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DOPO LA SCONFITTA
[25]
I.
Finchè briaca alla caterva sozza, Che nell'obbrobrio e nel
dolor l'atterra, Porge Italia le groppe, ella che mozza Agli
apostoli il grido e i polsi inferra;
Finchè il turpe delirio in lei non langue Di rei conquisti
e di vendette oscene, E tributo alle nostre esauste vene Osa
chiedere ancor d'oro e di sangue;
Finchè la Frode, ire affilando e spade, Di mercate lusinghe
il vulgo impregna, E all'Abissin, cui la capanna
invade, L'infamia nostra e il nostro eccidio insegna;[26]
Finchè, tra un baccanal d'anime guerce, La Sconfitta e la
Resa in Campidoglio; L'Onore in ceppi, il Vituperio in soglio,
Ludibrio il Dritto, la Giustizia merce;
Lungi da questo sciagurato suolo, Lungi dall'età rea sorga
il poeta: Liriche strofe, liberate il volo A ciel più
puro, a regíon più lieta.
A che turbar dei bellicosi ladri L'animo pio con misurati
pianti? O cari petti giovanili infranti, È troppo che su
voi piangan le madri!
II.
Ove andrem noi? Sangue e miseria intorno E fango. Oh ferrea
notte D'Europa! Oh immani lotte Di truffatori! E ancor lontano
è il giorno.[27]
Gitta la vaticana Idra la squama Fra' mal guardati avelli, E
gl'incauti ribelli Affascinando, il nostro esizio trama.
La jena di Stambùl, di terror folle, Nel sanguinoso
mare Galleggia, ove affogare Invan l'inglese mercator la
volle.
Ecco, il deforme orso del Volga accampa Sul provocato lido, E
con geloso strido Porge alla rea l'insanguinata zampa.
Ma la francesca Libertà bastarda, Che, le adipose
cuoja Date in custodia al boja, Tutto vende ghignando e tutto
infarda,
Indarno al Papa ed allo Czar gl'immondi Quarti lambisce
abjetta: Giù nell'ampia belletta, Ond'ora ingrassa, è
forza pur che affondi.[28]
Squassa il Leone castiglian la giuba, E ruggendo si scaglia Ove
in armi travaglia La invan contesa Libertà di Cuba.
All'auree vene del Trasvallo intanto Calano in tetri giri Gli
europei vampiri, Che di civile sapíenza han vanto.
O Civiltà, se messe altra non dài Che di sì
tristi allori; Se agli aspettanti cori Fuor che stragi e
miseria offrir non sai;
O che le armene piagge, o che la vetta Dell'Amba orrida
innostri, Co' tuoi bugiardi mostri, Perfida Civiltà, sii
maledetta!
[29]
III.
Oh agreste pace, candido Regno dei buoni! Come fiamma
viva Agitata dal turbine, Su l'età sfatta il gran
Giudizio arriva.
E tu prima il benefico Passo n'udrai, tu dal giaciglio fondo
Sorgerai prima, o triplice Roma, cuore d'Italia, amor del
mondo.
Ecco, ove un tempo il bufalo Torvo sguazzava, e tra paduli
morti Serpean le Febbri, il florido Lavoro avviva di Feronia
gli orti.
Quanto vigor di giovani Cori, asserviti all'Ignoranza e al
Fasto, La burbanzosa Ignavia [30]Gittava
all'Ozio e alla Lussuria in pasto;
Quanto tesor di valide Braccia, in miserie apriche, in odj
bui, Tingea con folli audacie D'innocuo sangue il vituperio
altrui;
Quanti all'altar cadeano D'un bronzeo nume in sanguinose gare, O
di miseria indocili Fuggían maledicendo il patrio mare,
Oggi a' nuraghi inospiti. All'ardue Sile, alle insalubri chiane
Un salutar diffondono Fiume di redentrici opere umane;
Che, propagate in fervidi Commerci, ignari di gelosi insulti, Fan
che redento a' secoli L'immenso core della Terra esulti.
Stendi l'oblio su l'umile Mia fossa, o generosa itala prole; Ma
sul tuo capo indomito L'alta speranza mia splenda col sole!
(Marzo '96).
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