SCENA
VI.
Giacoco,
Giacomino, Altilia, Pedante, Limoforo,
Antifilo.
Giacoco.
O che bello piezzo de
femmena, o che uocchi cennarielli, o che faccia vasarella, o che
bocca cianciosella, o che labri mozzicarielli, o commo è
iocarella e broccolosa! Iacoviello mio, la state chesta te fará
frisco commo na rosa e d'invierno t'a tiene pe na coperta. E perché
non la basi? non bidi ca chella bocca dice: basame, basame?
Giacomino.
Padre, la bacio mille volte
per ora con la bocca del core.
Giacoco.
Iacoviello mio, appiendi na
cepolla squillitica alla fenestra soia e pastenace la valleriana, che
no ce pozzano le ianare per la nvidia. E tu, Aurelia mia, ama
Iacoviello mio, ca la bellezza toia l'ha tanto spertosato lo core che
ne sta tutto scarfato e spronamentato.
Altilia.
Egli non è mal
cambiato di amore; ché non tanto egli m'amò con buona
intenzione, com'io l'ho amato con buona volontá.
Giacomino.
O vita mia, se morisse ora,
morrei contentissimo per morire in tanta gioia, accioché il
mondo con le sue aversitá non ci meschiasse poi il suo amaro,
come suol far spesso nelle cose d'amore.
Altilia.
Ed io vorrei morir mai per
godermi di sí compita felicitá.
Giacoco.
Orsú, pozza essere
alla bon'ora.
Giacomino.
O giorno felicissimo e
chiaro, che sei nato da cosí oscura e infelicissima notte!
Antifilo.
O sorella, quanto devi
ringraziare il Cielo che mi fosti cosí disamorevole e
ingiuriosa con tanti improperi; ché se benigna mi fosti stata,
avendoti poi riconosciuta per sorella, mi saresti stata amara e
acerbissima: e chi può opporsi a' gran secreti del Cielo? Onde
le speranze dell'amor mio fin qui nodrite nel core, or che sorella mi
sei, mi sono in tutto e per tutto spente e sparse via.
Altilia.
Fratello carissimo, or si
spenga l'amor della carne e da oggi innanzi divenghi amor di sangue.
Pedante.
Antiphile mi, tarde
venisti.
Limoforo.
Figlia, sei stata tanti
anni senza padre; or in un punto n'hai acquistati tre: l'un vero che
son io, l'altro falso che s'era fatto me, e il maestro che t'ave
allevata come padre.
Altilia.
Poiché io non posso
esser figlia se non d'un padre, amerò voi con quel vero amore
che dee amare un'amorevole e obedientissima figlia; il maestro che
m'allevò con tanta caritá e affetto paterno, l'amerò
con un perpetuo obligo di servitude; il finto padre, come istrumento
della mia felicitá, l'amerò con amor verissimo e non
finto.
Limoforo.
Maestro mio, per riservirvi
in parte l'obligo grande che vi tengo di avermi allevata la mia
figlia con tanto dispendio e amore, restarete in casa mia, voi e la
balia: ove sarete padroni come son io, e sarete serviti e amati con
quell'amore ch'avete amata e servita la figlia mia, mentre che
viverete; né vi sia bisogno piú di gir a Roma, che giá
sète in etá di riposarvi e no straziarvi per viaggio e
nelle letture, e vi servirá mia figlia come v'ha sempre
servito.
Pedante.
Maximas
vobis ago gratias.
Giacoco.
Iacoviello mio, veo ca
d'allegrezza no capi dintro la pelle, e stai cannapierto a mirare sta
faccia strellecata e lenta e penta de mogliereta, e te par mill'anni
di parpezzare no poco e darli quattro vasi a pizzichini e farle
quattro bruoccole. Trasitenne e mprenamella sta notte a no bello
nennillo.
Giacomino.
Poiché le ricchezze
che non si spendono nei bisogni, sono miserie e povertadi, però
vorrei invitar tutti questi questa sera a casa nostra.
Giacoco.
Perdòname se te
spezzo parola a bocca, ca non ce voglio spendere manco na spagliocca:
chisse ne reppoleiano na mangiata e nui restammo affritti e
negrecati.
Giacomino.
Mi tengo a grande incontro
non invitarli.
Giacoco.
E nui facciamole na bona
nzalata, no pignatto de foglie torzute, no sanguinaccio e na meuza
zoffritta.
Pedante.
Or che siamo tutti alacri e
ridibondi, chiaminsi i musici, e con sibili tonanti e con belle
circumvoluzioni di choree s'onori questa copula matrimoniale.
Giacomino.
Sí bene, chiamiamo
suoni per i balli.
Giacoco.
Basta no vottafuoco, na
cètola, no calascione e no zucozuco.
Giacomino.
Ci rimediarò ben io.
Giacoco.
Auscutatori miei, perché
site perzune da bene e me date onore per le vertude vostre, veo ca ve
ascevolite de famme. Per darve sfazzione, se volite venire a
ciancoliare co nui cosí auto auto, a primo vi cacciarimmo
innanzi dui uocchi de tunno, poi vi cacciarimmo lo fecato, le
stentine e lo core de puorco, e ve arrostarimmo dintro no furno na
bella porcella, e vi friarrimo dintro na tiella na bona frittata, e
vi bollerimmo dintro no pignatto na foglia maritata, e ve
menozzarimmo tutta la carne co la mostarda, e allo dereto ve
annegarimmo dintro votte de vino; tal che ve ne iarriti alle case
vostre tutti senza uocchie, fecati, stentine e pormoni, arrostiti
tutti e bolliti, menuzzati e annegati.
Pedante.
Spectatores, valete et
plaudite.
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