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Giambattista Della Porta
La Cintia

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  • ATTO IV.
    • SCENA IX.   Lidia, Erasto, Cintia, Dulone.
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SCENA IX.

 

Lidia, Erasto, Cintia, Dulone.

 

Lidia. Che comandate, fratello?

Erasto. Dimmi liberamente come passò la cosa tra voi e costui la passata notte, e non temer di nulla.

Lidia. Io non vi niego, fratel mio caro, che non abbia amato costui di tutto cuore, perché mille volte dalla vostra bocca ho inteso raccontare il valor, la virtú, i costumi e le sue gentili maniere; e io, ponendo effetto a' suoi trattamenti quando egli con voi trattava, conobbi ch'era assai piú di quello che voi dicevate. Lo desiai per marito e, lo confesso, ne feci motto a mia madre; ella a mio padre e a voi, e ne ragionò con Arreotimo suo padre: ma egli non volse accettarmi mai. Oggi, ragionando egli con Amasia, disse voler ragionar meco alle due ore di notte. L'attesi: venne e mi chiese perdono della sua ostinazione; mi die' la fede di sposo; calando al buio per stringer la fede, mi baciò per forza e con una villana violenza e grandissima discortesia fe' oltraggio all'onor mio.

Cintia. Ed è possibile che una signora cosí nobilmente nata, come voi sète, finga contro di me cosí bugiarda bugia? Se ben ho ragionato oggi con Amasia, non mi fece di voi parola mai.

Lidia. Io non arei stimato né col pensiero che in un gentiluomo, come voi sète, vi fusse cosí mala creanza e tanto tradimento che neghiate or quello che non vi vergognaste di farlo con tanta sfacciatezza.

Erasto. Che rispondi, Cintio?

Dulone. Non vedete il tacere e il timore, che sono i perpetui compagni della colpa?

Cintia. S'io l'avessi desiata per isposa, l'arei chiesta a voi o a vostro padre, la qual, come offertami da prima, so che me l'arebbe concessa, e non venir a questi modi cosí indegni.

Erasto. Dunque, ella non dice il vero?

Lidia. Io in nessuna parte ho mentito di quel che ho detto.

Erasto. Io non posso piú crederti, ché, avendomi due volte ingannato, non prestarò piú fede alle tue parole.

Cintia. Chiamo Iddio in testimonio!

Erasto. Tu te ne servi per ingannare.

Cintia. Dico che ciò non solo non è vero, ma meno può esser vero; anzi se Iddio volesse far questo vero, bisognarebbe trasformarmi dalla mia natura e darmi altro naturale col qual bastasse a farvi una simile ingiuria. E presto v'accorgerete che dico il vero.

Erasto. Lidia, vattene su, ché tra noi diffiniremo le nostre contese. - Cintio, l'amicizia che hai avuta fin ora meco non è stata per altro che per tradirmi; ma d'oggi innanzi ti arò per quel traditore che tu sei.

Cintia. Io non ti ho fatto altro tradimento che di averti troppo amato.

Erasto. Tu non mi ci corrai piú con le tue paroline; e la spada scoprirá la veritá, e giá mi vien la stizza passartela per lo petto.

Cintia. Piú tosto per lo ventre, acciò non resti al mondo seme di tanta ingratitudine! Ma poiché la volete meco, la torrò con voi assai volentieri. Ponete mano alla spada.

Erasto: Ancor ardisci, puttaccio, di provocarmi?

Dulone. Padron, state in cervello, ché sta armato di giacco: perciò ha tanto ardire.

Cintia. Vedete se ho soverchiaria con voi: ecco il fianco nudo.

Erasto. Va' va', ché ci vedremo.

Cintia. Finiamola ora.

Erasto. Ci troveremo bene in altro luogo.

Cintia. Dove, quando e come volete!

 

 

 




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