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Nello Rosselli
Mazzini e Bakunin

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  • IV. Anni di crisi (1868-70)
    • 3. Il movimento operaio nel 1869
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3.

Il movimento operaio nel 1869

 

 

 

 

 

Mentre i contadini italiani sfogavano il loro malcontento in vane sanguinose rivolte, gli operai e gli artigiani, inscrivendosi sempre piú numerosi nelle organizzazioni, davan prova, s'è detto, di una progrediente maturità. Il movimento delle società di mutuo soccorso continuava a svilupparsi, nonostante il disinteressamento dei mazziniani; forse non a torto si potrebbe dire, grazie al loro disinteressamento; perché abbiam veduto il danno che molte di esse, aderendo al programma mazziniano, risentivano, per il solo fatto di esser legate ad un partito d'opposizione.

Tali società, da 573 che erano nel 1867, sono salite a 771 nel 1869. Importante lo sviluppo nel Mezzogiorno: fra il '66 e il '70 vi si fondano 41 società409. Ma l'incremento è molto piú intenso di quanto non appaia dal semplice paragone con le cifre degli anni precedenti. Infatti molte delle società menzionate nelle statistiche del 1862, trovandosi dopo qualche anno nella incapacità di far fronte agli impegni presi, hanno subito una crisi in qualche caso definitiva; la vita di quelle che forniscono pensioni per la vecchiaia è facile nei primi anni – i guai cominciano con le prime liquidazioni: allora molte società falliscono. Le cifre del 1867 e 1869, dunque, stanno a indicare un numero di società nuove molto maggiore410.

Studiosi e istituti finanziari continuano a interessarsi del movimento, premiando, incoraggiando, suggerendo perfezionamenti. Il premio Ravizza per il 1869 ha per tema: «Quale indirizzo dare alle associazioni di mutuo soccorso ed alle società cooperative, allo scopo di migliorare le condizioni morali e sociali del popolo italiano»411. Degna di memoria è l'opera del Fano, pubblicata nel 1869, su La carità preventiva e le società di mutuo soccorso.

L'interessamento è in parte spontaneo, in parte frutto del timore che il gran numero delle Società operaie comincia a destare negli ambienti borghesi. Lo confessa candidamente il Rapporto della Commissione aggiudicatrice del premio Ravizza412, quando scrive che le associazioni operaie costituiscono «una delle piú belle speranze, come una delle piú urgenti minacce all'ordine economico, non solo, ma al civile e politico. Il difendere la società contro quelli che ne scalzano i fondamenti, cioè il diritto, la religione, la proprietà, la famiglia... è dovere comune»413. Lo confessa il vincitore del premio Ravizza, Enrico Martuscelli, quando deplora il modo come sono costituite molte società operaie «piú che altro accolte di operai intese a fini politici», che si riscaldano «al fuoco malsano di teorie e di aspirazioni umanitarie e sociali, vaghe e fantastiche»414.

E, insieme, si disegna un movimento di simpatia per la classe operaia in genere, al quale non sono estranee le preoccupazioni per il crescente numero degli scioperi415 e per le fantastiche notizie che vanno divulgandosi sull'Internazionale. Cosí in varie città si fondano scuole e circoli d'istruzione per gli operai (a Milano, a Torino, a Firenze, a Bologna, ecc.)416 che le autorità incoraggiano anche con premi417.

Mentre continua lo sviluppo delle organizzazioni di resistenza (il 24 settembre 1869 si riunisce a Bologna il II Congresso dei tipografi: delibera di fondare la Federazione italiana tra lavoranti tipografi e perciò incarico alla società di Firenze di provvedere alla compilazione del progetto di statuto per la federazione; discute delle limitazioni da porsi all'impiego degli apprendisti, della costituzione di tipografie cooperative, del sussidio da concedersi ai disoccupati)418, il movimento cooperativo si intensifica. Secondo il Fano, nel 1869 si contano in Italia «circa trenta società di consumo nelle quali prevale il concetto cooperativo. Ché se si vogliono noverare le società tutte che vendono agli operai le derrate necessarie alla vita senza proporsi guadagno di sorta,... ve n'ha forse piú di cento»419, Il maggior numero degli spacci cooperativi è aperto e gestito dalle società di mutuo soccorso420.

Le cooperative di produzione si moltiplicano. A Milano se ne fonda una fra i nastrai, nell'ottobre 1869421. Altre sorgono a Bologna, a Lodi, a Genova e in molte altre città – ma come trovarne notizia? la debole consistenza finanziaria, l'ancor piú debole costituzione tecnica e amministrativa le condannarono quasi tutte a vita brevissima, a dissolversi cioè prima di trovar posto nelle statistiche422.

Molti intellettuali seguitano a vedere nella cooperazione l'unico rimedio efficace ai pericolosi mali sociali. «Ai prodi pionieri di Rochdale promulgatori fecondi della formula che sola può sciogliere la minacciosa questione sociale» dedica il Viganò la sua opera sulla cooperazione; nella quale scrive che solo le cooperative «ponno condurci alla conciliazione del capitale col lavoro – ovvero evitare la bufera immensa, micidiale che tuona incessante ovunque: guai se ci opponiamo al movimento cooperativo generale»423.

L'attuale condizione degli operai, ammonisce il de Cesare, «sarà sempre una minaccia o un pericolo per l'ordine sociale... Alle società cooperative è dato risolvere oggidí questo problema»424.

Certo che un intenso sviluppo delle cooperative di produzione avrebbe potuto influire potentemente sulle condizioni dei lavoratori. Ma nel 1869, in sostanza, si era ancora al periodo dei tentativi, nella storia del movimento cooperativistico, né si può dire che questi si ripetessero con troppa frequenza.

Le condizioni dei lavoratori non avevano subito, negli ultimi anni, alcun mutamento notevole.

Dopo il '66, è vero, si era verificato un piccolo aumento generale nei salari425. I dati che possediamo sono scarsi ma sicuri e ci apprendono che, per nove categorie di operai, la media dei salariricavata in base a notizie raccolte nelle varie regioni fra il 1866 e il 1873sopravanzava notevolmente la media dei salari del periodo 1862-65; e precisamente, considerando quest'ultima uguale all'unità, oscillava da 1,05 a 1,25426. Ma la crisi economica che il paese andava attraversando, il deprezzamento della moneta annullavano, o quasi, questo piccolo vantaggio: con i salari erano aumentati infatti i prezzi di tutti i generi. Un quintale di frumento costava nel 1868 L. 32,69 (contro L. 28,52 nel 1862); il quintale di riso era passato da L. 29,51 a L. 33,23, di granturco da L. 14,31 a L. 19,27 e cosí via. Nel '69 si verificò, , un ribasso in questi prezzi, in parte dovuto ai buoni raccolti, in parte forse anche a motivi politici, ma il costo della vita si mantenne pur sempre piú alto che negli anni precedenti al 1866.

E insomma quel medesimo operaio tessile, da me preso ad esempio nel principio di questo studio, il quale nel 1862 doveva metter da parte il salario di ventidue giornate di lavoro per essere in grado di acquistare un quintale di frumento, nel 1868, con un salario aumentato del 18%427, poteva acquistare quel medesimo quintale di frumento accumulando il reddito di circa ventun giornate di lavoro428. Come si vede, il miglioramento era quasi irrisorio.

Questa persistente insufficienza del salario a coprire le spese indispensabili veniva ammessa anche da elementi moderati e conservatori, non troppo facili a riconoscere che in qualcosa le classi operaie, lamentandosi, avessero ragione429. Cosí il Bolis scriveva: «Non può negarsi che il salario non sia generalmente inferiore ai bisogni dell'operaio, specialmente dopo l'aumento che ebbero in questi ultimi tempi i generi di prima necessità e gli affitti delle case»430. E il Bonghi: «È certamente importante il provare che esse (le classi povere) hanno ora maggiori diritti e piú largo compenso dal loro lavoro; ma non basta all'assunto, se non si prova altresí, che il complesso delle loro circostanze è siffatto, che l'esercizio di cotesti maggiori diritti e l'uso di cotesti maggiori compensi producono ora nel loro animo una somma di soddisfazioni piú grande, di quel che un'inferiore condizione giuridica e minori salari producevano in passato»431; dove, con un bel giro di frase, è detto che, insomma, le classi povere versavano nelle identiche poco allegre condizioni di qualche anno innanzi.

 

Durante i moti del macinato, abbiam detto, qualche nucleo di giovani repubblicani ruppe la consegna di Mazzini o partecipando a quei moti, o esprimendo la sua solidarietà con i tumultuanti. Sono i primi effetti di un malumore contro Mazzini e, in genere, contro i dirigenti del movimento democratico d'estrema, che trova le sue origini, non certo logiche, ma cronologiche, in Mentana. Già la propaganda del libero pensiero, che Mazzini credeva di additare alla condanna dei suoi, bollandola di materialista, aveva provveduto a creare fra lui e molti dei suoi seguaci un punto di distacco, sia pur limitato alla questione religiosa; era intervenuto poi Bakunin a predicare che non si può esser materialisti per davvero e amanti della libertà umana se non si tende alla realizzazione completa e senza restrizioni di essa libertà; ora la mancanza, apparente o effettiva, di spirito rivoluzionario in Mazzini, manifestatasi durante i torbidi dei primi giorni del 1869, veniva a compier l'opera. Alcuni fra i repubblicani piú giovani cominciano apertamente a esprimere il loro dissenso dal maestro e cercano una via nuova.

«Fu un temposcrive un giornaletto semiclandestino, "L'Italia nuova", nel marzo 1869 – che la formola Dio e popolo sospingeva alle ardite imprese e faceva bello il patibolo alla gioventú borghese d'Italia; oggi quella medesima gioventú corre a schierarsi fra le numerose fila dei liberi pensatori, ed in nome della scienza rinnega quella tirannica idea di un Dio, cui li uomini dei tempi ricchi hanno creato a somiglianza di se medesimi, con tutte le malvagie passioni che covano nel loro seno e che pretesero creatore di quanto si svolge nella perenne, necessaria ed inevitabile evoluzione della materia. Pure Mazzini si ostina a mantenerla integra cotesta formola... I tempi mutano; in trent'anni nuove idee si svolgono, principî nuovi si affermano, altri bisogni si palesano e i doveri e i diritti pigliano base diversa e diverso indirizzo. Mazzini è rimasto siccome sorse; e, mentre i tempi cangiati chiedevano un ateo ed un rivoluzionario, egli è rimasto un credente ed un apostolo»432.

Il materialismo, l'incubo di Mazzini, mina le fondamenta della sua popolarità. E insieme e accanto ad esso, quella che Mazzini additerà piú tardi come la piú tipica incarnazione del materialismo stesso: l'Internazionale, che, nel corso del 1869, mette in Italia salde e definitive radici.

Un membro del Consiglio generale dell'Internazionale scriveva a Napoli, il 20 gennaio 1869, lamentando di non ricevere da mesi notizie dall'Italia: «la cosa ci stupisce assai, perché i tempi sono troppo preziosi per non impiegare tutti i nostri istanti a fare un'attiva propaganda presso gli operai italiani. Contiamo sul vostro concorso energico per spingere gli operai ad aderire in massa all'Associazione internazionale, è il solo mezzo per render efficace la prossima rivoluzione che scoppierà»433.

Undici giorni dopo veniva fondata la sezione di Napoli, che aderiva pienamente agli statuti dell'Associazione e si costituiva in Comitato centrale per tutta l'Italia.

«Sotto l'influenza della situazione economica dell'Italia meridionale e del progresso delle idee socialiste, una sezione dell'Internazionale poté essere fondata a Napoli nel mese di gennaio di quest'anno... La sezione di Napoli fa una propaganda attivissima nell'Italia meridionale; verso cui tutte le infelici popolazioni della penisola volgono lo sguardo come verso i precursori della vera libertà. Gli operai napoletani mettono in fascio tutte le loro forze sul terreno del socialismo rivoluzionario, ed hanno mandato il loro rappresentante a questo Congresso per suggellarvi coi rappresentanti di tutte le altre sezioni d'Europa l'alleanza universale che deve preparare e proclamare, coll'abolizione di tutte le enormezze sociali, la sovranità del popolo»434.

Con queste parole il sarto napoletano Caporusso annunziava al Congresso internazionalista di Basilea (settembre 1869) la fondazione della sezione napoletana dell'Internazionale, di cui egli stesso era presidente435.

Questa sezione incontrò tra gli operai un notevole successo, come attesta il seguente Manifesto ai nostri fratelli (che è uno dei primi atti pubblici dell'Internazionale in Italia) da essa diramato nel maggio: «Noi ci siamo riuniti in numero di milleduecento operai napoletani436 onde formare la sezione napoletana dell'Associazione internazionale dei lavoratori. Fratelli delle altre province d'Italia, venite ad aumentare le nostre fila. Uniamoci una bella volta col patto dell'Internazionale ai nostri fratelli del mondo intero». E piú oltre: «Fino a che noi resteremo divisi o male associati, non potremo vincere. L'Associazione internazionale, stringendoci con uno stesso patto e sotto un medesimo interesse, ci rende forti e ci assicura la vittoria. Essa sola è capace di migliorare le nostre condizioni economiche e morali – essa sola può emanciparci definitivamente dalla prepotenza delle classi privilegiate, facendo sparire l'ineguaglianza che divide gli uomini in oziosi e lavoratori, in privilegiati e proletari, in felici e miserabili, in carnefici e vittime». Il manifesto concludeva con un caldo appello: «Operai italiani nostri fratelli, non tardate, adunque – noi aspettiamo con ardente impazienza le vostre adesioni. Rimarrete sordi al nostro appello? Noi non lo crediamo»437.

Nel giugno la sezione annunciava l'imminente pubblicazione di un suo giornale, che avrebbe avuto per titolo «La Fratellanza». Il primo numero uscí invece nel novembre con un altro titolo: «L'Eguaglianza»438.

 

Intanto le trattative fra Bakunin quale rappresentante dell'Alleanza e il Consiglio generale dell'Internazionale erano continuate. Nel gennaio la vecchia Fratellanza segreta, per dissensi interni, si era sciolta; l'Alleanza aveva assorbito tutte le sue sezioni, diffuse specialmente in Svizzera, in Francia, in Italia e in Spagna. Bakunin propose ai dirigenti l'Internazionale di sciogliere anche l'Alleanza, le cui sezioni sarebbero venute a far parte dell'Internazionale, mantenendo però il diritto di seguire le direttive stabilite dagli statuti della defunta Alleanza.

Marx, considerando il vantaggio che sarebbe derivato all'Internazionale dall'acquistare, d'un colpo, una prima rete di sezioni in paesi nei quali fino allora era stata fatta una debolissima propaganda, accettò (20 marzo 1869). Bakunin raggiunse cosí il suo scopo: entrare nell'Internazionale col potente appoggio di una organizzazione ufficialmente disciolta ma in pratica viva e funzionante, che, informata ai suoi principî sociali, potesse esercitare in seno all'Internazionale una decisa influenza439.

Cosicché l'Internazionale penetrò in Italia attraverso l'apparentemente disciolta Alleanza: gli internazionalisti italiani, in quegli anni, facevano capo a Bakunin, mantenendo soltanto rapporti amministrativi col Consiglio generale di Londra. Ma Fratellanza, Alleanza pubblica o segreta, statuti e programmi vigenti o non vigenti dell'una o dell'altra, Internazionale, formarono spesso e in piú luoghi un groviglio tale, che è molto difficile oggi distinguere nettamente la loro rispettiva azione.

Di molte sezioni dell'Internazionale, funzionanti qualche anno piú tardi, non possiamo neanche stabilire con precisione la data di origine; la loro attività pubblica fu spesso preceduta da un periodo di attività segreta, della cui intensità e durata non sappiamo quasi niente. La confusione è accresciuta dalla incertezza nei nomi delle organizzazioni bakuniste. Questo ad ogni modo è sicuro: che la prima infiltrazione dell'Internazionale in Italia si svolse esclusivamente attraverso la propaganda di elementi devoti a Bakunin, e che fino al 1871 si verificò principalmente nel Mezzogiorno440.

 

Dal 6 al 12 settembre 1869 si riuní a Basilea il IV Congresso dell'Internazionale; vi parteciparono, quali rappresentanti dell'Italia, Bakunin, delegato della sezione dei meccanici di Napoli, un certo Heng della sezione italiana di Ginevra e il sarto Stefano Caporusso, della sezione di Napoli; Fanellidelegato di alcune associazioni operaie di Firenze – non intervenne.

Questo Congresso che consacra l'enorme sviluppo preso dall'Internazionale in tutti i paesi d'Europa e negli Stati Uniti d'America segna il trionfo definitivo del collettivismo come dottrina ufficiale dell'associazione. I delegati dichiarano che la società ha il diritto di abolire la proprietà individuale del suolo e di rivendicarla alla collettività441.

Ma seguiamo l'attività del Caporusso. Il quale, nella seduta del 10 settembre, fa sapere che la sezione di Napoli conta già seicento membri, tra i piú risoluti operai del luogo442. Il 12 settembre, dopo aver preso parte alla discussione sul collettivismo, presenta la seguente proposta, che viene approvata a grande maggioranza: «Riguardo al collettivismo tutte le sezioni devon presentare al prossimo congresso il loro punto di vista sul mezzo pratico per risolvere tale questione»443. Nella stessa seduta un interessante ragguaglio sulla popolazione di Napoli; che, su un totale di 600000 anime, si compone, secondo lui, di 100000 donne e fanciulli, 50000 oziosi e vagabondi, 100000 capitalisti, 150000 usurai e bottegai, 200000 operai e proletari444. Scarsa è la produzione; una quantità di generi manifatturati vengono importati. Il salario ammonta a 2-3 lire la giornata di 15 ore e piú di lavoro. «In nessun luogo gli operai son tenuti sotto un pugno piú spietato. In nessun luogo perciò la soluzione della questione operaia appare piú necessaria che a Napoli. Bisogna dunque che l'Associazione internazionale se ne occupi e cerchi di aiutare gli operai, fra i quali si trovano molti risolutissimi internazionalisti»445.

Il relatore, sulle cui statistiche demografiche sarà meglio non fermarsi, viene rincalzato da Bakunin: «Caporusso ci ha dato un quadro cupo ma vero della popolazione napoletana. I generi di prima necessità son diventati piú cari che sotto i Borboni. Le comunicazioni nell'Italia meridionale son tremende; gli operai che, come abbiamo visto, lavorano 15 ore al giorno, devon poi fare, quasi tutti, da due o tre ore di strada, cosicché per 18 ore consecutive non godono di alcuna ricreazione»446.

Mazzini s'indigna per le deliberazioni prese dal Congresso di Basilea (il quale venne «a coronare l'opera di dissolvimento e di negazione» e a condannare l'Internazionale «all'impotenza pel bene»447), ma piú per il fatto che ad esso hanno partecipato tre delegati dell'Internazionale italiana: fra questi è un semplice operaio. Perciò s'affretta a scrivere al Giannelli, nel settembre 1869: «Bisogna vegliare sull'operaio Caporusso del quale egli [Procaccini] parla e se nel ritorno da Losanna448 passa per Lugano, catechizzarlo voi, Maurizio449, ecc. Se gli operai di Napoli aspettano il miglioramento delle loro condizioni dalle ciarle di Losanna, stanno freschi»450.

Ma gli operai di Napoli, ciononostante, si stringono sempre piú numerosi intorno alla sezione dell'Internazionale. Per opera della quale, e sotto la direzione del genero di Caporusso, certo Statuti451, il 5 novembre '69 esce a Napoli il primo numero del giornale «L'Eguaglianza», che intende «propugnare esclusivamente la causa del lavoro, e gl'interessi economici, sociali e politici della classe operaia». Ma «L'Eguaglianza» è internazionalista soltanto di nome: serba infatti una grande moderazione nel trattare la questione sociale e, accennando alla esiguità dei salari, invita gli operai a non abusare dell'arma degli scioperi; poiché, ammonisce, ad ogni rincaro nel prezzo del lavoro corrisponde un rincaro dei prodotti e quindi della vita, il cui peso graverà anche, anzi soprattutto, sugli operai consumatori; lo sciopero – che va proclamato solo in casi eccezionali e quando le probabilità di successo si presentino notevoli – ha solo un merito, quello di contribuire a sviluppare il sentimento di solidarietà fra i lavoratori452.

Veri e propri giornali internazionalisti, che bandiscano apertamente il dogma della lotta di classe e ne propugnino tutte le conseguenze, non sorgeranno in Italia che due anni piú tardi.

Accanto alla sezione internazionalista di Napoli, e per opera sua, un'altra se ne fondò, probabilmente sulla fine del 1869, a Castellamare di Stabia: essa raggiunse rapidamente i cinquecento soci453. Altre erano in via di formazione454 sempre nell'Italia meridionale dove, compresa la Sicilia, esistevano dunque sul cadere dell'anno già almeno quattro sezioni regolarmente costituite.

Bakunin poteva esser contento dell'attività dei suoi amici. Ciò che stupisce è che, nonostante lo sviluppo della sua azione socialista, e in Italia, di necessità, antimazziniana, egli cercasse di mantenere buoni rapporti sia con Mazzini che coi suoi luogotenenti. Sulla fine del 1869, infatti, trovandosi a Lugano cercò di incontrare Mazzini. Ma questi, ormai informato sui veri fini della propaganda bakunista, rifiutò di vederlo455. Piú ingenui alcuni dei suoi seguaci: nel '69 stesso Quadrio si faceva un dovere di spedire puntualmente al russo «L'Unità italiana» da lui diretta e altri giornali italiani e stranieri456.

Ma un'aperta rottura non poteva tardare.






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409 Statistica del 1873 cit.; e «L'Avvenire dell'Operaio», Torino, 5, 12, 19 gennaio 1868.



410 BESSO, La previdenza sociale nel Risorgimento, in Cinquant'anni di vita italiana cit., pp. 1-34.



411 E. FANO, Della carità preventiva ecc. cit., p. 177.



412 Composta di P. Rotondi, F. Manfredi, A. Pestalozza, G. Sacchi, F. Restelli e Cesare Cantú.



413 E. MARTUSCELLI, Le società di mutuo soccorso ecc. cit., pp. IV-V.



414 Ibid., p. III.



415 Importante lo sciopero degli arsenalotti di Napoli, nel dicembre, promosso dalla locale sezione dell'Internazionale. Ma di ciò cfr. piú oltre.



416 REVEL, Il libro dell'operaio cit., p. 43; FRANCESCHI, op. cit., p. 13.



417 «L'Avvenire dell'Operaio», 27 giugno 1868.



418 Garibaldi, informato del radunarsi del congresso, inviò una letterina di plauso e di incoraggiamento, definendo i tipografi «campioni della dignità umana». Giosuè Carducci, che partecipava al congresso in rappresentanza dei tipografi senesi, rispose: «Congresso tipografico italiano, adunato a Bologna, accoglie fra plausi vostra lettera, superbo che lo spirito del capitano della libertà aleggi in adunanza degli operai del progresso». T. BRUNO, La Federazione del libro ecc. cit., pp. 17, 216; Unione nazionale ecc. cit. Il III Congresso si riuní a Napoli nel 1871, ma, come in quello successivo del 1872 a Venezia, non vi si poté discutere della federazione, per la opposizione dei proprietari tipografi, che vi partecipavano. La classe tipografica poté realizzare la sua aspirazione solo in un convegno tenuto a Roma nel dicembre 1872.



419 E. FANO, Della carità preventiva ecc. cit., p. 638.



420 VIGANò, Il movimento cooperativo ecc. cit., p. 33.



421 Origini, vicende ecc. cit., p. 257.



422 RABBENO, Le Società cooperative di produzione cit., pp. 280-304. Su cinquantadue cooperative di produzione esistenti nel 1888, esaminate dal Rabbeno solo una ventina, le piú vecchie, contavano da quattro a quindici anni di vita; tutte cioè, salvo quella già nominata di Altare, erano posteriori al 1873.



423 VIGANÒ, Il movimento cooperativo ecc. cit., p. 34.



424 de CESARE, op. cit., p. 60.



425 Della sua esiguità dava testimonianza autorevole il ministro delle Finanze che accennando alla Camera, nella seduta del 25 marzo 1868, alle condizioni degli operai, uscí in queste parole: «... in Italia vi sono circa cinque milioni di operai manuali, e, valutando la mano d'opera in media a una lira al giorno, che è una cifra molto bassa e inferiore al vero...» Tuttavia assumeva quella media a base dei suoi calcoli («La Nazione», 31 marzo 1868).



426 Nel dettaglio: operai addetti ai trasporti di terra: 1,14; ai lavori in muratura: 1,14; alle miniere: 1,22; alle costruzioni navali mercantili: 1,25; alla lavorazione della seta: 1,10; del cotone: 1,23; della lana: 1,05; della canapa e del lino: 1,15; calzolai: 1,14; fabbri: 1,25; falegnami: 1,25. Da una Relazione sulla circolazione cartacea stesa da A. ROMANELLI e presentata alla Camera il 15 marzo 1875.



427 Media grossolana dell'aumento dei salari, che ricavo dai dati raccolti.



428 È interessante una lettera scritta da un calzolaio alla «Nazione», 11 gennaio 1869. Egli vuol dimostrare quanto grave sia per lui il nuovo balzello sul macinato: «Io guadagno di ragguagliato 2 franchi al giorno, ho otto figli minori d'età, e consumo al giorno 18 libbre di pane (perché altro non ci entra). Riviene in un mese libbre 940. Ora con l'aumento dato al dazio consumi e al macinato, pago e mi rincara 2 centesimi la libbra – in un mese sono lire 10,80 – in un anno vengono franchi 129,60; come volete che poveri come me, si possa pagare la tassa



429 Le camere di commercio, nelle deposizioni rese in occasione dell'Inchiesta industriale, affermarono tutte che i salari erano «modici», «limitati», «bassi».



430 La polizia ecc. cit., p. 398.



431 I partiti anarchici cit., pp. 35-36.



432 L'articolo è riportato dalla «Giovine Friuli», Udine, 28 marzo 1869. Prosegue, dichiarando che il «sistema mazziniano non contiene una parola sui grandi problemi sociali: esso invece rigetta come un pericolo, come un ostacolo i diritti del proletariato, la cui semplice discussione si rinvia ai secoli avvenire. Perciò, in breve, la grande repubblica mazziniana non differisce dal regno costituzionale che per l'assenza del re... Giuseppe Mazzini ed il suo programma hanno compiuto l'opera loro». «L'Italia nuova» non risparmia neppure Garibaldi: «L'istoria dirà di lui che, nato dal popolo, nol comprese, né pugnò per lui; visse di vita immensamente gloriosa, ma fatua, morí consunto dalla tabe dei partiti: l'incapacità e l'utopia».



433 Lettera citata di Eugenio Dupont. Segretario per l'Italia nel Consiglio dell'Internazionale era allora un francese, certo Jules Johannard. M. NETTLAU, Michael Bakunin ecc. cit., II, nota 1764, e Bakunin und die Internationale ecc. cit., p. 296.



434 T. MARTELLO, Storia della Internazionale cit., p. 92.



435 Fra le carte di Engels, che ho potuto consultate a Berlino, ho trovato una Relazione sulla sezione napoletana dell'Associazione internazionale dei lavoratori, completamente inedita, che fu compilata da CARMELO PALLADINO per il Consiglio generale, in data 13 novembre 1871. Questa Relazione cosí accenna alla fondazione della sezione: «Lo stato della classe operaia napoletana era deplorevolissimo. La sua indole, per quanto viva e capace di grandi propositi, per tanto inchinevole a una specie di noncuranza ed oblio di se stesso; gli innumerevoli disinganni sofferti ogni volta che per compiersi un politico rivolgimento si faceva appello al suo braccio, con le piú larghe ed eccitanti promesse tradite poscia infamemente il del conseguito trionfo; il sorgere e sparire di numerose associazioni operaie, che nate rachitiche, finivano nella dilapidazione dei fondi e nella camorra, e mille e mille altre ragioni, che sarebbe lungo noverare, avevano gettato l'operaio napoletano in una completa e disperata atonia. Spettava all'Internazionale il richiamarlo in vita, e ridestarne la sopita attività. Di fatti: fondata in gennaio 1869 la sezione napoletana della vastissima associazione... assunse in breve insperate proporzioni».

Il processo verbale della seduta costitutiva è pubblicato in «Egalité», Ginevra, 27 febbraio 1869. Cfr. anche «Il Monitore di Bologna», 11settebre 1871. Il Caporusso si occupava da anni del movimento operaio. Nel 1865, presidente della Associazione umanitaria degli operai di Napoli, aveva diretto un indirizzo all'esule Mazzini, assicurandolo che «il popolo sta con voi» («L'Unità italiana», 26 marzo 1865). Nella citata Relazione si trova che egli «si era guadagnato le simpatie della classe operaia, che scorgeva in lui un intrepido campione dei suoi diritti», mercè la «opposizione da lui fatta alle mire poliziesche del presidente della Società centrale operaia di Napoli, ispirata, protetta e soccorsa pecuniariamente dal governo». Vicepresidente della sezione napoletana era il falegname Tucci, segretario il falegname Cirma.



436 Il numero di milleduecento è evidentemente esagerato. Nel rapporto ufficiale presentato al Congresso di Basilea (settembre), si annunciava che seicento operai erano già iscritti alla sezione di Napoli.



437 MARIUS, L'Internazionale, dedicato all'operaio italiano, Roma 1871, pp. 98, 99. Cfr. anche «L'Egalité», 22 maggio 1869.



438 M. NETTLAU, Michael Bakunin ecc. cit., II, p. 419.



439 Questa faccenda dell'Alleanza, disciolta, ma che seguita a funzionare segretamente, è molto imbrogliata. Bakunin negò sempre che si fosse costituita un'Alleanza segreta; solo ammise (quando scoppiò il dissidio tra lui e Marx) che l'Ufficio centrale dell'Alleanza, a Ginevra, aveva tenuto delle riunioni segrete anche dopo la fusione con l'Internazionale per non compromettere alcuni suoi membri italiani e francesi i quali, facendo una propaganda sovversiva, rischiavano di venir perseguitati (Rapport sur l'Alliance [1871], in Œuvres cit., t. VI, pp. 186-89). Marx cercò invece di dimostrare, al Congresso dell'Internazionale tenutosi all'Aja nel 1872, l'esistenza di un'Alleanza segreta. Secondo i documenti da lui raccolti (L'Alleanza della Democrazia socialista e l'Associazione internazionale dei lavoratori, Roma 1901), ne avrebbero fatto parte: Fratelli internazionali (ossia lo stato maggiore rivoluzionario di tutta l'Europa); Fratelli nazionali (lo stato maggiore in ogni nazione); membri locali dei gruppi dell'Alleanza. Tutti insieme essi avrebbero avuto il compito di formare «un reticolato invisibile di rivoluzionari devoti». Nessuno ha mai impugnato seriamente l'autenticità dei documenti che Marx presentò all'Aja per aver modo di espellere Bakunin e i suoi dall'Internazionale; e le smentite del russo sono poco probanti perché ci resta sempre il dubbio, piú che fondato, che egli si credesse legato dai vincoli della società segreta a non rivelarne l'esistenza. Si può dunque tenere per certo che i membri della disciolta Fratellanza, ossia gli amici personali di Bakunin, iscrivendosi nell'Internazionale, serbarono i loro vincoli segreti, formando – agli occhi del russo – una vera e propria avanguardia rivoluzionaria in tutta Europa.



440 Tra le liste della sezione ginevrina dell'Alleanza, si trovano alcuni nomi di membri italiani. Sono: Fanelli, Gambuzzi, Friscia, Calogero Cienio, siciliano, Caporusso, Luigi Chiapparo, impiegato municipale a Napoli, Mileti, Dramis, Giuseppe Tivoli, Palladino, avvocato napoletano, Giuseppe Bramante, studente napoletano, Tucci, Zamperini e Rossetti, questi ultimi due viventi a Ginevra. M. NETTLAU, Bakunin und die Internationale ecc. cit., p. 293. Lo stesso Nettlau riporta altrove (Michael Bakunin ecc. cit., II, pp. 307 sg.) un'altra lista, del luglio 1869, che contiene oltre a questi i nomi di Paolo Sanguinetti e Francesco Bernasconi. Altri nomi di amici italiani di Bakunin troviamo in una sua lettera a J. Guillaume, nella quale egli suggerisce di mandare «Le Progrès», giornale alleanzista di Locle, al deputato Orilla, a Berti-Calura, a Giuseppe Mazzoni, a P. G. Molmenti, redattore del «Tribuno del Popolo», Bologna, che si sarebbero probabilmente abbonati. J. GUILLAUME, L'Internationale ecc. cit.



441 Molto interessante è la discussione svoltasi sul problema del diritto di eredità; essa risente dell'urto fra due tendenze opposte: quella che fa capo a Marx, il quale sostiene essere tale diritto inerente all'attuale costituzione della società, esser quindi vano il proporne l'abolizione immediata: scomparirà automaticamente nel crollo della società borghese; l'altra, che fa capo a Bakunin, il quale vorrebbe s'iniziasse senz'altro una campagna per l'abolizione del diritto di eredità. I congressisti rimasero incerti fra le due tendenze e rimandarono ogni conclusione all'anno di poi.



442 Verhandlungen des IV. Kongresses des Internationalen Arbeiterbundes in Basel, Basel 1869, pp. 30-31.



443 Ibid., p. 65.



444 «Bollettino operaio» contenuto nel primo numero dell'«Eguaglianza», citato da MICHELS, Proletariato e borghesia nel movimento socialista italiano, Torino 1908, p. 24. Questa curiosa statistica si legge nei Verhandlungen ecc. cit., p. 65, ma con qualche variazione: 150000 lazzaroni, 100000 speculatori, 150000 usurai e bottegai; 200000 vittime di questi usurai.



445 Verhandlungen ecc. cit., p. 65.



446 Verhandlungen ecc. cit.



447 L'Internazionale. Cenno storico cit.



448 Forse errore per Basilea?



449 Quadrio.



450 Lettere di G. Mazzini ad A. Giannelli cit., pp. 417 sg. Il Giannelli cosí postilla la lettera: «Non potemmo catechizzarlo... perché non passò da Lugano». Secondo la Relazione sulla sezione napoletana ecc. cit., il Congresso di Basilea dette alla testa a Caporusso: «Poiché invece di attingervi ferma convinzione, che nell'ordinamento internazionale non vi ha chi comanda e chi serve... se ne ritornò con certe strane idee, e pretese del tutto opposte ai principî della nostra associazione. Quindi cominciò... a spacciar poteri, che non aveva...; a dire che il Consiglio generale in lui unicamente aveva fiducia, e che avevagli dato facoltà, ove la sezione non procedesse secondo i suoi voleri, di scioglierla e ricomporne una nuova, e mille altre stramberie».



451 Di MICHELANGELO STATUTI resta un curioso volume: La soluzione del problema sociale in rapporto all'Internazionale ed ai moderni socialisti, Napoli 1871, nel quale l'autore rompe una lancia in pro' dell'emancipazione della classe operaia, pur dichiarandosi convinto della necessità di rispettare le basi fondamentali della attuale costituzione sociale. Di lui, un ex prete, parla Carlo Cafiero in una lettera a Engels, da Napoli, 12 luglio 1871, nella quale racconta che il Caporusso lo aveva costituito «professore dell'Associazione [operaia]... ed i poveri operai erano condannati a dovere apprendere dalla bocca di questo impostore il rispetto della proprietà individuale, e tante altre auree teoriche della pretesa economia politica». La lettera si conserva nel già citato Archivio del partito socialdemocratico, a Berlino.



452 Nel dicembre, tuttavia, «L'Eguaglianza» promuove uno sciopero degli arsenalotti.

Tolgo queste notizie sull'«Eguaglianza» dal volume citato di MICHELS, Proletariato e borghesia, pp. 30-32. Io non sono riuscito a trovar copia di questo giornale, che cessò le pubblicazioni nel febbraio 1870. Il NETTLAU (Bakunin und die Internationale ecc. cit., p. 297) ne ha veduti alcuni numeri che dichiara di nessuna importanza.

Il MAINERI, Le stragi di Parigi ecc. cit., vol. III, pp. 39-42, cita alcuni articoli comparsi nel 1869-70 su un giornale «L'Uguaglianza». Non si tratta di quella di Napoli. Forse è «L'Uguaglianza» di Girgenti (diretta dall'avvocato Riggio), del quale non conosco la data di fondazione. Ecco un cenno su tre di questi articoli.

12 giugno 1869. Articolo su l'eredità, che è definita «la catena della schiavitú dei popoli». Essa è la «fonte di querele, di litigi, è la California dei tribunali, la rovina delle famiglie e degli individui. A ben esaminarla, si vede tosto il brutto mostro dell'egoismo essere figlio carnale di lei».

27 novembre 1869. Articolo sull'assesto postrivoluzionario. È ispirato alla dottrina di Bakunin: gli odierni borghesi lavoreranno nella nuova società come tutti gli altri cittadini. In caso d'incapacità al lavoro, caso facilissimo, «non avendo essi appreso a servirsi delle loro dieci dita, eh via!... rilasceremo loro polizzini per la zuppa».

23 gennaio 1870. Articolo inneggiante all'Internazionale.



453 Relazione sulla sezione napoletana ecc. cit.



454 Relazione sulla sezione napoletana ecc. cit.



455 L'episodio è narrato da Andrea Giannelli, nella lettera già citata al Nettlau (Michael Bakunin ecc. cit., II, p. 380). Bakunin scriveva a Ogarëv, il 7 gennaio 1870: «Sembra che il vecchio [Mazzini] sia di nuovo a Lugano... Si capisce, che io ai suoi occhi sono un eretico pericoloso, che ha fatto molto male all'Italia...» Ibid., p. 380.



456 Ibid., p. 382. Il 22 aprile 1870, trovandosi a Milano, Bakunin scriveva a Bellerio: «... bisognerà che faccia visita a Quadrio e alla "Unità"» (ibid., III, p. 624).





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