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Giambattista Della Porta
La tabernaria

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  • ATTO V.
    • SCENA VI.   Giacoco, Giacomino, Altilia, Pedante, Limoforo, Antifilo.
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SCENA VI.

 

Giacoco, Giacomino, Altilia, Pedante, Limoforo, Antifilo.

 

Giacoco. O che bello piezzo de femmena, o che uocchi cennarielli, o che faccia vasarella, o che bocca cianciosella, o che labri mozzicarielli, o commo è iocarella e broccolosa! Iacoviello mio, la state chesta te fará frisco commo na rosa e d'invierno t'a tiene pe na coperta. E perché non la basi? non bidi ca chella bocca dice: basame, basame?

Giacomino. Padre, la bacio mille volte per ora con la bocca del core.

Giacoco. Iacoviello mio, appiendi na cepolla squillitica alla fenestra soia e pastenace la valleriana, che no ce pozzano le ianare per la nvidia. E tu, Aurelia mia, ama Iacoviello mio, ca la bellezza toia l'ha tanto spertosato lo core che ne sta tutto scarfato e spronamentato.

Altilia. Egli non è mal cambiato di amore; ché non tanto egli m'amò con buona intenzione, com'io l'ho amato con buona volontá.

Giacomino. O vita mia, se morisse ora, morrei contentissimo per morire in tanta gioia, accioché il mondo con le sue aversitá non ci meschiasse poi il suo amaro, come suol far spesso nelle cose d'amore.

Altilia. Ed io vorrei morir mai per godermi di compita felicitá.

Giacoco. Orsú, pozza essere alla bon'ora.

Giacomino. O giorno felicissimo e chiaro, che sei nato da cosí oscura e infelicissima notte!

Antifilo. O sorella, quanto devi ringraziare il Cielo che mi fosti cosí disamorevole e ingiuriosa con tanti improperi; ché se benigna mi fosti stata, avendoti poi riconosciuta per sorella, mi saresti stata amara e acerbissima: e chi può opporsi a' gran secreti del Cielo? Onde le speranze dell'amor mio fin qui nodrite nel core, or che sorella mi sei, mi sono in tutto e per tutto spente e sparse via.

Altilia. Fratello carissimo, or si spenga l'amor della carne e da oggi innanzi divenghi amor di sangue.

Pedante. Antiphile mi, tarde venisti.

Limoforo. Figlia, sei stata tanti anni senza padre; or in un punto n'hai acquistati tre: l'un vero che son io, l'altro falso che s'era fatto me, e il maestro che t'ave allevata come padre.

Altilia. Poiché io non posso esser figlia se non d'un padre, amerò voi con quel vero amore che dee amare un'amorevole e obedientissima figlia; il maestro che m'allevò con tanta caritá e affetto paterno, l'amerò con un perpetuo obligo di servitude; il finto padre, come istrumento della mia felicitá, l'amerò con amor verissimo e non finto.

Limoforo. Maestro mio, per riservirvi in parte l'obligo grande che vi tengo di avermi allevata la mia figlia con tanto dispendio e amore, restarete in casa mia, voi e la balia: ove sarete padroni come son io, e sarete serviti e amati con quell'amore ch'avete amata e servita la figlia mia, mentre che viverete; né vi sia bisogno piú di gir a Roma, che giá sète in etá di riposarvi e no straziarvi per viaggio e nelle letture, e vi servirá mia figlia come v'ha sempre servito.

Pedante. Maximas vobis ago gratias.

Giacoco. Iacoviello mio, veo ca d'allegrezza no capi dintro la pelle, e stai cannapierto a mirare sta faccia strellecata e lenta e penta de mogliereta, e te par mill'anni di parpezzare no poco e darli quattro vasi a pizzichini e farle quattro bruoccole. Trasitenne e mprenamella sta notte a no bello nennillo.

Giacomino. Poiché le ricchezze che non si spendono nei bisogni, sono miserie e povertadi, però vorrei invitar tutti questi questa sera a casa nostra.

Giacoco. Perdòname se te spezzo parola a bocca, ca non ce voglio spendere manco na spagliocca: chisse ne reppoleiano na mangiata e nui restammo affritti e negrecati.

Giacomino. Mi tengo a grande incontro non invitarli.

Giacoco. E nui facciamole na bona nzalata, no pignatto de foglie torzute, no sanguinaccio e na meuza zoffritta.

Pedante. Or che siamo tutti alacri e ridibondi, chiaminsi i musici, e con sibili tonanti e con belle circumvoluzioni di choree s'onori questa copula matrimoniale.

Giacomino. bene, chiamiamo suoni per i balli.

Giacoco. Basta no vottafuoco, na cètola, no calascione e no zucozuco.

Giacomino. Ci rimediarò ben io.

Giacoco. Auscutatori miei, perché site perzune da bene e me date onore per le vertude vostre, veo ca ve ascevolite de famme. Per darve sfazzione, se volite venire a ciancoliare co nui cosí auto auto, a primo vi cacciarimmo innanzi dui uocchi de tunno, poi vi cacciarimmo lo fecato, le stentine e lo core de puorco, e ve arrostarimmo dintro no furno na bella porcella, e vi friarrimo dintro na tiella na bona frittata, e vi bollerimmo dintro no pignatto na foglia maritata, e ve menozzarimmo tutta la carne co la mostarda, e allo dereto ve annegarimmo dintro votte de vino; tal che ve ne iarriti alle case vostre tutti senza uocchie, fecati, stentine e pormoni, arrostiti tutti e bolliti, menuzzati e annegati.

Pedante. Spectatores, valete et plaudite.






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