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Giambattista Della Porta
La sorella

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  • ATTO V.
    • SCENA VI.   Trinca, Erotico, Attilio.
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SCENA VI.

 

Trinca, Erotico, Attilio.

 

Trinca. (O Dio, e dove troverò Attilio, il mio padrone, e Erotico, per dargli cosí buona nuova?).

Erotico. Cerca di noi, e ci vuol dar una buona nuova.

Attilio. Niuna buona nuova può esser per me, se non che Cleria fusse mia moglie; ma ciò non potendo essere, dunque non è buona per me.

Trinca. (Dove andrò, in casa di Erotico over in piazza? ma stimo che sien partiti per disperati).

Erotico. Trinca, volgeti a noi.

Trinca. Io non posso piú celar l'allegrezza, e bisogno che sfoghi. V'apporto una grande allegrezza.

Attilio. Ne ho perduto ogni speranza.

Erotico. Si dee piú tosto perder la vita che la speranza.

Trinca. Consolatelo, signor Erotico.

Erotico. Non può consolare il compagno, chi non può consolar se stesso.

Attilio. L'allegrezza, che tu dici, è come quell'olio che si pone alla lucerna, quando sta per spengersi.

Trinca. Per secreta volontá di chi può il tutto, quel caso disturbator delle nostre felicitá or s'è rivolto in accommodar le nostre difficoltá; e possiam dir che siate morti e ravvivati in un punto.

Erotico. Trinca, ancor che la tua allegrezza vera non l'estimi, pur godo nell'imaginazione delle tue parole.

Trinca. Vi prometto far ambiduoi contenti.

Erotico. Troppo prometti.

Attilio. La fortuna traditora pur mi lusinga con nuove speranze, e pur le credo. Costui mi dice che mi renderá contento. e son certo che è impossibile, e pur mi piace d'intenderlo.

Trinca. Stammi allegro, padrone, ché è trovata la tua vera sorella.

Attilio. E questo è il mio dolore. Ma sempre che sento nominar sorella, sento un orror scuotersi per tutta la persona.

Trinca. E cosí arai la tua moglie desiderata.

Attilio. Cose contrarie: è trovata la sorella e arai la moglie desiata. Cosí, Trinca, ti beffi del tuo padrone?

Trinca. Avete il torto a dirlo. Voi arete la vostra Sulpizia ed Erotico la sua Cleria.

Attilio. Or ti beffi di l'uno e di l'altro.

Trinca. Io dico il vero all'uno e all'altro. Sappiate che per un mirabile accidente, per un benevolo incontro di fortuna, è successa cosa tutta contraria a quella che minacciava la presente confusione.

Attilio. Dammi un succinto raguaglio del fatto.

Trinca. Orgio, avendo visto la balia ragionar con Erotico, la batté sconciamente.

Erotico. Oimè, che dici? questa è una mala nuova per me.

Trinca. Da questo disordine è nata la vostra allegrezza: ché la balia se ne venne a Pardo, e l'ha manifestato che, quando partorí Costanza e diede a lattar Cleria alla moglie di Filogono, scambiò le bambine, e ritornò la sua Sulpizia a Costanza e si tenne la vera Cleria. A signali Costanza ha trovato vero quanto ha detto. Pardo andò ad Orgio, e minacciandolo l'ha scoverto il tutto. In questo Costanza con tanti bei modi s'è oprata con Pardo suo marito, che ottenne Sulpizia, figlia di Filogono, cioè la vostra Cleria, per vostra moglie con diecimila ducati di dote, che li lasciò il padre, ritrovandosi: dicendogli non deversi far resistenza a quello, che con tanti meravigliosi avvenimenti avea disposto l'alta bontá di Dio, ma lasciarsi guidar da lei.

Attilio. Oimè, che io mi sento incapace di tanta allegrezza, dubito che non mi suffochi l'animo. Ahi, che non potendola caper il mio petto, se ne versa fuori la miglior parte.

Trinca. Cosí dal flusso e riflusso del mar della vostra fortuna, fra suavi scherzi e vari errori, sète stato ributtato al porto di salute.

Attilio. O madre, o cara madre, o tre volte madre, perché tre volte m'hai donato l'essere! O cieli troppo potenti, troppo influenti! o stupori, o meraviglie grandi, che da moglie mi diventi sorella e da sorella moglie! Ma Cleria che facea?

Trinca. Piangeva la poverella amarissimamente; e, non potendo esser vostra moglie, purché fusse amata da voi, si contentava non solo d'esservi sorella, ma umilissima schiava.

Attilio. Dunque Sulpizia è la nostra Cleria sorella? Erotico caro, poiché nelle angustie mi sète stato caro compagno, vo' che ancora mi siate nelle prospere: non potendo con alcun premio meritar la vostra affezione, vi prometto Cleria per moglie, poiché per bellezza, per etade e per altre nobilissime parti, l'uno è ben degno dell'altra.

Erotico. Voi sempre foste la mettá dell'anima mia; or tutta è vostra, e non ci resta piú alcun'altra parte del mio: e son tutto in anima e in corpo vostro. Perché dandomi Sulpizia, mi duoni la vita; e posso dir da oggi innanzi ch'io son vivo per voi, e però vivo per voi.

Trinca. Non bisogna che voi ce la promettiate, perché è sua: che, scovertasi vostra sorella, la balia s'oprò tanto con Costanza e con Pardo, che fusse data a voi; e io ricordando al padrone l'appuntamento di oggi, si son convenuti insieme che sia vostra moglie.

Erotico. O Dio, che nuova!

Attilio. Ed altro che di calze e di giubbone.

Erotico. E perché mi dái contentezza di tanta importanza, te si prepara nuovo guiderdone, che partecipi delle nostre consolazioni.

Trinca. Or sei contento?

Attilio. E consolato ancora. I miei sensi sono tanto occupati dalla improvisa dolcezza, che non posso gustar piacere dell'allegrezza; e se non muoio or di dolcezza, non morrò piú mai. Che fa mia madre?

Trinca. Sta con un piacer grandissimo, ch'essendo stata disturbatrice delle vostre gioie, or è stata aiutrice delle vostre consolazioni; e mi ordine, perché son aggionte nozze a nozze, che s'aggiungano feste a feste, conviti a conviti, e balli a balli.

Attilio. Or da un amor cosí strano, mostruoso e fuor del naturale, cosí malagevole da sperarsene bene, n'è riuscito cosí onorato matrimonio. E se ben Idio permette alcuna volta cose che dispiacciono, lo fa per trarne poi un grandissimo bene, come è accaduto a noi.

Erotico. Se vi partevate disperato, or non areste avuto questo contento.

Attilio. M'hai fatto bene, non volendo.

Trinca. Questa volta abbiamo avuto piú ventura che senno. Giá s'è inviato a chiamar Sulpizia per la porta del giardino, e vi stanno aspettando con gran disio di sposarse; e me hanno inviato fuori a chiamarvi col prete da vero, e non col falso parrocchiano.

Erotico. Entriamo, non facciamo aspettarci.

Attilio. Andiam, fratel mio.

Trinca. Spettatori, costoro non usciranno piú fuori; ché, come seranno appresso le loro spose, non li distaccarebbono dalle lor falde tutti gli argani del mondo, ché tira piú un pelo del manto delle donne, che diece paia di buoi. Partetevi; e se non è stata di tanta aspettazione come desiavate, almeno favorite l'animo col solito applauso.






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