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Nello Rosselli
Mazzini e Bakunin

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  • IV. Anni di crisi (1868-70)
    • 1. L'ambiente sociale nel 1868
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IV. Anni di crisi (1868-70)

1.

L'ambiente sociale nel 1868

 

 

 

 

 

Il 1868 è anno di miseria e di profondo malcontento per le classi lavoratrici italiane. La crisi economica che ormai da otto anni travaglia il paese e che la guerra del '66 e il corso forzoso decretato in quell'anno hanno notevolmente aggravata, si ripercuote disastrosamente su tutti i ceti, diminuendone le entrate e inasprendone i pesi. I vari ministeri che si sono succeduti al potere, tutti animati da una coraggiosa volontà di risanare il bilancio dello Stato e di promuovere la prosperità economica del paese, hanno perseguita e perseguono tuttavia una politica ferrea, antidemagogica, elevando gradatamente il tasso delle imposte, riducendo al minimo le spese superflue; hanno sfidato e sfidano l'impopolarità.

Nel '68 l'industria è in crisi, il paese subisce i danni del cattivo raccolto del '67, la svalutazione della moneta porta a un ristagno di tutti gli affari e intralcia il commercio d'importazione e di esportazione: i generi di prima necessità rincarano e mentre l'imposta sulla proprietà fondiaria sale al 16,25% e quella di ricchezza mobile stabilita nel '66 a un tasso dell'8% pesa insopportabilmente sul bilancio di tutti i salariati, i salari operai si mantengono a un livello bassissimo. In tutto il paese, tra gli operai e tra i contadini, serpeggia un pericoloso fermento che si manifesta con frequenti clamorose proteste e che si teme possa trascendere a qualcosa di molto grave.

Alla tassa di ricchezza mobile, che le classi lavoratrici si rifiutano di pagare, si aggiunge, sui primi dell'anno, la minaccia di una nuova imposta che graverà soprattutto sulla gente povera: quella sul macinato. Tra il gennaio e il marzo al Parlamento si discute sulla opportunità o meno di introdurla (ministro delle Finanze è il Cambray-Digny); i deputati di Sinistra si preoccupano delle conseguenze che essa potrebbe determinare, portando le grandi masse alla disperazione338. Crispi pronuncia parole minacciose nella seduta del 25 gennaio 1868: «Ci dite che noi vogliamo offendere l'ordine pubblico. Ma, signori, io condanno l'illegalità nel popolo come la condanno nel governo. Nondimeno io ho un'altra teoria, la quale non può disconoscersi in un paese libero. Quando il governo è uscito dalla legge, io riconosco nel popolo il diritto di resistenza»339. E il 18 marzo definisce il macinato come «un'imposta progressiva, non in proporzione della ricchezza, ma in proporzione della miseria. Essa colpisce il pane, l'alimento della vita. Ora, chi non sa che il pane entra per nove decimi nell'alimentazione del povero, e per un decimo solo o poco piú nella tavola del ricco... Il pane, o signori, è rincarato dopo il 1860 per le condizioni politiche e economiche dell'Italia; rincarato anche di piú dopo il 1866 per la carta moneta. Con la vostra legge diverrà una merce preziosa, difficile ad acquistarsi dal povero le cui risorse sono limitate»340.

I giornali democratici e i nuclei operai cercano di far pressione sulla Camera perché il progetto venga respinto. «L'imposta sul macinatoscrive "L'Avvenire dell'Operaio", Torino, 23 febbraio 1868rovinerà l'Italia, e potrebbe far nascere gravi disordini»341. Il Consiglio centrale delle società operaie italiane (ossia la Commissione permanente, eletta nel Congresso di Napoli) dirama nel marzo una circolare a tutte le società affiliate affermando che «questa tassa percuote non la fortuna proporzionata dei cittadini, bensí in modo progressivo la maggior fame del proletariato»; e propone di promuovere una protesta collettiva. «Lo Zenzero primo» (Firenze, 4 marzo), lancia un grido d'allarme: «Il popolo ha fame, il popolo langue per l'abbandono, per la miseria, per la mancanza di lavoro»342. La società torinese L'Avvenire dell'Operaio (fondata nel gennaio 1868 con l'intento di riunire in un solo fascio «una classe numerosa, sorgente della principale ricchezza della Nazione, la quale non conosce ancora abbastanza i grandi principî dell'associazione ed i mutamenti civili e politici»343, formula un indirizzo alla Camera (8 marzo 1868) nel quale avverte che la tassa «potrebbe anche bene servire di pretesto ai nemici della nostra unità, e specialmente ai principi spodestati per far nascere gravi disordini e mandare in rovina l'edificio italiano». E ancora «Lo Zenzero primo», il 10 marzo: «O pane o morte! – è sempre il grido straziante delle moltitudini... La rivoluzione sociale è sull'undici once per esplodere». E l'11 marzo: «Noi raccomanderemo sempre al popolo l'obbedienza alle leggi. Noi lo esortiamo a subire i sacrifizi che gli vengono imposti, piuttosto che compromettersi con sommovimenti condannati dal Codice penale. Ma al tempo stesso però diremo a quei che vogliono a tutti i costi la tassa sul macinato: Signori! guardate ove mettete i piedi... Badate che per mantenere l'ordine nella Sicilia e buona parte del Napoletano vi ci vuole un numero esorbitante di truppe... badate che la campagna brontola! e che vi sono sparsi in quella degli uomini che accarezzano il passato, i quali, volere o no, hanno presso i campagnoli, chi piú, chi meno, voce in capitolo e forse piú di quello che non crediamo».

Ma gli elementi responsabili della Sinistra, se pure indignati col governo monarchico, comprendono che eventuali moti di rivolta si risolveranno non a danno della monarchia soltanto, bensí della nazione, e forse a pregiudizio dell'unità. Mazzini esclude che il malcontento economico possa portare alla rivoluzione. «La miseria crescentescrive a un'associazione democratica il 28 marzo 1868 – e le ingiuste tasse aspreggiano le moltitudini e le fanno proclivi ad ascoltare il linguaggio di chi attribuisce quei mali alla tentata unità»344. E tre giorni dopo, all'amico Andrea Giannelli: «La miseria crescente, il macinato se approvato, ecc., aumenteranno il malumore; ma le ragioni materiali hanno fatto sommosse, non mai rivoluzioni»345.

Nonostante tante proteste e velate minacce e avvertimenti, tra i foschi presagi della stampa e il malcontento delle classi lavoratrici, la tassa proposta viene alfine approvata (marzo 1868)346.

Gli operai e gli artigiani di città si sfogano chiedendo aumenti di salari, inscenando dimostrazioni e intensificando il movimento di resistenza.

«Le Siècle», 20 aprile 1868, scrive che «gli scioperi divengono minacciosi in Italia». Gli scioperi del 1868 nei grandi centri si differenziano infatti da quelli degli anni precedenti, in quanto rivelano una tendenza nuova a estendersi da una categoria di operai a molte altre categorie, nella stessa località: si verifica il primo sciopero generale.

Cosí a Torino, ai primi di aprile, lo sciopero degli operai dell'Arsenale, che non intendono di pagare l'imposta di ricchezza mobile, si estende ai ferrovieri e ai lavoranti nella manifattura dei tabacchi347.

Verso la metà del mese, a Bologna, per l'identico motivo, scoppia lo sciopero generale che si sostiene per due giorni (14-15 aprile)348. Altri scioperi, altre agitazioni di particolare gravità si verificano nel gennaio a Sordevole349, nel marzo a Pavia350, nell'aprile a Livorno, nel giugno a Milano, nel luglio a Pistoia351.

Non mancano altri segni eloquenti dei progressi compiuti dagli operai nella via della resistenza: a Bologna l'8 agosto 1868 si riuniscono 150 operai sarti, che fondano una cassa di resistenza con l'intento di proclamare appena possibile uno sciopero per ottenere un aumento di salario352; a Feltre si riunisce il I Congresso dei tipografi, che s'impernia sulla imposizione della tariffa353; e a Oggiono i filatori di seta si uniscono in una lega di resistenza354.

I giornali conservatori e moderati sono allarmatissimi. «La fiducia di tutte le cosescrive "La Perseveranza" – va scemando ogni giorno... un'irritazione d'indefinibile malcontento occupa gli animi... l'avvenire prossimo si presenta minaccioso sempre di piú».

«La Nazione», commentando lo sciopero di Bologna, dice qualcosa di molto interessante (16 aprile 1868): «I disordini di Bologna appariscono, pel loro carattere e pel loro procedimento, un episodio di quel tristo dramma, che da qualche tempo si svolge in Inghilterra, in Francia, in Belgio, in Svizzera, in Baviera, si può dire ormai in ogni parte d'Europa. Qualche luce su questo episodio possono gettare per avventura le rivelazioni che contenevano in questi giorni i fogli di Ginevra. Secondo quei fogli, lo sciopero nel Cantone continuava, e lo attribuivano esclusivamente alle triste arti dell'Associazione internazionale dei lavoratori colà stabilitasi... Si leggano i ragguagli dei disordini bolognesi, e si vegga se i procedimenti non si somiglino nei due paesi...» È dovere l'esaminare d'urgenza «se fra le piaghe delle questioni politiche non se ne asconda una piú terribile, questa, che vuol essere inesorabilmente risoluta, sotto pena di catastrofi, a cui non si può pensare senza raccapriccio: la questione sociale»355.

È il primo grido d'allarme sull'Internazionale.

La quale, all'estero, faceva progressi giganteschi: interi gruppi di leghe operaie in Svizzera, in Germania, nel Belgio, in Austria aderivano alla nuova potenza; tra la borghesia e tra gli stessi operai cominciavano a formarsi e a circolare leggende sulla sua misteriosa forza e sui suoi mezzi colossali. I governi cominciavano a impensierirsene seriamente e studiavano il modo di neutralizzarne l'opera. La Francia scelse la via delle persecuzioni e dei processi, e fu tanto di guadagnato per la réclame dell'associazione.

In Italia, la propaganda internazionalistica muoveva i suoi primi passi mercè l'attività degli amici di Bakunin il quale, nel luglio 1868, aveva domandato di essere iscritto nell'Internazionale, insieme a moltissimi membri della sua Fratellanza, rendendosi conto dell'importanza che andava assumendo la grande associazione e della opportunità di farne parte per tentar di imporle il suo programma. Una delle prime sezioni regolari che vennero fondate in Italia fu quella di Sciacca in Sicilia, dovuta all'attività di Saverio Friscia, il quale si occupava della propaganda nell'isola. Nell'agosto, anche la società operaia I figli del lavoro, di Catania, deliberava di aderire all'Internazionale e di inviare il Friscia in propria rappresentanza al prossimo congresso che doveva radunarsi a Bruxelles. Votava inoltre un indirizzo che terminava con queste parole: «Fratelli operai riuniti a Bruxelles, accettate il nostro saluto, la nostra adesione e la nostra promessa di contribuire ai lavori tendenti a preparare la emancipazione del proletariato e a riunire l'umanità sotto la bandiera della democrazia. Per questo saremo con voi ora e sempre»356.

Sorsero altre sezioni nel 1868? Lo ignoriamo. Nel Congresso di Bruxelles (5-13 settembre) un membro del Consiglio generale, Eugenio Dupont, dichiarò, in assenza di qualunque delegato italiano357, di rappresentare «le sezioni italiane dell'Italia continentale». Ritengo che a questa dichiarazione non si debba annettere gran valore: molto probabilmente i nuclei della Fratellanza bakunista, laddove esistevano ancora, si misero in relazione col Consiglio generale; molto probabilmente identiche relazioni strinse il circolo Libertà e Giustizia di Napoli358. Questo e quelli contavano fra i loro membri alcuni soci dell'Internazionale, ma non per questo si consideravano o venivano considerati ufficialmente come sezioni. Ciò è confermato dal fatto che nessun accenno a sezioni italiane dell'Internazionale si trova nell'archivio del Consiglio generale e dalla stessa comunicazione ufficiale del Consiglio generale al congresso, laddove ebbe a dichiararecontentandosi forzatamente di affermazioni generiche – che «la classe operaia italiana va ogni costituendo la sua individualità, emancipandosi dai vecchi partiti politici»359.

Il movimento internazionalista in Italia era dunque ancora assai debole; e non certo in grado – come insinuava «La Nazione» – di provocare e alimentare scioperi.

Si cita generalmente come prova e nello stesso tempo incentivo alla diffusione delle idee socialiste in Italia nel 1868, il giornale «La Plebe», fondato appunto il 4 luglio di quell'anno da Enrico Bignami360. Ma chi ne consulti la prima annata dovrà convenire che «La Plebe» era nient'altro che un giornale repubblicano e libero pensatore, come già piú d'uno se ne stampava in Italia361. La grande importanza che giustamente gli si assegna deriva dall'atteggiamento da esso assunto tre anni piú tardi; quando il Bignami, giunto dopo lenta evoluzione e appassionato studio degli scrittori di cose sociali a una sua concezione socialistica che niente aveva di comune col facile rivoluzionarismo degli improvvisati bakunisti, fece del suo giornale l'organo di quella corrente evoluzionista (piú maloniana che marxista) che, nei suoi successivi sviluppi, doveva incontrare tanto successo fra i socialisti italiani.

Il Congresso internazionalista di Bruxelles segnò, come ebbe a scrivere Mazzini, la fine del primo periodo di vita dell'Internazionale362, essa ormai non era piú una lega di organizzazioni operaie autonome, concordi nell'intento generico di promuovere la emancipazione della classe operaia; ma una grande organizzazione, con una fisonomia sua propria, un programma ben determinato in base al quale precisava agli aderenti gli scopi, i limiti e le modalità della lotta contro le classi possidenti; un partito operaio che aveva per fine la proprietà collettiva e per mezzo la lotta di classe363.

Scrivendo nel '71, Mazzini contrappose in certo modo questo periodo di vita nuova inaugurato dal Congresso di Bruxelles al primo periodo, a quello che aveva veduto e tollerato la convivenza e l'urto di dottrine diverse, francesi, inglesi, tedesche e, in qualche misura, italiane; e affermò che il secondo fu quello che, dritto dritto «condusse ai tristissimi recenti casi... L'imperfetta dottrina lasciava un vuoto; e in quel vuoto entrò l'anarchia, entrò la negazione d'ogni permanente elemento sociale, entrò l'ira, entrò l'esagerazione che fa ingiusto il giusto e che cova in fondo a tutti i partiti».

Ma il giudizio cosí severo di Mazzini era un giudizio a posteriori. Nel 1868 egli medesimo vedeva le cose con piú ottimismo; scriveva infatti all'amico Campanella, il 14 novembre 1868: «L'Associazione internazionale, buona nel concetto, è dominata un po' troppo da un Marx, tedesco, piccolo Proudhon, dissolvente, odiatore, che non parla se non di guerra da classe a classe. La sezione inglese è buona. Il resto val poco. Non può condurre a gran che. Corrispondenza di simpatia, ma senza impegnarsi in cose che non faranno se non a rapir tempo e denari agli operai nostri. Ne riscriverò, del resto. Intanto, di' questo alla consociazione»364.

A pochi giorni di distanza dal Congresso di Bruxelles si radunò a Berna, per la seconda volta, quello per la pace (21-25 settembre). Bakunin vi partecipò insieme a molti suoi amici, tra i quali gli italiani Fanelli, Friscia, Tucci, Gambuzzi. Quest'ultimo lesse una diffusa relazione sulla questione politica, presentando anche, sull'argomento, una risoluzione di netta ispirazione bakunista. Essa mirava infatti «a un federalismo estremamente largo, per cui i grandi Stati di Europa si sarebbero ricostituiti sul principio dell'autonomia dei comuni in ciascuna provincia e di queste in ogni nazione; l'applicazione di questo principio doveva fornire la soluzione di tutte le difficoltà attuali della politica estera... e permettere la fondazione della Confederazione degli Stati Uniti d'Europa»365.

Bakunin, che s'ingannava sui veri sentimenti dei congressisti, fu assai piú esplicito. Suo scopo era quello di trasformare la Lega della pace in una specie di sezione intellettuale dell'Internazionale; egli ne sarebbe stato a capo e avrebbe cosí potuto rappresentare, in seno alla Associazione dei lavoratori, una parte molto piú considerevole che non potesse allora, in qualità di semplice socio. Pronunciò quattro poderosi discorsi sul socialismoacerba critica al comunismo autoritario, esaltazione del collettivismo federalista e libertario – e con questi s'illuse di persuadere gli astanti366. I quattro discorsi, invece, urtarono profondamente i congressisti, democratici borghesi, facendo cadere tutte le speranze di Bakunin il quale dovette senz'altro ritirarsi dal congresso con i suoi amici. Assillato sempre dall'idea di farsi una forte posizione nell'Internazionale, deliberò allora, d'accordo con quegli amici, di fondare una Alleanza internazionale della democrazia socialista, che fosse la esplicazione palese della Fratellanza segreta, e che, mantenendone il programma, si dichiarasse parte integrante dell'Internazionale367.

La diffusione dei principî dell'Alleanza in tutti i paesi d'Europa venne affidata ai membri della Fratellanza segreta; Bakunin stesso iniziò in Italia un'attivissima propaganda, suggerendo la costituzione di un Comitato centrale per l'Italia composto, in assenza di Fanelli368, da Gambuzzi, Friscia, Dramis, Mileti e Mazzoni369. Col Gambuzzi in special modo si tenne a questo proposito in strettissimo contatto370.

Bisognava ora che il Consiglio generale dell'Internazionale accettasse l'adesione della nuova società: la storia delle relazioni tra l'Internazionale e l'Alleanza è la storia della reciproca diffidenza tra Marx e Bakunin, gelosi ciascuno dell'influenza dell'altro.

Marx in un primo momento rifiutò di accogliere quella che gli parve un'infida adesione (22 dicembre 1868).






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338 L'imposta sul macinato venne presentata per la prima volta alla Camera da Quintino Sella, il 13 dicembre 1865. Colpendo modestamente l'universalità dei cittadini, essa assicurava il piú largo gettito. Il Sella, che ne conosceva tutta la gravità, la propose «non senza esitanza e con grande rincrescimento» (Rendiconti del Parlamento, Sessione del 1865-1866, vol. I, p. 344). Respinta, ripresa da altri ministri, discussa appassionatamente sulla stampa periodica e in pubblicazioni speciali, ripresentata piú volte alle due Camere, essa procurò al Sella non poche amarezze. L'onorevole Asproni, per esempio, nel giugno 1867, lo accusò di essere un accanito nemico dei poveri. Al che ribatté il Sella: «Certo è mio triste officio proporre balzelli. Però li ho proposti e credo abbiano fatto molto male coloro che li hanno respinti per l'odio di un nome, prima forse di averli esaminati. Credo amar piú la classe povera, la classe che soffre, proponendo imposte che valgano a migliorare le condizioni economiche del paese, di quel che l'amino coloro che contro simili proposte continuamente declamano».



339 Rendiconti del Parlamento, Sessione del 1867, vol. VIII, p. 8966.



340 Ibid., vol. V, p. 5008.



341 Questo giornale usava sempre un linguaggio molto violento contro le classi dirigenti. Il numero del 26 gennaio 1868 fu sequestrato per un articolo, La fame e la diplomazia, che – secondo la motivazione del sequestroconteneva «espressioni le quali costituiscono un voto di distruzione dell'ordine monarchico costituzionale ed offesa alle leggi dello Stato, non che provocazione alle varie classi sociali ed alla rivolta». Cfr. il numero del 2 febbraio 1868.



342 «Lo Zenzero primo» era un «giornale politico popolare», fondato il 16 giugno 1867. Anticlericale, garibaldino, semisatirico.



343 Ecco un brano del suo programma: «La costituzione ci mezzi sufficienti per agitarci: noi vogliamo approfittarne. Purché il popolo voglia, anche senz'armi può alzare la testa, far impallidire i prepotenti della terra ed acquistare i suoi diritti legittimi». La società fonda subito un giornale dello stesso nome, dedicato esclusivamente agli operai («L'Avvenire dell'Operaio», 2 febbraio 1868).



344 All'associazione democratica Fede e Lavoro di Palermo (Lettere di G. Mazzini alle società operaie ecc. cit., p. 58).



345 Lettere di G. Mazzini ad A. Giannelli cit., p. 379, 31 marzo 1868. Queste sue dichiarazioni pubbliche e private sono cosí esplicite che possiamo togliere qualsiasi valore alle pretese rivelazioni della «Unità cattolica», 21 marzo 1868, la quale afferma che «molti fra i deputati di questo partito (la Sinistra) vanno persuasi che la sanzione suprema, data all'imposta del macinato, non possa che ridondare a vantaggio della repubblica, e però s'astengono, non volendo approvarla, ma col vivo desiderio ch'essa sia messa in attuazione. Si vuole da taluno che Mazzini sia a Lugano, e che colà abbia avuti segreti colloqui con parecchi dei suoi affigliati, ed anche, debbo dirlo?, con Garibaldi, giuntovi in incognito da Caprera, e che l'apostolo di Londra abbia date grandi speranze a tutti intorno a prossimi eventi».



346 Secondo il regolamento sancito dalla Camera, che fu applicato nel 1869, ogni quintale di grano doveva pagare 2 lire di tassa, 1 lira ogni quintale di granturco e di segala, 1,20 ogni quintale di avena e 0,50 ogni quintale di legumi secchi e castagne.



347 Lo sciopero viene risolto rapidamente, dietro promessa del prefetto di sospendere l'esazione della tassa («La Nazione», 4, 5 aprile 1868). «L'Avvenire dell'Operaio», 4 aprile, scrive che esso fu la «dolorosa espressione di un popolo spinto all'ultima prova di pazienza... Si ricordi il governo che un popolo già troppo angosciato dalla miseria, quando si ferisce ancora nella sua piccola paga, diventa terribile. Basta una scintilla per dar fuoco ad un incendio vastissimo, funestissimo». Il foglio vien sequestrato per aver espresso concetti diretti ad eccitare gli operai alla ribellione. Nel maggio gli operai che hanno capeggiato lo sciopero vengono licenziati dal lavoro. I compagni fondano una Cassa di soccorso per sussidiarli («L'Avvenire dell'Operaio», 30 maggio, 6 giugno 1868).



348 Termina con arresti e scioglimento di associazioni politiche e operaie. Gli operai promuovono una sottoscrizione per soccorrere gli arrestati. Particolare interessante: fra le altre categorie, han dichiarato lo sciopero anche i tipografi, eccettuati però quelli che lavorano per il giornale democratico «L'Amico del Popolo» (diretto da Francesco Pais-Serra), che viene additato in un pubblico manifesto come «l'unica arma potente che ancora sia rimasta (al popolo) per propria difesa». Cfr. «La Nazione», nei giorni seguenti all'agitazione.



349 «L'Avvenire dell'Operaio», 12 gennaio 1868. Lo sciopero si verifica fra gli operai lanieri, ai quali si vorrebbe imporre un ribasso di salario.



350 «Lo Zenzero primo», Firenze, 7 marzo 1868.



351 «L'Italia», Firenze, 31 luglio 1868.



352 RAVÀ, Storia delle associazioni ecc. cit., p. 44.



353 Un operaio tipografo di Verona lancia la proposta di fondare una Federazione delle società fra lavoranti tipografi. Nello stesso anno 1868 la Società di mutuo soccorso fra i compositori tipografi, a Bologna, apre una tipografia cooperativa, che negli anni seguenti darà ottimi risultati. RAVÀ, Storia delle associazioni ecc. cit., pp. 58 sg.



354 BROCCHI, L'organizzazione di resistenza in Italia, Macerata 1907, p. XIX.



355 «L'Unità cristiana» (foglio democratico torinese) scrive il 16 maggio 1868: «La malattia che oggi travaglia il popolo italiano è il malcontento. E da questo succedono scioperi e tumulti, tumulti e scioperi, in una parola disperazione generale. La povera plebe, quella che vive alla giornata, si vede tutti i giorni diminuire il lavoro, e mancarle il pane». Se il governo e le classi dominanti non trovano un rimedio «lanceranno l'Italia sopra una via sdrucciola di agitazioni, di lotte funeste, di repressioni senza fine».



356 T. MARTELLO, Storia della Internazionale cit., p. 51.



357 Friscia giunse a Bruxelles troppo tardi per poter partecipare al Congresso.



358 Che tali relazioni esistessero, prova una lettera dello stesso Dupont a un suo anonimo corrispondente napoletano, 20 gennaio 1869: «Dal Congresso di Bruxelles in poi non abbiamo ricevuto nessuna lettera dall'Italia. Il che ci stupisce...» (M. NETTLAU, Bakunin und die Internationale ecc. cit., p. 296).



359 T. MARTELLO, Storia della Internazionale cit., p. 51.



360 Il Bignami, nato nel '47, dopo una breve parentesi di misticismo cristiano, era passato al mazzinianismo; divenuto poi ufficiale garibaldino (campagne del '66-67), aveva assorbito quello spirito materialistico e quella indeterminata tendenza al socialismo, che parevano divisa di molti seguaci di Garibaldi. I piú tra questi se ne contentavano: Bignami volle farsi una cultura specifica e uscire dall'ambito delle aspirazioni generiche e dell'umanitarismo di maniera. Nacque «La Plebe», che è documento del suo travaglio interiore. Questo giornale è oggi di difficilissima consultazione; ritengo anzi che una collezione completa non esista piú. La prima annata, che ho veduto, mi è stata favorita dalla cortesia della vedova del fondatore, signora Enrica Bignami.

Nel primo numero (4 luglio), i redattori cosí espongono il loro pensiero: «Repubblicani, noi non abbiamo fede che nella iniziativa del popolo; altra meta che la sua sovranità. Lotteremo quindi ad oltranza contro tutte le istituzioni che loro si oppongono, le fuorviano, ritardano. Razionalisti, non ingiuriamo il nome di uomo alcuno; amiamo la verità; ma non ammettiamo altri veri che quelli dimostrati dalla ragione. Socialisti, parteggiamo però per quel socialismo, che tende a livellare piú presto inalzando che deprimendo. Nel motto tutti per uno e uno per tutti, sta per noi la soluzione di tutti i problemi sociali». Linguaggio, come si vede, assai misurato.



361 Quando, nella «Plebe», si parla del proletariato, il tono non è sostanzialmente diverso da quello usato dal «Dovere» o dall'«Unità italiana». che appare davvero esagerato il sospetto grandissimo nel quale le Autorità tennero il modesto settimanale lodigiano; gli si affibbiò una nomea di rivoluzionario, di sovversivo assai poco corrispondente alla realtà; ché una certa vivacità di linguaggio di fronte alla monarchia non era nuova davvero negli annali della stampa repubblicana. La motivazione del primo sequestro (14 luglio 1868) s'iniziava cosí: «Ritenendo che il numero 4 del periodico "La Plebe"... nel suo primo articolo intitolato: La gratitudine monarchica e la plebe, contenga concetti e frasi le quali suonano provocazione all'odio fra le varie condizioni sociali...» Io non ho potuto vedere il numero incriminato; si potrebbe ritenere che contenesse alcunché di profondamente diverso da tutti gli altri numeri, se non ci illuminasse la motivazione del sequestro successivo (8 settembre 1868), che fa carico al giornale di aver stampato un articolo contenente un «aperto invito alla insurrezione ed alla guerra civile». Si tratta nientedimeno che del famoso scritto di G. MAZZINI, Ai giovani, ricordi (1848), che era stato perfino ripubblicato tra le sue opere! (SEI, vol. VI, pp. 331 sg.).

Il giornale fu a volta a volta bisettimanale, settimanale, quotidiano (nel 1875-76) e si pubblicò prima a Lodi, poi a Milano. Nella sua non breve vita (cessò le pubblicazioni nel 1883) ebbe a subire un'ottantina di sequestri. Tra i collaboratori dal 1868 al 1870 vanno ricordati P. Perla, R. Bezza, F. Piccinini, Carlo Rossi. Nel 1872 iniziarono la loro collaborazione Osvaldo Gnocchi-Viani e Benedetto Malon.



362 L'Internazionale ecc. cit., pp. 144 sg.



363 Del Congresso di Bruxelles dette l'annuncio e qualche resoconto, in Italia, «L'Avvenire dell'Operaio» di Torino, 11 luglio, 19 settembre, 31 ottobre 1868.



364 Lettere di G. Mazzini a F. Campanella cit., p. 19. Mazzini, tutto preso dalle cure politiche, intuiva a volte che il suo disinteressamento dal movimento operaio italiano poteva portare a dolorose conseguenze; avrebbe voluto rompere il silenzio, ma non ignorava che il suo nome era ormai segnacolo di discordia tra gli operai. «Pensai al come dell'appello alle società operaiescriveva al Giannelli il 28 dicembre 1868. – Vorrei essere io centro; ma ciò forse allontanerebbe delle società» (Lettere di G. Mazzini ad A. Giannelli cit.).



365 M. DE PRÉAUDEAU, M. Bakounine, le collectivisme dans l'Internationale, Paris 1911, pp. 126 sg.



366 Il programma della rivoluzione, discorsi al Congresso di Berna, in La Comune e lo Stato, 1a ed. italiana, Milano 1912, pp. 51 sg.



367 J. GUILLAUME, L'Internationale ecc. cit., vol. I, pp. 132 sg.



368 Fanelli era partito per un giro di propaganda alleanzista in Ispagna. Cfr. M. NETTLAU, M. Bakunin, la Internacional y la Alianza en España (1868-1873), Buenos Aires 1925.



369 Mazzini stupirà poi di trovarlo socialista!



370 Il 7 novembre, per esempio, gli scriveva: «... Studia bene il regolamento, sia quello intimo che quello ostensibile, e non te ne allontanare, ti prego. Si tratta di una cosa seria... Costituite un ufficio a Napoli, composto di te, di Saverio e di Raffaele, se Atanasio preferisce restare in una vergognosa passività. Organizzate i gruppi provinciali... L'assenza di Beppe sotto questo rapporto è fatale. Ma tu devi supplirlo con la tua energia e attività...» (M. NETTLAU, Bakunin und die Internationale ecc. cit., pagine 293-94).

Il 12 dicembre cosí scriveva a Gambuzzi il segretario dell'ufficio centrale dell'Alleanza (stabilito a Ginevra): «Noi speriamo che non tarderete e fondare in tutte le città d'Italia nelle quali sarà possibile degli uffici provinciali dell'Alleanza, e vi preghiamo soprattutto di non dimenticare che la nostra Alleanza non sarà veramente utile altro che quando sarà realmente fusa nell'Associazione internazionale dei lavoratori; che di conseguenza il suo scopo principale, la sua ragion d'essere, per cosí dire, è di propagare e di diffondere ogni dove questa grande e salutare associazione...» (ibid., pp. 294-95).

Gambuzzi e Tucci promisero di collaborare per l'Italia al nuovo giornale «L'Egalité», che si fondava a Ginevra, portavoce di Bakunin. Sulle sue colonne troviamo infatti frequenti notizie sullo sviluppo del socialismo in Italia. Cfr. numeri del 20 e 27 febbraio 1869, del 13 marzo, del 3, 10 e 17 luglio.





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