscir tale, e s'impauriva del suo avvenire; si scoraggiava delle sue forze, gli pareva d'essere indegno di entrare nella lotta, e ch'egli dovesse uscirne, meschino atleta, colle guancie imporporate dalla vergogna.

In quei momenti mi sfuggiva, voleva essere solo, non voleva turbare la mia pace. Ma queste paure erano brevi e rare; il suo spirito si risollevava più audace, la sua mente brillava di nuovo della luce del pensiero. Allora diventava ciarliero; mi parlava dell'arte con passione, come d'una innamorata che gli avesse sorriso; e nella sua ebbrezza immaginava un quadro, e lo incominciava impaziente, e spesso lo finiva colla stessa febbre. Gli è così che egli dipinse le sue più belle tele nel breve giro di alcuni mesi.

Io non ho incontrato in altri mai così armoniosa mente legati il culto dell'arte,  e il culto dell'uomo. Eugenio era un grande artista, ma, ciò che è assai più, era anche un uomo onesto. La più parte degli artisti invece ha due vite: l'una è la vita dell'arte, ed è grande; l'altra è la vita dell'uomo, ed è fango.

In breve diventammo indivisibili.

Clelia se ne era mostrata indifferente nei primi giorni; ma non andò gran tempo che io mi accorsi, sebbene tentasse di dissimularlo ai miei occhi, che mi celava l'animo suo.

Le domandai un giorno scherzando se fosse ancora gelosa di Eugenio; mi abbracciò e sorrise, ma non disse di no. A poco a poco non potè più riuscire a nascondermelo; me lo diceva francamente: l'affetto che io accordava ad Eugenio era rubato al nostro amore. Mi rimproverava di non amarla più come prima, di trascurarla come un tempo non avrei fatto.

Fui così sorpreso di questa rivelazione, che per un istante ne rimasi afflitto, e scesi dentro di me ad interrogarvi il mio cuore. La gelosia di Clelia era ingiusta; io sentiva d'amarla come l'aveva amata, più che non l'avessi amata; i due affetti vivevano concordi nel mio petto, nutriti dello stesso palpito, rinvigoriti l'uno dell'altro. Glielo dissi, e ne parve giubilante. Ma dopo alcuni giorni si rifece da capo ai suoi timori.

La donna vuole essere esclusiva nel suo amore; vuol dire a colui che ama: io sono tua, tutta tua; e poter dire al suo cuore: colui che amo è mio, di nessun altri, interamente ed esclusivamente mio. Quella creatura debole è paurosa di tutto; e di che temerebbe ella la poveretta, se non di colui che ama? Dappertutto ella vede un'insidia per rapirglielo; e ve lo dice: vorreste offendervi perchè ella vi ama troppo?

- Tu esci; non guarderai nessuno per via?...

- Nessuno, mi conosci.

- Lo so, tu sei buono; ma che vuoi? quelle donne che passano per la via sono così sfacciate, appiccano gli occhi sulla faccia a tutti i giovinotti; non è vero che sono sfacciate?

- Impertinenti....

- Ecco qui.... mi canzoni; ma ve n'è di così belle.... »

 

 




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