Alfredo Oriani
Gelosia

VI

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VI

 

Era passato più di un anno.

Mario seduto allo scrittoio nel piccolo stanzino, che gli serviva da studio di procuratore, aveva abbandonato il capo sulle mani, rileggendo macchinalmente una lettera ricevuta poco prima. Lo stanzino dava sopra un cortiletto umido e buio, dal quale prendeva una luce molto triste; aveva pochi mobili, lo scrittoio nuovo in noce, due vecchi scaffali, un piccolo sofà ricoperto di un drappo verde, e qualche sedia di paglia. Benché fuori la giornata primaverile sfolgorasse di sole, dentro durava ancora il freddo dell’inverno.

Da molto tempo egli vi passava pressoché tutto il giorno aspettando qualche raro cliente, o leggendo i giornali, ma per lo più non faceva nulla di nulla. Qualche volta un amico veniva a trovarlo, e se ne andava subito, impaziente della tetraggine del luogo, senza che egli cercasse di trattenerlo.

Dopo la rottura coll’Annetta, Mario non aveva più osato presentarsi all’avvocato; anzi sulle prime temeva che ella in un impeto di pazzo dispetto potesse raccontare quella scena, torcendola naturalmente a proprio favore. Invece l’Annetta aveva pianto lungamente, poi si era sentita come liberata da un gran peso. Egli aveva mandato da Firenze le proprie dimissioni, ma troppo corto a quattrini per intraprendere un viaggio di qualche mese, era ritornato poco dopo ad affrontare la curiosità degli amici, meravigliati di quella sua brusca risoluzione. L’avvocato, incontrandolo, si limitò appena a salutarlo, e disse ironicamente che Mario doveva averlo creduto uno dei signori Bruschi; la gente ne rise, poi dimenticò. Ma quando Mario prese quello stanzino, per aprirvi lo studio di procuratore, ricominciarono le beffe. L’avvocato Gelli, che aveva ottenuto in quei giorni la mano della Giulia, fu crudele con lui al caffè. Mario,già sfiduciato della prova prima ancora di mettervisi, non seppe rispondere; quindi ricusò una causa contro l’avvocato Filippo, e un’altra volta, poco appresso, fu schiacciato dal medesimo Gelli in una discussione davanti al pretore.

Si sentiva giudicato.

Allora la sua tristezza, per una suprema reazione, si fece iraconda così che gli ultimi scarsi amici finirono per cansarlo, mentre in casa la signora Orsolina non usciva da quello sprezzante mutismo se non per dirgli come in cucina mancasse questo o quell’altro, ed ella non avesse danari per comprarlo. Sciaguratamente nemmeno lui ne aveva. I primi clienti lo pagavano poco o punto; egli volle citarne qualcuno, e perdette così la simpatia del pubblico, tanto indispensabile ai principianti.

In quelle prime necessità di guidare da solo una causa gli era già venuta meno la stima di se stesso, accorgendosi come tutto quanto gli pareva di sapere fossero suggerimenti dell'avvocato, spesso dati in conversazione, quando non lo consultava direttamente, ma che gli illuminavano sicuramente la strada, spazzandone ogni problema falso od inutile. Perfino il vecchio Andrea in quello studio, a forza di copiare conclusionali e di ascoltare discorsi giuridici, aveva finito coll'intendersene, e talvolta l'aveva consigliato.

Ma ora sarebbe stato impossibile ricorrervi. Poi una volta aveva dovuto incontrarsi coll'avvocato; Mario impacciato non sapeva che dire; l'altro invece fu terribile di affabilità:

«Fate benissimo a piantarvi da procuratore, perché spesso vi si guadagna meglio che a far l'avvocato, e con minor fatica. Se per caso aveste bisogno di me, ricordatevi, caro Mario, che vi ho sempre voluto bene. Naturalmente dovrò anch'io ricorrere a voi come procuratore. Siamo intesi, Mario; m'aspettano dal conte Giglioli. Tornate dunque a trovarci, la Gigina vi salterà al collo; cresce a vista d'occhio

Mario si era sentito stringere alla gola dinanzi a quell'uomo così forte e così buono, da lui ingannato senza rimorsi, e che seguitava ad essere felice tra la moglie e la figlia in una armonia inalterabile di amore. Quel giorno non poté nemmeno tornare allo studio. Passò cinque o sei volte sotto le finestre dell' Annetta nella confusa speranza che, scorgendolo, qualche scintilla rimasta in fondo al cuore le si riaccendesse improvvisamente; ma non la vide. Invece s'imbatté nella Gina sola, vestita con un abito di casimiro grigio, con un velo sulla testa elegantemente rialzato agli orecchi da due spilloni di giavazzo.

La Gina gli sorrise amabilmente.

Allora egli diventò vile. Avrebbe voluto parlarle dell'Annetta e della Gigina, abbandonandosi magari a tutta una confessione per alleggerirsi il peso, sotto al quale soffocava giorno e notte. La Gina notò subito che era cambiato. Infatti Mario, un po' dimagrato, non aveva più la pelle così fresca, ma quell'aria melanconica, temprando la fatuità della sua bellezza, gli dava una espressione più signorile.

La Gina disse che andava a spasso.

«Siete libera oggi; e la padronaaggiunse con uno sforzo.

«È in visita dalla contessa Giglioli

Intanto si erano accompagnati. Ella aveva tutte le distinzioni di una dama, senza il più piccolo imbarazzo, dominando la confusione, che gli indovinava nell'animo. Prima che Mario se ne accorgesse, la Gina svoltò a due strade entrando in quella del suo studio. Quando vi furono presso:

«È qui?» domandò.

«Un buco!» egli rispose con amarezza sprezzante.

«Si comincia sempre da poco.»

Non era mai stata così amabile. Mario, colpito dal suono quasi dolce della sua voce, le alzò gli occhi in viso con una certa meraviglia, ricordandosi tutte le sue passate malignità; ma la Gina aveva un'aria candida, che ispirava confidenza. Si era arrestata con tanta disinvoltura, e rimaneva ferma, quasi sull'uscio, che dovette per forza dirle:

«Volete entrare

«Ma sì, vediamo

Quando la Gina fu dentro, se ne mostrò subito soddisfatta; sedettero sul divano, l'uscio era rimasto socchiuso.

«Lei lavora sempre qui?»

«Non molto, non è come nello studio dell'avvocato, che vi piovono le cause

«Certamente l'avvocato ha un gran nome: adesso poi, che lo faranno deputato, crescerà ancora d'importanza

«Andrete a Roma anche voi con loro?»

«Forse.»

Ella gli sorrideva sempre, guardandolo negli occhi bianchi in una maniera particolare. Mario sentì l'amabilità della sua intenzione, e credette che adesso, vedendolo così rovinato, non lo invidiasse più come prima. Le donne hanno spesso di questi bruschi mutamenti.

«Perché dite forse? La signora Annetta accompagnerà senza dubbio l'avvocato, non fosse che per divertirsi a Roma: nella capitale una bella signora, giovane, ha tutte le occasioni per farlo. Poi difficilmente si è scoperti» aggiunse con malignità dolorosa.

«Talora la cosa riesce egualmente bene anche in una piccola città come la nostra; ma non può durare molto.»

Erano arrivati al tema. Mario aveva il cuore così grosso che stava per dire qualche imprudenza, ma l'altra non gliene lasciò il tempo. «Già, certe cose non debbono durar molto, perché non dovrebbero nemmeno accadere: ma quando si è giovane...»

«Lo siete voi pure

«Lo sono e non lo sono; nella mia posizione non vi è gioventù. Se fossi nata serva, potrei compiacermi dei miei ventidue anni, ma siccome non lo son nata, i miei ventidue anni contano doppio. Bisogna essere liberi per divertirsi: invece, quando si servono gli altri, e non si vuole accrescere il peso delle proprie umiliazioni, bisogna fingere di non avere né sensianima. Si vede, si capisce, talvolta si capisce anche che un altro s'inganna, ma non glielo si può dire. D'altronde chi crederebbe ad una serva? Tutto sembra malignità in noi.» E si portò la mano alla fronte con un gesto elegante, quasi per scacciarne un pensiero doloroso. Mario sospirò.

«È facile ingannarsi, avete ragione, specialmente quando v'ingannano

«Eppure, signor Mario, a me pare, che debba essere più doloroso ingannarsi che essere ingannati. Per esempio scoprire che l'amante vi tradisce, quando già vi siete accorti che il suo cuore c'entrava troppo poco nell'amore, non dovrebbe essere un gran dispiacere a paragone dell'aver stimato ed amato una persona, che improvvisamente se ne scopre indegna. Ma il mondo è fatto così, si crede alle apparenze, soprattutto se son belle

«Però le donne non soffrono mai dei tradimenti, che fanno.»

«È sempre il cuore a soffrire; non basta essere signora per averne.»

L'allusione era così trasparente che Mario si scosse:

«Esse ne hanno forse meno delle altre.»

«Eppure tutti le corteggiano, anche se non sono belle. Sarà forse per la vanità, io non posso saperlo, perché non sono più una signora; se lo fossi rimasta, e un uomo mi avesse fatta la corte, mi pare che ne avrei indovinato il perché. Invece le donne, che non hanno il tempo di civettare come le signore, e innamorandosi ci mettono tutte se stesse, non sono mai credute dai signori: anche questo sarà forse per la vanità. Credono che esse lo facciano per la speranza di mutar condizione

«Infatti lo si vede spesso» ribatté con una ingenuità, che in quel momento diventava ingiuriosa; ma la Gina non s'ingannò sul tono di quelle parole, e proseguì niente offesa:

«Sarà benissimo, ma un uomo deve avere ben poca stima di se stesso per non credere di potere essere amato sinceramente

Questa volta Mario comprese. Fu una rivelazione, che illuminò tutto il passato, il contegno sempre serio della Gina, gli ostacoli che ella cercava di mettere ai suoi convegni coll'Annetta, le allusioni maligne, certamente gelose, colle quali lo pungeva sempre nel momento più opportuno e sul punto più delicato. Ma invece di inorgoglirlo, questo piccolo trionfo gli fece più melanconicamente sentire l'abbandono di quell'altra; tuttavia sorrise.

«Come sta la signora Orsolina?» ella chiese, mutando tono colla confidenza di una amica.

«Così così.»

La Gina avrebbe voluto che le dicesse di andarla a trovare. Quella conversazione durava da un'ora senza che nessuno dei due avesse mostrato il minimo turbamento; poi intesero dei passi e delle voci nell'andito, sul quale dava l'uscio, e Mario andò a chiuderlo come avrebbe fatto in un consulto legale. Sulla faccia della Gina passò una nube.

«Mi dispiace che non ho nulla da offrirvi» egli disse, rimettendosi a sedere.

«Non ci pensi

«Come sta la Gigina

«Bene» rispose seccamente.

Tacquero, poi la Gina rispose:

«Sa la notizia? lo diceva stamane il signor Filippo: pare che il matrimonio della signorina Bruschi coll'avvocato Gelli vada a monte

Mario alzò sprezzantemente le spalle.

«A lei non è mai piaciuta quella ragazza

«No. Gelli la sposa per la dote: è una vigliaccheria

«Allora si riaccomoderanno; ma gli saprà salata quella dote, dovendo andare a vivere in casa con la signora Berta e il signor Cesare. Egli non voleva saperne

«Lo conosco Gelli, cederà. Con tutto l'ingegno, che gli attribuiscono, farà un cattivo affare. Val meglio guadagnarli colla professione, magari in vent'anni, quei centomila franchi, che diventare il domestico di quei due mercanti arricchiti

La Gina ebbe un lampo di gioia negli occhi.

«Centomila franchi si hanno da guadagnare in meno di vent'anni colla professione dell'avvocato o del procuratore. Un uomo, che non avesse altri pensieri, sicuro di essere amato nella propria famiglia con una donna intelligente che lo aiutasse, dovrebbe fare più presto. Ma la signorina Bruschi non capisce nulla, io stessa le ho dovuto correggere una lettera in francese

«Tu sai il francese

«Un pochino, me lo ha insegnato la povera mamma

«Non lo avevi mai detto

«Perché dirlo finché sono una serva

Ella si alzò, si mosse disinvolta per lo studio, come una signora in visita, esaminando lo scrittoio con una impertinenza elegante.

«Si può guardare nelle sue carte, signor Mario? Non vi saranno bigliettini di signore

«Non ho più amanti

«Davvero! un bel giovine come lei?»

Egli ebbe un gesto di scoraggiamento.

«Non piglierà nemmeno mai moglie

«Non sono ricco: le donne oggi guardano prima alla posizione di un uomo

«Ma sono anche capaci di fargliene una» rispose piccata.

«Chiacchiere! ci vuole altro oggi a farsi una posizione! prima di avere una clientela si diventa vecchi, e allora non ne vale più la pena; uno scapolo invece ne ha sempre abbastanza

«Anche della mia visita, signor Mario

Ella guardò l'orologio, si strinse con un gesto vezzoso la cintura sui fianchi, e gli stese la mano salutandolo; ma era tornata fredda e impenetrabile come quando la vedeva presso la signora Annetta.

Capì di averla offesa con quelle ultime parole, e forse più con la mancanza di ogni tentativo galante. Ella uscì ripetendogli quasi imperiosamente:

«Resti, resti pure

Quando fu solo, si sentì il cuore più grosso di prima; non aveva potuto parlare dell'Annetta, e aveva compreso che la Gina, sapendolo così avvilito, si era lusingata di poterlo sposare. Un'onda di amarezza gli salì alla gola.

Ecco quanto gli restava! Si gettò bocconi sul divano, mordendone il drappo per soffocare i singulti, perché oramai si vergognava di piangere sempre come un fanciullo per quell'abbandono di una donna, che avrebbe dovuto abbandonare in tempo secondo i consigli della mamma. Ma non lo aveva potuto. Anche allora provava i morsi acuti della gelosia come il primo giorno. Non lo avrebbe confessato ad alcuno, ma tutte le notti prima di andare a letto passava e ripassava pel corso sotto le sue finestre, incantandosi dolorosamente nel loro lume, cacciandosi quasi dentro il segreto delle loro tenebre cogli occhi dilatati e veggenti, mentre tutte le ricordanze lo riassalivano in tumulto febbrile fra i sogni più pazzi di vendetta e di riconciliazione. Talvolta pauroso della gente, che avrebbe potuto sospettare della sua fantasticheria nello scorgerlo fermo sotto quelle finestre, si nascondeva nell'ombra di una porta; poi tornava a contemplarle con una voglia delirante di urlare e di chiamarla per nome. Vi passava anche di giorno, sbirciando da lungi e rivolgendo il capo appena era trascorso; vi ritornava in compagnia, senza alcun bisogno, o giovandosi dei più lontani pretesti. Ella generalmente si ritirava al vederlo, ma invece per strada rispondeva con affabilità provocante al suo saluto affettuosamente rispettoso. Quindi sentendoselo dietro camminare sulle proprie orme, quasi tirato al fascino del suo profumo, dava al proprio portamento un'ondulazione anche più voluttuosa, senza mai torcere il capo, mettendo in ogni più piccolo gesto una grazia d'invito, sicura nella propria lentezza fra tutta la gente, che la guardava con ammirazione.

Quando invece dava la mano alla Gigina, erano continue soste e sorrisi e carezze, delle quali egli indovinava l'intenzione crudele. Qualche volta ella diceva persino parole a doppio senso, mentre la piccina, che si era già scordata di lui, gli era passata dinanzi senza salutarlo. Diventavano torture ineffabili, che gli ispiravano mille disegni di assassino, perché in quei momenti egli l'odiava, e non avrebbe voluto ad ogni costo soccombere sotto la sua superiorità di donna e di signora. Se non avesse temuto di sembrare pazzo, avrebbe gridato a squarciagola ch'egli era stato il suo amante e l'aveva tenuta sulle ginocchia nuda e fremente. Ma ella, indovinando quel martirio, raddoppiava le provocazioni, tanto che una volta egli aveva traversata la strada per passarle quasi addosso cogli occhi spiritati.

Ella ne aveva tremato per un istante; ma che cosa avrebbe egli mai potuto commettere per strada? L'Annetta lo conosceva troppo bene per avere paura; poi, dopo quella rottura, le poche chiacchiere sulla loro relazione erano cadute.

Invece egli fuggiva incontrando la Gina.

Ma la piaga gli si allargava nel cuore.

Come accade sempre alle passioni infelici, che per mantenersi una speranza cercano di giustificarsi dinanzi alla ragione, Mario si diceva che, essendo il padre vero della Gigina, aveva un diritto indiscutibile anche sulla madre. Le bizze, gli equivoci avrebbero finito col cessare, perché tutto cede davanti alla verità della natura. Era impossibile che anche nella coscienza dell'Annetta non si agitassero tali sentimenti. Quindi ritornava ai pensieri di vendetta; la più squisita sarebbe stata di rapire la Gigina, fuggendo in America. Egli se ne faceva un romanzo, lo divideva in capitoli, lo scandiva in scene, ne ripeteva a memoria i dialoghi nelle lunghe ore delle passeggiate solitarie, o nel silenzio dello studio, dentro quella luce di crepuscolo, nella quale i pensieri gli si abbuiavano e le passioni diventavano più livide. La stessa cupa concentrazione della signora Orsolina lo spingeva a tali risoluzioni immaginarie. La vecchia, dopo quel fallimento di tutta la sua vita, pareva divenuta insensibile; faceva quel po' di cucina, dava ancora regolarmente le biancherie di Mario alla lavandaia, ma non puliva più la casa, e quando non aveva più quattrini non ne chiedeva. Solamente il giorno dopo non allestiva il pranzo. Mario aveva dovuto finire col domandarglielo, ma egli medesimo si trovava spesso senza danari. Aveva già contratto qualche debito coi pochi amici, e alla nuova stagione, anziché rinnovare gli abiti secondo il solito, aveva ricusato diverse partite di piacere. La sua misantropia si abituava alle inutili occupazioni dei solitari. Restava spesso nello studio a riordinare carte senza valore, mutava le disposizioni dei libri negli scaffali, faceva lunghi conti aritmetici su patrimoni eventuali, scioglieva sciarade, o rileggeva vecchi romanzi, i più volgari e pieni di avventure. Ma non aveva resistito alla tentazione del teatro, per rivedere l'Annetta in palco e soffrire nel ricordo di quando si scambiavano occhiate d'intelligenza, e i sorrisi, che ella fingeva d'impartire ai visitatori, erano invece per lui senza che niuno se ne avvedesse. L'Annetta lo aveva visto subito, ma non gli aveva più badato per tutta la sera. Nel suo palchetto i visitatori facevano ressa, ridendo e pavoneggiandosi, sino a diventare quasi uno spettacolo nello spettacolo.

«Se non riesce lui, è una rocca imprendibile» disse a Mario un collega di foro, indicandogli un giovane capitano di artiglieria, bellissimo, che le faceva una corte assidua dalla barcaccia degli ufficiali.

Mario aveva avuto un malvagio sorriso.

«Non lo credi? Eppure non si è mai detto che abbia avuto amanti

«Se ne avesse avuto invece?»

«Chi?»

Mario non osò vantarsi per timore di non essere creduto; l’altro seguitò:

«Tu la dovresti conoscere bene: sentiamo, chi ha avuto? Nei tuoi piedi io mi sarei provato. Tieni! adesso guarda al capitano

Infatti era vero. Mario si voltò vivamente incrociando con lei un'occhiata, ma l'Annetta per fargli dispetto puntò il binocolo di madreperla sulla barcaccia degli ufficiali.

Nullameno Mario non credeva a quella civetteria. Odiava, disprezzava, ingiuriava segretamente l'Annetta, ma non ammetteva di aver successori. La sua gelosia allora sarebbe salita più alta nel martirio, perché almeno l'avvocato rappresentava il diritto della famiglia, davanti al quale l'amore doveva necessariamente piegare. Un altro amante invece sarebbe stato per lui la distruzione anche del passato; non avrebbe più potuto credere di essere stato amato e di lasciare in quella donna una traccia incancellabile.

Poi vennero le elezioni.

Il deputato uscente, Marchese Curci, dopo qualche armeggio si era ritirato, lasciando l'avvocato solo contro i radicali ancora senza campione e in preda a clamorosi dissensi per sceglierne uno nelle mediocrità del partito. Mario si lusingò, senza poterlo credere, che l'avvocato soccomberebbe, ma avendo scritto nella Gazzetta gli diventava impossibile combatterlo apertamente.

Quindi si trovava ad ogni passo fra contraddizioni pungenti; avrebbe voluto favorire i radicali, e non osava romperla colla Gazzetta, nella quale l'avvocato Gelli, moltiplicandosi, manteneva un vivo fuoco di moschetteria contro gli avversari. Questi rispondevano platealmente, perdendo terreno tutti i giorni. La causa della cartiera, essendo stata vinta anche in secondo grado, due ingegneri inglesi si occupavano già dei primi studi per il nuovo impianto, malgrado il ricorso pendente in Cassazione. Una corrente di simpatia sollevava alto l'avvocato, blandendo simultaneamente gli interessi e la vanità paesana; egli medesimo, uscendo dal lungo riserbo, aveva accettato francamente la battaglia, e nella Gazzetta rimbeccava gli attacchi, dirigendo l'opera dei ruoli del partito, la divisione dei più pugnaci elettori in manipoli per condurli alla conquista dei seggi elettorali, onde impedire il furto delle schede. Fra quella ressa di opinioni e di velleità pullulavano foglietti, le idee si sgretolavano in un turbine di parole, mentre al solito le convinzioni vacillavano, e la massa delle coscienze anodine si muoveva sotto la pressione del vento più forte.

A momenti Mario riacquistava importanza per l'intimità avuta coll'avvocato e la sua attuale indipendenza verso di lui; lo si interrogava, si credeva che egli avesse ricevuto confidenze, conoscesse secreti. Ammiratori fanatici dell'avvocato gli dicevano che aveva fatto male ad andarsene, perché sarebbe rimasto a rappresentarlo nello studio; laonde Mario si destreggiava affettando l'indifferenza in politica, ma anche la nota scettica era pericolosa in quel ribollimento di passioni. Nullameno riuscì a mantenersi fuori della mischia presso un gruppo di giovani radicali, la maggior parte studenti, che infervorati di rettorica socialista e sprezzanti dei vecchi residui repubblicani, vedevano nel trionfo dell'avvocato un'ultima ripresa del partito conservatore. Fra essi il nome della signora Annetta capitava travolto nella lordura del solito linguaggio giovanile, quando il vizio è ancora una bravata e la sguaiataggine della irriverenza pare audacia di ribellione. La signora Annetta era per loro la sola bella qualità dell'avvocato, e le avrebbero dato più che il voto. Molti si ostinavano a pretendere che non gli si fosse potuta mantenere fedele; allora le teoriche pessimiste sulla donna fioccavano, si cercava, si voleva trovare il ridicolo e il disonore contro di lui. Qualcuno disse a Mario che egli, volendo, avrebbe potuto conquistarla in quella lunga intimità; Mario lasciò dire, poi scherzò, accettò il sospetto, disdicendolo con malignità vanitosa e fingendo per lei un disprezzo, che solo in un amante di già ristufo sarebbe stato naturale. Ma quando Mario se ne andava, nessuno lo credeva più, per non riconoscergli una superiorità così invidiabile, anzi giudicavano con spietata severità quel suo gesuitismo. Non pertanto qualche cosa ne filtrò.

Un foglietto anonimo, con frasi ambigue, tentò di ferire l'avvocato nell'onore di marito; si comprese benissimo a chi altri andasse l'allusione, ma il disgusto e l'incredulità ne furono tali in paese, che l'Avanti! il giorno dopo in un articolo veemente stigmatizzava tutti gli scrittori di anonimi, pullulanti come una fungaia sopra il campo di battaglia a renderlo più lubrico pei combattenti. Mario, spaventato, dovette simulare al caffè la più profonda nausea per tali manovre.

Allora si isolò senza potersi sottrarre al rombo delle discussioni. Aveva deciso di non votare. Se ne avesse avuto il danaro, si sarebbe allontanato per un viaggio di qualche settimana; ma invece doveva assistere al trionfo del proprio avversario, che una volta aveva creduto vinto col frodargli la moglie, e che ora lo schiacciava dopo avergliela ritolta inconsapevolmente. Negli ultimi giorni la battaglia dei manifesti fu così ardente, che non resisté alla tentazione di mescolarvisi; tutti i muri n'erano tappezzati, la gente s'affollava a leggerli, rideva, vociava, le discussioni diventavano duelli. Una neutralità come quella di Mario doveva finire coll'offendere tutti; l'avvocato ne aveva discorso, riassumendosi in una parola:

«Ingrato

La notte delle elezioni, nel tripudio orgiaco dei caffè, mentre il doppio loggiato della piazza rigurgitava di gente, l'avvocato Gelli, trionfante quasi come l'eletto, s'imbatté in Mario uscito solamente allora di casa.

«Perché non hai votato

«lo non faccio della politica

Gelli aveva avuto un sorriso superbo, volgendosi un'occhiata intorno.

«Ti credevi dunque un letterato, scrivendo nella Gazzetta?»

Mario aveva impallidito, tutti lo guardavano con sorda ostilità aspettando la risposta, ma Gelli gli volse le spalle sprezzantemente. Il giorno dopo l'avvocato incontrando Mario non rispose al suo saluto.

Tutto gli precipitò intorno, una parte degli amici gli tenne il broncio, gli altri, che sperando dalla fortuna del nuovo deputato qualche vantaggio esageravano il proprio entusiasmo, furono anche più duri. Il foro della città, trionfante nella persona dell'avvocato, parve darsi l'intesa, e per quattro o cinque volte Mario trovò in pretura un accanimento che lo sopraffece. I suoi fiaschi furono commentati; finalmente l'avvocato Gelli in un articoletto di cronaca mise in ridicolo un brano di una sua difesa.

La posizione diventava insostenibile. Egli non osava quasi uscire di casa; per colmo d'imprudenza si accostò ai radicali, che lo compromisero senza sostenerlo. Ma dentro quel disastro morale s'inabissava una più tremenda rovina.

La mamma gli aveva detto che non avendo più danaro non farebbe più il pranzo.

«Ho finito i miei piccoli risparmi: pensaci tu

Egli tornò a fare qualche debito, ma doveva ricorrere agli strozzini, sopportando la tortura di tutti gli avvilimenti.

Un bel giorno seppe che l'avvocato era partito per Roma con tutta la famiglia. Se ne sentì sollevato, perché la loro presenza in città lo teneva sempre sospeso nel timore di un incontro. Adesso che erano lontani, la gente comincerebbe forse a scordarsi della sua condotta nelle elezioni, giacché al mondo tutto finisce col passare. Infatti, arrischiandosi per qualche minuto nel caffè, vi fu meglio accolto, ma l'ineleganza degli abiti gli attirò nuovi frizzi.

Gelli aveva sposato la Giulia, entrando nello studio dell'avvocato Filippo come socio. Tutti trionfavano intorno a Mario; a lui non rimaneva che il ricordo cinico ed altero di quell'adulterio lontano, nel quale li aveva tutti soverchiati d'un colpo. Nessun trionfo pareggiava il suo; egli teneva ancora in pugno la vita di quella famiglia, e poteva distruggerla con una sola parola, perché l'avvocato non resisterebbe ad una rivelazione, e scaccerebbe moglie e figlia. Quindi gli pareva di sentirsi a volta a volta nell'anima gli stessi fremiti voluttuosi, come quando, sicuro di un appuntamento coll'Annetta, si recava allo studio. Infamia per infamia, la vita era sempre la stessa commedia! Soccombere, ma non solo! Avere almeno la suprema voluttà di vedere lei sperduta, contraffatta dalla paura di un disastro irreparabile... e dopo, qualunque cosa accadesse gli parrebbe sopportabile. Ma questa effervescenza gli sbolliva presto nel freddo dell'ambiente, ove era costretto a passare tutte le ore. Invece ogni notte tornava sotto le finestre di quella casa abbandonata, perché l'avvocato Gelli vi lavorava solo di giorno. Era sempre la stessa, chiusa, muta, senza un segno che ricordasse i padroni assenti, un vaso di fiori al balcone, un nastro, un bioccolo sventolante da un ganghero, che nella leggerezza del volo o nel tremito di un colore gli parlasse dell'Annetta.

Egli si allontanava a testa bassa per ritornare daccapo coll'insistenza di una manomania ancora cosciente, contando a una a una le proprie disfatte coll'orgoglio malato di credersi il più infelice di tutti.

Forse neppure la Gina lo avrebbe più voluto per marito.

Talvolta si diceva persino di aver fatto male a non sposarla; in fin dei conti era nata di una famiglia superiore a quella dell' Annetta, e senza essere bella aveva un'aria più distinta e una più fine educazione. Con una simile donna, intelligente e piena di energia, forse non si troverebbe così prostrato; ella lo avrebbe diretto nella campagna contro l'avvocato, perché anche la Gina doveva soffrire tremendamente dell'esser serva, e odiava la signora Annetta. Adesso era tardi. A Roma, nella capitale, si mariterebbe o muterebbe padrone per entrare in qualche casa principesca.

Egli restava in fondo a quello stanzino freddo e buio, senza clienti, spesso senza sigari.

Le giornate succedevano alle giornate, inerti, tramontando nell'ombra di quel cortiletto, mentre fuori il sole era ancora vivido, come la sua gioventù tramontava prima del tempo, senza un fremito di gioia nel vespero, e nessuna riserva di calore per la notte. Era così. Non si vedeva più nessun avvenimento davanti, non aveva alcuno d'intorno. Colla mamma si detestavano, accusandosi reciprocamente in silenzio della stessa rovina: perché non aveva ella fatto a tempo quello scandalo contro l'Annetta per salvargli il matrimonio con la Giulia? A lei, madre, tutto era permesso. Perché aveva egli stupidamente perduto tutti i capitali, da lei a forza di risparmi e di sacrifici accumulati nella sua educazione, dietro una donna che, accettandolo senza amarlo, aveva profittato della sua gioventù come di un bel fiore?

Ora la vecchia soffriva forse più di lui, perché molti più erano i suoi anni travolti in tale catastrofe.

Finalmente, avendo letto in un giornale giuridico un annunzio di esami al posto di pretore, si ricordò di quel suo predecessore nello studio, entrato nella magistratura per fuggire dalla città dopo una delusione di amore. Quella mattina stessa aveva ricevuto la sua risposta desolante. La vita di pretore era un cumulo di miserie: la paga insufficiente per uno scapolo diventava derisoria per un ammogliato, giacché, computate tutte le ritenute, non ne rimanevano duecento lire al mese. Sul pretore si aggravavano i marescialli dei carabinieri con denunzie secrete se non condannava certa gente, i pubblici ministeri quasi sempre delegati di questura, i procuratori del Re, i giudici, i presidenti, tutti. Con poche righe, dentro le quali fremevano rimpianti inconsolabili, egli lo scongiurava a non cacciarsi per simile carriera: valeva meglio essere imputato che pretore.

Mario rileggeva forse per la decima volta quella lettera, senza essersi ancora deciso; ma una risoluzione era pure inevitabile. Si sarebbe volentieri consultato colla mamma, se avesse potuto sperare una risposta.

Uscì di casa. Pel corso s'incontrò col vecchio Andrea, che lo salutò freddamente al solito; ma in quel bisogno di parlare con qualcuno Mario gli si accompagnò. Il vecchio Andrea andava verso lo studio. Strada facendo Mario divenne così umile che l'altro lo guardò meravigliato. Non era più il bel giovane fatuo di una volta; pareva invecchiato in quegli abiti ineleganti, colla camicia tutt'altro che fresca e i capelli quasi arruffati.

Nullameno il vecchio Andrea rimase duro; si separarono prima di arrivare allo studio.

Allora Mario si mise a gironzolare per le strade, senza scopo, cedendo agli inviti del sole, perché non era uscito di casa da una settimana. Un altro gli diede la grande notizia: l'avvocato era tornato il giorno prima colla signora Annetta, e doveva partire la sera stessa, col treno delle otto per Roma, dopo un pranzo d'onore in casa Gelli. Questi li accompagnerebbe a Roma colla propria signora.

Erano già le due dopo mezzogiorno. Il pranzo annunziato per le cinque, si diceva di quaranta coperti; tutte le persone più importanti della città vi sarebbero.

Mario abbassò la testa. Vagò ancora per le vie a caso, sotto quel sole di maggio così allegro che le case stesse sembravano sorridere anche dinanzi a lui, diventato come uno di quegli sconosciuti, che girano il mondo. Una malinconia tenebrosa gli saliva dal cuore, velandogli gli occhi; camminava col passo lento dei vecchi, svoltando agli angoli quasi senza riconoscerli. Quando si trovò fuori di porta, respirò più liberamente. Tutta la campagna era in festa; nell'aria passavano canti e profumi, la polvere bianchiccia della strada si alzava in nebbia ad ogni alito di vento. Poi i ricordi lo riassalsero. Egli era andato altra volta sotto un sole anche più ardente alla villa, nella carrettella del fattore, pensando a lei che lo aspettava, e baciando la sua immagine nel pensiero. Poi era tornato con lei, per quella strada, toccandole coi piedi le scarpine sotto la veste; la vedeva ancora così bianca, coi capelli così biondi; coglieva il suo sorriso così rosso sui denti scintillanti come di salgemma. Allora era giovane, non pensava nulla, mentre adesso quei ricordi, lontani quanto quelli dell'infanzia, gli si confondevano nella mente con brandelli di romanzi letti e poi dimenticati. Egli non era più nulla. In quella campagna non conosceva alcuno, non aveva un cliente, negli interessi del quale fosse entrato o di cui potesse riconoscere il podere fra quel mare di verzura. Andava avanti nel paesaggio come una cosa. Eppure la vita era sempre ugualmente bella; egli solo non vi partecipava più, sopravvivendo alla propria gioventù, simile a una di quelle foglie secche, che l'inverno non aveva putrefatto e il vento si cacciava talora dinanzi per giuoco, sollevandole dal cavo di un fosso.

Era bastata una donna per inaridirlo. Poi i ricordi gli si facevano a mano a mano più chiari. Ella non era né molto bella, né molto buona, né molto cattiva; somigliava all'immensa maggioranza delle altre, gli aveva ceduto come lo aveva abbandonato, sotto la pressione del proprio egoismo senza uscire mai dalla cerchia sociale ove era stata collocata. Ma, più forte di lui, era ancora felice, in contatto con tutte le forze della vita. Doveva essere così; il torto era stato in lui di voler rimanere in un'altra famiglia, sempre allo stesso modo che vi era entrato, per una frode di amore. Se avesse sposato francamente la Giulia, ora sarebbe al posto di Gelli, forse ugualmente amato da entrambe; ma si era fidato sulla forza della passione contro tutte le necessità della natura e della società collegate a resisterle. Era stato uno sciocco.

La sua vita così sciupata doveva nullameno proseguire, perché gli restava la madre da mantenere, oltre se stesso; questo bisogno non ammettevareplicaindugio. Comunque l'avvocato e la signora Annetta s'innalzassero sopra di lui, egli doveva chiudere gli occhi, e cacciarsi per l'ultima stradicciuola ancora aperta verso i bassi fondi della magistratura.

Egli era un vinto come tutta la folla, che resta folla per non aver saputo trarre dalle forze della giovinezza la vittoria sulla vita; anch'egli non aveva saputo che sognare e godere momentaneamente, dimenticando che i giorni si tengono l'un l'altro, e che ogni giorno perduto è un soldato di meno nella battaglia. Ritornò indietro.

Si farebbe pretore, in un'altra città, per sottrarsi alle umiliazioni della propria decadenza. A trent'anni tutto non è ancora perduto.

Ma, appena dentro il corso, l'energia gli scemò. Per dare quell'esame dovrebbe rinfrescare tutti i propri studi, mentre non v'erano più che tre mesi utili per prepararsi. Gli mancavano molti libri. Come comprarli? A chi chiederli? L'avvocato li aveva tutti nella biblioteca, ma non oserebbe mai domandarglieli. Si fermò dinanzi allo studio; erano le tre e mezzo. Forse a quell'ora era chiuso, giacché l'avvocato e la signora Annetta dovevano essere in casa Gelli. Allora lo prese una voglia melanconica ed irresistibile di rivedere quello studio, nel quale si era così sfogliata la sua vita. Per non perdere il coraggio riflettendo, entrò, salì di corsa le scale; lo studio era aperto.

Il vecchio Andrea era al solito scrittoio, curvo sopra un foglio di carta da protocollo, colle fodere di mussola alle maniche del soprabito fin sul gomito.

Marco, l'altro scrivano, era morto.

La frescura della stanza fece rinvenire Mario. Si trasse quasi vergognosamente il cappello come un forestiero sgarbato, che se ne fosse scordato, e rimase dinanzi al vecchio Andrea senza saper che dire.

«Che cosa vuole?» questi gli chiese.

«Non c'è nessuno di rispose Mario con accento sbigottito.

«No, sono tutti in casa dell'avvocato Gelli

La porta dell'altra camera, la sua, era socchiusa; si vedeva il grande scaffale di mezzo.

Mario sempre col cappello in mano, malgrado gli inviti che l'altro gli faceva di rimetterselo, domandò se gli permetteva di entrare nello studio per consultare il Laurent, di cui aveva bisogno. Era un pretesto trovato per .

Andrea lo guardò sempre con la stessa aria severa di un giudice, che vede un colpevole umiliato sotto il peso delle proprie colpe, e gli rispose di accomodarsi pure.

Nulla era mutato nello studio. Mario si accostò al proprio scrittoio, riconobbe il calamaio, una cannetta, colla quale era solito a scrivere. Ma allora i ricordi gli si accavallarono sulla coscienza. La prima volta che la signora Annetta gli si era fermata dinanzi, guardandolo a quel modo, egli scriveva una citazione per un fitto non pagato; se ne ricordava ancora la somma. , su quella sedia, una volta si era seduto il conte Giglioli venuto a consultarlo in una assenza dell' avvocato. Un'altra volta erano quasi stati sorpresi dall'avvocato, mentre la baciava.

Non c'era tempo da perdere; Andrea poteva entrare nella stanza.

Sapeva che il Laurent era nel gabinetto verde. Adesso un ritratto della Gigina, grande al naturale, pendeva alla parete di contro all'altro della sua nonna, la mamma dell'avvocato. La piccina si era fatta anche più bella; sotto al ritratto c'era una data, 1890, 18 aprile, quella della sua nascita. L'aveva scritta la signora Annetta, facendo quel regalo al marito.

Mario non avrebbe mai un simile ritratto.

Tutte le energie stavano per abbandonarlo. Corse cogli occhi su tutti i volumi rilegati del Laurent, leggendo il loro numero progressivo senza sapere quale scegliere, perché non aveva niente da cercarvi; invece si accostò alla poltrona, sulla quale aveva la prima volta rovesciata l'Annetta col coraggio improvviso del desiderio, che si sente condiviso.

Per l'ultima volta vi si lasciò cadere, stringendosi il capo fra le mani. Se la porticina, che dava nell'appartamento, si fosse aperta per lasciar passare l'Annetta, felice, sorridente come un tempo, quando veniva ad abbracciarlo, tutto sarebbe stato ancora riparabile: almeno gli parve di pensarlo! Quella poltrona, complice muta della sua felicità passata, non tremerebbe più sotto il loro peso, come quella mattina che scivolando sulle rotelle, improvvisamente, li aveva fatti quasi cadere sul tappeto.

Ella si era rialzata ridendo come una pazza.

Mario vaneggiava. Gli pareva di sentire nel gabinetto l'odore di gelsomino, che essa si dava sovente ai capelli; ascoltava, quasi per distinguere nell'altra camera lo scricchiolio delle sue scarpine, che si avvicinassero. Poi tentò di reagire osservando, rovistando nello scrittoio. L'avvocato non l'occupava più tutto. Altre carte portavano la scrittura o il nome stampato di Gelli, v'era anche un secondo calamaio d'argento, molto più piccolo dell'altro in cristallo, di cui l'avvocato si serviva sempre. Mario era allo scaffale del Laurent. Macchinalmente tese la mano ad un volume, per averlo aperto dinanzi nel caso che entrasse il vecchio Andrea; ma non ne esaminò che la rilegatura. Egli non era riuscito nemmeno a comprarsi quell'opera in tutta la propria vita di procuratore.

Eppure sarebbe stato così felice a quel posto, su quella poltrona, che Gelli aveva saputo conquistare sposando la Giulia.

Il passo del vecchio Andrea gli fece aprire il volume.

«Sono le quattro: se lei ha bisogno di restare ancora, aspetterò

«No, no, grazie, Andrea» gli rispose colla voce d'altri tempi, come se il gabinetto l'avesse ritornato quello di una volta.

Chiuse il volume e, sforzandosi a rimetterlo a posto fra gli altri, che stipavano quello scompartimento dello scaffale, alzò gli occhi al ritratto della signora Luigia, la vecchia dalla fisonomia dura di contadina, che aveva saputo infondere nel figlio la costanza della propria razza di lavoratori.

Uscì dietro al vecchio Andrea; nel salutarlo gli tese la mano:

«Non vorrei...» balbettò.

«Stia sicuro, non dirò nulla a nessuno.»

Appena giù nella strada corse a nascondersi nel proprio stanzino. Per due o tre ore rimase meditando nell'ombra, che entrava sempre più densa dalla finestra del cortile, finché ne fu sommerso; si scordò persino che la mamma doveva aspettarlo al magro pranzo per le sei. Tutte le sue risoluzioni della giornata gli naufragavano daccapo in quella oscurità umida e buia di sepolcro; non pensava più, smarrito in una delle solite fantasticherie senza senso e senza memoria.

Un passo nell'andito lo riscosse. S'alzò, trovò nel buio il cappello sulla scrivania, ed uscì.

Voleva andare alla stazione per vedere passare il corteo. Tortuosamente, per evitare la piazza in quell'ora troppo piena di gente, giunse a Porta Vecchia, l'oltrepassò cansando il viale dei tigli, e proseguì al di del piazzale, che s'apriva all'ultima svolta di sinistra verso la stazione, sino alla sbarra della via provinciale. Di vedrebbe sfiancare le carrozze e passare il treno.

V'era poca gente.

Per ingannare il tempo si mise a passeggiare innanzi e indietro nell'ombra. La notte era tiepida.

La ferrovia, quando allungava lo sguardo per la sua linea, si perdeva lungi nell'invisibile e nel silenzio, mentre sotto la piccola tettoia della stazione i lumi fiammeggiavano, dandole quasi un'apparenza misteriosa con tutte quelle figure, che passavano e ripassavano talvolta con una lanterna nera nella mano, senza far nulla. La campagna dormiva nei propri odori.

Poi la gente cominciò a spesseggiare, dalla città venivano a frotte. Mario passò dall'altro lato della ferrovia per essere sicuro. Apparvero da lungi gli occhi rosseggianti di un treno, ma veniva da Ancona, e la gente cresceva sempre. Mario allungava ogni volta più la propria passeggiata, tenendo sul margine della strada e rivolgendo spesso il capo. Finalmente molte carrozze sboccarono da Porta Vecchia, quasi in gruppo; i loro fanali bianchi aprivano la notte con due larghi solchi luminosi. Erano essi. Non distinse alcuno, ma allo svolto del piazzale, sotto la luce del lampione d'angolo, gli parve di riconoscere la grande pariglia baia del conte Giglioli. Altri gruppi s'inoltravano a piedi verso la stazione, s'udivano voci allegre. Molti, forse i convitati di quel pranzo, erano in tuba.

Egli si era fermato guardando intensamente.

Era dunque un accompagnamento trionfale? Eppure l'avvocato non aveva ancora presentato alla camera che due interpellanze, quasi senza significato. Il cuore gli si restrinse: basta così poco nella vita per trionfare, e così poco anche per perdere! Il treno doveva tardare ancora un dieci minuti. Egli si era allontanato nuovamente, quando udendo la percossa della sbarra nel palo di chiusura, e lungi nella campagna i due fischi della locomotiva, ritornò quasi a corsa. Molta gente si era già addossata all'altra sbarra per veder passare il convoglio, forse colla sua stessa speranza di scorgervi l'avvocato, seduto in uno scompartimento di prima classe. Dal proprio canto era solo, poi sopravvenne un contadino con un orciuolo di latte in mano. Il treno era così lungo che la macchina arrivava coi fanali quasi ad illuminare la sbarra.

I minuti divennero eterni. Egli non poteva vedere attraverso la linea nera dei vagoni che cosa accadesse sotto la tettoia della stazione; il respiro mostruoso della macchina copriva ogni rumore, mentre il suo fumo saliva lentamente nell'aria perdendosi quasi subito. Mario si sentiva stillare dalla fronte un sudore freddo, con un freddo anche più grande nel cuore, come se gli si fosse improvvisamente vuotato di tutto.

Poi la campanella diede i soliti rintocchi, il cornetto del capo-treno le rispose con un lungo squillo nasale, e l'immane serpente nero si snodò nelle tenebre. I suoi occhi lampeggiavano di sangue, passò sbuffando lentamente, sonoramente; i vagoni sfilavano neri, chiusi sulle merci che li stipavano, allungandosi come un muro impenetrabile, finché balenò un primo finestrino illuminato.

Mario ebbe come la sensazione di uno schiaffo. Dai finestrini apparivano aspetti di camere fuggenti, alcune vuote e povere nella nudità del legno, s'intravedeva qualche fagotto; poi altre camere meno tristi, e fra esse tratto tratto un angolo di salotto, coi divani rossi ricoperti da larghi merletti bianchi, che l'ombra della notte inghiottiva istantaneamente, mentre un vento freddo, irrompendo da tutti quei finestrini, passava sulla fronte dei curiosi aggrappati alla sbarra con un senso istintivo d'abbandono.

Mario si volse, non rimanevano che quattro vagoni.

D'improvviso la vide in piedi, appoggiata con una mano bianca al ferro della rete rigonfia di valigie; notò che sorrideva a qualcuno seduto, mentre tutto il corpo le ondulava voluttuosamente alle scosse del vagone, e i capelli biondi, così presso alla vaschetta del fanale, le facevano un'aureola d'incendio al capo.

Il treno si allontanava dentro la notte profonda, verso Roma.

Mario traversò il binario a testa bassa per ritornare in città, solo.




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