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Nello Rosselli
Mazzini e Bakunin

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  • VI. Ultime lotte di Mazzini contro l'Internazionale
    • 4. La morte di Mazzini
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4.

La morte di Mazzini

 

 

 

 

 

Mazzini, assistendo al disgregarsi del partito, sentendosi vecchio e malato, non scorgendo intorno a sé discepoli energici capaci di continuare virilmente l'opera sua e in grado di preparare alla democrazia giorni migliori, si lascia qualche volta andare a illusioni di conciliazione che dovevano ripugnare a chi per primo, nobilmente, aveva voluto la scissione, nei termini piú netti possibili. E per esempio scrive il 27 febbraio 1872 a Rosario Bagnasco: «Guardando all'Italia, spero non darete piú grave peso che non meriti al dissidio attuale, lasciate che io lo paragoni prosaicamente a un dissidio di polli; chiusi in un pollaio, si beccano, messi all'aperto, sono amici piú di prima»719.

Illusioni sulla gravità dei dissensi, illusioni sui motivi profondi e l'estensione della crisi. «Il nostro partito non è disorganizzatoprotesta Campanella il 7 marzo 1872. – E al d'oggi il gridio di pochi sbandati, erranti in cerca di novità straniera, senza programmi determinati, e spinti alle avventure piú da irose passioni che da veri principî, non lo commuovono affatto. Esso guata con indifferenza alle scarse diserzioni che avvengono nelle sue fila, perché sa che è e rimane sempre moltitudine»720. Ma se tali illusioni possono nutrire sinceramente il Campanella ed altri pezzi grossi del partito repubblicano, se Mazzini stesso è obbligato a volte, di fronte a estranei o ad avversari, a mostrarsi ottimista, non davvero esse riescono a placare l'inquietudine e l'amarezza del suo spirito cui la lunga esperienza di uomini e di cose non consente di apprezzare la dolorosa situazione sotto una luce eccessivamente favorevole.

Fu questo il tragico destino di Mazzini: costretto, negli ultimi mesi della sua vita, quando cioè agli altri uomini si concede il riposo e il pacato ricordo del passato, a romperla con la frazione piú giovanile e piú attiva del suo partito.

Era il fiore del suo esercito che disertava: chi avrebbe seguitato il suo lungo cammino, chi compiuto il programma, chi tenuta salda la compagine fra i vari elementi della sua dottrina e principalmente la indispensabile coesione tra il progresso materiale e quello morale, tra esigenze dello spirito e esigenze della vita, al cui raggiungimento si erano volte tutte le sue energie migliori? Crollava ogni speranza e l'avvenire si oscurava; non mai l'attuazione del suo programma morale, politico e sociale gli era apparsa cosí lontana e improbabile come al chiudersi della sua vita: nuove formidabili incognite si erano quasi improvvisamente presentate a render ardua la soluzione del problema.

Che sarebbe rimasto di lui, dopo la sua scomparsa? L'Italia era unita, , ma il popolo seguiva la falsa via; egli tramontava senza avere il conforto di scorgere nei solchi della vita italiana alcun germoglio promettente del seme gettato.

La sua eredità morale toccava a un partito numericamente ancor forte, ma roso da dissensi di principî e di persone, povero di anime: pochi afferravano l'unità del suo sistema. E Mazzini sapeva quanto ancora il solo fatto della sua presenza servisse a mantenere insieme le dissidenti frazioni; ma quando egli non fosse piú , alto su tutti, a vegliare, che cosa sarebbe avvenuto? Si sarebbero scatenate le ambizioni, le piccole ire, le suscettibilità, le polemichette, tra la meschina rigidità dei discepoli ortodossi, e l'irruenza irriflessiva di quelli che intendevano svolgere il programma secondo il progresso dei tempi. Gli uni e gli altri privi di quella vibrante passione che era stata la molla di tutta la sua attività e che aveva ispirato la sua dura vita di sacrificio.

La raggiunta unità nazionale aveva agito come una improvvisa forza disgregatrice sul suo partito: molti eran passati nel campo monarchico; molti altri restavano dubbiosi, esitanti, incapaci d'agire comechessia; altri s'incaponivano in una intransigenza piccina che toglieva loro ogni possibilità di fare. Chi avrebbe raccolto la sua eredità? Saffi? Saffi è debole, incerto, privo di fuoco, povero d'iniziativa721. Campanella? Campanella è buono, fedele, diritto, ma senza energia; è un buon esecutore, non può essere il capo722. Quadrio? È vecchio. Lemmi? Non è uomo da tanto723. Nessuno è capace di superare le difficoltà che sovrastano. E queste sono tremende, fra Garibaldi che tira da un verso, gli internazionalisti che tirano Garibaldi e fanno pencolare anche i piú fidi724, gl'intransigenti, che lancian scomuniche a destra e a sinistra, tagliano tutti i ponti e non esitano a sfidare anche Garibaldi, i concilianti che non avendo idee in testa predicano pace, pace, pace.

«Ti giuro che mi cascan le bracciascrive Mazzini, scorato, a Campanella, il 26 gennaio 1872. – I buchi nel partito sono troppi perché io possa rattopparli... È perduto il senso morale e finirò – se non ci mette ordine l'asma o la bronchite – per lavarmene le mani725.

Tra la fine del 1870 e i primi del 1872 non gli erano state risparmiate le delusioni!

Il carcere di Gaeta aveva seppellito le sue speranze di rivoluzione repubblicana – la Comune di Parigi aveva stretto intorno alla monarchia tutti i non socialisti e iniziato la crisi del suo partitoera scoppiato aperto il suo dissidio con Garibaldi – lo si era fatto segno e bersaglio di una vivacissima campagna diffamatoria – aveva dovuto assistere all'irrefrenabile diffusione dell'Internazionale – aveva veduto gli operai rispondere senza entusiasmo all'appassionato appello ch'egli aveva loro lanciato, radunando il Congresso di Roma726: quelli stessi operai tra i quali sempre piú si faceva strada la tendenza allo sciopero, a quel mezzo violento e pericoloso di lotta che, elevato a sistema, egli non poteva non condannare.

Clamorosi scioperi si erano verificati, nel '71, a Cesena fra gli operai delle miniere di zolfo727, a Roma fra i muratori728, a Venezia fra le operaie addette alla manifattura tabacchi729, a Genova fra gli operai vermicellai; e in varie altre località730 le agitazioni si susseguivano minacciose e frequenti731. Il nuovo anno s'iniziava con uno sciopero di vetturini a Roma732.

Tali fatti e lo sviluppo delle organizzazioni di resistenza733 facevano capire a Mazzini come, anziché verso la realizzazione, il suo generoso sogno di collaborazione delle classi si avviasse verso un naufragio forse definitivo: all'egoismo borghese cominciavano a contrapporsi il rancore e la decisa volontà di lotta a oltranza del proletariato.

Tutto contribuí a riempirlo, nei suoi ultimi giorni, di un disperato scoramento.

Nell'ottobre '71 pensava alla morte come all'unico bene ormai desiderabile. «Le delusioni d'ogni generescriveva a un repubblicano in Isvizzera – hanno ucciso in me l'entusiasmo e ogni capacità di gioia o di solo conforto fuorché quella che vien dagli affetti; non il senso del dovere. Tento quel poco che tento per un'Italia ideale e per uomini ch'oggi non sono. E se questo senso religioso non si fosse per ventura serbato in me, mi sarei ucciso»734.

Finalmente, atterrato, gridava la dolorosa invettiva: «Meglio il ritorno degli austriaci che l'impianto in Italia di quelle false e perverse dottrine che dividerebbero gli italiani stessi in oppressi e oppressori»735.

Quarant'anni di battaglie combattute sempre con la stessa fede per lo stesso ideale finirono l'uomo il 10 marzo 1872.

Appena giunta la nuova della sua morte, cosí scriveva di lui un organo conservatore, «La Perseveranza»: «Quella stessa ostinazione con la quale aveva tenuto ritto il già lacero stendardo della repubblica, oppose a quelli che in questi ultimi giorni cercarono introdurre fra noi le bellissime teoriche del cosmopolitismo. Mazzini ritrovò la energia giovanile e scese nuovamente in campo contro la Internazionale che nega la famiglia, la patria, la religione, sulle quali il suo sistema è piú che ogni altro organizzato. Ma era stanco, e questa lotta con chi gli era stato compagno di fede fino a ieri forse lo esaurí» (14 marzo 1872)736.

«La Perseveranza» aveva compreso appieno di quanto i dolorosi eventi del '71 avessero avvicinato alla tomba il vecchio combattente per la libertà737.

Delle conseguenze della sua morte, delle piú gravi e profonde, s'avvedeva, nel campo opposto a quello dell'organo conservatore, meglio d'ogni altro, l'amico e il medico di Mazzini: Agostino Bertani. «Era riunito a Genovanarra G. C. Abba – la sera dei funerali di Mazzini, un cenacolo di amici, tra cui si trovava il Bertani. Si parlava del maestro, dell'Italia, delle conseguenze della morte. Il Bertani ascoltava. E quando gli parve che ognuno avesse ben detto la sua, egli, con profonda mestizia, come se si fosse collocato a distanza nei tempi non ancora venuti, in questi che viviamo noi, a guardar indietro con quegli occhi, con quel suo viso tagliente, disse che la piú pericolosa delle conseguenze di quella perdita nessuno l'aveva intravveduta. Mazzini vivo, non era stato possibile all'Internazionale metter piede in Italia, neppure con Bakunin738; morto lui, sarebbe entrata a scindere il partito repubblicano e assai presto se ne sarebbe sentita l'azione... Sarebbe venuto del sangue, sarebbe cominciata l'età delle ire, che invece d'affrettare avrebbe ritardato di chi sa quanto l'attuazione degli ideali sociali emananti dalla dottrina del maestro... Bisognava far presto, prevenire l'azione dell'Internazionale, discendere in mezzo al popolo e lavorare per lui nel nome della patria, migliorarne la vita se si voleva che della patria conservasse vivo ed alto ed amato il concetto»739.

Quasi a confermare le parole del Bertani, una settimana dopo la morte del Mazzini si riuniva a Bologna, presieduto da Nabruzzi, Cerretti, Pescatori e Amadio, un Congresso regionale dell'Internazionale (17-19 marzo 1872) cui parteciparono i rappresentanti di quattordici sezioni emiliane740 e di quattro società aderenti741.

Esaminando il dissidio, che si andava facendo sempre piú palese e piú grave, tra Marx e Bakunin, i congressisti deliberarono di seguire il programma antiautoritario di Bakunin, limitandosi a riconoscere «nel Consiglio generale di Londra e in quello che aveva eletto la Federazione del Giura bernese solamente dei semplici uffici di corrispondenza e di statistica»742: Marx comincia a capire quale grossolano errore abbia commesso affidando a Bakunin l'incarico di liberare l'ambiente operaio italiano dall'influenza di Mazzini.

Il Congresso di Bologna ebbe importanza anche per la definizione dei rapporti tra mazziniani e internazionalisti. I congressisti, pur riconoscendo l'importanza del problema politico e istituzionale, avvertirono infatti che occorreva subordinarlo alla questione sociale; e, quasi all'unanimità, votarono una deliberazione che suonava condanna di un'eventuale insurrezione a fine puramente repubblicano, che non avesse cioè per scopo l'emancipazione del proletariato. Solo una piccola minoranza si dichiarò favorevole a stabilire accordi con i mazziniani, qualora questi si fossero decisi all'azione743.

Approvata l'astensione sistematica nelle elezioni politiche (poiché non bisognava procurare a un governo autoritario i mezzi atti a sostenerlo e «qualunque governo autoritario è opera di privilegiati a danno delle classi diseredate»), si inviò un indirizzo a Garibaldi e uno ai superstiti della Comune: «Noi, italiani per nascita, internazionali per cuore, celebriamo questo giorno come il primo dell'Era che sorge... l'ultimo di quella che muore... Mandiamo a voi, martiri e apostoli dell'emancipazione sociale, un saluto, un abbraccio fraterno e una promessa che non morrà»744.

I congressisti di Bologna affermarono anche l'immensa importanza della propaganda nelle campagne. Bisogna qui ravvisare la suggestione di clamorosi recenti avvenimenti. Cessata ogni eco dei moti del 1869, i contadini avevano cominciato a dare qua e i segni di un nuovo orientamento spirituale. Nel marzo 1871 era scoppiata una agitazione tra i contadini di Oggiono (Como), i quali avevano costituito una società agraria, allo scopo di migliorare le condizioni delle classi rurali. Il governo aveva perseguitato in ogni maniera tale società, la quale – sembra – s'informava a principî molto avanzati, sostenendo anche il diritto dei lavoratori della terra a una compartecipazione nella proprietà del suolo. In seguito a tali persecuzioni e ad arresti ritenuti arbitrari, i contadini di Oggiono dichiararono lo sciopero che si prolungò per qualche settimana senza dar luogo peraltro a incidenti degni di nota; l'autorità si limitò a mandar truppe sul luogo745. Tra il marzo e il luglio si verificarono invece gravi tumulti tra i contadini a Cavarzere e ad Adria (Polesine), in seguito all'applicazione della legge che reprimeva gli abusi del vagantivo; vennero sedati con la forza, ed operati moltissimi arresti. Altri disordini si verificarono a Ostiglia (Mantova), a Geranzano (Milano) dove i braccianti si presentarono ai proprietari, reclamando un aumento di salario e non ristettero da violenze, a Frascati746. A Sulmona, nell'agosto 1871, s'ebbe a deplorare una sollevazione di contadini contro gli esattori della tassa sul macinato747. Disordini preoccupanti dovuti alla disperata miseria e disoccupazione dei braccianti si verificarono nel Polesine, nell'aprile 1872748. A Ronco Canneto (Parma), il 9 aprile, duecentocinquanta risaioli abbandonarono il lavoro e, recatisi in una vicina risaia dove lavoravano dei braccianti venuti da Reggio, li costrinsero con minacce ad allontanarsi. I carabinieri arrestarono i promotori dei disordini749. Nei mesi successivi i tumulti si fecero piú frequenti e piú gravi.

 

Mazzini era morto. Ma non per questo cessavano le violenti polemiche tra mazziniani e internazionalisti, anzi s'invelenivano, acuendosi nei mazziniani il risentimento contro quanti ritenevano responsabili di avere avvelenato gli ultimi giorni di vita del maestro. Dalle polemiche si passò ben presto, nelle province dove piú viva era la passione per la lotta politica, alle risse e alle violenze personali; il 19 marzo, a Ravenna, nacque un conflitto sanguinoso tra mazziniani e internazionalisti750; agli ultimi dello stesso mese, a Bologna, il notissimo mazziniano Antonio Fratti si batté in duello con un giovane internazionalista751.

Il 5 aprile 1872, felice dello sviluppo preso dall'internazionalismo in Italia, Bakunin scriveva una lettera allo spagnolo Francisco Mora, che è un esplicito riconoscimento del notevole vantaggio venuto all'Internazionale dalla morte di Mazzini: «Voi sapete senza dubbio che in Italia in questi ultimi tempi l'Internazionale e la nostra cara Alleanza hanno preso un grandissimo sviluppo. Il popolo, tanto delle campagne che delle città si trova in una condizione tutt'affatto rivoluzionaria, cioè economicamente disperata e le masse cominciano a organizzarsi in una maniera molto seria, i loro interessi cominciano a divenire idee. Finora, ciò che era mancato all'Italia non erano gl'istinti ma precisamente l'organizzazione e l'idea. L'una e l'altra si costituiscono in modo che l'Italia, dopo la Spagna, e con la Spagna, è forse il paese piú rivoluzionario di questo momento752. Vi è in Italia ciò che manca negli altri paesi: una gioventú ardente, energica, completamente spostata, senza carriera, senza uscita e che, malgrado la sua origine borghese, non è punto moralmente e intellettualmente esaurita come la gioventú borghese degli altri paesi. Oggigiorno essa si getta a corpo perduto nel socialismo rivoluzionario con tutto il nostro programma, il programma dell'Alleanza753. Mazzini, il nostro geniale e potente antagonista è morto, il partito mazziniano è completamente disorganizzato, e Garibaldi si lascia sempre piú trascinare da questa gioventú che porta il suo nome, ma che va, che corre infinitamente piú lontano di lui»754.

Il 17 aprile si aduna a Roma, per iniziativa delle società operaie aderenti alla corrente moderata, un controcongresso operaio, nel quale confluivano tutti i nemici di destra del radicalismo mazziniano. Magnificato dai giornali conservatori, i mazziniani cercarono naturalmente di screditarlo, avvertendo che i delegati eran quasi tutti signori mentre v'erano pochissimi operai755. Ma il numero stesso delle società rappresentate (172 oltre a 30 aderenti) toglie valore alle loro proteste.

Il 2 maggio si ebbe l'episodio piú grave della lotta tra mazziniani e internazionalisti: a Lugo veniva assassinato Francesco Piccinini, giovane ardente internazionalista756. La voce pubblica attribuí il delitto ai mazziniani né a tutti parvero sincere e credibili le smentite dei giornali mazziniani, nonostante le sdegnose deplorazioni di Aurelio Saffi757.

Il 5 maggio, a Torino, si adunava per iniziativa dei mazziniani un Congresso delle società operaie del Piemonte (presenti i rappresentanti di una quarantina di società), nel quale gl'internazionalisti ebbero modo di farsi una larga propaganda. La società torinese L'emancipazione del proletario aveva presentato infatti il seguente quesito: «Della necessità degli operai italiani di unirsi alla Società internazionale dei lavoratori per procedere alla soluzione dell'importante questione sociale, coi grandi principî dell'universale fratellanza, i quali eliminano ogni gara di parte ed ogni rivalità di sorta»; il quale, proposto alla votazione come ordine del giorno758, non venne approvato, ciò che provocò l'uscita dei delegati internazionalisti (G. Eandi, direttore del periodico «L'Anticristo», Perino ed altri dei quali s'ignora il nome); tuttavia il Congresso aderí a un'altra proposta nella quale se si affermava «che il sentimento italiano debba avere la precedenza su ogni altro nella trattazione dell'emancipazione politica e sociale dell'operaio», si tendeva allo stesso tempo «mano fraterna all'Associazione internazionale dei lavoratori...»759. E si noti che questo Congresso di Torino venne considerato come uno scacco per gli internazionalisti!

Ma erano – già l'ho detto – tutti successi di parte bakunista. Uno dei fiduciari di Engels, il Regis, scriveva a Londra da Ginevra il 13 maggio: «Le notizie d'Italia mi giungono scarse e tristi. Voi conoscete in quale deplorabile situazione si trovino le regioni Romagnole, e quale influenza abbia acquistato il Fascio Operaio di Bologna, guadagnato completamente alla causa dei jurassiens... È incredibile l'energia e l'attività spiegata dai dissidenti, e l'opera loro non è rimasta senza frutto...» Due mesi piú tardi (10 luglio), urtato e deluso, Engels si sfogava con Cuno: «Gli italiani devono fare ancora un po' di scuola di esperienza, per imparare che un popolo tanto arretrato di contadini, come loro, non fa che rendersi ridicolo, quando vuol prescrivere agli operai dei popoli dalla grande industria, come devono contenersi per giungere all'emancipazione...»760.

Nell'estate del 1872 Bakunin poté raccogliere i frutti del suo lungo apostolato, ché il 4 agosto si riuní a Rimini il primo vero e proprio Congresso internazionalista italiano, presenti i delegati di ventun sezioni761. Tullio Martello volle sostenere esser la maggior parte di quelle sezioni puramente nominali: bastava che in un luogo fossero un paio d'internazionalisti perché in quel luogo si proclamasse tosto l'esistenza d'una sezione in piena regola762. Ma il tempo, col crescente sviluppo dell'Internazionale, gli dette torto. Egli ignorava altresí che non tutte le sezioni allora costituite parteciparono al congresso: dalle ricerche eseguite mi risulta che, a mezzo il '72, funzionavano, oltre quelle menzionate nei resoconti del congresso, almeno altre ventisette sezioni dell'Internazionale763; né presumo di avere esaurito tutto il materiale utilmente consultabile. Si può dunque ritenere non troppo lontana dal vero la notizia, generalmente ripetuta, che nel 1872 esistessero in Italia un centinaio di sezioni internazionaliste764.

Carlo Cafiero, di fresco convertito al bakunismo765 venne acclamato presidente dell'importante congresso, il giovanissimo Andrea Costa ne fu il segretario766. I congressisti dichiararono costituita la Federazione italiana dell'Internazionale; avvertendo che coll'aggettivo italiana non volevano intenderla limitata nei confini della nazione (ciò che avrebbe avuto un significato contrario al loro ingenuo e radicale internazionalismo), ma porre una semplice distinzione categorica. Si schierarono compatti per Bakunin e la causa dell'Internazionale autonomista contro il Consiglio generale di Londra, che aveva tentato imporre «a tutta l'Associazione internazionale dei lavoratori una dottrina speciale, autoritaria che è precisamente quella del partito comunista tedesco»; dottrina che era «la negazione del sentimento rivoluzionario del proletariato italiano». E, nel mentre che rompevano ogni solidarietà col Consiglio generale di Londra, «affermavano tanto piú la solidarietà economica con tutti gli operai». Si rifiutarono altresí d'intervenire al Congresso generale dell'Internazionale, indetto pel settembre 1872 all'Aja, convocandone invece uno antiautoritario a Neuchâtel.

Il congresso s'intrattenne anche sulla questione dello sciopero, dichiarandolo poco utile dal punto di vista economico, ma fecondissimo per svolgere il sentimento di solidarietà fra i lavoratori; e si chiuse, inviando un indirizzo di plauso e di saluto a Bakunin, «all'infaticabile campione della rivoluzione sociale»767.

Col Congresso di Rimini la crisi del mazzinianismo si aggravava: non piú si aveva a che fare con pochi giovani dalla testa calda, ubriacati dalla Comune; ma con un organismo battagliero e bene ordinato.

Se il nucleo dirigente delle sezioni era costituito da elementi intellettuali, la loro forza – e la minaccia che rappresentavano per l'ordine socialeera costituito dagli operai e dagli artigiani, che vi si iscrivevano sempre piú numerosi e che nella lotta di classe riponevano ormai ogni loro speranza768.

In poco piú di un decennio, le condizioni dell'ambiente sociale in Italia si erano profondamente mutate.

Il tentativo fatto da Mazzini per interessare i ceti medi alla questione operaia e risolverla con la collaborazione della borghesia era fallito per deficiente attività sua o per insufficienza intrinseca. Il materialismo si era largamente infiltrato nella gioventú colta. Lo sviluppo industriale, con le inevitabili crisi iniziali, trasformava l'artigianato in proletariato e determinava la formazione sempre piú evidente di un sentimento classista. Sulla scena delle lotte economiche andavano affacciandosi le masse agricole, rigenerate dall'emigrazione, dalla leva, dalla sempre piú diffusa istruzione. Un modesto giornale, «La Plebe», andava coltivando il primo e quasi unico germoglio del socialismo evoluzionista769. «Bignamiscriveva Engels il 2 novembre 1872 – è il solo individuo che abbia preso il nostro partito in Italia... Abbiamo il suo giornale in mano nostra. Ma si trova nel bel mezzo degli "autonomisti" e deve prendere ancora qualche precauzione»; e il 16 novembre: «Guardate se non sarebbe possibile di mandarmi pieni poteri per l'Italia. Colla lotta che ferve in quel paese, dove i nostri non formano che una piccolissima minoranza, sarebbe assai desiderabile che si potesse intervenire prontamente». Infine, il 4 gennaio 1873, comunicando l'arresto avvenuto nel dicembre dei principali redattori della «Plebe»: «È della piú alta importanza che Lodi sia sostenuta dal di fuori; è il nostro posto piú solido in Italia, e ora che Torino non piú segno di vita è il solo su cui si possa contare... Se perdiamo Lodi e "La Plebe" non avremo piú neppure un pied-à-terre in Italia»770.

A Lodi si murava allora, sotto l'influenza piú che di Marx e di Engels del profugo Malon, la prima pietra di un grandioso edificio, che sarebbe sorto vent'anni piú, tardi: il partito socialista italiano.

 

Intanto l'Associazione internazionale, spezzata in due opposte tendenze dal dissidio Marx-Bakunin, dopo il Congresso dell'Aja (settembre 1872), spostava il suo centro direttivo dall'Europa in America e quindi decadeva rapidamente.

Con la sua fine si chiude la prima fase del movimento socialista in Europa.








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719 «L'Alleanza», marzo 1872.



720 Alla Consociazione repubblicana romagnola («L'Alleanza», 9 marzo 1872).



721 «Con te differisco nel fine e quindi nei mezzi e nel metodo da tenersi – gli scrive Mazzini il 12 settembre 1869 –. Tu non tendi a fine pratico alcuno... Io tendo a cercar gli eventi; tendo a cogliere la prima opportunità per un'insurrezione repubblicana; e quindi la necessità di un ordinamento. Il tuo sistema conduce diritto, senza che tu vi pensi, alla sosta indefinita, all'abdicazione di ogni iniziativa» (Lettere di G. Mazzini a F. Campanella cit., p. 333). E a Giorgina, nel giugno '70: «Ciò ch'io persisto a rimproverare nel mio cuore ad Aurelio è il silenzio... perché non scrive contro il materialismo, il machiavellismo e tutti gli ismi che ci appestano? Che fa egli dell'ingegno che Dio gli ha dato? Manca di coraggio morale? Temo a poco a poco di convincermene. Perché mi lascia solo? Perché non combattere in due?» (ibid., p. 335).



722 Cfr. lettera di Mazzini a Giannelli, ricevuta il 18 ottobre 1869. Lettere di G. Mazzini ad A. Giannelli cit., p. 422.



723 Cfr. lettera di Mazzini a Emilia Ashurst, 9 gennaio 1860 (RICHARDS, op. cit., II, 165).



724 Già abbiamo accennato a Mazzoni, a Castellazzo, a Socci. Piú che pencolare, precipitava addirittura verso l'internazionalismo Battaglia. Mazzini ne scriveva al Giannelli, il 16 febbraio 1872: «Se per miracolo di provvidenza. gl'italiani si destassero non a ciarle ma a fatti, o in lettiga o in piedi, finché vivo, farò il mio dovere. Fin , non posso che gridare, come tutti gli onesti dovrebbero, contro questa invasione di barbari che deturpano e rovinano il partito, senz'ombra di senno o possibilità di riescire in ciò che ciarlano di volere... Mi duole di Batta[glia]. Non intendo com'ei sia tornato quasi internazionalista dalla Sicilia» (Lettere di G. Mazzini ad A. Giannelli cit., p. 50).



725 Lettere di G. Mazzini a F. Campanella cit., p. 48.



726 Nella sua nobile coerenza, Mazzini non aveva esitato a rompere ogni rapporto non solo con i nuclei operai che avessero aderito all'Internazionale, ma anche con quelli che avessero comunque dimostrato tendenze contrarie al suo programma. Il 27 febbraio 1872, per esempio, informato che la Società operaia di Brescia aveva «deliberato darsi il bando alla politica nelle sue discussioni», le aveva scritto, per avvertirla che se il fatto era vero cancellasse il suo nome dall'Albo dei soci onorari. «Non posso appartenere alla vostra società senza aperta contraddizione a quanto è in me profondo convincimento... È un'abdicazione intellettuale e morale... errore e colpa» («L'Alleanza», Bologna, marzo 1872).



727 Nel maggio-giugno. Ne trovo notizia nel già citato Giornale di anonimo autore, che si conserva a Cesena.



728 «Il Romagnolo», Ravenna, 18 giugno 1871.



729 «L'Unità italiana», 25 agosto 1871.



730 La Statistica ufficialeAnn. di Stat.», cit.) conta 26 scioperi nel 1871.



731 «L'Unità italiana e Dovere», 5 gennaio 1872.



732 Cosí a Milano, nel luglio, fra gli operai della Società per le ferrovie dell'alta Italia («Il Gazzettino rosa», 24 luglio 1871); a Torino, nell'agosto, fra i panattieri («Il Monitore di Bologna», 5 agosto 1871); a Milano, nell'agosto, fra i lavoranti sarti (ibid., 27 agosto). Nel settembre si verificano tumulti a Venezia. Il 15 vien trovato affisso un curioso manifesto manoscritto: «Aviso - La Società dei Congiurati Avvisa - che noi - tutti - 500 - voliamo Abaso - tutte le machine delle - Conterie - Del grano - chanevo ecc. ecc. i Batelli a vapore - e altre cose che - è danno - al Povero Popolo!! e dentro - 15 o 20 - giorni voliamo - tutte biade e le farine Ribasate oseno - Daremo fogo i Palassi - di questi Signori. Il Presidente I. S.» («Il Monitore di Bologna», 17 settembre 1871).



733 Una di esse, l'Associazione dei tipografi, ha nel 1871 ventisette sedi (BROCCHI, L'organizzazione ecc. cit., p. XIX). Sempre nel 1871 si tiene a Napoli il III Congresso dei tipografi per l'osservanza della tariffa (T. BRUNO, La Federazione del libro ecc. cit.).



734 «L'Alleanza», 6 aprile 1872. L'ignoto destinatario della lettera, pubblicandola, cosí la commentava: «La religione del dovere gli trattenne la mano, ma egli era stato ferito nel cuore e ne morí di dolore: spirò col nome di Garibaldi sulle labbra, perdonando e sperando».



735 TIVARONI, L'Italia degli italiani, Torino 1897, III, pp. 215 sg.



736 Ai primi di aprile si tenne a Macerata un comizio per commemorare Mazzini, indettoriferiva «Il Lucifero» di Ancona (cfr. «L'Unità italiana e Dovere», 9 maggio 1872) – dai «nostri amici repubblicani socialisti unitari». Uno degli oratori, Giuliozzi, alludendo agli internazionalisti, lamentò che molti avessero abbandonato la bandiera di Mazzini. Un certo Giannini interruppe: «Io pure appartengo all'Internazionale, ma non ho mai disertato la bandiera di Mazzini!» «Il Lucifero» commentava, notando che non era possibile dirsi internazionalisti senza disertare il mazzinianismo; e aggiungeva: «Il nostro maestro sul letto di morte dichiarò, che piú che le antiche delusioni, che avevano logorato il suo corpo, amareggiava l'anima sua lo stuolo d'italiani, che, leggeri come fanciulle, s'invaghirono delle straniere lusinghe



737 Commosse parole di avversario onesto scrisse su Mazzini anche Bakunin (a Cerretti, 19 marzo 1872): «Saremmo stati vili e traditori se non l'avessimo combattuto a oltranza. Il profondo sentimento di rispetto simpatico, di pietà che non abbiamo mai cessato di provare per il sublime e sincero retrogrado, ci aveva reso il combattimento assai doloroso, assai penoso ma non potemmo sottrarci senza tradire la nostra causa... Nuovo Giosuè, Mazzini si era sforzato di fermare il sole. Il a succombé à la tâche. La sua grande anima affaticata, torturata, ha finalmente trovato quel riposo che vivo non ha mai conosciuto. Il grande patriota mistico, l'ultimo profeta di Dio sulla terra è morto...» (M. NETTLAU, Michael Bakunin ecc. cit., III, p. 639).



738 Quanto precede prova l'inesattezza dell'affermazione.



739 I funerali di G. Mazzini, in Cose garibaldine, Torino 1907.



740 Bologna, Ravenna, Rimini, Fano, Massignano, Lugo, Montelparo, San Potito, Fusignano, Forlí, Faenza, Senigallia, Sant'Arcangelo, Imola.



741 Mirandola, Genova, Mantova, Napoli.



742 In realtà con tale deliberazione il Congresso di Bologna commise un grosso errore. Il Consiglio generale di Londra, infatti, fino alla riunione del congresso deteneva regolarmente ed esclusivamente il potere e aveva un mandato precisato dagli statuti. Il Comitato federale del Giura non era, invece, che un comitato regionale, il quale aveva tutto il diritto di fare opposizione al Consiglio generale, ma non quello di sostituirglisi. L'errore di metterli su uno stesso piano era cosí evidente che il Comitato del Giura trovò necessario di sconfessare – pro forma, s'intende – la deliberazione bolognese. Carlo Marx, comunque, ritenne che gli italiani avessero con la loro leggerezza rivelato il giuoco sotterraneo di Bakunin. «Il "Fascio operaio" – scrisse infatti – aveva commesso un grosso sbaglio, scoprendo a' profani la misteriosa esistenza del centro segreto dell'Alleanza» (J. GUILLAUME, L'Internationale ecc. cit., vol. II, p. 268. C. MARX, L'Alleanza democratica socialista ecc. cit.).



743 Celso Cerretti, ad esempio, presentò un ordine del giorno «tendente a sanzionare che caso mai i mazziniani decidessero di passare dall'apostolato all'azione, noi internazionali li avremmo seguiti» («L'Alleanza», 1872). Il Cerretti era uno dei fautori di quel Congresso democratico proposto da Garibaldi che avrebbe dovuto risolvere gli equivoci e ridare unità e vigore alla democrazia repubblicana.



744 «Il Fascio operaio», 24 marzo 1872.



745 «Il Gazzettino rosa», 30 marzo 1871; M. MACCHI, Almanacco per il 1873 cit., p. 33.



746 M. MACCHI, Almanacco per il 1873 cit.; BERTOLINI, op. cit.



747 «Il Romagnolo», 27 agosto 1871.



748 «Lo Staffile», Bologna, 4 maggio 1872.



749 «L'Unità italiana e Dovere», 18 aprile 1872.



750 A. ANGIOLINI, Socialismo ecc. cit., p. 79; «Lo Staffile», 23 marzo 1872.



751 Cfr. Diario forlivese cit., aprile 1872.



752 Già il 29 agosto 1871, scrivendo ai redattori della «Liberté», Bakunin dichiarava che l'Italia «è un paese nel quale la rivoluzione sociale è forse piú imminente che in Germania e certo piú prossima che in Svizzera» e poi, quasi stupito che le qualità rivoluzionarie del popolo italiano non fossero state sfruttate negli ultimi anni, nei quali il malcontento era pur cosi generalmente diffuso: «Se i mazziniani fossero stati piú vivi, piú pratici..., se, meno disseccati dal teologismo e dalla statolatria di Mazzini, avessero conservato un po' di cuore per le sofferenze reali del popolo, avrebbero potuto trarre partito in modo straordinario dal movimento quasi universale e affatto spontaneo dei contadini italiani contro la legge del macinato, circa due anni fa... Ma era un movimento troppo barbaro per dei rivoluzionari formati alla scuola di Mazzini. Lo sdegnarono» (M. NETTLAU, Michael Bakunin ecc. cit., III, pp. 624-25).



753 Le stesse impressioni sulla gioventú italiana riportava Benedetto Malon, profugo in Italia: «Nella vita sociale dell'Italiascriveva – vi è un fenomeno che essa ha comune soltanto con la Spagna, e sono le molte migliaia di giovani sempre disposti ad arrischiar la vita per una grande causa... Il meglio di queste giovani schiere non appaga le sue aspirazioni coll'unità d'Italia o colla repubblica, ma va piú in , fino al socialismo» (Il socialismo, suo passato, presente e avvenire, 1873).



754 C. MARX, L'Alleanza della democrazia socialista ecc. cit., pp. 117 sg. Anche Giulio Guesde, profugo di Francia e uno dei primi introduttori del marxismo in Italia, scriveva a Joukovski da Roma il 30 aprile 1872: «Qui ci si muove molto. Gli operai son pieni di buona volontà. Lasciate loro il tempo di dimenticare Mazzini e saranno per noi e per la rivoluzione sociale».



755 «L'Unità italiana e Dovere», 20-21 aprile 1872. Due tipografi, delegati al congresso dalla Società dei compositori tipografi di Roma, quando videro che in maggioranza i delegati erano «nobili, senatori, deputati, avvocati e capitalisti, gl'interessi dei quali non possono non essere opposti a quelli di coloro che vivono col frutto delle proprie fatiche» si ritirarono. Osservava in proposito «La Perseveranza», aprile 1872: «In questi benedetti congressi [operai] avvengono guai, quando in luogo di persone cresciute agli studi e alla matura discussione de' propri interessi, adunano uomini, cui la necessità del lavoro manuale ha lasciato poco tempo da dedicare ai libri, e che perciò appunto non hanno la pratica necessaria delle forme, che devonsi osservare nelle numerose assemblee». I mazziniani provocarono nei giorni seguenti numerose proteste contro questo controcongresso da parte di nuclei operai aderenti al partito d'azione, riuscendo a organizzare per il 21 aprile un comizio di un due o trecento operai romani al teatro Corea: l'ordine del giorno che venne votato terminava cosí: «Noi vogliamo che tutti gli operai italiani s'uniscano tra di loro e s'uniscano cogli operai di tutta l'Europa per raggiungere l'emancipazione sociale» («L'Unità italiana e Dovere», 23-25 aprile 1872).



756 Del Piccinini si legge nel «Martello» del 3 marzo 1872 una lettera, in data 29 febbraio, nella quale è molto chiaramente esposta l'ineluttabile necessità della lotta di classe.



757 «L'Unità italiana e Dovere», Genova, 8 maggio 1872. Da rammentarsi la bella epigrafe che Giosuè Carducci dettò per il Piccinini; la riporta A. ANGIOLINI, Socialismo ecc. cit., p. 79.



758 Da Giuseppe Eandi: «Udita la lettura degli statuti generali della Associazione internazionale dei lavoratori; considerando che i santi principî che la informano ed i mezzi indicativi sono i piú atti ad affrettare l'emancipazione delle classi operaie e l'abolizione di ogni supremazia di classe; approva in massima tali principî, e fa voti perché le singole società studino nel loro seno la necessità di aderire all'Associazione internazionale». Cfr. anche una lettera del Consiglio della Emancipazione del proletario a Engels, del 16 maggio 1872 (Carteggio di Engels cit.).



759 Su proposta di Carlo Laplace. M. MACCHI, Almanacco per il 1873 cit., pp. 16 sg.; «L'Unità italiana e Dovere», 4-14 maggio 1872.



760 Carteggio di Engels cit.



761 E, precisamente, di: Torino, Mantova, Bologna, Ravenna, Rimini, Imola, Lugo, Fusignano, San Potito, Mirandola, San Giovanni in Persiceto, Fano, Sant'Arcangelo, Senigallia, Forlí, Firenze, Siena, Roma, sezioni umbre, Napoli, Sciacca.

Il Congresso era stato indetto dal Fascio operaio di Bologna con una circolare a tutte le sezioni internazionali in data 2 luglio 1872. Ogni sezione era invitata a formulare quesiti per la discussione (Carteggio di Engels cit.).



762 Storia della Internazionale cit., pp. 503 sg.



763 Precisamente, le sezioni di Milano, Lodi, Venezia, Verona, Genova, Ferrara, Modena, Faenza, Fermo, Massignano, Montelparo, Empoli, Fiesole, Pistoia, Pescia, Livorno, Macerata, Ancona, Jesi, Palermo, Messina, Girgenti, Grotte, Porto Empedocle, Menfi, Trapani.

In una bozza di Circolare contro Rimini, che si trova fra le carte di Engels e che era destinata a tutte le pretese sezioni che avevano partecipato al Congresso (ignoro se essa fu poi realmente inviata) si legge: «Importa constatare che delle 21 sezioni i cui delegati hanno firmata questa risoluzione, v'è una sola [Napoli] che appartiene all'Internazionale. Nessuna delle altre ha giammai adempita alcuna delle condizioni prescritte dai nostri statuti e regolamenti generali per la ammissione di nuove sezioni». L'affermazione di Engels era inesatta. Egli stesso aveva tenuto, nei mesi antecedenti, corrispondenza con le sezioni di Torino, Bologna, Imola, Ravenna (oltre che con altre non partecipanti al congresso). È vero invece che molte delle sezioni italiane non avevan riempito tutte le formalità prescritte per esser considerate ufficialmente tali. Engels poteva dunque anche aver ragione, ma dal puro lato formale. A noi oggi interessa sapere quanti nuclei operai esistevano allora in Italia, che si dichiaravano aderenti all'Internazionale, e non quanti avevan pagato a Londra i regolamentari dieci centesimi per socio.



764 Cfr. per esempio A. ANGIOLINI, Socialismo ecc. cit., p. 84.



765 Insospettito dell'animosità che, nelle lettere private e non, Engels e tutto il Consiglio di Londra dimostravano contro Bakunin, influenzato dal circolo di amici di quest'ultimo al quale, in sostanza, si riduceva il movimento internazionalista in Napoli, poco soddisfatto di certe risoluzioni della Conferenza di Londra, Cafiero volle veder chiaro nella faccenda. E si recò a Locarno per conoscere Bakunin, esporgli francamente alcune accuse che si facevano circolare contro di lui, invitandolo a spiegarsi, conoscere insomma il suo modo di pensare (20 maggio 1872). Il 21 maggio il russo segnava sul suo diario: «Tutto il giorno con Fanelli e Cafiero; alleanza ben stretta»; e il 24: «Conversato con Armando (pseudonimo di Cafiero). Piano di organizzazione abbozzato». L'intesa tra Engels e Cafiero si era prolungata perché quest'ultimo equivocava sulle idee del primo. Cafiero era, per istinto, il seguace-tipo di Bakunin. Il 12 giugno spedí all'Engels una lunga lettera (rivedutapare – dal Bakunin), nella quale annunciava il suo passaggio al campo nemico. Eccone qualche passo: «Il vostro programma comunista è, per me, nella sua parte positiva una grossa assurdità reazionaria... Tutti vogliono conquistare, o meglio, rivendicare il capitale alla collettività, ed all'uopo si propongono due modi diversi. Gli uni consigliano un colpo di mano sulla rocca principale – lo statocaduta la quale in potere dei nostri, la porta del capitale sarà aperta a tutti; mentre gli altri avvisano di abbattere tutti insieme ogni ostacolo, e d'impossessarsi, di fatto, di quel capitale che si vuole assicurare per sempre proprietà collettiva. Io sono schierato coi secondi... io detesto l'autorità, e ne voglio la distruzione nelle sue piú patenti estrinsecazioni, la chiesa e lo stato... Bakunin e i dissidenti del Giura non hanno mai avuto in mente di sostituire le loro idee al programma largo dell'Internazionale, essi hanno sempre ritenuto che il gran merito dell'Internazionale sta appunto nella larghezza del suo programma... La Conferenza di Londra ha veramente introdotto delle dottrine speciali, imponendo una tattica uniforme a tutta l'Internazionale, che è quella svolta nel manifesto comunista tedesco...»

Engels andò su tutte le furie e rispose a Cafiero con una vivacissima lettera: «... non posso conchiudere che una sola cosa: che voi vi siate lasciato indurre d'intrare [sic] nella società segreta bakunista l'Allianza [sic] la quale, predicando ai profani, sotto la maschera dell'autonomia anarchica, e antiautoritarismo, la disorganizzazione dell'Internazionale, pratica cogli iniziati un autoritarismo assoluto collo scopo d'impadronirsi della direzione dell'associazione... mi dovrò congratulare con voi che avete messa a salvo a giammai la vostra preziosa autonomia...» (Carteggio di Engels cit.).

L'opera di Cafiero in pro' del bakunismo si svolse dal '72 in ; oltrepassa perciò i limiti del mio lavoro. Va ricordata di lui la traduzione e riduzione del Capitale di Marx (prima in Italia) compiuta in carcere nel '77-78 e pubblicata nel '79. Anima semplice e generosa (spese il suo considerevole patrimonio per la propaganda internazionalista), facilmente influenzabile, Cafiero esercitò una parte di primo ordine nella lotta sociale in Italia.



766 Nato a Imola nel '54, Costa fu uno dei tanti che subirono il fascino della Comune di Parigi (era allora studente all'Università di Bologna dove il Carducci l'aveva carissimo). Nella primavera del '72, già volto decisamente al socialismo, credendosi poco sicuro in patria, si rifugiò in Isvizzera, a Neuchâtel, dove fu compito del Guillaume rassodarlo sulle teoriche socialiste. Poco dopo, rinfrancato da notizie giuntegli dall'Italia, tornò in patria: intelligente e attivissimo, afferrò le redini del movimento sovversivo guidandolo, in conformità al suo giovanile purismo, sulle vie dell'intransigenza rivoluzionaria.



767 «La Favilla», anno VII, n. 162 (Mantova, 8 agosto 1872). Il Congresso provvide a far pubblicare il Programma e regolamento della Federazione italiana della Associazione internazionale dei lavoratori (Rimini 1872). La copia da me consultata – che ora si conserva alla Biblioteca dell'Archiginnasio di Bologna – fu già in possesso di Giosuè Carducci.

«L'Unità italiana e Dovere», Milano, 13 agosto 1872, pubblicò un breve resoconto del Congresso, tra l'altro scrivendo che «non vennero discussi i principî, ma si accettarono quelli già dichiarati nei congressi antecedenti, cioè: Abolizione giuridica della famiglia (?) - Proprietà collettiva degli strumenti del lavoro e del suolo - Abolizione dello Stato, ecc.».



768 Si veda per esempio la lettera che un tale Filippo Ricci scriveva ai «Rappresentanti del proletariato mondiale all'Aja» (in occasione del Congresso internazionale) da Porto Maurizio, il 26 agosto, annunciando la prossima costituzione di una sezione. Vi si espongono le «miserevoli condizioni della Liguria occidentale... su di cui il soffio vitale dei principî della Società internazionale, non ha ancora potuto pervenirvi... Le mercedi degli operai sono tanto esigue, che non bastano al loro sostentamento...; che la grande Associazione internazionale rivolga uno sguardo su questa miserevole terra, e le sue dottrine si spargano fra tanta tenebria, per infondere un raggio di speranza nel cuore dei nostri sofferenti lavoratori...» (Carteggio di Engels cit.).



769 Nell'agosto s'iniziava il carteggio tra Engels e Gnocchi-Viani, che rimase poi sempre fedele al programma marxista. La prima lettera è del 18 agosto (Gnocchi a Engels) e si conserva nel citato Carteggio di Engels.



770 J. GUILLAUME, L'Internationale ecc. cit., vol. III, pp. 21 sg.





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