Emilio Raga
I drammi de' campi

SEQUESTRO

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SEQUESTRO

 

I.

 

Era una ragazza alta, tutta ciccia, bianca e rosa, proprio quel che da noi si dice sciacquata, con un par di begli occhi ladri, e mastro Pasquale n'era cotto davvero. L'aveva chiesta in moglie a mastro Cruciano, padre di lei, un giorno che, tornando da consegnare un paio di scarpe a una contadina che abitava in campagna, l'aveva incontrato solo nello stradale, dietro al suo asinello bianco, con gli arnesi da bottaio nelle bisacce. Il vecchio furbo aveva data una sbirciatina alla bonaca di velluto del giovine, la quale mostrava la corda; al berretto a barca unto e bisunto che gli cadeva sull'orecchio; al cencio rosso, sbiadito, ch'aveva attorcigliato attorno al colletto della camicia d'un colore dubbio; poi gli aveva domandato con un certo tono tra il serio e il canzonatorio:

- Che cosa porti tu a mia figlia, buona lana?

Mastro Pasquale s'era grattata la zucca e aveva risposto un pochino imbarazzato:

- Due tumoli di vigna al Comune, la casa e l'arte, mastro Cruciano, l'arte che val più della casa e della vigna.... lo sapete non sono un cattivo calzolaio.

Il bottaio l'aveva ascoltato, tentennando il capo con un buffo storcer di bocca, poi aveva ripreso:

- Porta aperta a chi porta, e chi non porta parta. E contando sulla punta delle dita, aveva continuato; sulla vigna c'è l'ipoteca di don Liborio, sulla casa pure; in quanto all'arte.... hai fatto forse un contratto con Domeneddio che tu abbia ad aver sempre la salute?

- Avete ragione, mastro Cruciano, fu l'ultima malattia di mia madre che mi rovinò: però.... col lavoro, e un po' di fortuna, ci arriverò a pagare don Liborio.... ci arriverò, credetelo.

- Paga e riparleremo della cosa. E aveva tagliato corto, non volendo saperne altro.

Il giovine innamorato era rimasto in mezzo alla via, acciucchito come se avesse ricevuta una forte bastonata nel capo, poi s'era avviato verso il paese anche lui, con le braccia ciondoloni e il viso lungo un'auna.

Quella sera staccò la chitarra dal chiodo al quale soleva tenerla appesa, s'imbacuccò in un suo cappotto intarlato, e, tutto solo, andò a sfogare la sua pena alla cantonata solita, vicino la della bella Carmela, con una canzone di dolore accompagnata di accordi lenti in tono minore.

S'aprì la finestra della camera della fanciulla, e si intese a tossicchiare: il giovine s'avvicinò strisciando lungo il muro, e a voce bassa, nel silenzio della notte, ebbe luogo il dialogo più appassionato che mai. Risultato del quale fu il fermare di comune accordo, che l'indomani sera a tre ore di notte lei scenderebbe con le scarpe in mano, troverebbe lui nella strada, e zitti e quieti farebbe fagotto in barba all'orco che aveva avuto il torto di non comprendere come l'amore se ne infischi di case, di vigne, e anche del diavolo.

Disgraziatamente però, e forse per quest'ultima ragione, il diavolo si piccò a volerci metter la coda: l'orco, il quale aveva il sonno così leggiero che l'avrebbe svegliato anche il volar d'una mosca, a' primi accordi era saltato fuori dal letto, e rassicurata la moglie che s'era rizzata a sedere inquieta, aveva girato il nottolino pian piano, aperto appena lo sportello della finestra senza vetri, e messo l'orecchio in quel po' po' di spiraglio, aveva sentito parte del dialogo dei due amanti, parte n'aveva indovinato. Sì che l'indomani sera mastro Pasquale e 'l cugino Santo Zumboli, che aveva condotto con per dargli man forte nella bisogna, se fosse stato necessario, avevano allungato il collo senza alcun profitto. In casa di mastro Cruciano c'era stato l'inferno, e la bella Carmela guardata a vista, non potè affacciar più nemmeno il naso.

Il calzolaio bestemmiò, imprecò, esaurì tutte le minaccie; la fanciulla pianse, si disperò, parlò di morire, ma mastro Cruciano rise scrollando le spalle: eran cose quelle che sarebbero passate col tempo; non voleva affogar la figliola lui con quello spiantato.

Mastro Pasquale lo riseppe, e aveva proprio un diavolo per capello: era un mastro onorato lui, e quella birba di bottaio non aveva diritto di trattarlo a quel modo. Era povero, è vero, ma non era una buona ragione questa per negargli la figliola; almeno non aveva fatto i quattrini strappando a brano a brano la camicia d'addosso la povera gente come aveva fatto lui! che si sapeva da tutti come l'aveva messa insieme quella mezza salma di terreno per la quale ora si sentiva meglio di Vittorio Emanuele in persona. Già è andato sempre così il mondo: a' birboni vento in poppa. E prendendo l'aire su questo tema, sputando dalla stizza, e strabuzzando gli occhi, usciva dal seminato: parlava d'ingiustizia; della disuguaglianza delle classi; di rivoluzione; diceva che aveva ragione poi la gente a rubare quando vedeva che la terra che domeneddio aveva fatta per tutti se la dividevano quattro carogne oziose.... Sangue.... avrebbe voluto farla lui da padrone, non diceva assai.... una quindicina di giorni, per aggiustare ogni cosa. Tu, povero, hai vissuto fra gli stenti, come un cane sulla paglia putrida; to' questa è terra, coltivala, mangia e divertiti: tu, ricco, te la sei goduta facendo spanciate d'ogni ben di Dio, mentre i tuoi fratelli morivano di fame; to', questa è zappa, butta sangue, imparerai come facevan gli altri a buscarsi un tozzo di pane.... Cose tutte che aveva sentito dire a don Pietro Nuvoli, un repubblichetto rosso, che in ogni occasione spifferava la sua tiritera per moralizzare il popolo, diceva lui.

Con questo però mastro Pasquale non poteva conseguire i suoi fini, è chiaro; se ne poteva dar pace; e coloro che pagavan per tutti, a notte fatta, erano i vicini di mastro Cruciano; a' quali Dio sa per quanto tempo l'innamorato avrebbe rotte le tasche co' suoi berci dolorosi accompagnati dai soliti accordi in tono minore, se una sera due carabinieri non l'avessero invitato a battere il tacco e non farsi veder più in quelle vicinanze, prima con un certo garbo, poi a spintoni, quand'egli alzò la voce dicendo, ch'era un abuso di potere quello che a un libero cittadino impediva di cantare dove meglio gli paresse.

La proibizione di questo sfogo innocente, che gli faceva digerire la bile, lo mise alla disperazione; fu quel che si dice il colpo di grazia. Non lavorò più, andò bighellonando con la pipa in bocca, con le mani in tasca, torvo e accigliato; cominciò a frequentare le taverne; diventò amico del bicchiere e delle carte, pellagra che s'attacca al corpo e poi arriva l'anima.

In queste brutte disposizioni soffiava il cugino Zumboli.

Era costui uno spilungone di vent'anni, verde come l'aglio e senza un pel di barba. Berretto sull'orecchio, cacciatora di velluto nero tutta tasche e taschette, anella di similoro alle dita. Sputava senza levarsi la pipa o il sigaro di bocca, facendo schizzar la saliva; camminava dondolandosi sulla vita dalla più buffa maniera; giocava; amava il vino; amava le donne; arraffava, quando poteva; cacciava fuori il coltello a ogni piccolo diverbio, e certe volte non per burla. Non era un santo, come si vede. Usciva allora dalle carceri di Termini, dove l'avevano mandato a villeggiatura «per un porco cappotto» diceva lui. L'aveva levato di sulle spalle a uno, di notte, perchè il suo era vecchio. Ma i giudici, si sa, certe ragioni non le sanno apprezzare, e al farabutto quella scappatella gli era costata un occhio della testa, senza contare un anno di prigione, aveva dovuto impegnar la casa per pagar l'avvocato.

In quelle tante disdette però ebbe di buono che nei cameroni53 potè perfezionarsi. Ora parlava d'affari grossi, e profittando delle condizioni d'animo in cui si trovava il cugino, con certi discorsi velati cercava di tirarlo dalla sua. Quella carogna di mastro Cruciano; eh; gliel'aveva fatta, porca cagna!... e il peggio era che non si poteva tentar più nulla, la ragazza era guardata con tanto d'occhi. Però egli s'occupava del bene del cugino come del suo proprio.... aveva esaminata la faccenda sotto tutti gli aspetti, e non trovava altra via che questa: potersi presentare un bel giorno al padre della ragazza, e dirgli: mastro Cruciano, ho spegnata la vigna, ho spegnata la casa, ho qui una ventina d'onze per le spese del matrimonio.... Ma per far questo ci volevano dei soldi; il cugino avrebbe un bello spremere le sue forme, soldi non gliene darebbero certo.... Ne aveva fatto mai col lavoro? no: nemmen lui. Oh, quella non era via d'arrivarci.... E però minchione chi aveva fegato in corpo e non cercava d'ingegnarsi....

Sì che mastro Pasquale eccitato sempre più da questi discorsi, mostrava il pugno al cielo, urlando tutto rosso, con gli occhi che pareva volessero schizzargli dalle orbite, e i denti stretti.

- Ah!... venderei l'anima al diavolo pur di farla vedere in candela a quel cane d'un bottaio!

Allora Santo si metteva a ridere; lo canzonava. No, ora il diavolo anime non ne comprava più, forse era agli sgoccioli come loro.

- Ma qui c'è Santo, porca cagna! continuava picchiandosi il petto con la mano tutt'aperta: qui c'è Santo!... Ho certi progetti pel capo.... basta, purchè all'ultimo non mi facciate il minchione.

E una sera, dopo aver barato alla zecchinetta, e pelato a dovere certi gonzi che s'eran lasciati prendere all'amo, con l'esca di qualche piccola vincita, gozzovigliavano nella bettola di mastro Mariano Ruvoli. Era tardi ed erano soli nella stanzaccia affumicata, rischiarata appena da un lume a petrolio. Dall'uscio aperto della cucina veniva un odor di carne soffritta di cui si sentiva lo sfriggolare: il bettoliere preparava lo stufato di pecora per l'indomani.

Mastro Pasquale co' gomiti appoggiati sull'orlo del deschetto, e con le mani cacciate tra' capelli, guardava fisso il cugino Zumboli, che, tagliatosi un fettone di pane, e sbocconcellando, e facendo di tratto in tratto la zuppa segreta, parlava con la bocca piena, a frasi interrotte. Coi lamenti.... coi sospiri.... non si arrivava a togliersi d'impaccio, era chiaro.... Per esempio.... egli sarebbe restato fra gli artigli di quell'usurario di don Giuseppe, che aveva giurato di buttarlo fuori di casa se a mezz'agosto non pagava; il cugino in balìa di quella sanguisuga di don Liborio.... e senza la figlia di mastro Cruciano per di più.... Che fare dunque?... o rassegnarsi....

Qui l'innamorato scosse il capo.

- O tentare un affare....

E Santo guardò il cugino, per vedere che impressione gli facesse questa proposta.

Il cugino ascoltava con molta attenzione; ci prendeva gusto al discorso, almeno a giudicarne dal luccicare solito de' suoi occhi.

- Ma quest'affare.... bisogna cercarlo, seguitò Santo. E abbassò la voce.

Sforzare un magazzino?... una cantina?... per far che? per portar via poche salme di frumento, o qualche barile di vino.... E se ci scoprono? la galera più meno come se ci mettessimo a rubare una diecina di mila onze! Grazie tante. Per un porco cappotto sono stato un anno in villeggiatura a Termini.... Mio nonno mi soleva dire: «figliuolo mio, stammi a sentire, e abbilo per massima, l'appropriarsi d'una sommerella è furto; ma il metter le mani su d'una somma che ci può far cambiare di stato, è conquista.» Mi dispiace di non averci pensato prima.... Per me, ora lo dico chiaro e netto, non mi metterò al rischio, se non c'è un buon affare a vista.... Che ne dite?

Mastro Pasquale posò i pugni sul desco. Santo diavolo.... sì.... anche lui n'aveva piene le tasche finalmente!... Gli piaceva quel discorso.... alla cosa ci aveva pensato su anche lui. Sì, una decisione l'avrebbe presa.... Se il cugino diceva davvero, egli era pronto.

E riprendeva il tema favorito dell'ingiustizia, dell'ineguaglianza delle classi.

Le sante massime di don Pietro l'aveva ascoltate attentamente, l'aveva ruminate, l'aveva meditate, ne aveva tirate delle conseguenze. Essi erano gli oppressi; i proprietari gli oppressori.... era una guerra dunque tra di loro, continua, accanita.... Che si faceva nelle guerre? chi vinceva arraffava, e per di più metteva i piedi sul collo ai vinti. Questo stesso, in piccolo, poteva farlo anche loro: era un valersi del diritto della conquista senza tante storie. Del resto i bisnonni de' proprietari presenti un tempo l'avevano rubate quelle che ora costoro chiamavano col nome pomposo di proprietà: don Pietro lo cantava chiaro.

Ma le leggi? Egli se ne infischiava! Belle quelle leggi! o che forse non l'avevano fatto i ricchi per conservare il maltolto? C'era per lo mezzo quella benedetta giustizia, era vero.... bisognava adoperare certe precauzioni.... se no....

Il cugino Santo, fattosi allegro in viso, approvava. Bravo! questo era parlare, porca cagna! Avevano ragioni da vendere. La cosa era tanto chiara che l'avrebbe capita un bambino. Ora il cugino poteva tenersi veramente per marito della figliola di mastro Cruciano.

- Vedete.... io stentavo a parlarvene.... gli disse infine. Codeste son cose rischiose, e....

- Avete avuto torto: ancora non mi conoscete!

- Dunque....

- Sì.

- Cercheremo....

- Sì.

- E trovato....

- Carogna chi se ne pente!

- Qua la mano!

- Qua!

E si strinsero la mano.

Quella sera mastro Pasquale uscì dalla bettola meno torvo del solito, Santo un po' alticcio.

Il calzolaio dette le volte per il letto, nel suo stambugio buio, stillandosi il cervello a trovare il buon affare che bisognava al cugino Zumboli. Sei ore.... sett'ore.... ott'ore.... i tocchi lenti dell'orologio della chiesa vibravano sonori nel silenzio della notte.... Svaligiavano la parrocchia.... imbacuccati ne' cappotti, una notte nera si facevano cheti cheti alla porta piccola.... aprivano con un grimaldello.... entravano.... Una lampada appesa davanti all'altar maggiore, rischiarava appena la navata principale. Egli si sentiva scorrere un brivido per l'ossa. Accendevano un cerino, penetravano nella sagrestia, scassavano l'armadio.... Che luccichio d'oro e d'argento!... Cacciavano nelle tasche di dietro della cacciatora calici, pissidi, turiboli alla rinfusa.... Riattraversavano la chiesa, uscivano.... A chi avrebbero venduta tutta quella roba? Era difficile trovare un compratore.... bisognava nascondere gli oggetti, trattare con più d'uno, e gli oggetti erano conosciuti.... No, no, non era cosa da farsi.

Assaltavano il procaccio: uscivano armati e di notte dal paese.... s'appostavano nello stradale.... aspettavano.... S'udiva un tintinnio di campanelli, poi un rumor di ruote e uno scalpitar di cavalli: si vedevano i lampioni accesi nell'oscurità. Ma.... e que' due cosi avvolti ne' loro mantelli e sdraiati sull'imperiale?... Carabinieri! Brr.... sentiva freddo al solo pensare che bisognava fare alle schioppettate.

Oh!... c'era don Peppino, quel negoziante napoletano arrivato non era molto.... Si diceva che in pochi giorni aveva venduta molta roba.... Ci avrebbe avuto proprio gusto54 a svaliggiarlo quel forestiere. Ma.... e i danari li lasciava nel cassetto del banco?

Undici ore.... Un barlume penetrò per le fessure della finestra, in quella che un nome guizzò nella mente di mastro Pasquale, e dietro a quello un'idea: egli aveva trovato il buon affare che abbisognava al cugino Zumboli.... Oramai era sicuro, sposerebbe Carmela. Scese il letto, si vestì in fretta, prese in fretta quel suo straccio di cappotto, uscì e andò nel vicolo vicino, a picchiare all'uscio di Santo. Questi, digerendo ancora la cotta presa la sera avanti, russava con i pugni chiusi, steso bell'e vestito sul pagliericcio. Aprì un occhio, si stirò con un sonoro sbadiglio, poi s'alzò e andò a tirare il paletto.

 

 

II.

 

Da quel giorno i due cugini furono veduti sempre insieme: alle cantonate di certi vicoli, con le mani nelle tasche e le pippe in bocca, a guardar vagamente, in aria preoccupata; in campagna nelle vicinanze del paese, sdraiati sotto un ulivo, o a cavalcioni sul parapetto d'un ponte nello stradale, l'uno di faccia all'altro, a bisbigliare gesticolando: sicchè qualcuno che li conosceva, vedendoli, ebbe a esclamare tra , attente galline, le volpi si consigliano! Poi una sera con un tempo chiuso e un ventaccio da mandar per aria i sassi, avvolti ne' loro cappotti, uscirono dal paese, e s'avviarono attraverso i campi, per certe scorciatoie conosciute da essi. E cammina cammina l'un dietro l'altro in silenzio, vennero davanti a un fabbricato lungo, a uscio e tetto, che s'intravvedeva appena come una massa più scura nell'oscurità della notte. Lontano lontano si sentiva il mare a urlare e frangersi sugli scogli con colpi sordi. Picchiarono.

Un cane si messe a latrare furiosamente, la voce burbera d'un vecchio l'abbonacciava; poi l'istessa voce domandò:

- Chi è?

- Siamo noi su Francesco.

- Chi voi?

- Mastro Pasquale Carrarella e mastro Santo Zumboli.

L'uscio girò sugli arpioni, e i due cugini entrarono.

- Qua, Turco! gridò il vecchio al grosso mastino nero che s'era avventato addosso a' nuovi arrivati.

La stanza, piuttosto grande, era piena di fumo: nel bel mezzo, sotto a una pentola di creta accomodata su de' sassi disposti a guisa d'alari, ardevano delle legna verdi di ginestra, la cui fiamma tra 'l fumo gettava dei riflessi opachi sur un sacco pieno di roba, un fucile, un fascio di taglie di ferula, un cappello di paglia, che pendevano dalle pareti nere; sul jarzo, una specie di letto fatto con travicella e traverse rivestite di cannucce. Su un deschetto una lumera nella sua padellina di ferro, faceva il fungo tristamente.

Il su Francesco era grasso bracato, con una faccia da mascheron di fontana, nella quale si scorgevano appena un par d'occhietti vivi, rossi e lacrimosi pel fumo: era vestito di bonaca e calzoni di bordiglione, aveva in capo una scarzetta di felpa con una lunga nappa di seta.

- Salutiamo il su Francesco.

- Salutiamo, rispose il campiere, con una cera maravigliata e sbuffando com'era il suo solito: poi ficcò i suoi occhietti in volto a' due giovani.

- Che diavolo andate facendo a st'ora e con sto tempo da cani!... C'è cosa?...

- Niente, rispose mastro Pasquale.

- Niente, ripetè mastro Santo.

Ma il su Francesco non glieli levava que' suoi occhietti d'addosso, ci credeva poco a quel «niente» - Umh.... pensò, a me non la danno a bere.... Basta, sentiremo. Ma perchè non sedete, disse poi ad alta voce.

I due cugini sedettero su de' furrizzi55 attorno al fuoco. Il campiere andò a smoccolare il lume, v'aggiunse dell'olio, poi venne a sedersi anche lui, e si mise ad attizzare il fuoco. Mastro Santo e mastro Pasquale si dettero d'occhio56.

- Su Francesco.... cominciò quest'ultimo, dobbiamo parlarvi.

- A me?

- A voi.

- Lo dicevo io che la cosa non era tanto liscia! pensò il su Francesco. Sentiamo, disse poi a' due cugini:

Il quella il cane rizzò le orecchie ringhiando; poi balzò all'uscio e si mise ad abbaiare. I tre uomini si voltarono e stettero ad ascoltare.

Non si sentiva che il fischiar del vento e la lontana romba del mare.... Ma poco dopo picchiarono.

- Chi è? gridò il campiere con la sua vociaccia di basso.

- Io.

- È Sciaverio. E andò ad aprire.

Il cane si mise a mugolare e a scodinzolare. Entrò un giovine alto, stecchito con una faccia pallida tutta rasa, in cui si movevano due occhi neri, foschi e irrequieti. Benchè le notti fossero ancora fredde e soffiasse quel ventaccio, egli era senza cappotto. Si salutarono.

- Niente? domandò il padre ammiccando.

- Niente, rispose il figlio mentre appoggiava il fucile a un angolo.

- Dunque?... riprese il su Francesco, quando furono seduti di nuovo attorno al fuoco, voltosi al Carrarella. Questo guardò Sciaverio.

- È sangue mio, disse il campiere con un certo orgoglio: aveva compreso che volesse dire quello sguardo.

Allora mastro Pasquale riattaccò il discorso interrotto. Ma la pigliava larga. Correvano tempi maledetti.... lavoro non ce n'era.... i ricchi se n'infischiavano de' poveri: in mezzo agli agi, non credendo punto alla miseria, serravano i cordoncini della loro borsa.... si stringevano nelle spalle.

Guai a pigliare a imprestito! vi scorticavano vivo. Di fame si poteva morire? No di certo. Dunque imbecille chi non cercava d'ingegnarsi quando aveva fegato in corpo, e.... Basta.... Egli e il suo compagno avevano ideato un cert'affare.... venivano a proporgli se volevano esserne a parte. Lo conoscevano abbastanza.... per questo fidavano tanto in lui che non si sarebbero perduti in chiacchiere....

E abbassata la voce, soggiunse:

- Si tratta d'un sequestro.

- D'un sequestro!...

Mastro Pasquale accennò di sì col capo. Ma il su Francesco si messe a fare certe musate.... sbuffò come un cavallo che s'adombri....

- Lo sapete che è un sequestro, e quel che ci vuole per farlo?

- Se lo sapessimo non saremmo qui, rispose il cugino Santo. Sappiamo che siete uomo, e di quelli che non se n'incontra tutti i giorni; non perchè ci siete davanti.

- Vi ringrazio.... ma.... capirete.... queste non son risposte che si possan dare su due piedi. Bisogna pensare.... bisogna vedere....

Ma il Carrarella interruppe storcendo il muso, e il cugino Santo si messe a tentennare il capo che non la finiva più. No, no.... non l'intendevan così loro; le cose lunghe diventan serpi: o si stabiliva il tutto quella sera, o non se ne sarebbe parlato più. Eran sicuri che il su Francesco piuttosto che lasciarsi scappare una parola, si sarebbe fatto tagliare a pezzi: cercherebbero un'altra persona s'egli non volesse saperne della cosa, e buona notte.

E però il campiere si cacciò sbuffando la scarzetta fin sopra gli occhi.

Per la Madonna di Gibilmanna! o che volevano canzonare? era vecchio era.... grosso, pieno di reumatismi, che la sua vita se l'era mangiata la tramontana su per le serre: non si fidava più; no, non si fidava più: e se non fosse per il suo figliuolo.... Basta, non voleva nemmen sentirne a parlare di quella faccenda.

- E chi vi dice che dovete lavorare!... insistè mastro Pasquale alzando le spalle. Esser diretti vogliamo; lo capite? esser diretti e non altro. Mi pare che....

Ma il furbo accennava sempre di no col capo. E il figliuolo ammiccò a compagni.

- Via, padre, disse voltosi al campiere, ora che gli amici son venuti sin qua, non gli si ha a dare questo dispiacere agli amici....

Seguì un silenzio. E mentre tutti pendevano dalle labbra del su Francesco, la pentola alzò il bollore.

- Va' a prender la pasta, Sciaverio, disse il vecchio; gli amici stasera mangeranno un boccone con noi.

- Grazie, risposero i due giovani a una bocca, e Zumboli posando una mano sul ginocchio del campiere, esclamò:

- Non ce l'avete a dire di no, porca cagna! non ce l'avete a dire....

- E al su Francesco che s'ha a ricorrere, dissi a Santo appena stabilita la cosa, se si vuole che il tutto vada bene, soggiunse il Carrarella posandogli la mano sull'altro ginocchio.

Intanto Sciaverio era ritornato con la pasta, scoprì la pentola, e ve lo lasciò cader dentro: poi prese il mestolo, e rimestò.

Il su Francesco s'alzò, andò a prendere dal sacco un pezzo di formaggio e una grattugia, sedette e si mise a grattare. I due cugini si guardarono scoraggiati.

- E.... chi volete sequestrare? domandò finalmente il campiere.

- Conoscete i signori Savarella? rispose mastro Pasquale rinfrancatosi ad un tratto.

- Sì.

- Se son ricchi lo posso saper io, che da tant'anni sono il calzolaio di casa.... il canonico ne ha sotterrato della moneta d'oro e d'argento!

- Sequestreremo don Bastiano, il più piccolo, disse accostando il furrizzo, il cugino Santo: e anche Sciaverio accostò il suo, con gli occhi lustri; tanto interesse destava in ognuno quella conversazione. Avevano ricominciato a parlar sottovoce.

- Dunque accettate? domandò mastro Pasquale.

- Sì, accetta, accetta, rispose Sciaverio guardando il padre.

- Via.... dacchè volete così.... è proprio per non far negativa agli amici.

- Viva! esclamarono i tre giovani in coro: e le loro facce s'irradiarono d'un'allegrezza schietta.

- E ora, poichè la cosa deve farsi, vi vo' dare una lezioncina ragazzi, disse il su Francesco in aria d'importanza, seguitando a grattare. Sbuffò e rispose: Son del mestiere, credetelo. E in nomine patri, quando si vuol fare un sequestro bisogna studiar le abitudini di chi si deve sequestrare....

- È fatto, rispose mastro Pasquale con un certo orgoglio. Va ogni giorno alla Rocca, sapete, quel bel fondo vicino lo stradale.

Santo e Sciaverio ascoltavano attentamente, col gomito sul ginocchio e la guancia nella palma: anche il mastino, sdraiato tutto lungo sul ventre, guardando il padrone con le iridi gialle, pareva prendesse gusto alla cosa.

- A che ora?

- Il dopo desinare.

- Invariabilmente?

- Qualche rara volta di mattina.

- Ma ciò non è tutto.... riprese il campiere con un certo risolino che voleva dire, qui amicone ti coglierò in difetto. Bisogna prendere conoscenza esatta dei luoghi.

- È fatto anche questo.

Il campiere lo guardò maravigliato.

- Mastro Pasquale, vi lascerete addietro i primi briganti, ve lo dico io. Caspita come la gioventù apprende presto a' nostri giorni! e dicevate di non sapere57....

- E li conosco come casa mia! interruppe il Carrarella rosso dal piacere per quell'elogio fattogli da un tant'uomo: ci fui anche a villeggiatura una volta.... que' signori, per loro bontà, m'han voluto sempre un gran bene. Sullo stradale, a due miglia circa dal fondo, c'è un dirupo a ginestre e ogliastri, dove si può star nascosti tutta la giornata, senza timore d'esser veduti.

- Bene. Ora andiamo al resto e per ordine. Chi deve fare il tiro?

- Qui è lo scoglio, disse il Carrarella grattandosi la zucca, e anche il cugino Santo accennava di sì con il capo. Volevano i danari quei due farabutti, ma di rischiar la pelle, no, non se la sentivano.

- Per la madonna! ma lo faremo noi, lo faremo! esclamò Sciaverio con un lampo in que' suoi occhiacci foschi. E....

- No.... no.... interruppe il campiere, dimenando il capo gravemente, noi soli non si può far la cosa, chè non si tratta di mangiare un piatto di pasta, o di dar fondo a un fiasco.... Ne parlerò a Nicola Tagliaferro: a que' santi bisogna ricorrere, se non si vuol far qualche frittata; non ho i capelli bianchi per nulla io! so come vanno queste faccende.

Dette un par di colpi alla grattugia per far cadere nel piatto il cacio che vi restava attaccato, e andò a posar ogni cosa sul deschetto: poi tornò, scoprì la pentola, rimestò, assaggiò la pasta, l'aggiustò di sale, aggiunse una manciata di legna al fuoco e sedette. Intanto i tre giovani discutevano con gran gesti.

- Statemi a sentire, interruppe il campiere. Tu, Sciaverio, cercherai di veder Nicola; gli dirai che gli vorrei parlare di premura: un di questi giorni si faccia trovare a Cozzo di Lampo.... Voi altri e (e si volse a' due cugini) ve n'andrete prima che aggiorni.... badate che non s'accorga anima viva che venite di qua. Vi farò avvisare quando sarà l'ora.

- Non dubitate, faremo quel che ci dite.

- E più che ogni altra cosa a-cqua-in-bo-cca! che il parlare assai non è stato mai una buona cosa.

Mastro Pasquale e mastro Santo portarono una mano al petto, con uno sguardo che voleva dire, ci giudicate male....

Intanto la pasta s'era cotta. Sciaverio distribuì le scodelle, i cucchiai di legno; levò la pentola dal fuoco; andò a versare metà della broda vicino all'uscio; curando col mestolo che non avesse a cadere della pasta, poi scodellò.

Durante una diecina di minuti, tra un fumicare che faceva un velo di vapori alle quattro figure sedute attorno al focolare, non si udiron altro che gran sibili di labbra.

 

 

III.

 

Quindici giorni dopo il su Francesco potè abboccarsi con Tagliaferro. Ma questi tentennò il capo. Era latitante da due mesi appena.... allora come allora non conosceva nessuno: per assaltare il Savarella non ci volevan meno di sei armati.... Avevano ragione gli sbirri! questa volta l'avevano vinta; erano riusciti a distruggere la prima banda del mondo.... Rocca tradito a Polizzi da quell'infame di Martino, s'era ammazzato per non cader vivo nelle mani dei soldati; compare Turiddo l'avevano preso a Gangi in casa del suo amico mastro Paolo, un ometto quanto un soldo di cacio, ma che si sarebbe fatto squartare piuttosto che tradire un amico.... questo significa aver principi! compare Micu, ridotto alle strette a Cozzo di Sona, s'era arreso a un capitano de' bersaglieri; compare Angelo Rinaldi, il poveretto, venduto come Cristo dall'innamorata, era stato fatto a pezzi sotto S. Mauro.... Che voleva dunque? correvan brutti tempi, non si poteva più vivere!... Se ci fossero ancora que' Beatipaoli .... non faceva per dire, avrebbe potuto dare all'amico tutto l'aiuto possibile.... Però non si perdesse d'animo per questo: era solo, solo lo servirebbe: trovasse gente e conquibus.

E vedendo che il campiere alla parola conquibus fece certe musate, intese per aria, e soggiunse, che in simili faccende la prima cosa era il danaro.

Sicchè l'uomo in cui mastro Pasquale e il cugino Santo avevano tanta fiducia, si trovò arenato al primo passo.

- Bene, disse al bandito: conto su di voi.... Si troverà il danaro, si troveranno gli uomini e ci riparleremo.

Raccontò ogni cosa al figliolo, chiedendo consiglio e aiuto. Ora che avevano promesso agli amici, non bisogna venir meno.

Sciaverio, al caso, sarebbe stato uomo da menar le mani, ma cervello la natura non gliene aveva dato che una bricciola, tanto per non essere un bruto affatto. Pensa di qua, rumina di , non trovò altro che d'aprirsi con tre mafiosi suoi amici: mastro Calcedonio Barreca, mastro Salvatore Manna, assessore comunale! il barbiere Lo Faso, tutti di Lascari. Quei tre galantuomini accettarono; ma d'arrisicar la pelle non vollero saperne nemmen loro. Se si fosse trattato di andar a tirare al giovine una schioppettata di dietro a un sasso, o al tronco d'un albero.... umh, non dicevano! Però vollero abboccarsi con Carrarella e Zumboli. La riunione ebbe luogo con gran mistero, a notte avanzata, nella taverna del sopraddetto mastro Calcedonio. Non si concluse nulla di definitivo è vero, ma da quella sera s'ebbe qualcosa in cassa: l'assessore comunale, per la buona riuscita dell'impresa, tra un mormorio adulatore degli amici che alla proposta di dar denari s'eran guardati in faccia, aveva offerto generosamente cinquanta lire.

 

 

IV.

 

Maggio, giugno, luglio e agosto, se n'andarono in trattative ed esitazioni: il difficile era trovare sei o sette uomini che ardissero assaltare a petto scoperto un povero giovine accompagnato per lo più dal solo cocchiere, e qualche volta da un fattore più vecchio di Noè, il quale soleva portar lo schioppo per abitudine. Ma venne settembre, e con esso la festa della Madonna di Gibilmanna. Da tutte le parti accorre gente a quel santuario famoso, che sorge sopra un alto colle delle Madonie, al limite d'un bosco, di dove si domina la pianura pittoresca, che dalla spiaggia di Cefalù, corre sino a Palermo. Ciò si chiama, fare il viaggio. È la promessa che le sposine del popolo strappano a' loro sposi, profittando d'un momento di tenero abbandono o d'espansione brutale; è il voto che le maritate preferiscono a ogni altro; e han ragione: contentasi la Madonna, e si divertono un mondo. si passeggia, si fan spanciate sotto alle querci secolari, s'assiste alle sacre funzioni, stipati nella chiesa, come sardelle, tra un puzzo di caprino che appesta, si ride, si fa all'amore....

Sciaverio ci soleva andare; ci andò anche quell'anno, tanto più che il tristo era di cattivo umore per non aver potuto riuscire nel suo intento. Fu che s'imbattè nell'amico Gaspare Maraviglia, e all'«oh!» di piacere che mandarono tutt'e due, il figlio del su Francesco si ricordò che quel giovinetto gliel'aveva fatto conoscere un anno avanti, nell'istessa festa, un compare di suo padre, dicendogli con una stizzatina d'occhio, questo è de' nostri. Se era de' loro, egli poteva confidarsi con lui, e lo fece. L'imberbe mariuolo accolse la proposta a braccia aperte. Santo diavolone! eran due mesi che se ne stava in ozio, egli si sentiva arruginire. Gli disse che a volere che la cosa andasse, bisognava parlarne a certi suoi amici di Palermo, uomini veri58, e si dettero la posta per i quindici del mese, a un'ora di notte, nella taverna del zu Deco Arculeo, la prima che s'incontrava all'uscir di porta Montalto, fatti una ventina di passi a destra.

Ritornato dalla festa, Sciaverio riferì ogni cosa a mastro Pasquale e al cugino Santo: andarono insieme da mastro Calcedonio, e fatti venire gli altri soci, si stabilì che s'accettava la proposta di Maraviglia. Bisognava vedere come que' compari gonfiavano! Era un vero onore per loro aver da fare con quelli della città, tutta gente provata, per l'esistenza di Dio! Delegarono a trattar le cose in Palermo Sciaverio, mastro Pasquale e Santo, l'incaricarono di mille saluti, di mille proteste d'amicizia e di rispetto, e il più tenero di tutti fu il signor assessore.

I danari dati da costui erano ancora non tocchi, i tre birboni un bel giorno presero tre posti in un carretto, e partirono per Palermo.

Alla taverna d'Arculeo trovarono Maraviglia.

- Questi sono gli amici di cui vi parlai, gli disse Sciaverio: mastro Pasquale Carrarella, e mastro Santo Zumboli.

I tre giovani si strinsero la mano; Gaspare offrì del vino, e mezz'ora dopo uscirono. Il giovine malandrino li fece girare un pezzo per vicoli e vicoletti, e per porta S. Agata li condusse in via Vespro.

Nuvoloni neri vagavano per il cielo come tanti fantasmi, l'aria, carica d'elettricità, era soffocante: di tratto in tratto un colpo di vento alzava turbini di polvere dalla via che si stendeva lunga, deserta, tagliata a grandi intervalli dalla luce de' fanali a gas, e n'avvolgeva i quattro amici, i quali andavano silenziosi e in fretta.

All'angolo di via Filiciuzza, un uomo, con le mani in tasca e il naso in aria, aspettava appoggiato al muro, sotto il fanale. Egli si volse a Maraviglia.

- Ehi! compare Gaspare.

- Oh! compare Turiddo!

- Dove si va?

Ma Gaspare gli si avvicinò, e gli disse piano: Son gli amici....

- Bene.

- E gli altri?

- Aspettano a casa mia.

- S'ha da discorrer ?

- Sì: vi staremo al sicuro meglio che in ogni altro posto.... voi lo sapete, mia moglie non è per nulla dei Mimì, dove son malandrine anche le donne.

Ed egli avanti seguitando a bisbigliare con Maraviglia, e gli altri dietro come tanti baccalà. Fecero un centinaio di passi a sinistra, poi imboccarono una traversa tra due pilastri, e poco dopo una viottola costeggiata d'agrumi, in fondo alla quale, tra 'l fogliame, luccicava un lume come una stella.

Vi arrivarono. L'uomo picchiò in un certo modo.

Entrarono in una stanza col pavimento a mattoni rossi, nel cui fondo era un letto di rame rifatto, con una bella coperta bianca. A cappezzale un crocefisso tra due quadri dalle cornici larghe e dorate, dentro alle quali spiccavano sotto il vetro due rozze litografie impiastricciate di colori, rappresentanti l'uno a S. Francesco di Paola col suo famoso bastone, l'altra un Gesù affranto sotto il peso della croce. Pendevano dalle altre pareti altri quadri, un miscuglio di sacro e di profano: il Sacro Cuore di Maria, Rinaldo che con un terribile colpo della sua durlindana spacca un cavaliere d'alto in basso, Giuditta che tiene pe' capelli la brutta testa d'Oloferne, una deposizione della croce, il mago Malagigi. Addossato alla parete a destra del letto, un canterano impiallicciato, e su questo un bambino Gesù di cera, dentro a una scarabattola, circondata di chicchere.

Attorno a una tavola eran seduti tre uomini. Costoro s'alzarono.

- Son gli amici, dissi volgendosi a loro il zu Turiddo: mastro Pasquale Carrarella, e mastro....

Aveva dimenticato il cognome esotico del mafioso, e si voltò verso di Maraviglia.

- E mastro Santo Zumboli, aggiunse questi.

- Compare Gaspare, continuò il zu Turiddo accennando con la mano gli amici ai forestieri, compare Deco, compare Vito.

I quali compari per bacco avevano certe faccie che Dio te ne liberi: per questo anzi incussero maggior rispetto ai due mafiosucci provinciali, già storditi dal movimento e dal chiasso della città, abbagliati e rimpicciniti dalla disinvoltura e dallo spirito tutto palermitano di quel monellaccio di Maraviglia. Sciaverio a Palermo c'era stato altre volte.

- Strano caso! pensava tuttavia mastro Pasquale. Si dicono i nostri cognomi, si tacciono quelli degli altri.... basta.... ne san più di noi. E cercò d'atteggiare il volto all'aria più mafiosesca che potè. Egli aveva accettato quell'incarico con tanto orgoglio; aveva aspettato con tanta febbre il giorno fissato per la partenza; il suo arrivo, l'accoglienze che stimava gli avrebbero fatte, la fantasia glieli aveva dipinto con sì bei colori, che ora faceva il viso dell'armi alla realtà. S'aspettava delle vere ovazioni il farabutto, e si vedeva accolto come uno qualunque.

Se ciò fosse accaduto agli altri due solamente, non avrebbe avuto a ridirci: ma a lui.... a lui che aveva avuto l'idea di quell'affare!.... Basta, vedrebbe in seguito. E però in un lampo pensò alla bella Carmela con una tenerezza mista a un certo accoramento, tanto si sentiva umiliato. E ricambiati i complimenti, e sedutisi, compare Gaspare, il più anziano, accennando al Maraviglia, disse sottovoce a' due Roccellesi:

- L'amico ci ha detto tutto; però vorremmo essere informati meglio da voi.

Mastro Pasquale fece un «emh, emh,» tanto per prepararsi a parlare: ma Sciaverio che non ne aveva meno voglia di lui, fu più lesto, e cominciò a raccontare ogni cosa, sottovoce anche lui, rifacendosi da capo, gesticolando, con gli occhi fosforescenti come quelli d'un gatto.

- E siete sicuro che que' signori siano veramente ricchi come dite? domandò l'anziano quand'egli ebbe finito.

- Sicurissimo.

Allora il calzolaio pensò ch'era quello il momento opportuno di metter bocca anche lui nel discorso, se voleva fare un po' di figura.

Alzò la mano, la mulinò in aria spalancando tanto d'occhi e allungando il muso; e quando s'ebbe fatto così buffo ed espressivo nel volto, disse:

- Ricchi!... milionari volete dire!

E spiegato così quell'armeggio, venne fuori con la solita storia. Poteva saperlo lui che da tant'anni era il calzolaio di casa: il canonico ne aveva sotterrata della moneta d'oro e d'argento! Oltre a ciò egli rispondeva di tutto: sapeva le abitudini della casa, conosceva i luoghi. Alla Rocca c'era stato anche a villeggiatura, chè, a dire la verità, que' signori gli avevano voluto sempre un gran bene, per loro bontà. E fece una lunga descrizione dei dintorni del fondo, del posto dove si potevano appiattare gli armati per aspettar la carrozza, del posto dove in quel mentre alcuni altri potrebbero stare alle vedette per evitare ogni sorpresa. Don Bastiano alla Rocca ci andava ogni giorno, di mattina, rarissime volte il dopo desinare: sempre in carrozza. Di ciò potevano starne sicuri, egli aveva osservato tutto con la più scrupolosa esattezza, poichè insomma.... l'idea di quel buon affare era venuta a lui. E finì carezzandosi il mento, e sporgendo il labbro inferiore, atto che aveva sempre ritenuto per il più mafiosesco che mai.

I triumviri l'avevano ascoltato con le mani ciondoloni tra le gambe, accennando di sì col capo in aria grave degna dell'occasione.

Nella stanza vicina de' passi leggeri andavano e venivano; si sentiva il rumore di qualche sedia spostata; di tratto in tratto lo gnaulare d'un marmocchio, una voce di donna lo ninnava:

 

Sant'Antunino quann'era malatu....

 

- E che somma gli si può chiedere? domandò un di que' tre con voce chioccia.

Aveva una grinta verde d'assassino.

- Duecento mila lire di sicuro.

I compari ricambiarono uno sguardo.

Si ventilarono altri particolari: si decise che quando tutto fosse pronto, partirebbero da Palermo cinque uomini armati, ben provvisti di danaro; si stabilì per luogo di ritrovo il bosco di Gibilmanna, che Maraviglia conosceva bene. Compare Nicola prenderebbe il comando, s'incaricherebbe di trovare il luogo dove condurre il sequestrato, del modo come far snocciolare la somma a' parenti. Degli armati, fatto il tiro, due resterebbero a ogni evento, gli altri se ne ritornerebbero.

Qui Santo che non aveva potuto trovar modo di dir la sua, e pur bramava di far vedere che non era un minchione, cavò fuori da uno de' tanti taschini del panciotto una scatola di bosso, vi battè da un lato con le due dita, l'aperse, e la presentò al zu Turiddo.

Questi la guardò con una cert'aria maravigliata.

- Così giovine, e prendete tabacco?

- No, rispose in tono d'uomo vero; ne porto per offrirne agli amici.

- Grazie.

- Umh, pensò Santo, saran malandrini....non lo nego....ma certi usi di mafia pare che non li sappiano.

La seduta si chiuse con i soliti boccali di vino, mandorle e nocciuole tostate.

Compare Gaspare, compare Turiddo, compare Deco, e compare Vito, eran quattro birboni matricolati, che nella loro gioventù se n'erano infischiati davvero dei dieci comandamenti di Dio, specie dei due che proibiscono d'ammazzare e di svaliggiare il prossimo, E però certi screzi tra quelle lane e la giustizia che li aveva agguantati diverse volte, e mandati dove si vede il sole a scacchi: a causa di che se n'eran poi stati come cani che scottati dall'acqua calda, temono quella fredda. S'eran ritirati, menavan proprio una vita esemplarissima, e la polizia rassicurata pienamente sul conto loro, gli aveva levato finalmente gli occhi d'addosso, e le mani paterne di sul capo. Ma quella razza di gente perde il pelo, giammai il vizio; sicchè avevano profittato di quella specie di tregua per uscire di quando in quando dall'ombra, e mostrar le zanne: sempre però guardinghi «odorando il vento infido» mettendo avanti i picciotti che ammaestravano per piacere e per il loro utile.

Quella sera, all'uscire dal giardino di P., si portarono in una certa casa di via Filiciuzza, dove stavano i capi d'una potente mafia che incuteva terrore a tutta quella contrada. Era in casa solamente il maggiore dei cinque fratelli: un uomo alto, grosso, con barba nera, tutto mutria, nella faccia dallo sguardo bieco. I quattro compari si presentarono umili, con i berretti in mano: dissero di che si trattava, domandarono il permesso di poter operare, e nell'istesso tempo se la famiglia voleva essere a parte della cosa. Il temuto mafioso volle saper tutto; ascoltò con le sopracciglia aggrottate; poi fece un atto di disprezzo con le labbra. Li ringraziava.... ma non accettava.... eran già troppi quelli che dovevano dividersi il danaro.

La ragione vera del rifiuto però non era questa: si sarebbe potuta rinvenire ne' misfatti di cui s'erano macchiati que' miserabili.

Un giorno spariva il loro cugino Gaspare Amoroso. Quand'era andato a fare il soldato aveva indossato la divisa di carabiniere; ciò disonorava tutto il parentado, bisognava provvedere. Si provvide decidendo la morte di quell'infelice: s'ordinò d'ucciderlo ai Mimì e a Carratello. E i Mimì e Carratello ubbidirono. Due mesi dopo, si trattava di dare una lezioncina.... così, a mo' d'avviso.... alla mafia dei Badalamenti, acerrima nemica della loro: si dava incarico ai fratelli Mendola d'uccidere Turretta, un fido de' Badalamenti. Ma uno dei fratelli piangeva, egli non voleva lordarsi le mani di sangue.... Pur dovette ubbidire, tale era la paura che incutevano i capi! e Turretta cadde. Ma il destino conduceva da quelle parti Buscemi, un amico della vittima.... uccisero anche Buscemi. S'era accorto di tutto, e i soli morti non parlano. E un'altra volta toccò al Matranga: aveva disonorato il curatolo Spatola seducendone la moglie: il curatolo ricorse ai capi, i capi ordinarono a D'Alba d'uccidere il seduttore, e il seduttore fu ucciso. L'istessa sorte ebbe Seidita, un comparo ritenuto spia del Questore, e per mano dell'istesso d'Alba: l'istessa sorte, e per mano di Bonafede, ebbe Antonino Badalamenti il quale, pare avesse fatto orecchie di mercante a quel piccolo avviso, e mostrava ancora i denti.

Però non un mandato di furto era stato dato dai capi di quella formidabile associazione, volevano tenere la contrada atterrita sotto al loro ginocchio di ferro, ma si sarebbero creduti disonorati a metter le mani in un furto. Si restringevano a lasciar fare, ecco. Strana morale in certi birboni!

L'indomani era domenica. Maraviglia non volle che gli amici partissero. Li menò a spasso per la città, facendo da cicerone. Fecero una fermatina ai Cintorinari dove tutte le feste sogliono riunirsi alcuni della mafia; e presentazioni, e strette di mano a bizzeffe, sì che a mastro Pasquale e al cugino Zumboli tornò lo spirito, e con esso il sorriso in volto. Via, s'erano ingannati, non bisognava giudicar mai di primo tratto. Terminarono quella bella giornata con un desinare nella taverna d'Arculeo, dove Maraviglia aveva credito assoluto, trincando alla buona riuscita dell'affare.

Intanto il povero Savarella viveva tranquillo contento come una pasqua, non sospettando per nulla che terribile tempesta si stesse addensando sul suo capo.

 

 

V.

 

S'eran trovati gli uomini per fare il tiro, i danari per provvedere alle prime spese, bisognava trovare un luogo sicuro dove poter tenere nascosto il sequestrato. Nicola s'era lambicato il cervello inutilmente. Bisognava aprir tanto d'occhi, in simili faccende la riuscita dipende tutta dalla scelta del luogo. Sciaverio lo levò da tanto imbarazzo proponendogli la terra del Chiarchiaro: sorgeva solitaria in riva al mare, sulla punta destra d'un seno: era d'un suo amico, un certo mastro Vanni Greco, un vecchietto magro magro, con una barbaccia grigia, e gli occhi rossi come Caronte; non sapeva se compare Nicola lo conoscesse. E all'accennar di no del bandito, per provargli che si potevano fidar pienamente di colui, Sciaverio, si fece a tesserne l'elogio. Era un furbo matricolato, vecchio nell'arte.... amico degli amici, e che sapeva tener la bocca cucita. Reggeva il sacco ai contrabbandieri, favoriva i picciotti che andavano per il mondo, e li trattava bene quando capitavano nella sua torre. Oltre di ciò era riuscito a gettar la polvere negli occhi degli sbirri, sicchè quegli imbecilli lo tenevano in gran conto. Mastro Vanni? un galantomone!... e perciò mai un minimo sospetto su di lui, mai una perquisizione nella sua stamberga. Questa scelta offriva loro un altro vantaggio: nella torre c'era un nascondiglio ch'e'59  sfidava a scoprirlo i più furbi del mondo: figurarsi! una caterratta sotto il letto, mascherata di mattoni, e che, per mezzo d'una scala di legno, metteva in un sotterraneo dove l'amico teneva in deposito ogni genere di roba.

- Che ne dite?

A Nicola piacque l'idea, incaricò Sciaverio di trattare con mastro Vanni.

 

 

VI.

 

S'avvicinava la sera: nello stradale deserto, in una a un rumor di ruote, s'udiva un tintinnio di sonagliere cadenzato col trotto lento di due cavalli.... Una carrozza di viaggio sboccò dal gomito che fa la via in quel punto, e s'avanzò tra un filare d'ulivo attraverso i quali di tratto in tratto s'intravvedeva il mare liscio e turchino, e una folta siepe di spina santa, che chiudeva campi a sommacco.

- Frusta i cavalli, Masi, si fa tardi, disse al cocchiere, mettendo la testa fuori dello sportello, don Bastiano, un giovine bruno, abbronzato dal sole come tutti coloro che passan la vita più in campagna che in città.

- Juh, fece il cocchiere, applicando ai cavalli due sonore frustate, e il veicolo si mosse con più celerità.

Don Bastiano quella sera sembrava assai inquieto: ficcava gli occhi sospettosi tra 'l folto degli ulivi, spingevali al di della siepe, li fermava con una certa insistenza in una macchia di ginestre e ogliastri, cui la carrozza si veniva avvicinando. Nella campagna regnava la tranquillità, la pace, un silenzio solenne, punto adatti a rassicurare un'anima paurosa. Una sottile striscia di nebbia s'avvanzava ad avvolgere la strana punta di S. Caloggero, all'estremità della cui larga falda, Termini biancicava nell'ombra crescente.

- A terra! sangue.... a terra! s'udì a urlare, e cinque malandrini in sull'arma si sbucarono dalla macchia come cinque insatanassati. Il cocchiere, cambiato nel volto, fermò i cavalli bruscamente. Due degli assalitori balzarono al timone, due altri alle tirelle e le tagliarono in un baleno, il quinto mise la testa dentro allo sportello, e disse al giovine pallido e spaurito:

- Non abbia paura, eccellenza, non vogliamo farle alcun male.

- Ecco il mio portafogli.... balbettava l'infelice frugandosi nelle tasche con le mani tremanti; il mio orologio..... vi darò tutto.... volentieri.... amici....

- Che dice mai! interruppe Nicola con un sorriso beffardo. Noi non siamo ladri volgari. Piuttosto abbia la bontà di scendere e di venire con noi.

Egli era molto mutato, aveva la barba rasa, vestiva panni di bandito elegante che affoghi nell'abbondanza. - Volete dell'altro danaro.... dove ve lo posso fare arrivare?... non dubitate ve lo manderò.... puntualmente.

Ma Nicola scosse la testa.

- Manderò il cocchiere a prenderne.... Vi prego.... non vogliate dar questo terribile colpo alla mia famiglia.... mia madre è vecchia ed inferma, ne morrebbe certo.

Era un furbo matricolato Nicola; a lasciar correre, si sarebbe fatto un buon capo, di sangue freddo, d'una certa gentilezza, un po' canzonatore. Atteggiò il volto alla più viva pietà. Lo sapeva egli solo se il cuore glie ne dolesse.... conveniva che sua eccellenza aveva ragione.... avrebbe voluto poterla contentare.... ma i suoi compagni erano inesorabili; e pur troppo egli, il capo, doveva render conto del suo operato a quelle tigri.

Intanto costoro avevano fatto smontare il cocchiere, e l'avevano legato, uno l'aveva condotto nella macchia, e con una spinta l'aveva fatto cader bocconi.

I cavalli, dati pochi passi fiutando il suolo, s'erano fermati a pascolare tranquillamente sul ciglio della via.

- Pregateli a nome mio, signore, forse non si negheranno.

- Mi proverò, rispose il bandito stringendosi nelle spalle.

Andò ai compagni, fece le viste di chieder grazia per il ricattato, poi ritornò allo sportello, e allo sguardo pieno d'ansia del povero giovine tentennò il capo.

- L'ho pregati, l'ho scongiurati, eccellenza, ma non c'è stato verso di persuaderli. Bisogna venir con noi. Piuttosto faccia presto: se avesse a sopraggiungere la forza, non risponderei più della sua vita.

E aprì lo sportello.

- Ha armi?

- La rivoltella, rispose don Bastiano che al tono deciso del masnadiere comprese che l'insister oltre sarebbe stato inutile, e senza meno pericoloso.

- Abbia la bontà di favorirmela.

Il ricattato si levò l'arme dalla cintura, gliela diede, e smontò.

In un baleno lo bendarono, lo circondarono e s'internarono nella macchia, curando di passar vicino al povero cocchiere che non s'arrischiava di muoversi, tant'era atterrito. Ma fu una finta, per far credere a questi che s'avviavano verso Cerda; poichè, fatti un trecento passi o poco più, ritornarono; e deviando a sinistra, si cacciarono per una viottola ripida che serpeggiava tra gli ulivi. Presto vennero in cima a un colle, vicino a un casolare diroccato tra un gruppo di querci, mastro Pasquale e il cugino Santo tenevano a mano sette cavalcature: cioè, tre cavalle con sella, e quattro mule con barde. Gli occhi di costoro s'accesero d'una viva gioia; guardavano il ricattato come se volessero divorarlo.

Nicola mise un fischio, e poco dopo apparve il su Francesco tirandosi dietro la cavalla, e sbuffando: se n'era stato alle vedette. Il bandito ammiccò come per domandare se si vedesse gente: il campiere alzò la mano e gli occhi.

- Monti, eccellenza, disse il bandito al povero Savarella che aveva guidato vicino una delle cavalle, e lo aiutò a salirvi su, e gli buttò sulle spalle un cappotto di cui gli mise il cappuccio sulla testa.

Intanto anche gli altri erano montati a cavallo e si erano chiusi ne' cappotti, Nicola fece l'istesso, e messosi in mezzo il ricattato, un dietro l'altro s'avviarono per il pendio opposto. Calava una notte dolce e serena, nel cui chiarore incerto que' ribaldi parevano tant'ombre nere in processione.

 

 

VII.

 

Il cocchiere arrivò davanti il portone di casa Savarella un'ora prima di far giorno. Picchiò un bel pezzo. Fu il canonico che si risentì per il primo. Saltò fuori dal letto, cercò nel buio i calzoni, se l'infilò e fattosi alla finestra, ne aprì l'impannata, mise la testa fuori, e domandò:

- Chi è?

- Io.

- Masi!

- Eccellenza, sì.

- A st'ora.... e con i cavalli.... e mio fratello!...

- Mi faccia aprire.

- Cosa è successo, bontà divina!

- Mi faccia aprire.

Nel tono della voce del servo c'era qualcosa che fece raccapricciare il canonico. Chiuse tutto tremante, cercò gli zolfanelli, accese il lume, e presolo con una mano, e messa l'altra davanti la fiamma, andò in punta di piedi verso la camera delle persone di servizio.

- Gnora Santa, chiamò picchiando all'uscio, gnora Santa.

- Chi è, rispose una voce chioccia e squarrata.

- Io, il canonico: vestitevi presto.

- Che cosa è stato?

- Vestitevi.

S'intese un tramestìo, poi uno strascicar di ciabatte, s'aprì l'uscio e comparve una vecchia mezzo vestita, e con gli occhi ancora tra' peli.

- Che cosa è stato?

Il prete le diede il lume e una chiave.

- Non so.... per amor di Dio andate ad aprire.

- A chi?

- A Masi.

- A Masi?

- Sì.... presto....

- Santa madre della Gibilmanna! esclamò picchiandosi il petto, che sia successa qualche disgrazia a don Bastiano?

- Non lo so... Masi torna coi cavalli.

- Santa madre!... E seguitando a picchiarsi il petto, scese le scale.

Il canonico s'era fermato sul pianerottolo, ma non potendosi resistere alla viva inquietudine che lo tormentava, si risolvè, e scese anche lui.

La gnora Santa aprì, levò il chiavistello, tirò a un imposta del portone, e il cocchiere entrò, tirandosi dietro i cavalli che impuntavano a causa della luce improvvisa.

- Masi.... disse la serva.

- Che cosa è stato? domandò il prete ansiosamente.

- Niente.... non abbia paura.... han sequestrato don Bastiano.

- Santa madre della Gibilmanna!

Il canonico, sbarrando tanto d'occhi in viso al cocchiere, era restato immobile, pallido come un morto, senza aver l'animo di dire una parola: poi piegò le ginocchia, e si lasciò cadere sur uno scalino....

- E dove l'han sequestrato? domandò la serva.

- Alla Ginestra.... Cinque malandrini sbucarono a un tratto dalla macchia come cinque diavoli.... A terra!... a terra!... oh, S. Paolo benedetto!... due saltarono al timone, due alle tirelle che tagliarono.... il quinto disarmò il padrone.... Mi fecero scendere, mi legarono, e mi buttarono bocconi nella macchia....

- Fratello mio, esclamò il povero canonico coprendosi la faccia con le mani.

Uno de' cavalli si scosse facendo tintinnare la sonagliera così forte, che Masi e la gnora Santa fecero un gran balzo, e si guardarono sbigottiti.

- Io restai più di un'ora senza potermi muovere, riprese il cocchiere rimettendosi, tutto vergognoso della paura avuta. Sarei ancora se non fosse passato un carrettiere. Accorse a' miei lamenti, mi slegò, mi domandò del fatto.... M'aiutò a prendere i cavalli; io montai, e me ne venni al trotto.

- Povero don Bastiano.... povero don Bastiano.... ripeteva la gnora Santa.

Poco dopo per la casa era un bisbigliare sommesso, con esclamazioni di spavento e di pietà: l'altre serve si erano alzate anch'esse, e circondavano Masi che ricominciava il suo racconto.

- È stato alla Ginestra.... cinque malandrini sbucarono dalla macchia come cinque diavoli.... A terra!... a terra!...

E a quel grido anche alle serve le si accaponava la pelle.

Il canonico era entrato nella camera degli altri due fratelli, e l'aveva svegliati.

- Cosa è stato? domandarono: e si rizzarono a sedere sul letto, e si soffregavano gli occhi ancora gravi per sonno.

- Niente.... vestitevi, e venite nella mia camera.

Si vestirono in fretta, sbattendo i denti, presi da un freddo improvviso, e andarono nella camera del fratello maggiore.

E il pover'uomo dava loro la triste notizia, quando entrò la sorella tutta discinta, e inquieta.

- Cosa è successo.... cosa è stato....

- Niente, Annuccia.... non spaventarti, rispose il povero canonico.

- Voi piangete e non è successo niente!

In quella intese uno scalpiccìo, si voltò, e vide Masi e le serve che la guardavano con un certo viso che parlava chiaro. Li fissò portando le mani alle tempie bruscamente.

- Bastiano.... disse, e cacciò uno strido.

Il canonico corse verso di lei.

- Zitta, te ne prego.... sveglierai la mamma.... l'han sequestrato, povero fratello....

Una vecchierella corta, magra, curva per gli anni e per le pene, con quel colore pallidiccio di donna inferma nel volto scarno ed aggrinzato, comparve sulla soglia dell'uscio, e sentì quelle parole:

- Figlio mio!... esclamò con quel grido dell'anima proprio delle sole madri, s'abbandonò sull'imposta, e cadde.

Tutti balzarono, verso di lei, la sollevarono, l'adagiarono sulla poltrona. Le serve corsero per acqua, Masi andò per il medico.

Essa guardava or l'uno or l'altro de' suoi figli con gli occhi sbarrati, stupidi, non rispondendo punto alle loro premure.

Verso le nove fu un andirivieni di gente: parenti, amici, persone di casa, conoscenti, andavano a far un atto del loro dovere, con visi d'occasione. E cento domande, e cento racconti del fatto, ed esclamazioni di dolore, di stupore, e parole di conforto, e supposizioni, e commenti d'ogni genere. Quelli che rappresentavano il partito contrario negli affari comunali avevano il miele in bocca, e il rasoio a cintola. L'avevano preveduto, bisbigliavano tra di loro con un vivo compiacimento interno, un giorno o l'altro doveva finire così. Buona gente que' Savarella, tranne il canonico.... Non aveva avuto mai naso quel benedetto cristiano.... con la sua tirchieria, con la sua ambizione smodata, qualche nemico se l'era fatto.... Il suo sogno favorito era di spadroneggiare in consiglio, farsi nominar sindaco, dominare il paese, e asciugare la cassa.... Si credeva più potente di Domeneddio! e affè che l'aveva avuta una tremenda botta finalmente, una di quelle botte tra capo e collo che vi fanno sputar l'anima! Bene gli stava. Accade sempre così quando invece di badare a' fatti propri, si vuol rompere le tasche ai cittadini. Dispiaceva loro piuttosto per il povero don Bastiano, una pasta d'angelo davvero, che proprio non gli pareva fratello a quell'altro.... Ve' che strilli il sordido! i briganti non gli estorcerebbero meno di centomila lire: dove prenderli? dovrebbe imprestarsene una buona parte.... Si comincia così, e poi.... e poi non si sa dove si va a parare. Umh, quella era una casa rovinata per certo. Gli onesti, e son sempre i meno, erano atterriti e addolorati a un tempo: essi non si tenevano: parlavano a voce alta, accesi in volto, gesticolando. Sì, il governo era debole, i capi delle provincie e dei circondari tante schiappe; pareva che i ministri li cercassero apposta col lanternino per farne un regalo alla Sicilia. Avevano distrutta la banda di Rinaldi, che batteva la campagna da sei anni; bravi davvero! tanto il topo s'aggira attorno alla trappola sinchè ci resta: ma non avevano distrutto il malandrinaggio. E poi, i Leone, i Capraro, i Saieva, gli Alfano, non comandavano ancora orde di scellerati che seguitavano a farne d'ogni colore in barba alla giustizia? Come s'erano formate quelle bande? Ecco il dito sulla piaga! Via, pertutto dove c'eran uomini c'eran delitti, pertutto i rei cercavano di prendere il volo; meglio uccel di bosco che uccel di gabbia, dice il proverbio.

L'inettitudine della polizia che non sapeva tender bene le sue reti, la lentezza con cui s'istruivano i processi.... e un pochino anche un certo odor di nerbate, allargavano la piaga. I latitanti erano il semenzaio delle bande, una minaccia continua, un pericolo continuo; dunque era da supporre che si facesse di tutto per cercar d'arrestarli, commessa la sciocchezza d'esserseli lasciati scappare: invece non se ne faceva nulla! Erano scassa pagliai da quattro alla crazia, e non metteva conto d'occuparsene seriamente; anzi si cercavano con svogliatezza, come i cacciatori di grossa selvaggina cercano le allodole....

Piaceva la cuccagna del soprassoldo, ecco! E veniva pur troppo il tempo che gli scassa pagliai fatto l'abito a una vita travagliosa e piena di pericoli, il callo ai delitti, minacciavano la società seriamente! Allora cominciava un'altra farsa. Si mandavano, soldati, carabinieri, militi, a rinforzare i distaccamenti: e sin qui60 transeat, meglio tardi che mai. Ma eccoti che la cosa degenerava in vera torre di Babele: ordini, contrordini, dispacci, controdispacci, il comandante il corpo de' carabinieri a' carabinieri, il comandante dei militi a' militi; il generale ai maggiori e questi agli ufficiali; il prefetto ai sottoprefetti e questi ai delegati, ciascuno per conto proprio, volendo per i suoi solamente l'onore della cattura della banda, e perciò avversandosi a vicenda, tenendosi celata a vicenda una buona notizia, sfuggendosi a vicenda quando si trattava dell'arresto d'un brigante, che poi novantanove volte su cento si lasciavano scappare.... questo era tutto: dal comando dei carabinieri si sguinzagliavano di soppiatto carabinieri travestiti; dal comando dei militi, militi travestiti; dalla prefettura delegati straordinari, con pieni poteri, e squadriglie d'occasione: il che, essendo causa d'equivoci strani, non solo accresceva la confusione, ma generava un servizio zoppicante, che faceva maggiore l'ardire e la iattanza dei malfattori, soffocava il coraggio dei cittadini. I quali poi, per assicurare vita e proprietà, loro malgrado dovevano far buon viso a quella canaglia. E si osava bandir la croce addosso alla Sicilia!! Questo diceva la gente onesta, e non aveva torto.

Intanto, segretamente, s'era mandato qualcuno ad aggirarsi nelle vicinanze del passo della Ginestra, ad aspettare notizie del ricattato: i banditi certo dal canto loro dovevano cercare di far arrivare la solita lettera alla famiglia. Ma in tutto quel giorno non si vide anima nata. La costernazione era orribile. Solo la povera vecchierella non sentiva, doveva sentire più nulla: in letto, sollevata fra un monte di cuscini, guardava tutti con quegli occhi sbarrati nel volto pallido e affilato.

 

 

VIII.

 

Malupirtusu è un'aspra gola che sbocca nel littorale nord della Sicilia, a un piccolissimo tratto del quale il nome, e divide una linea di montagna che corre lungh'esso, da un lato sino a Cefalù, dall'altro sino a S. Stefano. La via regia che ne taglia l'estremità delle falde, esce da Cefalù, rientra in un largo seno, si mostra in una sporgenza, passa tra due alte pareti di sasso tagliate a picco, costeggia la gola di cui accavalcia il torrente con un ponte, poi corre diritta salendo leggermente, sinchè si perde tra le schegge e i macigni rossastri d'un promontorio.

Il luogo, dovunque si volga lo sguardo, è d'una bellezza selvaggia: è un arruffio di borri ispidi di triboli e di spine; di coste a ginestre e a fichidindia; di vallate tutto un fitto di roselle con delle querci gigantesche, solitarie, che si rizzano a grandi distanze; di colli con un po' di falda a macchia, il resto nudo e sassoso, se togli qualche oleastro dal tronco contorto, qualche cespuglio abbarbicato nelle fessure dei precipizi; d'erte a bosco, a uliveto, dove s'inerpicano cerri secolari, o ulivi saracineschi dai tronchi neri e bitozzoluti. E qua ti nell'occhio un dirupo con qualche albero scortecciato dalle radici scoperte simili a giganteschi tentacoli di polipo, il quale par che pencoli, alzando al cielo i rami secchi quasi scarne braccia che chiedano aiuto; una rupe giallognola solcata di larghe venature rossastre; o un cumulo di macigni coperti di borraccina, che ti fan pensare a mostruosi giganti che ce li avessero trasportato per l'innalzamento d'un edifizio titanico, del quale poi, Dio sa per quali circostanze, fu di mestiere abbandonare il disegno. Per tutto si svolgono allo sguardo picchi rotondi, o stranamente acuminati, tagliati in isbieco, o a pan di zucchero, gli uni boschivi, gli altri brulli e sassosi. Sotto la via si stende la spiaggia arida, sabbiosa, sparsa qua e di scogli neri, or solitari or a gruppi, e l'immensità del mare che si confonde con l'orizzonte, in fondo al quale, fra una nebbia azzurrognola, s'intravveggono i monti dell'isole di Lipari.

La torre del Chiarchiaro (ora distrutta) sorgeva sull'estrema punta d'un piccolo promontorio, dalla parte di terra nascosta alla vista d'alti macigni e cespi di fichidindia.

- È tardi, disse mastro Vanni: dovrebbero esser già qui.

- Aspetteranno che annotti, nascosti nella macchia. Nicola è prudente, rispose Sciaverio.

Se ne stavano appoggiati agli stipiti dell'uscio, chiusi nei loro cappotti, con gli occhi fissi nella via che serpeggiando fra' macigni, sboccava nella spianata una trentina di passi distante dalla torre.

Il sole declinava dietro una massa di nuvoloni torreggianti, che si venivano facendo d'un colore di fiamma; il mare, agitato leggermente, correva alla spiaggia livido, sfumante, e con un fruscìo crescente sempre più, vi si slanciava, sollevandosi qua e in mille sprazzi. Qualche gabbiano con l'ali tese tracciava cerchi a fior d'acqua, si posava, si lasciava cullare dalle onde, poi s'alzava a volo da capo: giù in fondo due vele fuggivano verso il Finale.

- Che fosse successo qualche diavoleria? riprese il vecchio dopo un po' di silenzio.

- Umh.... non lo credo.

Mastro Vanni borbottò qualche cosa che l'altro non intese.

Il sole declinava, declinava; il rosso delle nuvole a grado a grado cambiavasi in cenericcio, le onde quasi d'inchiostro luccicavano cupe alla morente luce del giorno.

 

Sta picciuttazza ch'è nfanfara,

Ch'è nfanfara, ch'è nfanfara....

 

si mise a canticchiar fra' denti Sciaverio, di sicuro per nascondere al compagno una certa inquietudine che cominciava a impadronirsi anche di lui. Ma s'interruppe a un tratto....

- Sst, fece, posando una mano sul braccio del vecchio gufo, e restò ad origliare.

- Che c'è? domandò questi.

- M'è parso d'aver sentito un fischio.

- Che fischio e fischio! chi sa a che ora verranno stasera.... se.... basta, Dio ce la manda buona.

 

Vaia ti dicu finiscila,

Finiscila, finiscila....

 

ripigliò Sciaverio fra' denti, sbirciandolo di traverso.

Mastro Vanni si stringe nelle spalle, aperse il suo cappottaccio, vi s'avvolse meglio dentro, e riappoggiatosi allo stipite della porta, si rimesse a borbottare.

Trascorse un quarto d'ora, durante il quale s'era fatto notte. Si sentiva sempre il fruscio monotono del mare, i tonfi cupi dell'ondate che si rompevano sugli scogli. Un baleno senza tuoni accendeva le nuvole di una luce scialba, con guizzi e serpeggiamente rapidissimi.

- Lampeggia, ricominciò il vecchio: non ci mancherebbe altro ora, la tempesta!

Sciaverio non rispose.

Ma pochi minuti dopo i due birboni trasalirono: un vero fischio questa volta echeggiava lungo e modulato.

- Sono qua.... disse mastro Vanni gongolante.

- Dubiterete ancora, uccellaccio del malaugurio! E Sciaverio messi i due indici nella bocca rispose con l'istesso fischio lungo e modulato.

Allora alla luce rapida del balenio, si vide nella spianata una fila d'ombre nere a cavallo.... Poi un gruppo confuso: uomini smontati, bestie, un uomo solo a cavallo. Ma anche questo dovette smontare, poichè poco dopo, a un altro baleno, si videro alcuni ricacciarsi fra' macigni tirandosi dietro le cavalcature, cinque venire verso la torre.

- Ehi....

- Ehi, rispose il capofila, il quale tenendo il ricattato per una mano se lo tirava dietro.

- A st'ora?

- A st'ora.

Entrarono nella torre.

Quella del pian terreno era una larga stanzaccia affumicata, col solito focolare nel mezzo qualche furrizzo, un lettaccio, una tavola, un fucile a una canna appeso a un chiodo, un vecchio armadio a muro. Tutto ciò visto al debole chiarore della fiamma azzurrognola che mandavano alcuni tizzi, era d'un effetto strano: pareva d'essere in un antro da tregenda.

Mastro Vanni chiuse l'uscio, poi andò ad accendere un lume e una lanterna.

- Perchè così tardi? domandava intanto Sciaverio sottovoce a mastro Pasquale.

- Lasciateci stare, rispose questo nell'istesso tono: mancò poco che non c'incontrassimo con la forza!

- Per la madonna!

- Calavamo pel bosco di Lanzeria, e giù nel torrente c'erano i bersaglieri.... noi non l'avevamo veduti: fortuna che ce n'avvertì un porcaio! Tornammo subito indietro, e dovemmo fare un gran giro. Basta, grazie a Dio l'abbiam scampata bella, e siamo qua.

- Porca cagna.... cominciò compare Santo. Ma Nicola venne a interromperlo.

- Presto, di guardia dietro la porta, disse ai due cugini; non è tempo di ciarlare questo. E si riavvicinò al ricattato, che se ne stava nel mezzo della stanza, immobile, a capo basso, come persona stanca e abbattuta, illuminato pienamente dalla lanterna di mastro Vanni il quale lo covava con gli occhiacci rossi come quelli di Caronte. Don Bastiano era ancora bendato; la benda, un fazzoletto a quadrelli rossi e bianchi, spiccava nel suo viso pallido sotto al cappuccio: dei sospiri sollevavano le sue spalle di tratto in tratto.

Nicola richiamò i due cugini che stavano già per Uscire.

- Ehi, disse, che creanza è questa! baciate la mano a sua eccellenza prima d'andarvene.

- E mentre i due giovani prendevano un dopo l'altro la mano del povero Savarella che lasciava fare, e la baciavano, il bandito cacciò fuori tanto di lingua.

Dietro l'uscio Santo e Pasquale si consultarono. Li avevano fatto uscire, avevano fatto restare il palermitano.... non c'era altra via che menasse alla torre che la viottola fra' macigni, e questa era ben custodita: perchè dunque l'avevano mandati a far la guardia? Certo perchè non vedessero dove nascondevano il sequestrato.... Diffidavano di loro. Ma loro non eran uomini da lasciarsi gabbare tanto facilmente: uno farebbe la guardia, l'altro guarderebbe per il buco della chiave. E senza metter tempo in mezzo, mastro Pasquale v'applicò l'occhio.

Avevano spostato il letto. Il ricattato era sempre immobile nel mezzo della stanza; gli stavano vicino Sciaverio e Maraviglia: Nicola con la lanterna in mano faceva lume al vecchio gufo, che, inginocchioni nel posto ove prima era il capo del letto, con un pezzo di ferro aguzzo aveva sollevato i quattro mattoni dell'angolo incastrati nella ribalta. Posò il ferro, si rivolse,

prese la lanterna che gli dava Nicola, appoggiò la mano libera sull'impiantito, introdusse nell'apertura prima una gamba e poi l'altra, e cominciò a scendere sotterra, a poco a poco come uno spettro.

Allora il bandito s'avvicinò al Savarella.

- Venga, eccellenza. E lo prese per una mano, lo condusse vicino l'apertura, lo fece inginocchiare, gli fece fare gli stessi movimenti che aveva fatto mastro Vanni, e quando scomparve, si calò giù anche lui.

Sciaverio e Maraviglia restarono: bisbigliando, andarono a sedersi al fuoco sul quale stesero le mani per riscaldarsele.

Una diecina di minuti dopo nell'apertura ricomparve la faccia di vampiro di mastro Vanni.

- Eccellenza, si può levare la benda, disse Nicola al ricattato.

Don Bastiano si levò il cappuccio di sul capo, e si sciolse la benda: sbattè le palpebre abbagliato dalla luce improvvisa, poi guardò intorno.

Si trovava in una specie di grotta con la volta a cupola, dalle cui pareti trasudava un umidore verdastro. In un angolo c'era per terra uno strapunto, con un guanciale e una coperta di lana piegata: dall'altro lato un furrizzo, e un deschetto: sul deschetto una lucerna di stagno a due beccucci, un paniere coperto con un tovagliolo61, due bicchieri, due bottiglie, una di acqua l'altra di vino, una castellina di piatti, e delle posate d'ottone.

Sarà stanco, disse il bandito con gentil premura.

- Un poco, rispose l'infelice: e mise un sospiro.

Allora Nicola cominciò a fargli animo. Via faceva male a prendersela a quel modo; era una bazzecola che non metteva conto impensierirsene!

Tanti e tanti s'erano trovati nell'istesso caso di lui, per questo avevano creduto che fosse il finimondo? avevano pagato e tutto era finito.

Era dura la maniera di cavarsela.... ma... che farci? correvan certi tempi che si scarseggiava di tutto.... non si poteva poi campar d'aria! Chi doveva venir loro in aiuto se non i ricchi? Essi dovevano coprire i bisognosi col manto della carità.... Via scrivesse una letterina al canonico, e gli prometteva di ricondurlo a casa, senza che gli fosse stato torto un capello. Voleva vederlo allegro però, sangue.... Nel paniere (e accennava con la mano) c'era del pesce fritto, un poco di carne fredda.... non s'era potuto aver altro in quella confusione: ma l'indomani si provvederebbe meglio. Se il vino era buono poi, lo conoscerebbe assaggiandolo. Dunque voleva che mangiasse bene, bevesse meglio, senza pensare a guai.

Il furrizzo era troppo basso perchè il Savarella potesse mettersi a scrivere al deschetto: e perciò Nicola prese un piatto e glielo porse rivoltato, gli dette un foglio di carta piegato, che s'era levato di tasca in una a un calamaio di corno a vite. L'aperse, si mise coccoloni davanti a don Bastiano; e gli diede la penna. Questo s'era seduto, aveva posato il piatto sulle ginocchia; e spiegatovi sopra il foglio, prese la penna, l'intrinse nel calamaio, e domandò:

- Che devo scrivere?

- Manca talento a vostra eccellenza?

- Io non so.... dettate voi.

- Ma....

- Ve ne prego.

- Come comanda.... Scriva dunque....

E cominciò:

 

Caro.... fratello,

 

Mi trovo.... nelli mano.... di pericolosi.... malfattori.... li quali..... vogliono.... la somma.... di due.... cento.... mila.... liri....

 

Il povero giovine trasalì; si fece bianco come un cencio, e alzò il capo.

- Duecentomila lire.... balbettò con un fil di voce. E il bandito accennò di sì tranquillamente.

- Duecento mila lire! ma.... dove volete che li prenda il povero mio fratello tutti questi danari.

- Oh! che dice mai! riprese l'altro. E scegliendo i termini, seguitò: vostra eccellenza butta giù troppo la sua casa: il canonico, se vuole, può pagar questo ed altro ancora.

- V'ingannate: vi giuro anzi....

- Non si sfiati. Mi vorrà dire che non l'ha nel cassetto.... comprendo: ma si sa come vanno queste cose; non s'ha la somma ma si può trovarla.

- E dove? tutto il nostro patrimonio riunito.... non ammonta a duecento mila lire.... Siate buono signore....

Ma Nicola tagliò corto stringendosi nelle spalle. Gli dispiaceva.... voleva poterlo contentare.... ma aveva ricevuto dai suoi compagni ordini assoluti, non poteva mancarvi.... Essi erano sicuri che la famiglia, volendo, poteva trovare quella somma....

E finì con un risolino:

- Il nibbio quando afferra la gallina, sa se è grassa o magra.

- Volete la mia morte allora.

Nicola affettò un'aria di stupore grandissimo.

- La sua morte!... o perchè dovremmo volere la sua morte! Tutt'altro. Che la famiglia paghi, e a vostra eccellenza non sarà torto manco un capello, la mia parola è una: anzi faremo voti che Dio gli accordi lunga vita e prospera salute al primo bicchiere che vuoteremo dopo che avremo ricevuti i danari.

Che rispondere?

- Dettate, disse il povero giovine con un sospiro. E l'altro rispose:

- Dunque.... li quali vogliono la somma di duecentomila liri.... La somma dovrà essere portata.... da due individui.... che l'uno.... deve cavalcare.... una mula mirrima62.... Verranno per Cerda.... Fontana russa.... alla serra dei Gancitani.... Si avvicinerà uno.... che gli domanderà.... se.... portano olio.... a Petralia.... La somma.... la divono.... consignari a quillo.... Se non trovano.... a nissono.... dovranno.... ritornari.... per la stissa.... strata....

E Savarella aveva firmato questa strana lettera, quando il bandito, accennando col dito teso verso la carta, soggiunse:

- Omissis.... Non facciate.... passo.... al giostizia.... se no.... la mia vita.... è.... in pericolo.... E fate presto.... che lo tempo longo.... è peggio pel malato.

Cinque minuti dopo il bandito, dopo d'avere raccomandato di nuovo al povero giovine di stare allegro, e non pensare a guai, usciva e serrava l'uscio della grotta a doppia mandata.

Il ricattato restò solo, immobile sul furrizzo, a capo basso e con le mani contratte sulle ginocchia.

Che notte orribile che aveva passata, e che giorno più orribile ancora! quanti pensieri in quel povero cranio, alimentati continuamente dal pericolo presente, dal timore dell'avvenire incerto, dai ricordi della famiglia, del rammarico d'essersi avventurato così solo, in tempi non ancora quietati del tutto!... Poi spossato per tante commozioni, intirizzito dal freddo, rotto dalla fatica, era caduto in una specie d'inerzia del corpo e dell'anima: il dolore gli aveva accordato una tregua. Ora lo riassaliva con più ferocia, con più accanimento: ridestava quel timore, que' pensieri, que' ricordi in folla, ne suscitava altri propri della nuova piega che prendevano le cose.

- Duecento mila lire! mormorava dimenando il capo dolorosamente, duecento mila lire!... Poi batteva palma a palma e soggiungeva: una morte orrenda e disperata!

E riandava i tanti ricatti, pigliando materia a nuovo terrore: vedeva Porcari, Sgadari, Rose, tra le braccia della famiglia nel tripudio del ritorno, ma vedeva Saeli, Sciortino, Catalfano, bruttati di sangue, lividi, mutilati.... vedeva stesso con lo spavento nel volto, nelle mani dei suoi carnefici, tra un lucicchio di coltelli; sentiva il freddo doloroso del ferro in vari punti della persona, lo smarrimento della morte.... Si vedeva cadavere bruttato di sangue, livido, mutilato come quegli altri.

- Duecento mila lire! ripeteva dimenando il capo dolorosamente: duecento mila lire!

Ma un crampo allo stomaco lo fece trasalire: non aveva mangiato da trentasei ore; aveva fame: e macchinalmente portò gli occhi al paniere.

Allora un ricordo venne come un lampo a dargli una più forte puntura: due sere avanti aveva cenato allegramente in famiglia.... Parevagli di sentire le care voci dei suoi. Annuccia lo canzonava piacevolmente per un certo matrimonio che gli era stato proposto con una ricca signorina; il fratello canonico, a cui spiaceva che la cosa si mettesse in burla, cercava di interromperla con delle gravi considerazioni.... Lui, pur rimbeccando la sorella, guardava la mamma: lo sapeva quanto gli stesse a cuore quel matrimonio alla buona vecchierella! e vedendo a rannuvolarsi il suo povero volto disfatto dalla malattia, ammiccava con gli occhi per rassicurarla....

Non si potè più frenare: il suo cuore traboccò come un vaso troppo pieno: nascose la faccia tra le mani, e pianse: pianse a lungo, inconsolabilmente.

Nel silenzio s'udirono i singhiozzi del disgraziato, i colpi cupi e monotoni del mare che assaltava lo scoglio con la cocciutaggine delle potenze brute.

 

 

IX.

 

La polizia s'era messa in moto. Arrivavano bersaglieri, guardie a cavallo, comandanti, delegati.... un mondo di gente insomma, che si sparse per le campagne, e si diede a batterle per ogni verso.

Tuttavia la lettera fatta scrivere al povero don Bastiano, pervenne alla famiglia.

Un uomo a cavallo, chiuso nel cappotto, l'aveva consegnata al fattore della Rocca sull'imbrunire, mettendo ogni suo studio nel nascondersi il viso dentro il cappuccio.

Il canonico la lesse; diventò bianco come un panno lavato e la diede a' suoi fratelli.

- Duecento mila lire!... duecento mila lire!... si messe a balbettare con le braccia ciondoloni. Meschino me!... meschino me!...

Don Ciccio e don Salvatore s'abbandonarono sulle sedie, l'uno con la testa tra le palme, l'altro dondolandola.

- Duecento mila lire!... duecento mila lire!... casa rovinata.... casa rovinata!

Gli scellerati volevano morto il fratello dacchè domandavano quella somma ch'essi non avrebbero potuto pagar mai!

Basta, fu il fattore che riuscì a calmarli in certo modo. Egli non aveva i capelli bianchi per nulla; sapeva come andavano quelle cose; i ladri domandavano sempre molto e poi finivano col contentarsi di una miseria.

Provvedessero la mula storna, del resto se n'incaricava lui.

Una mula storna?... o chi diamine n'aveva delle mule storne?... ah, sì, Peppe Facce di vino; e si mandò da questo.

Peppe era in viaggio; ma tornava la sera; la moglie promise di mandarlo a servire il canonico verso un'ora di notte.

- Bacio la mano a vostra eccellenza, disse togliendosi il berrettino di cotone nero.

- Vi saluto, compare Peppe; accomodatevi e mettete in capo.

- M'ha mandato a comandare? riprese il trafficante d'oli rimettendo il berrettino e sedendosi.

- Sì.... Volevo dirvi.... se domani potreste andare a portare un carico d'olio a Petralia.

- Per vostra eccellenza anderei anche a buttarmi in mare.

- Grazie, compare Peppe.... Verrà con voi il fattore.... Pare che ci sia richiesta d'olio da quelle parti e se se ne potesse fare una vendita in grosso....

- Bene, per questo lasci fare a noi.

- Andate a prendere gli otri dunque: faremo il carico.... Stanotte il su Mariano passerà da casa vostra e vi metterete in via.

Così partirono due ore prima che aggiornasse, senz'essere molestati e due ore circa dopo mezzogiorno arrivarono alla serra de' Gancitani: un luogo affatto nudo ed alpestre, con una sola casaccia in costa.

si fermarono; e il su Mariano dette uno sguardo intorno. Non si vedeva un'anima: lo stradale che si stendeva lungo e bianco fra' maggesi neri di grano marzuolo era deserto; l'istessa casa, con una fila di piccole finestre quadrate dall'imposte rosse chiuse ermeticamente dietro l'inferriate, pareva deserta.

- Compare Peppe, disse il fattore, non vogliamo prendere un boccone?

- Prendiamo un boccone, su Mariano.

Smontarono. Il fattore levò le bisacce di dosso alla cavalla, ne cavò fuori un pane, il fiasco con il vino e un microscopico pezzettino di cacio avvolto in un tovagliolo. Sedettero in terra e si misero a mangiare, mentre le bestie pascolavano lungo il ciglio della via.

- Compare Peppe, disse il su Mariano portando in bocca un briciolino di cacio, che aveva tagliato con la punta del coltello; è venuta l'ora di dirvi il perchè del nostro viaggio.

- Non c'è bisogno, su Mariano; ier sera intesi tutto per aria.... Portate i danari a' briganti, eh?

- No, compare Peppe, non porto i danari ai briganti, ma vengo per cercare d'accomodar la cosa.... Vogliono sedicimila onze nientedimeno! O dove l'hanno i miei poveri padroni tutti questi danari! tutto quello che posseggono non arriva manco a trentamila....

Ma in questa s'era voltato e aveva veduto muoversi delle teste, lassù, dietro a certi pietroni.

- Oh, oh!... disse: credo che sian qui.

- Dove?... io non li vedo.

- ; dietro a quelle liste.

- .... È vero.

- Guardate, scende uno.... E il su Mariano, per darsi certo un po' di coraggio, preso il fiasco, ne levò il turacciolo, si passò il rovescio della mano sulle labbra e bevve a lunghi sorsi.

Difatti, un uomo, avvolto nel suo cappotto, scendeva di buon passo.

- Ehi! disse, come fu vicino a' due che mangiavano.

- Volete restar servito? disse il fattore: e gli porgeva il fiasco.

- No, grazie.... Di dove si viene?

- Dalla Roccella.

- Chi siete?

- Il su Mariano Grasso, fattore dei signori Savarella.

- Portate olio a Petralia?

- Già.

E così dicendo il fattore s'alzò, s'avvicinò a quell'uomo al quale non aveva levato gli occhi d'addosso, e gli disse sottovoce:

- Siete l'amico che aspettiamo?

- Portaste i danari?

- Vorreste camminare un poco se non vi dispiace?

- Camminiamo.

- Come potevo portarli i danari, fratello mio! son somme da chiedersi queste? Meno male se i miei poveri padroni fossero in istato di poterle pagare.... voi altri stessi che avrete prese prima tutte le informazioni, dovreste saperlo: tutto quel che possiedono è assai se arriva a una trentina di mila onze: li volete ridurre all'elemosina? E poi, i Savarelli han rispettato sempre i latitanti; e alla Rocca pane, alla Rocca vino, alla Rocca orzo non n'è mancato mai a nissuno. Per me, non dico!... non ho fatto mai la spia, anzi sono stato sempre l'amico degli amici, che, per loro bontà, a dirla tale e quale, m'han rispettato sempre. Dovevo a questo l'aver fatto i capelli bianchi senza aver ricevuto mai uno smacco. Ora pare che i tempi siano cambiati. Basta, sinchè uno a i denti in bocca, ei non sa cosa gli tocca. Ah! quella buon'anima di compare Angelo e quel cristianone di compare Vincenzo! ma l'uno, poveretto, lo fecero a pezzi sotto S. Mauro, l'altro s'ammazzò a Polizzi per non cader vivo nelle mani della giustizia.... Se ci fossero loro!...

E per insinuarsi nell'animo di quell'uomo, si messe a contargli il come e il quanto lo rispettassero compare Angelo e compare Vincenzo.

Nicola (era lui) l'aveva ascoltato stringendosi di più nel suo cappotto.

Umh, gli disse infine, compare Mariano aveva torto se credeva che gli si avesse voluto fare uno smacco: che si sapeva che uomo era; ma.... i tempi correvan difficili... non c'era più alcuna risorsa, non più amici fidati. Santo diavolo, lo credeva? erano quanto gli sbirri di Pulcinella in quella faccenda e a ciascuno sarebbe toccata una miseria. Via, glielo dicesse schiettamente, valeva la pena di risicar la pelle per una miseria? E dunque!...

Tuttavia, a solo riguardo suo.... era una libertà che si prendeva senza consultare i compagni, dalla somma ci levava due mila onze e non se ne doveva parlar più. C'era che dire?

Ma il su Mariano tentennava il capo. Due mila onze! si trattava di tutt'altro! dovevano farlo a lui questo favore, dovevano scendere più giù, molto più giù.... si dovevano contentare d'un caffè.

Nicola si voltò bruscamente. Che caffè e caffè.... E siccome l'altro insisteva, tagliò corto:

- Infine, che siete venuto qua a prenderci per minchioni?

E usciva fuori con la solita storia di pelle e di sbirri di Pulcinella. Sangue.... ammazzerebbero don Bastiano e buona notte.

Allora il fattore si fece umile umile: alla sola idea che quegli assassini potrebbero ammazzare il povero padrone, si sentiva commosso, gli spuntavano le lacrime. Oh, no, questo mai! diceva con voce tremante, questo mai! Che ne guadagnerebbero? Egli l'aveva allevato quel povero giovine e l'amava come un suo figliolo.... che colpa ci aveva se.... Si sfogassero su di lui piuttosto: quando volessero, egli verrebbe coi suoi piedi ad esporsi a' loro colpi, purchè non torcessero un capello al suo povero padrone. Egli l'aveva allevato, l'amava come un figliolo....

- Non parlate di levare un centesimo di più allora.

- Ma sentite....

Insomma dopo un ora di tira tira, di consulte e bisbigli con i compagni che aspettavano nascosti lassù nelle liste, si stabilì che i Savarella pagherebbero centomila lire; e questo a riguardo del su Mariano che era un amico. Egli stesso porterebbe il danaro tra due giorni a' Gammisini: lo riconoscerebbero a un fazzoletto rosso, che si legherebbe attorno il capo.

Il buon vecchio si fece promettere che durante quel tempo non farebbero un male al suo padrone, e li lasciò.

 

 

X.

 

Al canonico la somma parve ancora enorme. S'aggirava per la camera tutto costernato. Meschino me!... Meschino me!... giungeva le mani, alzava gli occhi al cielo. Don Ciccio, don Salvatore, andavan dietro al fratello, con gran sospiri, ripetendo ch'eran rovinati.

La sola Annuccia, poveretta, pareva non accorgersi di nulla: era come una Maria, al capezzale della mamma, la quale seguitava a guardar tutti con quegli occhi sbarrati nel volto pallido e affilato.

Il povero fattore si grattava la zucca: aveva fatto di tutto, ripeteva, che colpa ci aveva se non era riuscito che a metà? I padroni si calmassero però, ogni speranza non era poi perduta. I banditi gli avevano promesso formalmente che a don Bastiano non gli torcerebbero un capello; questo era l'essenziale.... Intanto bisognava vedere.... bisognava cercare....

E avvicinatosi finalmente al canonico e tiratolo in disparte, a voce bassa e con mistero, gli disse:

- Al Barone ha da ricorrere vostra eccellenza.... lui può tutto. Non metta tempo in mezzo, accetti il consiglio del suo povero servo che non si sbaglia.

La speranza entrò nel cuore del canonico.

- Buona idea, disse: ed io che non ci avevo pensato!

Don Salvatore e don Ciccio s'avvicinarono: vollero esser messi anche loro a parte della buona idea.

Approvarono.

Buona, proprio buona! non c'era altra via. La comunicarono alla povera Annuccia, i cui occhi si ravvivarono: s'alzò, si curvò sulla madre, e gli disse la cosa a voce alta, come si farebbe con un sordo.

Si mandò dunque il fattore in casa del Barone: il canonico aveva scritto a quest'ultimo una lettera tutta complimenti, pregandolo di voler favorire a casa loro. Non dimenticò d'aggiungere che sarebbe stato debito suo di recarsi al palazzo, ma lo scusavano le circostanze: gli perdonasse pertanto la libertà che si prendeva.

Il Barone arrivò poco dopo, tutto sudato. Era un ometto di media statura, secco, con un cordone di barba nera, naso e mento aguzzi.

Il canonico era andato ad incontrarlo a piè della scala, seguito da don Ciccio e don Salvatore, e si buttò tra le sue braccia piangendo. Egli, dati que' conforti che si soglion dare in simili occasioni, entrò col capello in mano asciugandosi il capo pelato con la pezzuola bianca. Aveva una paura maledetta delle correnti d'aria il povero Barone; sicchè adocchiò un angolo che a lui parve riparato, e andò a sedervisi: sedettero anche gli altri. Allora il canonico cominciò a spiegargli il perchè aveva ardito d'incomodarlo.... ma e' gli dava poco ascolto; guardava con una certa inquietudine un uscio spalancato di faccia a lui, e si dimenava sulla sedia come se avesse la voglia dell'acqua: sì che il canonico, accortosi infine di quell'armeggìo, e comprendendo alla direzione dello sguardo, disse a uno dei fratelli d'andare a chiudere.

Il Barone lo ringraziò col suo più gentile sorriso, e un inchinar di testa.

Oramai era tranquillo, e poteva ascoltare. E ascoltò tutto attentamente. Di tratto in tratto aggrottava le sopracciglia, allungava il muso, approvava con un moto della testa. Ciò dava un non so che di buffo alla sua figura: in tutt'altre occasioni uno sarebbe stato tentato di scoppiargli a ridere sul mostaccio.

Tuttavia era un ometto che la sapeva lunga, e il suo rispetto l'aveva portato. Prese a cuore l'affare; promise di tentar tutte le vie; si spinse sino ad accertare che po' poi sarebbero restati contenti, fidassero in lui. La verità era che non ci stava nella pelle che avessero ricorso a lui: il bon uomo s'inorgogliva d'esser utile a qualche cosa, di poter distrigare una matassa arruffata, cavar qualcuno fuori da un ginepraio: ciò, a buoni conti, mostrava quanto prevalesse in paese. S'alzò e accomiattandosi dai tre fratelli, stringendo la mano ad ognuno, e portandosela al cuore, con uno sguardo che suggellava le sue promesse, e uscì accompagnato sin nell'entrata dai Savarella che si sbracciavano in ringraziamenti.

La sera stessa fece venire da un suo fondo nelle vicinanze del paese, un certo tomo: un maurino alto e barbuto come un S. Cristoforo, tutto butterato dal vaiuolo. Lo condusse nello scrittoio, chiuse l'uscio con la massima cura, a causa di quelle benedette correnti d'aria, sedette, e cominciò:

- Pietro, devo parlarti.

- Comandi, eccellenza.

Come tutti i maurini, parlava con accento rapido e vibrato, appoggiando la voce sulle prime sillabe.

- L'altr'ieri al passo della Ginestra, Tagliaferro ed altri sequestrarono il povero don Bastiano Savarella.

- Lo so, rispose il camparo con un risolino scaltro.

- Avevano domandato alla famiglia due centomila lire e le volevano portate ai Gancitani....

- Lo so.

- Ci andò il su Mariano Grasso e ottenne qualche cosa.... la diminuzione di metà della somma....

- Lo so.

- Però, come vedi, la pretesa è ancora pazza.

Allora quello che sapeva tutto, per far gl'interessi degli amici, trovò la parola.

- Eccellenza, i tempi corrono difficili.... A dividersi quel danaro chi sa quanto diavolo saranno; e a ognuno non toccherà manco da comprarsi un boccon di pane.... La gente poi non può morire di fame!

- Capisco.... riprese il Barone a mo' di transazione, non volendo per i suoi fini contrariare le idee curiose che aveva il maurino su' mezzi adoperabili per procacciarsi da vivere. Ma quando uno non l'ha quella somma, ed è nell'impossibilità di trovarla!

Pietro si strinse nelle spalle.

- Tu lo sai meglio di me, i Savarella non sono poi tanto ricchi da poter pagare ottomila onze come niente: se i picciotti non possono morire di fame, un galantuomo non può ridursi sulla paglia per loro! bisogna esser ragionevoli.

Insomma.... quella mattina era stato dai Savarella... aveva promesso di mischiarsi nella cosa, si dovevano aiutare.

E qui, conoscendo l'uomo, cominciò a adularlo: fidava in lui, pienamente in lui; l'aveva scelto apposta fra tante persone di servizio che aveva, appunto perchè era persuaso che un altro Pietro non c'era in tutta la Sicilia a cercarla con il lanternino di Diogene: destro, coraggioso, scaltro, fidato, di gran conoscenze, di grande abilità, e tenace da non dare addietro nell'impresa più rischiosa. Egli solo poteva fargli fare una buona figura in quella faccenda, e va discorrendo.

Il maurino, così barbuto e grosso com'era, apparteneva alla specie di quegli uomini-pesce che mordono alla lode, quanto più sperticata: oltre di ciò il Barone l'aveva beneficato: era ammonito e non lo voleva nessuno; si sarebbe perduto se non l'avesse pigliato al suo servizio, e aveva moglie e figlioli, gli aveva fatto levare l'ammonizione, provvedimento che se non fosse arbitrario, sarebbe un buon correttivo per il siciliano, appunto perchè lo teme come la peste; quanta riconoscenza dunque non aveva egli per quell'uomo? Lo soleva chiamare il suo secondo padre, e veramente si sarebbe fatto fare a pezzi per lui. Queste due cose insieme fecero sì che trovasse al solito la parola, si sbracciasse in proteste, giurasse di mettere il mondo sossopra: fecero sì che alzasse la mano aperta a un quattro, quando il Barone ripigliò tutto contento:

- Via, dillo tu stesso quel che gli si ha a far dare ai picciotti.

Quattromila onze.... diavolo! il buon gentiluomo storse il muso: erano ancora troppo... vedesse se ci fosse verso di far risparmiare agli amici qualche altra coserella. Quattromila onze!...

Ma a tutto questo il colosso rispondeva:

- Sono sicurissimo che i picciotti non si contenteranno di meno, ed io non voglio che a una persona grande come vostra eccellenza tocchi una negativa.

L'ultimo argomento era grave e non c'era a ridire. Il Barone strinse le labbra, abbassò gli occhi e prese in mano la stecca.

- Basta, dacchè non c'è proprio rimedio, avrai le quattromila onze. Ma.... (E fissò bene il maurino) rispondi della buona riuscita?

- Ne rispondo.

- Proprio?

- Proprio.

- Non c'è che dire.

E stava per alzarsi quando Pietro gli domandò:

- Dove bisogna portarli i danari?

- A' Gammisini; e precisamente nel poggio sopra la fattoria: bisogna che ti leghi un fazzoletto rosso attorno al capo.

Il Barone ritornò dai Savarella e senza nominar persone, disse loro che aveva accomodato ogni cosa (tanto era sicuro del suo uomo) però aveva sudato una camicia per indurre gli amici a contentarsi di quattromila onze, non un soldo di meno.

Il canonico fece una boccaccia; gli pareva ancora enorme quella somma; ma non c'era che fare, o mangiar questa minestra o saltar questa finestra! in fondo era un bon uomo, amava davvero il fratello; andò nella sua camera e benchè sentisse come uno schianto alle viscere, tirò la cassa che teneva sotto il letto, l'aperse, e, con gran sospiri ne cavò fuori cinquantun mila lire, trenta in carta, ventuno in oro.

Quando l'ebbe consegnata al Barone, si lasciò cadere su d'una sedia. Aveva la faccia cadaverica. Oh, certo ne morrebbe!

 

 

XI.

 

Nel focolare della vecchia torre dei tizzi ardevano lentamente mettendo nell'oscurità della vasta stanzaccia chiarori incerti, ballonzolanti. Si udivano due russi formidabili, simili ai rumori di due seghe che mordessero nel legno a rilento, ed or s'alternassero or si confondessero. Metteva l'uno Sciaverio, avvolto nel cappotto, rannicchiato sulle asserelle del letto, con la testa appoggiata sullo strapunto abballinato; l'altro mastro Vanni, seduto al fuoco, a testa china, la sudicia barbaccia sul petto, e le mani penzolanti tra le gambe, illuminato dalla luce azzurrognola dei tizzi, la quale gli dava un aspetto fantastico di stregone.

Fuori, l'acqua cadeva come Dio la sa mandare, mentre il vento e il mare pareva facessero a chi potesse urlare di più.

- Che tempaccio da cani! borbottò il vecchio aprendo a un tratto gli occhiacci rossi, e dando uno sguardo bieco alla porta scossa furiosamenente dal vento: poi ricadde nell'immobilità e tornò ad assopirsi.

L'altro seguitava a russar sodo.

Trascorse un quarto d'ora circa.

Tom.... tom.... In quel fracasso risonarono due formidabili picchi. Mastro Vanni si destò in sussulto, e stette a origliare.

- M'è parso d'aver sentito picchiare.... disse tra : e lo prese un forte batticuore. Chi poteva essere a quell'ora e con quella razza di tempo?

Tom.... tom....

S'alzò, e in punta di piedi andò a riscotere Sciaverio. Chi è in difetto è in sospetto: Sciaverio fece un balzo come se nell'aprir gli occhi avesse visto gli sbirri, e tutto arruffato e stravolto, saltò alla gola di mastro Vanni.

- Compare.... Scia.... gorgogliò il vecchio quasi soffocato, afferrandolo per le braccia, compare Scia.... verio, son io.... che diavolo fate....

- Vi venga la peste! esclamò l'altro a bassa voce, rimettendosi: si sveglia così la gente! non so che mi è parso.... Che cosa c'è dunque....

- Picchiano.

Tom.... tom....

- Sentite? continuò mastro Vanni. Chi può essere a st'ora e con sto tempo?...

- Tom..... tom....

- Che sia successa qualche diavoleria, e....

- Sst, fece Sciaverio; poi con voce minacciosa gridò:

- Chi è?

- Io.... aprite.

- A st'ora non s'apre a nessuno: andate per i fatti vostri.

- Son io, compare Sciaverio: mastro Pasquale.

E questo nome s'udì chiaro, come se chi era dietro la porta l'avesse gridato con la bocca sul buco della serratura.

Era proprio il roccellese, avvolto nel suo straccio di cappotto, fradicio mezzo, e inzaccherato come un cane.

Grandi esclamazioni di piacere dei due birboni rinfrancati, ressa per sapere che ci fosse di nuovo, come era andato l'affare.

Ma il mafioso badava a sfogarsi col tempo, con delle bestemmie da turco: si levò il cappotto, e andò ad appenderlo a un cavicchio, si levò il berrettaccio unto, e con una pezzuola si messe ad asciugarsi l'acqua e il sudore: finalmente pronunziò un «tutto è andato bene» che allargò i cuori di que' due galantuomini. Mastro Vanni andò a prendere una bracciata di legna secche, che buttò sul fuoco; poi sedettero, e il roccellese cominciò il suo racconto.

Si rifece da capo. Partiti dalla torre un'ora prima che aggiornasse, come sapevano, avevano cavalcato sino a Cozzo di Lampo: consegnata la lettera a un amico per portarla al fattore della Rocca, erano andati a Basalaci, nel fondo d'un altro amico, dove erano restati parte del giorno, e la notte. L'indomani all'alba erano partiti per i Gancitani, dove, con l'aiuto di Dio erano arrivati senza cattivi incontri. Acquattati fra pietroni in una certa lista sopra lo stradale, avevano veduto venire i due individui che dovevano portare il danaro. Nicola era andato a incontrarli: e dopo un'ora di confabulazione con uno di essi, era tornato dicendo, che i Savarella tenevan duro, egli aveva dovuto ridurre la somma. Però era l'ultima concessione che faceva, si sarebbero adoperati i mezzi violenti se il sabato non avessero portato ottomila onze ai Gammisini. Basta, contrariamente alle sue parole, ai Gammisini s'era contentato di due mila e cinquecent'onze. Però la cosa non gli pareva tanto liscia.... Avevano mandati lui e Santo a far la guardia, essi perciò non avevano visto nulla di quel che avevano fatto i compagni con quello che portava i denari. Nicola s'era scusato con dire, che i danari glieli aveva portati Pietro Carollo, un amico a cui non si poteva dare una negativa, tanto più che stava col barone *, e l'istesso barone aveva mandato a dire che accettassero le sue preghiere, facessero a modo suo: il Barone era una persona grande, comprendevano.... Poi s'erano messi a fare un certo conto senza sugo.... tanto a questo, tanto a quest'altro; tanto per quello, tanto per quell'altro.... un vero pasticcio in cui non aveva compreso un'acca. Si figurassero! Nicola, fra l'altre, aveva detto, che bisognava dare cent'onze all'uomo del Barone, e i palermitani ad approvare! Cent'onze a colui per aver portato semplicemente la somma, e che razza di somma! e a loro che avevano ideato, maturato, condotto a bene l'affare rischiando la pelle, che cosa toccava? Cento vent'onze per uno!... cento vent'onze! Era credibile?

- Basta i pesci grossi mangian sempre i pesci piccoli!

E dietro quest'osservazione filosofica, consegnò a Sciaverio e a mastro Vanni duecento quarant'onze.

I due birboni intascarono il danaro tutti scontenti, mentre mastro Pasquale ciondolava il capo come per dire, lo vedete in che mani siamo capitati? E però Sciaverio voleva fare, e voleva dire.

Quella era una porcheria che non s'era letta mai, con i compagni non s'agiva così. Che pezzi di ladri! o perchè non se n'andavano al passo a spogliar la gente? Ma lui, sangue della maiorca, non l'ingollava, no, non l'ingollava! voleva andare in cerca di quella carogna di Nicola, voleva, per dirgli il fatto suo fuor de' denti: o era più ladro di Santo Dima, o non sapeva che voleva dire fare il brigante. Ladro, s'aveva spogliato i compagni, e queste cose non si fanno; dappoco, se l'era lasciato prendere per minchione dall'uomo del Barone, o anche dal diavolo; lui, nei suoi piedi, avrebbe messe le spalle al muro, e, o duecento mila lire, o duecento mila lire! se no tagliava a pezzi il sequestrato, e un po' per volta lo faceva pervenire alla famiglia, sangue....

Mastro Vanni, asciugandosi gli occhiacci rossi con la pezzuola sudicia, metteva buone parole. Non eran cose nemmen da pensarci quelle! volevan fare la guerra tra fratelli? dar questo mostruoso spettacolo al mondo? far ingrassare i nemici? Via, mastro Pasquale s'era potuto ingannare. Non si giudicava così.... su due piedi, e alla leggiera in cosegravi, lui non contava Nicola un tal uomo.

Allora mastro Pasquale, per amor della pace, disse anche la sua, arrivò fino a confessare che s'era potuto ingannare.... che non avrebbe messo certo le mani nel fuoco ad accertare la cosa.

Così Sciaverio si calmò.

Bisognava liberare il sequestrato e presto, quella razza di mercanzia il meno che si può tenere è il meglio, non si sa mai quel che può accadere da un momento all'altro. Mastro Pasquale era venuto anche per questo. S'alzarono. Ognuno si levò il fazzoletto di tasca, lo piegò a punta, se lo mise sul volto, e l'annodò dietro la nuca in modo che non si vedessero che i soli occhi sotto il berretto: si misero i cappotti, e sulla testa i cappucci: mastro Vanni andò a accendere una lanterna, prese una corda, e così camuffati, sinistramente brutti a vederci, spostarono il letto, alzarono la ribalta, e si calarono per il buco.

Steso sullo strapunto, Savarella dormiva un sonno agitato come se avesse la febbre. Appena velati gli occhi, s'era messo a sognare che i suoi carnefici armati di coltelli e pistole, l'inseguivano nell'istesso angusto sotterraneo.

Egli correva correva in giro anelante, con l'angoscia nel cuore. L'afferravano.... si svincolava con la forza che la disperazione.... lo riafferravano.... si svincolava di nuovo, si rimetteva a correre....

Così per ore ed ore pareva a lui. Ma le forze gli venivano meno, il corpo, dalle gambe in su, gli si faceva pesante come di piombo, sentiva piegarsi sotto le ginocchia, sinchè ansimante, madido di sudore, cadeva, e gli assassini gli si facevan sopra. Nel voltarsi atterrito, vedeva branditi sulla sua testa coltelli e pistole, vedeva delle facce sinistre dove si leggeva l'intendimento implacabile di dar morte. Egli rannicchiato contro la parete, facendosi riparo delle mani, con i capelli irti sulla fronte, apriva la bocca a un grido straziante.... e sentì una detonazione, e gli parve come se un colpo di mazza gli avesse sfracellato il cervello.... Si destò in sussulto. Restò immobile, a guardare con gli occhi torbidi, spalancati, come un uccello abbacinato: glie li percoteva una striscia di luce vivissima. Dietro a quella luce, nell'oscurità parevagli di sgorgere in confuso, ritte due ombre nere, sinistre.

- Sono morto, pensò in un baleno. Dove sono? E l'angoscia che gli stringeva ancora il cuore, diede luogo a un terrore misterioso.

- Alzatevi, disse una voce cupa e soffocata.

Egli non si mosse.

- Alzatevi, ripetè l'istessa voce, e questa volta una mano si posò bruscamente sul suo braccio, e lo scosse. Allora sveglio del tutto a quel tocco, comprese. Erano i briganti che gli stavano davanti, uno dei quali teneva in mano una lanterna. Ubbidì senza aver fiato di dire una parola, assalito da un altro terrore: n'era certo, venivano per ammazzarlo: pensò alla famiglia, raccomandò l'anima a Dio, e aspettò con quella rassegnazione di chi, fra tanti pericoli, abbia avuto il tempo di assuefarsi all'idea della morte.

Lo bendarono, gli misero il cappotto, in mano un capo della corda ch'avevano portata, raccomandandogli di tenervisi come guida per camminare, un di loro terrebbe l'altro capo.

- Andiamo, disse l'istessa voce. E si mossero.

Dunque dacchè lo menavano via, non volevano ammazzarlo, era chiaro: l'ammazzerebbero fuori, in qualche punto remoto per risparmiarsi la fatica di trasportarvelo cadavere. E il povero don Bastiano, fatto questo pensiero si sforzò d'andar loro dietro alla meglio. Così vennero su nella stanzaccia. Mastro Vanni andò ad origliare all'uscio, l'aprì, sporse il capo fuori, tornò a dire che tutto era tranquillo. Sciaverio avanti, tenendo sempre un capo della corda; il ricattato dietro, tenendo l'altro; ultimo mastro Pasquale; chi più chi meno trepidanti, uscirono dalla torre e si messero nella via, tra 'l vento, e l'acqua che or li sferzava da un lato or dall'altro.

Gira, rigira, inciampa, scivola, dopo tre ore di faticoso cammino per viottole alpestri, infossate e sassose, si fermarono finalmente: e l'infelice perduto per l'indugio la calma e la rassegnazione; sballottato dalla speranza alla disperazione; dal dubbio alla certezza, dall'angoscia più orribile ad una calma passeggiera: credè arrivato l'ultimo suo momento.

In quel buio d'inferno, tra gli urli degli elementi scatenati, gli si presentò sinistro ed orribile: e sentì scolorarsi il viso, mancarsi le forze.

Gli levarono il cappotto, gli levarono la benda, e la solita voce cupa, questa volta minacciosa, gli disse:

- Questo è lo stradale che conduce al vostro paese: andate avanti, senza voltarvi, se no siete morto.

Don Bastiano in prima non comprese: però subito dopo gli s'affacciò il pensiero che se lo mandavan via, volevano liberarlo. Sentì rinascersi, sentì allargarsi il cuore.... non gli pareva vero d'essersela cavata finalmente.... libero.... libero.... davanti a lui l'esistenza che aveva tanto rimpianto.... Non pensò che quella gente gli aveva fatto passare brutti momenti, non che gli aveva estorto una grossa somma provò una viva riconoscenza per loro, e un bisogno strapotente di esternarla.

- Grazie, disse; signori miei, gra....

Ma la voce tagliò corto più minacciosa che mai, ordinandogli di far presto senza tante ciarle inutili. I due principianti, come si vede, non avevano per nulla la squisita gentilezza del maestro, vecchio all'arte, e di buona scuola. Don Bastiano non se lo fece dire due volte, e via svelto e forte come se non avesse durato alcuna fatica, respirando l'aria umida a pieni polmoni, punto molestato da quella pioggia ostinata, che gli batteva sul viso, e cominciava già ad annuvolarlo.

Albeggiava allorchè arrivò a casa bagnato sino alla camicia. Afferrò il martello del portone e picchiò a varie riprese. La gnora Santa che, già alzata, s'era messa allora a spazzar la casa, venne ad aprire la finestra e sporse il capo fuori. Ebbe a strabiliare.

- Don Bastiano!... esclamò picchiandosi il petto: Madre santa della Gibilmanna! Don Bastiano....

Si ritirò in fretta, corse all'uscio della camera del canonico, picchiò a buttarlo giù....

- È tornato il padrone, gridava quasi senza fiato, è tornato il padrone....

Corse all'uscio della camera di don Ciccio e di don Salvatore....

- È tornato il padrone.... è tornato il padrone.... Poi via a precipizio per le scale.

In men che non balena nella casa tutti furono svegli, e accorrevano mezzo vestiti.

- Dov'è.... dov'è....

Fu una vera festa, un'allegrezza grande; abbracci, baci, lagrime, domande mozze, risposte mozze, e nuove domande, e nuove risposte, ed esclamazioni d'orrore, di pietà, di gioia, di ringraziamento a Dio ed ai Santi protettori.... E dopo, questo tumultuoso sfogo di affetti, condussero il giovine nella camera della madre, preparandolo per via come meglio poterono a quella vista, avendo fede ch'essa guarirebbe al vederselo davanti d'un tratto.

Nella stanza assettata ed estremamente pulita, dai vetri della finestra penetrava la luce scialba di quella mattina piovosa, a rendere più triste il quadro doloroso che si presentò agli occhi del ritornato. Nel letto di ferro sotto al gran crocefisso tra due reliquari a fili d'argento, sostenuta da un monte di cuscini, giaceva l'ammalata col viso e le mani scarne abbandonate, che parevano di cera. Aveva gli occhi chiusi: li aprì appena entrarono i figliuoli.

- Madre mia.... madre mia.... gridò don Bastiano correndo verso il letto. Ma si fermò sbigottito.

- È Bastiano: disse Annuccia che gli veniva dietro: mamma, è Bastiano, tornato finalmente....

La povera vecchia restò immobile, e non rispose: fissava i suoi figliuoli con gli occhi sbarrati nel volto pallido ed affilato.

Bastiano guardò come un trasognato la sorella, il canonico, gli altri fratelli già attorno al letto, muti e addolorati; il labbro gli fremeva per la commozione: poi nascose un tratto la faccia tra le mani, e diede in un pianto convulso.

 

 

XII.

 

Mastro Pasquale e il cugino Santo se ne stettero due settimane come volpi in sospetto. Il primo, a chi gli domandava dov'era stato, rispondeva, in Palermo a comprar coiame: il secondo nella Piana di Benfornello a badare le donne che raccoglievano le ulive; il su Francesco aveva voluto così. E si stringevano nelle spalle, come per scusarsi d'aver derogato alla sua condizione di maestro. Intanto osservavano, ascoltavano, mettevano una parolina qua e anche loro ne' vari discorsi che si andavan facendo, e già s'intende per sviare di più l'opinione pubblica, del resto sviata bastantemente. Mandarono proprio un respirone quando finalmente credettero di poter dormire tra due guanciali: in quella faccenda quanti nel paese erano in cattivo odore s'eran nominati, tranne loro due e compagnia bella. Porca cagna! come soleva esclamare il cugino Santo, dunque avevano ottenuto il loro scopo pienamente: centovent'onze in tasca, non più stenti, la possibilità di poter appagare i loro desideri: e imprudentemente cominciarono con rimpannucciarsi, e pagare i debiti.

Un bel giorno il calzolaio andò a trovare lo Zumboli: si comunicarono l'ultime osservazioni fatte, gli ultimi discorsi intesi, nessuno s'occupava più della cosa, non se ne parlava più. Allora presi da un'allegria pazza, si misero a ballare l'uno di faccia all'altro, accompagnandosi con la voce, facendo scoppietti con le dita a mo' di castagnette. Si fermarono allorchè ebbero sfogato un poco, e si guardarono.

Il calzolaio ammiccò furbescamente con certi movimenti del viso.

- Ho capito, disse il cugino Santo che non aveva capito affatto.

- È l'ora d'andare da quella carogna di mastro Cruciano, disse mastro Pasquale.

- Andiamo.

- Andiamo.

E ci andarono.

- Salutiamo mastro Cruciano, dissero i due farabutti a una bocca, postandosi sul piede destro con una mano al fianco e l'altra appoggiata sulla canna americana.

Il vecchio furbo, con un par d'occhiali sul naso legati dietro la nuca con una cordellina, era al pancone, nell'entrata della sua casetta, che gli serviva anche di bottega, tutto intento a combaciare le doghe d'un barile. Non alzò che gli occhi, e di su gli occhiali stette a guardare i due cugini, un po' cambiato nel volto.

- In che posso servirvi, domandò finalmente in tono agrodolce, a causa di compare Santo che aveva il vizio di cavar fuori il coltello anche per un nonnulla.

- Favorisci, rispose il Carrarella.

Il bottaio, sempre immobile con le doghe in mano, non disse verbo: guardò con la coda dell'occhio mastro Santo, che lo fissava con l'aria più mafiosesca che mai, ed aspettò. Il cuore gli batteva un pochino.

- Mastro Cruciano.... riprese un momento dopo il calzolaio alzando il capo come se si risolvesse a un tratto, vi ricordate di quel giorno che vi fermai nello stradale per.... per farvi un certo discorso?

- Che discorso, disse il vecchio.

- Fate lo gnorri?

Mastro Cruciano non rispose.

- Mi spiegherò meglio.... Vi ricordate di quel giorno che vi fermai nello stradale, per domandarvi in moglie vostra figlia?

li bottaio diventò livido, tanto era la bile. Ah, sangue.... avrebbe fatto uno sproposito avrebbe fatto, se quella carogna non avesse avuto la scaltrezza di condurre con il mafioso! Ma.... Flemma.... flemma.... disse fra di : flemma, mastro Cruciano.... Questo giovinastro è un di quelli che amano di venir subito alle brutte anche senz'un ombra di perchè, e tu non devi comprometterti....

E si contentò d'accennar di sì col capo.

- Vi ricordate quel che mi rispondeste?

Nuovo accenno col capo.

- Porta aperta a chi porta....

- E chi non porta parta.... Ebbene?

- Siete sempre dell'istesso parere?

- Più che mai.

- Oh! bene.... Dunque questa volta non parto.... perchè porto.

Il calzolaio avrebbe voluto godere un pochino ancora della sorpresa che, a un tratto, lesse nel viso del vecchio; ma si teneva a fatica, tanta era la voglia che aveva di spiattellar la cosa: sicchè seguitò quasi subito: - Sulla casa non c'è più ipoteca, sulla vigna neppure, ho qui vent'onze per le spese del matrimonio (e batteva nei taschini del panciotto nuovo) a casa una quarantina d'onze, che potremo impiegare in terre vicine al vostro fondo.

Al tintinnare dell'argento, le sopracciglia di mastro Cruciano s'erano distese come per incanto; a queste ultime parole cambiò faccia del tutto: i suoi occhietti grigi luccicaron di cupidigia, la sua bocca s'aprì a un sorriso di vecchia volpe. Gli venne sulla punta della lingua una domanda: O come avete fatto a far tutti questi danari in così poco tempo? Ma poi pensò che non gli apparteneva d'immischiarsi nei fatti altrui: dacchè i danari c'erano il giovine era il benvenuto: non avrebbe sperato mai un tal partito per sua figlia.

- Dite davvero? domandò tuttavia con un resto di dubbio.

Mastro Pasquale mise il pollice nel giro del panciotto nuovo, e rispose pavoneggiandosi:

- Vedrete non solo, ma toccherete anche con mano. Ci trovate a ridire?

- Oh, no.

- Dunque?...

- Ebbene.... se mia figlia vi vuole ancora.... questa volta troverete la porta aperta, disse il vecchio ridendo. E posò le doghe.

- Questo è parlare approvò il cugino Santo. E messa la canna americana sotto il braccio, cavò fuori la scatola, vi battè da un lato con le due dita, l'aprì e offrì tabacco al bottaio.

In questa su per le scale s'udì un rapido fruscio sottane, e mastro Pasquale guardò da quella parte vivamente.

Quella furbacchiotta di Carmela certo stava in ascolto.

L'indomani sera mastro Pasquale Carrarella trovava la porta aperta, e accompagnato dal cugino Santo, entrava in casa del bottaio come promesso della bella Carmela.

Quella notte Santo non potè dormire: dalla sposa aveva bevuto molto: riscaldato dal vino, riscaldato dall'occhiate di fuoco, che la grossa ragazza dava continuamente allo sposo, e dalle allusioni licenziose del bottaio che amava di scherzare, e dai discorsi che gli aveva fatto poi il cugino Pasquale vagando per le vie sino a notte avanzata, giurò in cuor suo che avrebbe preso moglie anche lui.

E senza metter tempo in mezzo, entrò in caccia. Conosceva le donne il degno compare, era persuaso che un po' di lusso non ha mica i bachi per attirare la loro attenzione, farsi notare, ed esserne amato poi con un po' di buona volontà. E si messe a fare sfoggi. Ordinò un bell'abito di panno lustro.... oh, non c'era donna che doveva resistere a quell'abito di panno lustro! si fece portare da Palermo un cappello di feltro nero, e una cravatta di seta verde: cambiò con veri anelli gli anelli di similoro, comprò un orologio d'argento, una catenella d'argento, a collana, che, girando e rigirando per gli occhielli del panciotto, andava a finire nel taschino sinistro. Ora lui, appena uno domandasse che ora era, cavava subito fuori il piccolo orologio d'argento, e facendo schizzar la saliva e indugiando acciò la gente potesse avere il tempo di ammirarlo, parlava di tre e di quattro.... Insomma era diventato proprio un bel maestro risplendente d'oro e d'argento. Porca cagna? non li risparmiava, no, i denari del povero don Bastiano, il galantuomo, sicchè le ragazze da marito cominciarono a mangiarselo con gli occhi.

Ma se lo mangiava anche con gli occhi il sor maresciallo dei carabinieri, un surnione che la sapeva lunga con que' baffacci pendenti nel volto color di zafferano, e gli occhi di coccodrillo che pareva volessero entrarti a forza nell'anima. E il peggio era che il bel cacciatore di mogli non se n'accorgeva punto. Egli era troppo occupato a dondolarsi sulla vita lungo le strade, facendo gli occhi dolci a ogni bertuccia che vedesse alla finestra.

- Costui è stato sempre uno spiantato, un fannullone, ladro ed attaccabrighe.... un pessimo soggetto insomma, che il mio predecessore mi raccomandò caldamente.... Fa tutti questi sfoggi.... Vediamo. Fu allogato nella Piana di Benfornello, almeno si dice; stette assente una diecina di giorni.... Cosa gli potevano dare? due lire al giorno tutt'al più.... via mettiamo tre.... doveva mangiare, eh: dunque non ha potuto mettere da parte che una ventina di lire. Venti lire gli dev'essere costato il solo orologio. Credito? umh, chi gli deve far credito? Bara alle carte? no; io so che non gioca da molto tempo.... Da dove li prende dunque i danari?...

Queste cose ruminava senza posa il maresciallo, e ne perdeva il sonno delle notti.

E una mattina svegliatosi, a mente fresca ebbe una strana idea: Che avesse avuto parte nel sequestro Savarella?

Fu come una pulce nell'orecchio. Poteva darsi; così sì spiegava la fonte di quella galanteria; l'amicone, del resto, era capace di questo ed altro. Nel dubbio poi non c'era da esitare: lo si doveva arrestare, salvo poi a rilasciarlo se fosse innocente. Ma bisognava andare adagino nel tender la rete, e con tutta la massima oculatezza: il malandrino doveva avere de' compagni che prenderebbero il volo senza meno a metterli in sospetto....

E ci studiò tanto che una notte potè ammanettarlo senza farlo strillare, senza che se ne fosse accorto neanche una mosca.

Due ore prima d'aggiornare, un contadino che passava dalla caserma; sentì nel silenzio della notte dei gemiti cupi e cavernosi: «Ahi... Aaahi....» poi come un rantolo: «Ooh.... m'ammazzate

Affrettò il passo, con i capelli irti dallo spavento.

 

 

XIII.

 

- Assira vitti a Fillari!

Mastro Pasquale, accompagnandosi con la chitarra, cominciò quel recitativo di sua invenzione, mentre lanciava un'occhiata assassina alla bella Carmela.

La grossa ragazza, seduta tra due amiche con le mani nelle mani di essa, comprese, e fece il viso rosso per il piacere d'esser Filari.

La mamma, una grassona ancora appariscente che cuciva seduta vicino al lume, alzò la faccia e sorrise al futuro genero, e dette uno sguardo tenero alla figliola, contenta anch'essa che la sua Carmela fosse Fillari.

Le due amiche guardavano a bocca aperta, ascoltando con grande aspettazione. Desideravano da molto tempo di sentir cantare mastro Pasquale di cui in paese si diceva mirabilia, e la fanciulla, per contentarle, l'aveva pregato di venire quella sera con la chitarra.

- Quant'era bella.... quant'era sciacquata.... quant'era graziosa..... era un fiore di qualità! seguitava Carrarella grottescamente sdolcinato.

A un tratto si fece serio, protese il capo, e fissando sempre la ragazza, scappò fuori con un grande accordo, e con una esplosione di voce appassionata:

 

Sugno na navi misira....

 

Cominciava l'aria; e l'accompagnamento si fece d'un fantastico patetico che scosse dolcemente le donne: le dita del maestro pizzicavano le corde con un'agilità straordinaria. Aveva il viso paonazzo, gli occhi che pareva volessero schizzargli dall'orbite, tanta era l'espressione che ci metteva in quell'aria.

 

Sugno na navi misira,

Ridutta senza vili;

Vorrei di nuovofragarimi

Pri tia donna crodili.

 

Carmela, benchè la parola fosse stranamente storpiata, comprese che l'amante voleva naufragarsi per lei, e ne provò un sussulto nelle viscere, stavano per spuntarle le lacrime. Via, non si dice a quel modo che uno vuol naufragarsi, per poi non farlo se mai venisse il caso!

 

Vorrei di nuovofragarimi

 

aveva ripreso l'amante col ritornello,

 

Pri tia donna crodili.

 

In quella s'udì un gran picchio all'uscio.

- Chi è? domandò la moglie del bottaio voltandosi.

- La forza, fu risposto, come ne' melodrammi, da una voce beffarda.

Tutti si guardarono in viso; e il promesso sposo diventò bianco come un panno lavato. I picchi seguitavano.

- Vengo, vengo, gridò la moglie del bottaio: e si alzò, e andò ad aprire.

Era il maresciallo con due carabinieri.

- Bravo!... bravo! disse il burlone entrando: e faceva l'atto di battere le mani, volto al promesso sposo cui eran cadute le braccia e la chitarra.

Voi cantate come un usignuolo! Oh, benedetto! ma io vi voglio alla caserma, voglio che mi facciate un po' divertire i miei carabinieri che s'annoiano maledettamente senza far nulla.... Via, perchè avete lasciato cadere la chitarra!

Mastro Pasquale aveva compreso, e si vide perduto. Cercò di prendere una risoluzione: la porta era guardata da due omaccioni colossali, che avrebbero levata ogni voglia di resistenza al solo vederli con que' baffacci alla Vittorio Emanuele; restava la finestra.... non era tanto alta... un colpo di pistola al maresciallo e profittando dello scompiglio che avrebbe messo la sua morte, si sarebbe potuto.... ma era poi certo che sotto la finestra non ci fosse nessuno?... Nell'incertezza bisognava tentare: perso per perso....

Questi pensieri passarono per la mente del maestro in men che non si dice: egli portò macchinalmente la mano alla tasca interna della bonaca. Ma il sor maresciallo, pur motteggiando, non lo lasciava con que' suoi occhiacci da coccodrillo: s'accorse dell'atto, comprese l'intenzione, e in un baleno gli saltò addosso come un gatto tigre, lo ghermì per il colletto, e con l'altra mano l'ebbe presto disarmato.

- Resistenza alla forza.... diceva con i denti stretti, resistenza alla forza! provati brutto muso di rospo.... In nome del re e della legge sei in arresto!

E lo trascinava verso l'uscio.

Le due amiche che avevano guardata questa scena come tante statue, si misero a strillare; la sposa credè giusto di svenire; e la mamma dimenticando che il calzolaio gli aveva fatto gustare il piacere di vedere la sua Carmela mutata in Fillari, lo rinnegava.

- Boia!... boia!... gli urlava dietro: m'ha assassinata una gioia di figliola!... Signor maresciallo, noi non ne sapevamo niente che costui fosse un birbante: Maria santissima! no, davvero....

- Sono un galantuomo! strillava intanto il ghermito, ripreso un poco d'animo. Perchè m'arrestate! lasciatemi andare, certo ci dev'essere sbaglio.... Volete tacere, brutta strega! (e si voltava, a far gli occhiacci alla moglie del bottaio). Lasciatemi andare.... io sono un galantuomo!...

- Cammina, cammina galantuomo.... rispondeva il maresciallo trascinandolo sempre.

E giù per la scala, nell'entrata, fuori nella via, la moglie del bottaio e le due amiche, affaccendate attorno alla grossa ragazza che ora metteva qualche sospiro, intesero ancora questo grido:

Sono un galantuomo.... sono un galantuomo....

 

 

XIV.

 

L'arrestarono tutti quanti, e gli fecero la causa: chi fu condannato a dieci anni, chi a venti, chi ai lavori forzati a vita....

Finisce sempre così a quella gente!

 

 

Fine.

 

 

 

 



 





p. -
53 Sale comuni dei detenuti.



54 Nell'originale "usto". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



55 Specie di sgabello fatto con ferule.



56 Nell'originale "occio". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



57 Nell'originale "sapare". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



58 Nell'originale "vero". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



59 Nell'originale "ch'è", [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



60 Nell'originale "si qui". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



61 Nell'originale "tovaliolo". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



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