Pietro Ardizzone
Formazione del regno di Romania: la posizione italiana
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Capitolo I La Romania, paese latino: identità culturale, coscienza nazionale, aspirazioni all’indipendenza

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Capitolo I

La Romania, paese latino: identità culturale, coscienza nazionale, aspirazioni all’indipendenza

Notava Cesare Correnti che i Romeni, oppressi da ripetute invasioni e dominazioni straniere, “portarono seco nondimeno senza saperlo la chiave della memoria e della speranza in quel linguaggio disprezzato, che un giorno doveva riaprire lo spiraglio della luce e richiamarli a un

tratto nella nobile patria dei loro pensieri”.1

L’importanza del fattore culturale e linguistico per la formazione di uno Stato nazionale romeno è stata sottolineata da uno studio del Cristian, che ha messo in luce il ruolo esercitato dagli intellettuali nell’ottocento,2 periodo in cui divenne patrimonio comune la coscienza di una propria identità culturale derivante dalla discendenza romana, cui si riportava a volte con forzature ingenue tutta la tradizione storica ed ogni traccia del passato. Scriveva un viaggiatore italiano che aveva visitato la Romania sul finire del 1887: “Il nome di Roma è così radicato qui, che ognuno fa i Romani autori di qualunque lavoro, di cui non sa le certe origini. Per questi contadini ogni antica costruzione è romana, ogni vecchia torre sul Danubio, fosse costruita dagli ospodari Valacchi contro le incursioni turche, è per essi un rudero romano: e le danno il nome di Torre di Severino (TurnSeverino), Torre di Marco Aurelio (TurnMargureli), Costanza (Kustendje)…Ed ora i patrioti romeni, gli scienziati, la gioventù colta e studiosa amano imporsi nomi Romani ed hanno intrapreso la grandiosa opera di purgare la propria lingua da qualunque barbarismo o parola che le lunghe e straniere dominazioni vi hanno innestato:a mio vedere è questa la più gran prova della vitalità di un popolo”.3 Tale coscienza si era maturata in lunghi secoli , con il contributo di storici e letterati italiani, la cui opera precorse quella degli intellettuali romeni, che si rifecero soprattutto agli umanisti. Ma ancor prima del ‘400 possiamo ritrovare un primo riconoscimento della discendenza romana dei Valacchi nell’epistolario del papa Innocenzo III, che si adoperava per riassorbire lo scisma d’Oriente, facendo rientrare nella Chiesa romana gli ortodossi.

A   tal  fine  il  pontefice  curò  con  attenzione i rapporti  con l’imperatore  dei  Bulgari e  dei Valacchi, Calojannis, che si era detto disposto a riconoscere  l’autorità pontificia,  nell’intento di ottenere  la  consacrazione della sua dignità regia, volendo così sottrarsi  alle ingerenze  della

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Chiesa greco-ortodossa.4 Innocenzo III rispose positivamente a tale richiesta, facendo chiaro riferimento alle origini latine dei Valacchi e dell’imperatore stesso, nell’annunziare l’invio di legati   per  curare  l’educazione   religiosa  dell’imperatore e  del  suo  popolo e per confermare la benevolenza del pontificato romano nei loro confronti: “…majores ad te nuntios postmodum mitteremus, qui tam te, qui ex nobili Romanorum prosapia diceris descendisse, quam degentem sub te populum verbo pascerent et de benevolentia et gratia sedis apostolicae redderent certiorem”. La discendenza da Roma era utilizzata da Innocenzo III come un argomento decisivo perché l’imperatore ed il suo popolo tornassero in grembo al Cattolicesimo: “Expedit enim tibi, tam ad temporalem gloriam quam salutem aeternam, ut, sicut genere, sic sit etiam imitatione Romanas, et populus terrae tuae, qui de sanguine Romanorum se asserit descendisse, Ecclesiae Romanae instituta sequatur,  ut etiam in cultu divino mores videatur patrias reddere”.5

Ed ancora dopo che Calojannis aveva riconosciuto pienamente l’autorità papale, Innocenzo III ribadiva che l’origine romana dell’imperatore comportava l’adesione alla Chiesa cattolica: “…non velimus simpliciter, sed optamus etiam, ut, sicut descendit ex nobili prosapia Romana, sic etiam Ecclesiae Romanae instituta sequatur”.6

Un particolare interesse per il popolo bulgaro e per  quello valacco  il  papa affermava ancora

di nutrirlo grazie alla loro discendenza romana, nel comunicare all’imperatore di aver disposto la sua sacra unzione ad opera del legato pontificio, il cardinale Leone di Santa Croce, che gli avrebbe consegnato le insegne regali e molti libri di devozione; “…Bulgarorum et Blacorum populis tanto  nos  reputamus  speciales  debitores, quantum  non  solum  fidem chatolicam per Sedem Apostolicam olim devotius receperunt, sed descenderunt etiam ex sanguine Romanorum….”7

L’interesse a coltivare la latinità di quei popoli si manifestava poi con l’invio a Roma di due fanciulli da parte di Calojannis “ ut addiscant in scholis litteras latinas, quoniam hic grammaticos non habemus, qui possint litteras, quas mittis, nobis transferre; et postquam ipsi addiscerint, remittantur ad imperium meum.” 8

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Era un’iniziativa significativa, anche se non da sopravalutare, in quanto limitata alla opportunità di poter disporre di persone capaci di tradurre le lettere papali, che Innocenzo III stesso aveva proposto, come precisava il primate di Bulgaria e Valacchia, Basilio, comunicando a Roma l’invio dei due giovinetti, “ut ex praecepto vestrae sanctitatis litteras latinas addiscant.” 9

I contatti tra Innocenzo III e Calojannis non ebbero comunque sviluppi utili né per un ritorno degli ortodossi alla Chiesa di Roma, né per un rifiorire della latinità di quei popoli. Calojannis si scontrò con l’impero latino fondato dai Crociati che avevano occupato Costantinopoli, anziché recarsi a liberare i Luoghi Santi in Palestina, e  reclamavano i territori già appartenenti all’impero bizantino occupati da Calojannis.

I Bulgari sconfissero e fecero prigioniero Baldovino di Fiandra, l’effimero imperatore latino (morì dopo poco in prigione), ad Adrianopoli il 15 aprile 1205; né ebbe sorte migliore Calojannis, assassinato l’8 ottobre 1207.

Si concluse così il tentativo di Innocenzo III, che aveva adoperato strumentalmente la carta della latinità bulgaro-valacca per affermare in Oriente l’autorità della Chiesa cattolica.10

Da ricordare che Roma adoperò nel XVIII secolo lo stesso argomento della latinità per indurre gli ortodossi di Transilvania a convertirsi.

Dopo Innocenzo III subentrò un lungo periodo di indifferenza verso la Valacchia: nella letteratura didattica composta nel volgare italiano dei secoli XIII e XIV si possono cogliere solo sporadici accenni alla Moldavia ed alla  Valacchia, ricordate  sotto l’aspetto geografico, senza alcun riferimento alla loro latinità.

Brunetto Latini nel suo “Trésorriporta dei cenni sul Danubio (parte II, 37), ripresi da Dante; Fazio degli Uberti  nel “Dittamondo” (libro IV, capitolo X) cita le popolazioni moldo-valacche in modo ben poco lusinghiero: “Le prime genti che qui seppi sciolgere, Calibi e Dachi fur, che senza regola vivon crudeli, né mai gli puoi rivolger….”

Francesco Berlinghieri, fiorentino (1440-1501), ricordò invece in modo positivo  i Valacchi, ricordandone nel suo poemaGeografia” l’eroica resistenza opposta ai Turchi: “Questo paese ha molte volte straccho - l’assalto di Turchia all’Istro intorno-dove habitato è dal popol Valaccho…”

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Col Berlinghieri siamo già in epoca umanistica, ma la cattiva reputazione del Moldavi e dei Valacchi era destinata a durare ancora in tale periodo, fino agli inizi del 1500.

Ignorando la rivalutazione di quel popolo fatta dagli umanisti, nel 1514 in una versione del poema geografico “La Sfera” il domenicano Tolosani da Colle, che proseguiva l’opera iniziata da un altro domenicano, Leonardo Dati, definisce così il territorio e la popolazione di quei paesi: “…Terra fredda di Dacia ed infeconda – Al Pontico ed Illirico confina:  - Abitazionlietagioconda  - Infrigidata per l’acqua marinaGente produce inculta e tutta immonda…”

Nelle relazioni dei viaggiatori che nel Medio Evo visitarono la zona danubiana non vi sono accenni alla discendenza latina dei Moldo-Valacchi.

I missionari cattolici che proseguivano il tentativo di Innocenzo III per riportare al cattolicesimo gli ortodossi, usavano argomenti religiosi e teologici, trascurando quello della latinità; ed i mercanti veneziani badavano al sodo, dimostrandosi interessati solo agli aspetti economici e commerciali.

Con gli umanisti invece ci fu l’epoca d’oro per l’interesse rivolto alla latinità della Moldavia e della Valacchia, decisamente affermata non soltanto in base a ricerche linguistiche e filologiche, compiute nel chiuso di studi e biblioteche, ma in alcuni casi a seguito di esperienze dirette, fatte sul campo, in occasione di viaggi in quelle lontane terre.

Fra i primi ad affermare l’origine latina della lingua valacca fu Poggio Bracciolini, che attribuì le somiglianze con il latino di molte espressioni romene alla discendenza dai coloni Romani introdotti da Traiano in Dacia.

Nel III libro delle “Disceptationes Conviviales” (1451) si legge: “Apud superiores Sarmatas colonia est ab Traiano ut aiunt derelicta, quae nunc etiam inter tantam barbariem multa retinet latina vocabula, ab Italis, qui eo  profecti sunt, notata. Oculum (ochiu) dicunt, digitum (deget), manum (mânu), panem (paine) multaque alia quibus apparet ab Latinis, qui coloni ibidem relicti fuerant, manasse eamque coloniam, fuisse latino sermone usam”.11

Il Bracciolini aveva viaggiato per l’Europa in lungo ed in largo alla ricerca di codici antichi nei monasteri, ma non visitò la Valacchia. Dovette quindi basarsi su notizie fornitegli da altri, fra cui probabilmente Ugolino Pisani di Parma, che aveva viaggiato nei Balcani ed in Valacchia ed aveva annotato locuzioni proprie della lingua ungherese e del greco moderno.

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Una urgente necessità politica spingeva studiosi e politici nel ‘400 ad interessarsi alle popolazioni dell’Europa orientale: l’avanzata turca era sempre più minacciosa e per fronteggiarla occorreva quindi ottenere l’alleanza di quei popoli.

A tal fine si tentò la conciliazione fra la Chiesa cattolica e quella ortodossa, convocandosi quindi nel 1438 a Ferrara un concilio ecumenico, trasferito a Firenze l’anno successivo; cui parteciparono anche personalità romene di spicco, quali il protopapa Costantino, il boiaro Neagol e il metropolita Damiano,che fu tra i firmatari dell’atto conclusivo delle discussioni conciliari.11bis

Ma il concilio, ad onta dei buoni propositi, non valse a ricongiungere le due Chiese; fu comunque un’occasione importante di contatto fra la cultura occidentale e l’orientale. Fallì anche il piano politico-militare che stava alla base del concilio: la difesa di Costantinopoli crollò nel 1453 e Maometto II, “il conquistatore”, fece il suo trionfale  ingresso nella chiesa-simbolo di Santa Sofia. Fino all’ultimo i pontefici, da Eugenio IV ai successori Nicolò V e Pio II, non risparmiarono i loro sforzi per costituire un’alleanza dei principi cristiani d’Occidente contro i Turchi.  Di tale linea politica del Papato si rese interprete Flavio Biondo, segretario della Curia Romana oltre che umanista ed archeologo, con i suoi “Discorsi”, che, sotto forma di lettere inviate dal papa ai vari principi cristiani, ne sollecitarono l’adesione all’alleanza contro i Turchi.

Uno dei destinatari di tale richiesta papale fu il re di Napoli, cui il Biondo rivolse il discorso “Ad Alphonsum Aragonensen serenissimum regem de expeditione in Turchos” ( agosto 1453), recapitato da una missione diplomatica pontificia guidata dal cardinal Capranica.

Nel discorso si faceva presente la necessità dell’alleanza tra i principi cristiani, poiché la minaccia turca era rivolta anche contro l’Occidente; si ricordavano i precedenti analoghi appelli di Eugenio IV e si  affermava che i popoli cristiani d’Oriente dovevano pure essi aderire all’intesa. Erano per l’occasione menzionati per la prima volta gli Arumeni, cioè i Romeni della Macedonia: “Sequitur Epirus ad occidentalem Achaiae partem, in qua regione Veneti Buthrotum possident: cetera  regio a Christianis Albanensibus, Graecis et Valachis abitatur…” E proseguiva precisando che al di  del  Danubio  si  trovava la “Dacia Ripense”, “quae Magna dicitur Valacchia, a populis habitatam

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christianis atque a chatolicis ita tributariam habent Turchi, ut eius regionis fortibus viris freti in Pannoniam sive Hungariam confidentissime ducunt, vel ea ratione quod Valachus Hungaro, qui se deseruit et in Turcorum potestatem  venire permisit, acerrine inimicatur”.

Dopo tale accenno all’inimicizia tra Valacchi e Magiari, destinata purtroppo a perpetuarsi, l’autore  si  sofferma  sulla  discendenza latina e sulla lingua dei Valacchi: “originem, quam ad decus prae se ferunt praedicantque Romanam, loquela ostendunt, quos catholice Christianos Romam quotannis et Apostolorum limina invisentes, aliquando gavisi sumus ita loquentes audiri, ut quae vulgari communique gentis suae more dicunt, rusticam male grammaticam redolent latinitatem”.

Gli stessi concetti erano esposti nel successivo discorso “Ad Petrum de Campo Fregoso illustrem Genuae ducem Blondus Flavius Forlivensis”, affidato per il recapito a Genova ad una delegazione ancora una volta capeggiata dal cardinale Capranica e di cui faceva parte lo stesso Biondo. Nel discorso erano elencati i popoli cristiani d’Oriente disposti a battersi contro i Turchi: Albanesi, Schiavoni, Bosniaci, Greci, Serbi, Bulgari e “romano ortos sanguine Ulachos”.12

Come Poggio Bracciolini anche Flavio Biondo non ebbe occasione di visitare i paesi Danubiani e si affidò quindi a notizie attinte dai libri o ricevute da altri: invece Enea Silvio Piccolomini, prima da cardinale e poi da papa col nome di Pio II, viaggiò in molti paesi, tra cui in Ungheria, dove presumibilmente poté documentarsi sull’origine e sulla lingua dei Valacchi, completando ed arricchendo così le sue informazioni.

Un primo riferimento alla Moldavia ed alla Valacchia Pio II lo faceva nell’allocuzioneRatisponensis Dieta quae fuit A.D. 1454”, compresa nella raccolta dei suoi discorsi;13 rivolgendosi a Casimiro, re di Polonia, Pio II ricordava le guerre combattute contro i Turchi in

Moldavia e Valacchia.

Successivamente, nella “Cosmographia”, descrivendo l’Ungheria, trovava il modo di ricordare  la colonizzazione  della  Dacia; fra le  genti  della  Transilvania, oltre  ai  Sassoni, ai Siculi (antica popolazione di ceppo ungherese), ai Magiari citava i Valacchi, affermandogenus italicum sunt”, e faceva derivare il loro nome da un mitico console romano Flacco, che avrebbe guidato le legioni

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in Dacia, per cui avevano preso il nome di Flacci, trasformato poi in Valacchi. Aggiungeva il papa umanista: “Sermo adhuc genti romanus est, quamvis magna ex parte mutatus, et homini italico vix intelligibilis”.14

Non potevano poi mancare riferimenti ai Valacchi nell’opera maggiore di Pio II, cioè nei “Comentarii rerum memorabilium quae temporibus suis contingerant”: opera in cui il papa descrisse gli avvenimenti cui aveva preso parte, o di cui era comunque venuto a conoscenza. A più riprese quindi erano citati i Valacchi. Nel libro IX Pio II faceva un parallelo tra le supposte origini romane dei Burgundi e dei Valacchi, al riguardo dimostrandosi scettico per quanto riguardava i primi e confermandole invece per i Valacchi: “…Burgundio ferunt originem fuisse Romanam: nobis incomperta res est. Non imus inficies, multos ex Romanis barbaros, ac pariter ex barbaris Romanos fieri potuisse, quem ad modum Valachos ultra Danubium cernimus qui ex Italicis adversus Sarmathos missis, ut fines imperi defenderent, ipsis barbaris barbariores evasere, quamvis verbis quibusdam nostratibus utantur…”

Più barbari dei barbari giudicava i Valacchi il Piccolomini, pur riconoscendo l’origine italica di alcune loro espressioni:sembrava così rievocare il giudizio già ricordato di Tolosani dal Colle che nel poema geograficoSfera” aveva definito i Valacchigente inculta e tutta immonda”.

Il giudizio negativo era ribadito nel libro XI dei Comentarii, dove un paragrafo era significativamente intitolatoIohannis Dragulae immanis atque nefanda crudelitas eiusque in regem Hungariae deprehensa perfidia et tandem captivitas”.

Così si esprimeva Pio II: “Valachi populi sunt ultra Danubium habitantes inter Euxinum mare et regiones quas hodie Transilvanas appellant, in quibus septem civitates teutonici sermonis existunt. Valachi lingua utantur italica verum imperfecta et admodum corrupta. Sunt qui legiones Romanas eo missas olim censeant adversus Dacos qui eas terras incolebant; legionibus Flaccum quemdam praefuisse, a quo Flacci primum, deinde Valachi, mutatis litteris sunt appellati; quorum posteri, ut ante relatum est, barbariores barbaris evasere”.

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Barbariores barbaris evasere”: adoperava il papa le stesse parole per ribadire drasticamente il suo giudizio negativo e ripeteva ancora l’etimologia fantasiosa per cui il nome Valacchi sarebbe derivato dal console Flavio. Tale inesattezza non inficiava la lucida affermazione delle origini latine della lingua Valacca, ulteriormente confermata nel successivo libro XII dei “Comentarii” , dove il papa dava una sommaria esposizione delle popolazioni dell’Ungheria, scrivendo: “Valachi corrupto (sermone) italico, TransilvaniTheutonico”.15

L’alta dignità religiosa assicurò a questi giudizi di Pio II un’influenza che andava al di dei suoi pur indiscutibili meriti letterari, per cui le sue affermazioni sulla lingua e sull’origine dei Valacchi fecero testo.

Interamente affidata al valore intrinseco della sua opera fu invece l’influenza esercitata da Demetrio Calcondila, ateniese di nascita, ma definitivamente acquisito all’Umanesimo italiano. Dopo aver partecipato al concilio di Firenze, rimase in Italia come maestro di greco, insegnando dapprima privatamente a Perugia, e poi nelle università di Pavia, Firenze e Milano, avendo allievi illustri come il Poliziano ed il Trissino.

Per la sua stessa origine orientale era interessato alle vicende dei Valacchi,vicini al suo paese natale e presenti pure in Macedonia. Ne attestò l’origine latina, confermatagli dall’esperienza di un viaggio nei Balcani, compiuto per svolgervi una missione diplomatica. Su questa posizione del Calcondila, relativa ai Valacchi, abbiamo la testimonianza di un suo allievo nello studio padovano, Andrea Brenta, cha ci ha lasciato scritto: “Quid dicam de Hispanis a quibus  lingua nostra non minus quam apud nos colitur, et iam illam suam propriam et prope vernaculam fecerint?

Nam de ceteris quid mirabilius est, sed a praeceptore meo Demetrio Atheniensi puer audivi, qui legatus in Sauromates Scytas profectus est, esse civitatem (si trattava di Tirgoviste, all’epoca capitale della Valacchia) illic longe nobilissimam et potentissimam, in qua adhuc ita  verba nostratia sonant, ut nihil suavius sit quam illos antiquo more romano loquentes audire?”16

Un’esperienza diretta quindi portò il Calcondila ad affermare la latinità della lingua valaccaInoltre il nostro dovette avere un canale diretto di informazione in suo cugino Laonico (o Nicola) Calcondila, rimasto in Grecia, autore di un’opera storica in 10 volumi sull’impero turco  fino al 1550, cui Giovanni Leuclavio fece seguire un supplemento relativo agli anni 1550-1558 e Pandette illustrative.17

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Nell’opera di Nicola Calcondila sono presenti spunti interessanti che collimano con le posizioni degli umanisti Italiani: c’è quindi da supporre che il passaggio di informazioni tra i due cugini non fosse a senso unico e che Demetrio tenesse aggiornato Nicola sulle ricerche umanistiche in Italia. Nicola Calcondila affermò difatti decisamente l’affinità tra la lingua italiana e la valacca, che aveva ricevuto un’impronta indelebile dal latino, pur se soggetta ad alterazioni nel corso dei secoli, rimanendo  di fatto marginali le derivazioni dalle lingue  di altri popoli affluiti in una Dacia profondamente Romanizzata: “Dacorum lingua similis est Italorum linguae: adeo tamen corrupta et differens ut difficulter Itali queant intelligere, quae istorum verbis pronunciatur. Unde autem lingua moribusque usi, in istam regionem accesserint, ibique sedes fixerint, a nullo mortalium accepi, nec aliquem audivi, qui ista liquido commemoravit.

Dicuntur tamen homines undique confluentes in istam regionem penetrasse: haud interim extante aliquo memorabili istius gentis exemplo, quod operae pretium sit ut praesenti historiae intexatur. Nihil differunt ab Italis caetera etiam victus ratione, armorumque et suppellectilis apparatu etiam num, eodem utentes”.18

In sintonia con gli umanisti Italiani appare anche il continuatore ed illustratore dell’opera del Calcondila, Giovanni Leucladio.

L’inaffidabilità dei Valacchi, divenuta proverbiale e attestata da una tradizione che andava da Brunetto Latini a Pio II, ispirò difatti l’accenno fatto dallo storico greco all’infelice fine del despota di Moldavia, Jacobus, ucciso a tradimento dai Valacchi: “Jacobus despota suis a Valachis, hominibus improbis, fraude circumventus, ut elabi non posset, die 5 novembis occiditur”.19

Oltre al severo giudizio sui Valacchi, uominiimprobi”, cioè scellerati, nelle “Pandetteritroviamo una puntuale descrizione geografica della regione che aveva costituito la Dacia, in cui l’autore includeva la Transilvania. Il dato più interessante è costituito però dall’affermazione che italiano, francese e lingua valacca formavano un unico ceppo linguistico e dalla polemica confutazione dell’etimologia del nomeValacchiproposta da Pio II :   “origine   fabulosa”   la  definiva   senza  mezzi   termini   l’autore:  “Dacia  quondam appellabatur amplissima regio, quae

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Transylvaniam cum utraque Valachia continebat. Et cingunt ambae Valachiae Transylvaniam, quarum una majoris nomen habet, altera minoris. Major ad Euxinum mare se porrigit, et nostris Moldavia, Turcis Carabogdania, quasi  Nigra Bogdania, sive regio dicitur: a frumento nigro, cujus est ager ille feracissimusMinor propter Danubii ripas extenditur, et plerumque Transalpina, Bonfinio Montana quoque sicut et aliis nominatur.

Valachiam vocavere Graeci, et incolas ValachosNomen Valachorum non a Flaccis Romanis, origine fabulosa, quae pluribus tamen placuit, sed a Germanis nostris profectum arbitror. Habuerunt enim vicinos Daci Germanos, puta Quados, Gothos, Gepidas…”

Proseguiva l’autore affermando che i Germani chiamavanoWalli” sia le popolazioni italiche che le galliche, citando a conferma di questo  legame tra Valacchi e Galli, nonché tra le rispettive lingue, il nomeGallicia”, che stava per Valacchia ed era uno dei titoli tradizionali dei re ungheresi: “Suffragatur  huic  opinioni  meae vetus  etiam  Galliciae  nomen, frequens  in  antiquis

Ungariae regum titulis, quo Valachia significabatur, eadem cum Gallis et Italis utens lingua, sicut et nunc affinitatem aliquam cum eorum lingua provinciali retinet”.20

Un altro storico bizantino che si occupò, seppure incidentalmente e con un breve cenno, dell’origine latina dei Valacchi, fu  Giovanni Cinnamo, narratore delle gesta degli imperatori Giovanni ed Alessio Commeno.

Nel descrivere uno scontro fra Bizantini ed Ungari scriveva che l’esercito imperiale si era diretto verso il Danubio per sorprendere il nemicomaxime vero Valachorum ingenti multitudine, qui Italorum coloni quondam fuisse perhibentur”. L’affermazione era confermata nel secolo XVII da un commentatore dell’opera di Cinnamo, il francese Charles du Fresne che così si esprimeva: “Vetus ea fuit et fere constans opinio, Blachos seu Valachos a Romanis genus duxisse, et a nescio quo eiusdem gentis Flacco sumpsisse originem et appellationem”. Citava al riguardo l’opinione di Pio II, di cui riprendeva la fantasiosa etimologia del nome Valacchia, facendola derivare dal console romano Flacco,  e di Innocenzo III, che nella sua corrispondenza con il re dei Bulgari e dei Valacchi, ne aveva riconosciuta l’origine latina. Precisava ancora il de Fresne che le  parole  del  papa  si  riferivano   all’origine dell’intero popolo valacco, aggiungendo che tale tesi era stata

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condivisa da un autore transilvano: “…Georgius a Reychersdoff Transylvanus in Chorografia Moldava annotat adstipulari huic opinioni Romanum sermonem, qui adhuc in ea gente perdurat licet adeo ex omni parte corruptum, ut vix ab homine Romano intellegitur”.21

Il maggior interesse della nota del commentatore francese sembra consistere nella citazione di questo autore transilvano, fra i primi Valacchi a rendersi conto che la lingua da essi usata era una conferma della loro origine latina.

A riportare notizie sui Moldo-Valacchi frutto di una diretta esperienza ci fu pure un altro studioso che univa alla cultura latina occidentale quella propria del mondo orientale: Nicolaus Machinensis, dettoepiscopus Madrusiensis” perché fu vescovo di Madrussa in Dalmazia dall’ottobre 1461 e poi di Skazdin, sempre in Dalmazia, dal novembre 1475.

Il vescovo nella prima metà del 1463 si recò in Ungheria come ambasciatore di Pio II per sollecitare l’aiuto di Stefano, re di Boemia, contro i Turchi ed in tale occasione forse visitò pure la Valacchia.

Vide comunque Vlad IV, il terribile impalatore, meglio noto come Dracula, sovrano della Moldavia, deposto e fatto prigioniero dagli Ungheresi, ricordato, come si è visto, anche nei “Comentarii”  di Pio II. Nel codice corsiniano 43.E.3 è compresa l’operaEpiscopi Madrusiensis de bellis Gothorum liber primus incipit”; al foglio 2 si legge: “Hunc tyrannum Draculam nomine, qui ipsi demonem appellant, dum Pii secundi pontificis maximi apud Hunnorum regem legati essemus, captivum vidimus”.

Ma il maggiore interesse dell’opera di Nicolaus Machinensis è per noi rappresentato dal seguente passo, posto nel verso del primo foglio del  codice citato: “Inferiore  vero quaecumque Ister Boristinesque intercipit usque ad Ponti ripas Valachi obtinent, Romani quondam vel exules vel milites, a duce Flacco ita cognominati nunc immutatione litterae Vlacchi appellati: quo vocabulo non modo ea gens sed omnes quoque finitimae nationes hodie Italos nominant. Vlacchi originis suae illud praecipuum prae se ferunt argumentum quod, quamvis Myssorum lingua quae illjrica est omnes utantur, vernaculo tamen, sermone, hoc est latino, haud prorsus obsoleto ad incunabulis loquuntur; et cum ignotis congressi, dum linguae explorant comertium, an romane loqui norint interrogent”.

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Da notare che il vescovo riprendeva di sana pianta da Pio II l’etimologia fantasiosa del nome Valacchi e che allargava il territorio valacco segnandone il confine al fiume Boristene, l’attuale Dniepr, inglobando così la Bessarabia e gran parte dell’Ucraina. Interessante poi la diglossia notata dall’autore con la distinzione fra una lingua ufficiale, lo slavo, ed una lingua quotidiana, derivata dal latino, per cui i Valacchi chiedevano agli stranieri se sapevano parlare il romano, cioè il romeno.22

Ma l’umanista italiano che più di ogni altro contribuì a far acquisire dai Moldo-Valacchi la coscienza della loro latinità fu Filippo Bonaccorsi da San Gimignano, noto come Callimacus experiens (1437-1496).

Dopo aver fondato l’Accademia Romana assieme a Pomponio Leto, per la sua libertà di costumi e per l’accusa di aver attentato alla vita del papa Paolo II fu costretto a lasciare l’Italia e viaggiò in Oriente, passando dalle isole greche a Costantinopoli e poi fino a Cracovia, attraversando Moldavia e Bucovina nell’inverno 1469-1470. Nella città polacca fece fortuna: docente nella prestigiosa Università sorta ad opera di Casimiro III il grande nel ‘300, fu segretario ed influente consigliere del successore Casimiro IV, adoperandosi attivamente perché si muovesse una guerra generale contro i Turchi; del suo impegno in  tal senso è prova l’operaP. Callimachi Experientis de his quae a Venetis tentata sunt Persis ac Tartaris contra Turcos movendis narratio”.23

Ma in questa sede interessa soprattutto ricordare che Callimaco, anche se non compì ricerche originali, ebbe un importante ruolo come divulgatore dell’Umanesimo italiano, di cui l’università di Cracovia divenne un centro importante, frequentato fra gli altri nel ‘700 dai cronisti Moldavi Grigore   Ureche  e Miron  Costin, che   presero  così   coscienza   della    latinità  del  loro  paese,

contribuendo a diffonderne la consapevolezza assieme al principe di Moldavia Dimitrie Cantemir ed a Constantin Cantacuzeno, ex allievo dell’Università di Padova.

Del collega ed amico di Callimaco, Pomponio Leto, possiamo dire che la sua attività non ebbe la stessa rilevanza ai fini della definizione della latinità moldo-valacca, sulla quale non ha lasciato un’opera compiuta, ma solo alcune note su un codice virgiliano delle “Georgiche”.

Pomponio  Leto  si  era   recato  nell’Europa  Orientale, spingendosi   fino  in  Russia, alla ricerca

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appunto di codici antichi; ed uno studioso russo, lo Zabughin, ha  riportato le annotazioni dell’umanista italiano apposte sul codice suddetto. In un’appendice all’edizione russa della sua opera questo studioso ha pubblicato alcune chiose di Pomponio Leto riguardanti la latinità romena, nota a Virgilio: “Georgiche” II, 497: “Dacia provincia est citra et ultra Histrum, nostro tempore dicitur Valachia, incolae Valachi appellantur. Valachia Italia est quia Daci italice loquuntur. Hister appellatur Danubius”.(Zabughin, p. 208).

Ed ancora un’altra nota allo stesso passo virgiliano: “Dacus: populi isti in Thracia sunt bellicosi…Sunt qui credant hanc regionem eam esse quae hodie Valachia dicitur ultra citraque Histrum: et dicitur Italia, quum italica utatur lingua”.24

Brevi ed occasionali spunti, con una sommaria assimilazione della Valacchia all’Italia; da sottolineare comunque che l’idea della latinità valacca era ormai destinata ad affiorare in ogni evenienza, seppure in modo incidentale.

C’è da osservare che, tranne Callimaco, gli umanisti nel corso dei loro viaggi erano stati attenti osservatori della realtà dei paesi danubiani, con particolare attenzione agli aspetti linguistici, ma non avevano mai preso direttamente parte alle loro vicende politiche e militari. Non fu questo invece il caso del padovano Francesco della Valle, che, messosi al servizio di Luigi Gritti, figlio naturale del doge veneziano Andrea Gritti, rimase a lungo in Ungheria, in Transilvania ed in Moldavia e restò implicato nelle attività militari e politiche svolte dal Gritti. Questi si era recato a Costantinopoli per affari ed in breve tempo, oltre a notevoli ricchezze, aveva acquistato il favore del “gran signoreSolimano, che gli affidò importanti incarichi. Il Gritti difatti partecipò all’assedio posto a Vienna dai Turchi nel 1529 ed in seguito fu tra i difensori di Buda, sconfiggendo nel 1532 gli Austriaci dell’imperatore Ferdinando, con cui nel 1534 iniziò in Transilvania trattative di pace.

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In quello stesso anno restò vittima di un attentato ordito contro di lui da Nicola Potoki, nobile transilvano, che volle così vendicare la morte di un suo zio, Ernesto Cibak, vescovo di Varadino, che il Gritti aveva ordinato di catturare perché stava preparando un’insurrezione contro i Turchi.

Ma i fatti andarono al di delle intenzioni del nobile veneziano,  poiché nella foga dell’attacco un soldato turco decapitò il vescovo con un colpo di scimitarra.

Questi i fatti di cui il della Valle fu testimone diretto, esponendoli poi nella sua opera composta per disposizione del doge Andrea Gritti.

Ma il cronista padovano non si limitò ad esporre le vicende guerresche e l’infelice fine di Luigi Gritti. Non sfuggirono alla sua attenzione i costumi delle popolazioni locali. Frutto del suo soggiorno a Tirgoviste (da lui detta Tregiviste) è la seguente descrizione: “Vivono quelle genti secondo la legge greca et vestono panni longhi portando in capo cappelletti alla crouata.

La lingua loro è poco diversa dalla nostra Italiana, si dimandano in lingua loro Romei perché dicono esser venuti anticamente da Roma ad habitar in quel paese, et se alcuno dimanda se sano parlar in la lor lingua valacca dicono a questi “modosti Rominest”, che vuol dire “sei tu romano”, per esser corrotta la lingua”.

Delle origini della popolazione locale parlarono con il Gritti e il  della Valle i monaci di un monastero ortodosso posto su di una collina nelle vicinanze di Tirgoviste. I monaci accolsero cortesemente gli stranieri e, riferisce il nostro cronista, “ne racontorno tutta l’historia della venuta di quelli populi ad habitar  in quel paese, che fu questa; che avendo Traiano imperatore debellato ed acquistato quel paese, lo divise ai suoi soldati, et lo fece come colonia de’ Romani; ma per il corso de’ tempi hanno corrotto sì il nome, et li costumi, et la lingua, che a pena s’intendono, però al presente si dimandano Romei…”25

Il maggior interesse di queste annotazioni consiste nel fatto che sono gli abitanti stessi di Tirgoviste  a rivendicare le loro origini latine. E’ stata però ridimensionata da Nicolae Iorga questa testimonianza che anticiperebbe al ‘500 la presa di coscienza dei Romeni della propria latinità.

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Secondo Iorga sarebbe un episodio isolato, dovuto ad un influsso degli umanisti Italiani sui monaci ortodossi, esercitato forse dai frati cattolici del monastero di San Francesco esistente a Tirgoviste.26

Concorda con Nicolae Iorga Alexandru Marcu, affermando che solo successivamente i Romeni divennero consapevoli delle loro origini latine, grazie ai cronisti Moldavi Grigore Ureche e Miron Costin, che, come già ricordavamo, avevano studiato in Polonia entrando così in contatto con l’Umanesimo italiano che il Buonaccorsi aveva diffuso; seguirono poi le opere storiche di un altro moldavo, Dimitrie Cantemir e del valacco Constantin Cantacuzeno.27

Ma i monaci di Tirgoviste, di cui narra il Del Chiaro, non erano i soli ad attestare l’origine romana dei Moldo-Valacchi. Un altro segretario del Gritti, Tranquillo Andronico (1490-1571), aveva compiuto lo  stesso viaggio  con il Della  Valle  e riferiva  nella  relazione da lui fattane (“De Rebus in Hungaria”) che le popolazioni locali rivendicavano la discendenza da Roma:”et nunc  se Romanos vocant”. (citato da Adolf ArmbrusterRomânitatea Românilor. Istoria unei idei” – edizione, Bucarest 1972, p. 278. “La Romanità dei Romeni. Storia di un’idea”).

Ed un’altra testimonianza era resa in quegli stessi anni dall’opera del transilvano Giorgio ReichersdorfChorographia Moldaviae” (Colonia 1541), già citata, che faceva risalire l’origine della lingua valacca al latino, però tanto “corrotto da risultare poco comprensibile ad un italiano”.28

E’ quindi da ritenersi che già nel ‘500 non fosse uno sporadico episodio presso i Moldo-Valacchi la coscienza delle loro origini latine, anche se non era ancora patrimonio di tutti.

In Italia d’altro canto l’interesse per le origini del popolo moldo-valacco e della sua lingua si manteneva sempre vivo, per cui questo tema era trattato anche in opere di carattere generale o  dedicate ad altre nazioni. Il siciliano Pietro Rausano (Palermo 1428-Lucera 1492) nei suoi “Annales omnium temporumpropose per il termineRomania” la derivazione da “Pωμα νέα”, cioè “nuova Roma”, ed affermò la consapevolezza nei Valacchi della loro origine latina (“Valacchi igitur se Italorum esse posteros affirmant”), sostenendo pure l’etimologia di “Valacchia” dal mitico console romano Flacco, come aveva asserito il Piccolomini.

Il Rausano, consacrato sacerdote nel 1452, fu nominato vescovo di Lucera nel 1476 da Sisto IV e fu poi nel 1488 da Ferdinando d’Aragona inviato in qualità di ambasciatore presso Mattia Corvino, re d’Ungheria e sposo di sua  figlia Beatrice.

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Il vescovo palermitano quindi conobbe direttamente l’Ungheria ed esaltò le origini latine di Mattia (“Romanus es genere, Romanus es origine. Romanum te ac latinum hominem nos Itali asserimus, affirmamus, praedicamus”);  indicò inoltre nell’isoletta danubiana dettaCorvina” il luogo d’origine della famiglia reale ungherese, di cui sostenne l’improbabile discendenza dall’omonima famiglia dell’antica Roma (“Adiacet Valachiae culta quaedam insula quae fit scissione Danubij. Ea corvina nominatur. Qui eius accolis dominantur cognomen adhuc  retinent Corvinorum, propterea quod a Romanis Corvinis eorum maiores defluxerunt”). 29

Ma il Rausano non fu l’unico autore del ‘400 ad avere diretta esperienza dell’Ungheria e ad occuparsene in una sua opera; ne trattò difatti il marchigiano Antonio Bonfini nella sua storia d’Ungheria, scritta dietro commissione del grande re Mattia Corvino, di cui l’autore era divenuto segretario.

E’ indicata chiaramente l’ascendenza valacca di Mattia, figlio di Giovanni Hunyadi, nativo, secondo il Bonfini,  del villaggio transilvano detto in origine Hollos dagli Ungheresi e poi al tempo del Bonfini chiamato Corvino. Madre di Mattia fu l’ungherese Elisabetta Szilagji, così ricordata dal Bonfini: “ …mater    vero   Elisabetta   Silagia, virago   sempre   habita, is  veluti   a   parentibus  acceperat  quum  addevisset, se romana gente natum affirmabat: referebat genus in Corvinos, qui inter priscas Romanorum familias numerantur”.30

Non ha fondamento storicodobbiamo osservare - far derivare il nomeCorvino” da un’antica famiglia romana: in realtà il nome proveniva dal corvo che figura nello stemma della Valacchia. Ma poco importa l’improbabilità di questa genealogia, resta sempre significativo il fatto che Mattia voleva nobilitare le sue origini, facendole derivare dall’antica Roma; rivendicazione tanto più necessaria in quanto i nobili magiari gli rinfacciavano di esser nato da genitori di nazionalità diversa, chiamandolohibridam”, cioè meticcio.

Inoltre l’imperatore d’Austria, Federico III, mal sopportava che l’importante Regno d’Ungheria fosse affidato ad un sovrano giovanissimo e quasi straniero. La situazione era così dipinta dal Bonfini: “Matthias, antiqui sui generis haud inscius, nil molestius ferre videatur, quam si quis ex invidis, obscuritatem sibi gentis obiecisset: aut barbara nobilitate tumentes, citra propriae virtutis merita se praeferre studeret. Non ignorabat adversarios ignobilitatem sui generis improbasse:

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vulgo quo (quam) dicere Valacha ipsum gente oriundum, nonnullos Hibridam appellasse, quem dissimilis linguae parentes ediderint. Id in primis citerioris Ungariae Proces diceri, Valachu(m) Regulu(m) non esse ferendum, Federicum quo (que) Imperatorem iniquissime pati, opulentissimum us(que) adeo Regnum ab adolescente et peregrino pene Rege possideri”.31

Questa discendenza valacca, che gli veniva rinfacciata come vergognosa, Mattia invece la ricordava con orgoglio come un tramite con la Romanità classica.

Il Bonfini non si è limitato a ricordare l’origine valacca di Mattia, ma ci ha lasciato anche un quadro generale della nazione valacca, delle sue origini, della lingua, formulando varie ipotesi sulla etimologia del nome Valacchia, oggi non attendibili, ma comunque interessanti anche perché non riprendono la derivazione dal nome del mitico console romano Flacco, come aveva   sostenuto  Pio   II: “Valachi  enim e(x)  Romanis  oriundi, quod  eorum  lingua adhuc fatetur, quum inter tam varias Barbarorum gentes sita, adhuc extirpari non potuerit, ulteriore(m) Istri plagam, quam Daci ac Getae quondam incoluere, habitarunt, nam citeriorem Bulgari, qui e(x) Sarmatia prodiere, deinde occuparunt. E legionibus enim et colonis, a Traiano, ac caeteris Romanorum imperatorum, in Daciam deductis, Valachi promanarunt. Quos Pius a Flacco, pronunciatione Germanica Vlachos dici voluit: nos contra “απò πτα βαλλeiv Kái αkìδosdictos esse censuimus, quam sagittandi arte praepollant. Nonnulli Valachiae, a Diocletiani filia nomen inditum censuere, quae illorum Principi nupsisse fertur”.32

Ed è poi così descritto l’attaccamento alla propria lingua, miracolosamente sopravvissuta alle invasioni barbariche, da parte dei Valacchi, disposti a combattere per la sua conservazione ancor più che per salvare la propria vita. “Quamquam variae Barbarorum eruptiones, Daciam populi Romani provinciam, Getarum regionem, una cum Pannoniis inundassent; coloniae tamen, legionesque romanae non  potuerunt  interire. Inter  Barbaros obrutae, Romanam tandem linguam redolere videtur; et ne omnimo eam deserunt, ita reluctantur, ut non tantum pro vitae, quantum pro linguae incolumitate certasse videantur.  Quis enim assiduas Sarmatorum inundationes et Gothorum, item Hunnorum, Vandalorum et Gepidarum eruptiones, Germanorum excursus et Longobardorum, si bene supputavit, non vehementer, admiratur  servata adhuc inter Dacos et Getas Romanae linguae vestigia?”33

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Ma non fu il solo Bonfini ad unire alla trattazione della storia di un altro popolo quella delle vicende della Valacchia e delle origini della sua lingua: di tali argomenti si occupò difatti anche Giovanni Lucio al finire del secolo XVII nella sua storia del Regno di Dalmazia e Croazia34, dove si trova questo significativo brano: “Valachi autem hodierni quicumque lingua Valacha loquuntur seipsos non dicunt Vlahos aut Valachos sed Romanos, et a Romanis ortos gloriantur, Romanaque lingua loqui profitentur, quod sicut sermo ipsum comprobat, ita mores quoque eorundem Italis, quam Slavis similiores convincunt, ut relati auctores referunt, et qui cum eisdem versati sunt testantur, ex quorum progenie se ortum Ioannicius Rex Bulgariae et Blachiae ad Innocentium III scribens professus est: Ioannes quoque Hunniades inter Valachos Transilvaniae natus ex Corvina Romana familia ortum ducere gloriabatur.

Pro dictorum vero corroboratione ponenda sunt aliqua verba Valachica, quae Romanum retinent idioma a Frate Francisco Soimirovich Bulgaro Archiepiscopo Archidano tradita, qui cum multo tempore inter Valachos versatus, regiones eorumdem plures peragraverit, et Bulgaricam, Latinam, Italicam, Valachiam, et Turcicam calleat linguam de vocabulis, moribus, locorumque situ, accurata distinctione disserit”.

Valacchi più simili agli Italiani che agli Slavi, malgrado la maggior vicinanza geografica di questi ultimi: a spiegare tale fenomeno giovava non solo la tradizionale consapevolezza della latinità dei Valacchi, che Giovanni Lucio faceva risalire all’epoca di Innocenzo III e di Ioannicius, re dei Bulgari e dei Valacchi, arrivando poi ai  tempi più recenti di Giovanni Corvino, (poco importa che fosse priva di fondamento storico la pretesa dipendenza dalla ipotetica famiglia romana dei Corvini: quel che conta è che l’orgogliosa affermazione fosse stata fatta); ma giovavano anche le affinità linguistiche, esposte dall’autore in una tabella comparativa tra termini latini e valacchi, che si rifaceva all’analoga ricerca di Francesco Soimirovich, vescovo in Bulgaria.

L’excursus linguistico di Giovanni Lucio si concludeva con il riconoscimento dell’immissione di termini slavi nella lingua dei Valacchi, che avevano pure preso in prestito l’alfabeto cirillico; ma si trattava di particolarità che non avevano annullato la fondamentale latinità della lingua dei Moldo-Valacchi: “Universa  autem  Valachia pro-ut  olim in duas distincta fuit Provincias, ita nunc quae duos diversos habet Principes, Vojvodas dictos…et cum utrique hi Valachi caractere Bulgarico, vel slavo, Cyriliano nuncupatus, utantur diplomata suorum Principum idiomate quoque

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Slavo scribuntur, et etiam si aliqua Valachico idiomate scripta experiantur, tamen omnium nomina, et tituli in principio apponi solita Slavo idiomate scripta sunt…”35

Ma alla Valacchia ed alla Moldavia era riservata attenzione non solo nelle trattazioni dedicate alle vicende di qualche altro popolo, come nel caso delle opere del Lucio e del Bonfini; esse venivano infatti descritte pure nel più vasto repertorio di storia generale, esteso a tutte le nazioni della terra, le “Relationi Universali” di Giovanni Botero, la cui prima edizione completa in quattro parti apparve nel 1596.

L’opera ottenne  un successo immediato e fu diffusa in molti paesi grazie a molteplici edizioni in varie lingue (in latino, Helmostadt 1596; in tedesco, Monaco 1596; in inglese, Londra 1601; in spagnolo, Gerona 1603; in polacco, Cracovia 1609), divenendo il manuale geopolitico di tutti i politici d’Europa.

Secondo l’intenzione originaria dell’autore, le “Relationi” avrebbero dovuto essere un quadro statistico della diffusione del Cristianesimo, utile agli interessi della CongregazionePropaganda Fide” di cui Botero era un collaboratore.

Ma l’opera andò ben oltre e risultò un repertorio organico di geografia umana, ricca di notizie sulla configurazione fisica di tutte le nazioni, esponendo la situazione demografica, le risorse economiche, la potenza militare, l’assetto politico, le caratteristiche culturali e religiose di tutti gli Stati del mondo.

Botero fu un viaggiatore instancabile, ma ovviamente un’opera così vasta non poteva essere soltanto il frutto di osservazioni ed esperienze dirette; essa doveva necessariamente basarsi su una documentazione desunta da altri autori; ma il pregio dell’opera consistè nell’accurata cernita delle fonti, nel metodo di lavoro che segnò un grande progresso sulle opere analoghe.

Non risulta che Botero abbia visitato la Moldavia e la Valacchia e le notizie su di esse fornite non aggiunsero nuovi elementi a quanto già si sapeva; ma grazie all’autorevolezza dell’autore tali notizie furono confermate e diffuse presso un pubblico qualificato e più vasto.

Appare interessante anzitutto il riconoscimento della Transilvania quale parte del mondo valacco, pur ricordando la presenza in essa di altri popoli (Siculi, Sassoni, Ungheresi). “I Valacchi” -  scriveva Botero – “habitano per li monti è (sic) tra le selve; seguono il rito Greco (sic) con molte usanze barbare, massime nelle sepolture, e ne’ matrimoni”.

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E così proseguiva l’esposizione del Botero: “Uscendo fuori dalla Transilvania, à (sic) i confini della Terra di Severino (ove si mostrano hoggi i vestigi del Ponte di Traiano) s’entra nella Valacchia detta da’ Turchi Carabogdana, perché fa il formento negro. Si divide in due, cioè minore, e maggiore; la minore si chiama Transalpina, la maggiore Moldavia (di cui è parte la Bessarabia sopra il mare, dove è Moncastro); quella s’accosta al Danubio, questa al mar Negro; e quella è alquanto aspera, questa piana e fertile, ma mal tenuta…”

Alla descrizione dei luoghi seguiva quella delle popolazioni: “I popoli sono d’animo instabile, e sdegnoso; amici delle taverne, e dell’otio; habitano poveramente, per lo più in casali.

Le loro case sono di legno, e di paglia, intonicate di creta, coperte di cannucce, delle quali abbondano; le mercantie sono maneggiate (massime in Moldavia) da Armeni, Giudei, Sassoni, Ongheri, Ragugei…”

“I Vallacchi mostrano di tirare origine da’ Romani nel loro parlare: perché ritengono la lingua latina: ma più corrotta, che noi Italiani. Chiamano il cavallo, callo; l’acqua, apa; il pane, pa; le legna, lene; l’occhio, occell; la donna, muger; il vino, vin; la casa, case; l’huomo, huomen. Nel culto divino usano la lingua serviana ch’è quasi Toscana tra gli Schiavoni”.36

L’interesse però per i Valacchi e per la loro discendenza latina era ormai divenuto generale e travalicava i limiti delle opere storiche e linguistiche: finirono per occuparsene anche scienziati e naturalisti, come il conte bolognese Luigi Ferdinando Marsili (o Marsigli, secondo un’altra grafia), originale figura di naturalista, soldato al servizio dell’Austria, ingegnere esperto di fortificazioni, diplomatico, autore di un monumentale trattato sulla regione danubiana, facendo pure un’incursione nel campo storico-linguistico.37

Le prime notizie sulla Moldavia il Marsili le aveva avute nel 1679, ad appena 21 anni a Costantinopoli, dove si era recato come collaboratore del “bailoveneziano Pietro Civrani. In seguito ebbe frequenti contatti con i Principati Danubiani per la sua attività militare e diplomatica al servizio dell’Austria e strinse una grande amicizia con lo “stolnic” (siniscalco) del principe di Valacchia, Constantin Cantacuzeno. Questi superò la diffidenza nei confronti di un rappresentante del governo austriaco quale era il Marsili, e, memore degli anni giovanili trascorsi da studente nell’Università di Padova, vide in lui il dotto italiano con cui stringere un sodalizio culturale, fornendogli per la sua opera sul Danubio una ricca documentazione, fra cui il “Catalogo dei

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principi della Vallacchia” dal 1290 al 1694 ed il “Catalogo dei principi della Moldavia” dal 1395 al 1694. Marsili all’interesse scientifico univa quello storico e linguistico; difatti già all’inizio, nella descrizione geografica del Regno d’Ungheria, scriveva: “Omnia vero ista Regna sub se comprehendunt, partim Nationem Hungaram, quae sunt reliquiae Scjtarum; partim Walacam, quae videtur potius esse derivata ab Itala gente pro colonis istuc translata, testante id idiomate, moribus, ac symbolis; partim Saxoniem, quae fuit translatio gentis Germanae”.38

A conferma di tale analisi proseguiva così l’autore: “Valachi et moribus et lingua differunt a Roscianis, licet eandem Graecam Religionem profiteantur, atque utantur ipsorum iisdem Illyricis caracteribus.

Ii Danubii ripas accolere incipiunt, quae sunt a Ramis montis Aenii et Carpati, nec amant vivere  in  planietibuspraeterquam  in  duabus  Provinciis   Vallachia et   Moldavia. Re vera   ab antiquis Romanorum descendunt, seque Romanos jactant, corruptoque nomine Rominesti vocant, et lingua ipsorum, corrupta latina, aut Itala est. Montes colunt libenter ob inveteratum usum, cum a Nationibus dominantibus Hungariae  et Transilvaniae  intra  montes relegati jam fuerint; nec unquam inde prodire, nec  se alio conferre potuerint, praeterquam in duas dictas Provincias. Callida et sagax eorum indoles, rusticis exercitiis dedita, et praecipue studio propagandi armenta, ipsisque adest quaedam modica urbanitas, et subrustica comitas, qua ab Hungaris et Roscianis differunt”.39

Altrettanto poliedrica di quella del Marsili fu l’attività del padre gesuita Ruggiero Giuseppe Boscovich (Bŏskovič secondo la grafia originale), dalmata nativo di Ragusa (Dubrovnik), vissuto dal 1711 al 1787, che fu astronomo, matematico, fisico, ingegnere, architetto, letterato, diplomatico, viaggiatore.

Considerato un precursore delle moderne teorie cosmologiche, atomiche, della relatività e della struttura dell’universo, fu tra i protagonisti della rivoluzione scientifica del ‘700, ottenendo significativi riconoscimenti in campo europeo: nominato membro corrispondente dell’Accademia Reale di Parigi nel 1748, nel 1760 entrò a far parte dell’Accademia delle Scienze russa  e nel 1761 fu ammesso nella Royal Society di Londra.

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I suoi interessi per l’astronomia l’indussero a recarsi nel 1761 a Costantinopoli per osservare il passaggio di Venere, giungendo però in ritardo per tale osservazione e dalla capitale ottomana partì nel 1762 per la Polonia, attraversando Turchia, Bulgaria e Moldavia al seguito dell’ambasciatore britannico Porter. Di questo viaggio ci ha lasciato un diario che va dal 24 maggio al 15 luglio 176240. Attento osservatore, non gli sfuggì la numerosa presenza di Ebrei nel villaggio moldavo di Birlat: “Di essi ebrei ve n’è ivi un buon numero, e sono originari tedeschi: vanno vestiti come in Polonia con certi abiti neri lunghi, e un berretto in testa di cuoio o panno simile a quello dei nostri Abati”.41

Ed ancora ricordava che a Cianour (l’odierna Cernauti) “la maggior parte degli abitanti sono Greci scismatici, ma vi sono molti Ebrei, che in quella frontiera esercitano il commercio, e vari di noi ebbero per quartiere le loro case42

I Greci erano citati in un altro punto con scarsa simpatia: l’autore lodava  la probità del segretario francese del principe di Moldavia, La Roche, perché “non si mescolava nulla negli

intrighi dei greci, che tiranneggiano quel misero stato, e si fanno fra loro una continua crudele guerra di cabale”.43 Ma l’osservazione più interessante del Boscovich è quella sulla lingua parlata in Moldavia: “La lingua del paese è un miscuglio di varie lingue. Vi è qualche cosa della lingua slava e della turca; ma la più gran parte è presa dal latino e dall’italiano e vi s’incontra una quantità di quelle parole italiane, che non sono derivate dalle latine, come pure moltissime delle latine s’incontrano mutate in quel modo, in cui le hanno fatte entrare nella presente loro lingua gli Italiani. Questo mi fa credere che l’origine delle tante affinità della loro lingua colla latina non si deve prendere dalle antiche colonie romane, o dai loro esuli, o dai primi secoli della Chiesa, come ivi mi affermavano, ma piuttosto dal commercio che vi hanno avuto gli Italiani pochi secoli addietro, e dalle loro colonie.

Mi disse il Sig. Millo starosta di Ciarnouz, governo ora appartenente alla Moldavia, che in Suciava, una volta capitale dalla Moldavia situata a due giorni da Jassi a ponente, ha veduto egli stesso da 30 chiese ora dirute piene d’iscrizioni dei genovesi, e che ivi in un castello pur diruto sussistono tuttora le armi di Genova. Detto Signore è greco, ma d’origine, come egli mi disse, francese, e sa bene la lingua italiana e francese”. 44

Buon conoscitore del francese e dell’italiano, attestava il Boscovich, era pure il principe di Moldavia, che però  per esigenze di etichetta doveva in pubblico parlare in greco. 45

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Un’origine del romeno da attribuirsi esclusivamente all’italiano, importato in epoca medievale in Moldavia grazie ai contatti con i mercanti genovesi, non appare sostenibile. Certo ci saranno stati questi contatti ed avranno rinsaldato i vincoli del romeno con le lingue neolatine e con l’italiano in particolare; ma non possono comunque ignorarsi l’esperienza latina vissuta nel periodo classico di Roma e l’influenza della Chiesa cattolica, di cui il latino era la lingua ufficiale.

Esperienza classica ed influenza ecclesiastica del resto ricordate dallo stesso Boscovich, anche se per negarle; per alcuni versi, ha osservato l’Ortiz nel suo studio “Per la storia della cultura italiana in Romania”, Boscovich sembra anticipare la teoria Italianista di Heliade Radulescu, assertore nel secolo XIX della derivazione diretta del romeno dall’italiano.

Non formulò invece teorie circa l’origine del romeno un altro scienziato, Lazzaro Spallanzani, che compì un viaggio in Oriente nel 1785, accompagnando l’ambasciatore veneziano Girolamo Zulian, inviato dalla Serenissima a rappresentarla a Costantinopoli.

Gli interessi dello scienziato erano altri e si limitò quindi a pochi cenni con cui rilevava l’ignoranza dei Greci e quella ancora più crassa dei Turchi.46 

Dopo il soggiorno a Costantinopoli, durato dal 23 ottobre 1785 al 18 agosto 1786, Spallanzani partì per Bucarest da dove  dopo pochi giorni si recò in  Transilvania.

Appena varcato il Danubio ed arrivato nel villaggio valacco di Skiera-Ollenza, dove ricevette una cordiale accoglienza, l’autore manifestò la sua simpatia per i Valacchi, esclamando:

 “Qual differenza tra i Turchi lasciati al di del fiume, inanimati, stolidi, niente sensibili, burberi, orgogliosi, e questi Valacchi del piccolo borgo dove ora siamo, di aria lieta, sciolti, attivi e guardantici con aria umana”.47

A Bucarest, Spallanzani notò la povertà delle case e la scarsa popolazione: a parer suo la Valacchia si andava spopolando a causa delle “frequenti esazioni del Principe. Se il Principe durasse più anni a regnare, si potrebbe rifare, e così non iscorticherebbe i sudditi; mutandosi spesso, ne viene il contrario”.

L’allusione era chiaramente diretta alla necessità dei principi fanarioti di rifarsi delle spese sostenute per ottenere l’investitura dalle venali autorità ottomane. E sulla estrema indigenza della popolazione valacca ritornava ancora con umana simpatia lo Spallanzani, quando osservava che nel fiume transilvano Avanjos era estremamente scarso l’oro, che però attirava lo stesso molti cercatori: “…i poveri valacchi, ancorchè alla giornata non guadagnino che pochi croiser, se ne stanno paghi e contenti”.48

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Uno sguardo complessivo ed attento riservava invece alla situazione della Valacchia il fiorentino Anton Maria del Chiaro, che nel 1710 si era trasferito alla corte del principe valacco Constantin Brancoveanu, in qualità di segretario e precettore dei figli, oltre che di consigliere segreto, assecondandone ed ispirandone la politica culturale Italianizzante.

In Valacchia Del Chiaro  si trattenne fino al 1716, sotto il Regno del Brancoveanu (decapitato a Costantinopoli assieme ai figli il 26 agosto 1714) e poi di Stefan Cantacuzeno, finito pur esso tragicamente dopo un breve Regno (fu strangolato assieme al padre il 7 giugno 1716).

Il successore, Nicolae Maurocordato, fu condotto a Sibiu, prigioniero dei Serbi (dettirasciani” dall’autore), dove Del Chiaro lo seguì. Ma l’incerta situazione lo spinse a partire nel 1717 per Vienna, da dove fece ritorno a Venezia. Qui completò la sua opera in cui descrisse le condizioni della Valacchia sotto i vari principi da lui servitipubblicata in contemporanea alla conclusione del trattato di Passarowitz, che pose fine alla guerra veneto-austro-turca.49

La narrazione di Del Chiaro non si limitò alle vicende dinastiche dei principi di Valacchia, ma rappresentò la situazione culturale e sociale di quel paese. Sull’etimo del nome Valacchia l’autore non prese apertamente posizione; si limitò a riportare l’ipotesi fatta da Pio II e quella del Bonfini, osservando che però non tutti erano favorevoli a farle proprie e che era pure discutibile l’altra, non sostenuta da alcun documento, che il nome Valacchia sarebbe derivato da quello di una figlia di Diocleziano, andata sposa ad un principe locale.50

L’origine della lingua valacca la ritenne indubbiamente un’eredità latina: gli abitanti si autodefinivanoRomuni”, chiamavano il loro paeseTzara Rumaneasca”, cioè Terra romana, la lingua era dettalimba Rumaneasca”. Per Del Chiaro non era altro “la valaca favella se non una pura e mera corruttela del latino idioma”, mescolata a voci turche, greche, illiriche, ungheresi a causa della vicinanza e dei rapporti dei Valacchi con quei popoli.51

Per documentare tali asserzioni nella parte finale dell’opera era proposto un “Breve alfabeto di alcune parole Valacche le quali hanno corrispondenza colla lingua latina ed italiana”, 52 che completava l’elenco di voci valacche, latine ed italiane riportato da Giovanni Lucio nella sua storia “De Regno Dalmatiae”.

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Del Chiaro aggiungeva poi ulteriori considerazioni sulle forme composte dei verbi nella lingua romena, simili a quelle italiane: “Io però non senza mio stupore osservo non solo esservi frammischiate parole italiane, ma eziandio, per la pratica, da me acquistata in sei anni nel linguaggio valaco, trovo che ne’ verbi (specialmente ne’ preteriti perfetti) vi  apparisce la maniera italiana, e che affatto si scosta dal latino, cioè a dire che ne’ suddetti preteriti servonsi come noi Italiani del verbo ausiliare avere, ed eccone alcuni esempi: ce ai scris? Che cosa hai scritto? – N’ai faciuto bene. Non hai fatto bene. – Cristos a passit pentru peccatele nostre. Cristo ha patito per li peccati nostri.”53

Era pure rivolta l’attenzione dell’autore ad alcuni importanti aspetti della società valacca, come la presenza di numerosi Ebrei e di comunità sassoni, le restrizioni opposte alla residenza dei Turchi ed all’esercizio del culto musulmano, derivanti dai trattati, (le cosiddettecapitolazioni”, stipulate dalla Porta con i Principati Danubiani).

Osservava lo storico fiorentino: “circa ad altre nazioni di rito diverso dei Valachi e dei Latini, vi sono molte  famiglie di Ebrei. Vivono assai  miseramente, ingegnandosi con vendere acquavite ed altro, di sostentare la loro vita. Oltre la lingua valacca usano eziandio la tedesca, e anco la polacca. Non è loro lecito il portar abiti con altro colore se non nero o pavonazzo, non potendo adoperare stivaletti giallirossi, ma  bensì neri”.  In alcuni momenti gli Ebrei erano stati perseguitati, come avvenne quando il principe Stefano Cantacuzeno “fece demolire la sinagoga degli Ebrei, benché fosse in sito rimoto, comandando espressamente che non potessero più radunarsi insieme per le loro orazioni”.54

Analoghi divieti erano imposti ai Sassoni luterani della Transilvania ed agli Ungheresi calvinisti, che non potevano “tener Chiesa o altro pubblico luogo per farvi le loro preghiere”.55

In quanto ai Turchi del Chiaro scriveva: “Stanno essi Turchi nella Valacchia con molto ritegno, e piuttosto in qualità di forestieri che padroni”; anche per loro esistevano divieti in campo religioso: “Non vi hanno i Turchi l’esercizio pubblico della lor legge, giacchè in tutta la Valachia, siccome nella Moldavia, non ritrovarsi né pur una, benché piccola, moschea”. Pertanto i Turchi per pregare “si ritirano in un rimoto luogo, dove tenendo la faccia rivolta verso quella parte dove c’è la Mecca, quivi fanno la orazione con tutta la maggior segretezza”.

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Questa situazione poteva apparire singolare, dal momento che i Principati  Danubiani erano soggetti alla “suzeraineté” della Porta, che in molti altri campi non mancava di esercitare pesantemente il proprio predominio politico. Del Chiaro, quasi a prevenire eventuali osservazioni, giustificava questa remissività turca come un atto di spregiudicata finezza politica: “Del che bene si scorge la sopraffina politica degli Ottomani per conservarsi la divozione di quei popoli e per render loro men aspra la rimembranza della perduta libertà”.56

E facendo riferimento all’opera di Del Chiaro, di cui riportava alla lettera alcune osservazioni, anche Ludovico Antonio Muratori ricordava le affinità esistenti tra il latino e l’italiano da una parte e la lingua valacca dall’altra, analoghe al rapporto esistente tra latino e sardo.

Così scriveva il grande erudito: “Haec adfero, non tantum ut prodam, consuevisse Sardos Acta pubblica consignare vernaculo sermone, decurrente ipso saeculo XII, (atque antea fortassis apud   eos  mos  idem  invaluerat), sed   etiam  ut  lectores intelligant, quantum  adhuc  Latinae linguae retineret Sardorum lingua, simulque quantum ad Italicam nostram accederet. Atque haec in mentem mihi revocant, quae Antonius Maria del Chiaro in Historia Valachiae anno 1718 adnotavit  de  Valacorum lingua, quae  multa retinet  ex Latinis vocabulis, illuc olim  importatis  a Romanorum coloniis, immo et ad Linguae Italicae modos sese non raro componit. Aiunt enim – Ce ai scris? Idest che cosa hai scritto? – N’ai faciuto bine. Hoc est non hai fatto beneAdam Parinte al nostro a peccavit. Videlicet Adamo nostro padre ha peccatoCristos a passit pentru peccatele nostre. Idest Cristo ha patito per gli peccati nostri – Quod Valachi aliique populo fecere, pro suo quisque moduli Latinam linguam corrumpentes, ita et Sardi praestiterunt”.57

Indubbie quindi le affinità tra la lingua italiana e la valacca, ma  filtrate attraverso  l’ascendenza latina di entrambe, nate dalle trasformazioni subite dall’antica lingua di Roma al contatto con i barbari invasori, le cui lingue avevano lasciato traccia in quelle neolatine.

Sul processo di formazione della lingua italiana, analogo a quello che aveva portato alla nascita di quella valacca, intervenne Girolamo Tiraboschi, confutando la tesi formulata da Leonardo Bruni nel ‘400, poi ripresa dal Bembo, “che la lingua italiana, qual l’usiamo al presente, e non quasi diversa, si usasse ancor da’ Romani”.

Restava valida per il Tiraboschi “la più antica e la più comune opinione, cioè che la lingua italiana sia nata dal corrompersi che fe’ la latina per le invasioni dei Barbari e degli stranieri che inondarono l’Italia”.

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Il Tiraboschi dissentiva quindi dall’opinione di Scipione Maffei (esposta in “Verona illustrata”), che negava qualsiasi apporto barbarico alla formazione dell’italiano, che non sarebbe stato altro che il latino volgare parlato dal popolo; soggiungeva con ironia che non era possibile far coincidere l’italiano con la stessa lingua usata dai cuochi e dai cocchieri di Cesare o di Cicerone.58

Il Maffei aveva sostenuto che molti vocaboli che si credevano derivati dalle lingue dei barbari erano in realtà forme ed espressioni proprie del latino volgare, solo parzialmente conosciuto in

quanto affidato ad una tradizione orale; se questo latino fosse stato meglio noto, sarebbe stata chiara l’origine latina di molte parole a torto ritenute derivate dagli idiomi barbarici; “Da questo non sapersi la lingua tutta nasce il creder sovente di straniera derivazione parole che e da noi, e da quelli che ne crediamo autori, si presero dal latino”.59

Sempre in merito alla origini latine della lingua valacca il Maffei riportava anche la notizia che gli ufficiali dell’imperatore d’Oriente Maurizio nel 602 erano rimasti stupiti nel corso della campagna condotta contro Avari e Slavi nella zona del Danubio, avendo constatato che la popolazione locale parlava una lingua simile all’italiano. L’autore riteneva che questa lingua non fosse altro che il latino volgare diffuso dai legionari Romani e molto simile all’italiano: “Così è tra gli Ufiziali dell’Imperatore, che  in  quella  parte  furono, assai  divulgata, e narrata  come  meraviglia, che  in Valachia ed anche in Moldavia vi si parli italiano: fatta però particolare ricerca molto veramente abbiam ricavato, esser rimasto in quel paese del linguaggio delle milizie romane, che quivi, come in paese di confine, soggiornarono stabilmente; il quale non già italiano, ma secondo militanti era latino plebeo e scorretto, con che veniva ad accostarsi all’Italiano. E quanti de’ nostri vocaboli e delle nostre forme non si vedrebbero di più nel Latino, se quella lingua ci fosse arrivata tutta? Quanta parte possiam credere ce ne resti occulta, come non consegnata a’ libri?”.60

E precisava ancora il Maffei: “ma l’Italiano non tanto venne ad incamminarsi e a prodursi per li vocaboli più triviali del Latino, quando dalle scorrezioni grammaticali e dai modi popolari di pronunziare. Non bisogna credere che si parlasse comunemente ne’ pure in Roma, come troviamo scritto ne’ libri”. Era uso infatti, proseguiva il Maffei, mangiare le sillabe (“sis”  per “si vis”) e tagliare le consonanti (“per hoc” si trasformò in “però”, “sic” diventò “sì”).61

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Alla controversia tra il Maffei ed il Tiraboschi si rifaceva il veneziano Francesco Griselini nelle  sue  “Lettere  Odeporiche”  (Venezia  1780), opera  complessa  che  non  si  limitava  ad

analizzare natura ed origine della lingua parlata in Valacchia. Il Griselini, vissuto dal 1717 al 1787 (l’originario nome veneto Greselin fu Italianizzato in Griselini, esistono le variantiGrissellini” e “Grisellini”) fu una personalità ricca di molteplici interessi: poeta, commediografo, storico, polemista politico, giornalista, naturalista, agronomo, geografo, organizzatore culturale. Prese parte attiva al dibattito politico che ferveva nella repubblica veneta; ma le sue speranze in un  moto   riformatore  di  stampo  illuministico  restarono  deluse   per  il   persistere  di  una  politica

conservatrice della Serenissima e pertanto nel 1774 seguì nel Banato il barone Giuseppe Brigido, nominato da Maria Teresa presidente del dicastero da cui dipendevano alcune province orientali dell’impero, fra cui era appunto il Banato. Griselini ebbe così occasione di conoscere direttamente le popolazioni valacche nel corso di una permanenza protrattarsi fino al 1777. Frutto di questa esperienza furono le “Lettere Odeporiche”, progettate come il compendio di tutti i suoi interessi culturali. Ma l’opera non andò oltre il primo volume, pubblicato nel 1780 e composto da 26 lettere, dedicate a vari aspetti della attualità  e della storia della gente valacca ed indirizzate a personalità illustri della cultura, come Lazzaro Spallanzani e Girolamo Tiraboschi, a politici e funzionari di alto livello, quali il conte Carlo di Firmian ed il barone Giuseppe di Sperges e Palentz, ad importanti istituzioni culturali, come la Reale Società Britannica. Nello stesso anno 1780 il Griselini pubblicò a Vienna una storia del Banato di Temesvar in due volumi, stimolato dall’invito di Maria Teresa a comporla (“Versuch einen politischen und naturlichen Geschichte des Temesvar Banats in Briefen”).

Fu il suo canto del cigno: sempre nel 1780 fu costretto a dimettersi dall’incarico di segretario della Società Patriottica di Milano, conferitogli al suo ritorno dal Banato, essendo stato accusato di alterazione dei libri sociali. Seguì una triste vecchiaia, turbata dalla povertà e dalla malattia mentale per cui fu ricoverato nell’ospedale milanese Fatebenefratelli, dove si spense il 5 settembre 1787.

Fra le “lettere Odeporicheva ricordata la quindicesima, indirizzata al barone di Sperges e Palentz e dedicata agli Zingari del Banato, sulle cui origini, all’epoca ancora misteriose, si soffermava l’autore.

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Era respinta l’ipotesi che fossero le popolazioni della Boemia prima dell’arrivo degli Slavi, come poteva far credere il nomebohemiens” ad essi dato dai Francesi; la conclusione cui perveniva Griselini era che gli Zingari presentavano piuttosto affinitàcolla ciurmaglia dell’Etiopia e cogli antichi Trogloditi”.

Alla descrizione dello loro misere e sudicie abitazioni seguiva il commento “forse quelle dei barbari africani Ottentotti sono più polite e più proprie” (p. 172).

L’autore passava pure in rassegna tutte le etnie presenti nel Banato: Valacchi (i più numerosi), Serbi (dettirasciani”), Greci, Bulgari, Ungheresi, Lorenesi, Tedeschi, Polacchi e pochi Italiani, oltre agli Ebrei venuti dalla Spagna e dalla Germania. Gli Ebrei spagnoli, osservava il Griselini, “vestono all’orientale, e con assai di bizzarria e magnificenza, massima ne’ loro giorni festivi”.

Ai Valacchi era dedicata la lettera successiva, indirizzata ancora al barone di Sperges e Palentz.

L’autore forniva notizie sul loro numero nel Banato, circa 260.000, “un nulla rispetto al quantitativo degli individui, che sparsi in altre regioni formano il totale della nazione medesima”; era così affermata l’unità etnica e linguistica dei Valacchi sparsi in Moldavia, Valacchia, Transilvania, Ungheria. Particolare risalto veniva dato alla loro numerosa presenza in Transilvania, la terra da sempre contesa tra Romeni e Magiari ed era pure ricordato che popolazioni valacche vivevano al di dei Carpazi e del Dniester, in Podolia ed  Ucraina, ed al di del Danubio, in Tracia e Macedonia, oltre che in Tessaglia, in Albania e perfino nella Carniola.

Elemento di unità tra tutti i Valacchi dei vari territori era la lingua, un “corrotto latino”, con l’innesto di molte voci greche, slave e turche, in quantità variabile a seconda delle province.

Era radicata in quelle popolazioni la coscienza della comune discendenza latina, per cui chiamavano la loro linguastil rumagnesti”, cioè lingua romana e, rifiutando di esser detti blachi, vlachi, Valacchi o maurovlachi, si autodefinivanoRumulie” o “Rumunie”, cioè “Romulei” o “Romani”.

Griselini si chiedeva se i Valacchi fossero veramente di stirpe romana, perché fossero dispersi su di un territorio tanto vasto, perché fossero designati con vari nomi da essi rifiutati.

La risposta era che i Valacchi derivavano da una mescolanza della popolazione originaria, i Daci, con i conquistatori Romani, cui si erano poi aggiunte genti asiatiche, come i Geti.

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Questa popolazione si era dispersa a causa delle invasioni barbariche prima e del successivo arrivo di Slavi e Turchi poi. Malgrado ciò, le analogie della lingua e dei costumi attestavano una origine comune e l’appartenenza ad una stessa nazionalità.

Griselini respingeva poi l’ipotesi di Pio II sull’origine del nome Valacchi da un mitico console romano Flacco, inviato da Traiano in Dacia; ipotesi che l’autore della “Chronica Moldaviae”, Giorgio Reichendorf, aveva ritenuto di poter confermare con un passo della elegia “Ad Gracium

di Ovidio, composta durante l’esilio in  Dobrugia, a Tomi, in cui era citato un Flacco romano, difensore della riva del Danubio contro Mesi e Geti. Conferma respinta da Griselini per un’evidente incongruenza cronologica: Ovidio era morto nel 17 d.c., molti anni prima del 98 d.c., data dell’occupazione della Dacia da parte di Traiano e dell’ipotizzato invio di Flacco contro i Daci.

Il termine Blachi, introdotto dai Greci, indicava i popoli nomadi ed i Valacchi, dediti alla pastorizia, lo erano. Etimo accettato da Giovanni Lucio, che aveva scrittoVlachi igitur apud Slavos ex lingua homines Romanos, Latinos, vel Italos significat ex conditione pastores montana incolentes”.62

Il Griselini nella successiva lettera XVII, sempre indirizzata allo Sperges, illustrava i costumi dei Valacchi.

Di particolare interesse erano le notizie sulla pratica di immunizzare i bambini dal vaiolo (dettobulat al mare”, cioè “grande marciume”) mediante l’innesto eseguito sfregando su di una piccola ferita del braccio o della coscia una pustola presa da una persona già contagiata: da ricordare che solo nel  1796 Edward Jenner iniziò a vaccinare usando lo stesso procedimento.

Erano poi ricordate le consuetudini contrastanti dei Valacchi, dediti da una parte a derubare i viaggiatori e dall’altra a venire in loro soccorso apponendo sulle strade indicazioni utili per non smarrirsi e fornendo loro generosa ospitalità.

Non più al cavalier di Sperges e Palentz, ma al famoso letterato Girolamo Tiraboschi si rivolgeva poi il Griselini nella lettera XVIII: il cambio di interlocutore sembrava esser richiesto dall’argomento stesso della lettera, dedicata ad illustrare le particolarità della lingua valacca, fugacemente esposte nella XVI lettera.

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Il Griselini partiva da un’osservazione, che in seguito fu una costante delle ricerche linguistiche sulle origini dell’italiano: se i linguisti avessero conosciuto la lingua valacca, avrebbero potuto trarne argomenti ed elementi utili per la loro ricerca sull’italiano, dato che era comune alle due lingue uno stesso processo di formazione e che vivevano in entrambe forme analoghe, come dimostrava un breve elenco di parole latine, italiane e valacche aventi lo stesso significato e paragonate fra loro per metterne in evidenza le analogie formali.

Da tale raffronto derivava poi l’affermazione “L’odierno linguaggio de’ Valacchi è al pari dell’Italiano, affinissimo all’idioma latino”: non si trattava del latino letterario, ma di quello esistente già al tempo di Traiano, parlato dai soldati e dai coloni inviati in Dacia.

Le affinità fra italiano e valacco risalivano a quell’epoca e non potevano attribuirsi a successivi contatti fra l’Italia e la Valacchia, di cui non esistevano prove.

Griselini non accettava però l’opinione, formulata nel ‘400 da Leonardo Bruni nella decima lettera del sesto libro del suo epistolario, poi ripresa da altri fino a Sebastiano Ciampi all’inizio dell’ottocento, che l’italiano fosse da identificarsi con il latino popolare, che era stato la matrice comune per l’italiano ed il valacco, e che si era formato per “un totale abbandono del favellare la lingua nobile, grammaticale e corretta, e dal per che si fece in uso la plebea, scorretta e mal pronunciata”.

Si trattò di un duplice processo autonomo, in cui non interferì l’arrivo dei barbari, dato che l’importazione del latino volgare in Dacia lo precedette di molto e non ci furono in seguito rapporti fra Italia e Valacchia, utili ad introdurre voci comuni nelle due lingue.

Maffei, osservava il Griselini, aveva già sostenuto questa opinione, utilizzando però scarse argomentazioni, per cui il Tiraboschi l’aveva respinta. Molte voci straniere erano state poi introdotte nella lingua dei Valacchi, soggetti a molte dominazioni, l’una dopo l’altra: Goti, Gepidi e poi Vandali, Greci, Unni, Slavi, Ungheresi ed infine Turchi si erano succeduti in Valacchia.

Ma le voci desunte dalle lingue dei dominatori erano rimaste incastonate nella valacca come corpi estranei, non venendo latinizzate.

Arrivava pertanto l’autore a questa conclusione: “Da tutto ciò resulta, che siccome i Goti, i Vandali, i Longobardi ed altri barbari, non arrecarono somma variazione al pessimo dialetto latino de’ Valacchi, così nemmeno ve ne produssero in quello che, come in Dacia, era in uso tra il volgo Italiano fin ad originarvi il totale cangiamento, che si pretende”.

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Secondo lo scrittore veneziano era comunque da riconoscere che un contributo seppure piccolo a tale trasformazione l’avevano dato pure le lingue dei barbari: “Vado d’accordo, che vi possan aver contribuito in qualche piccola parte, ma non di più”. (p. 230).

Particolare non secondario era che le somiglianze tra italiano e valacco non si limitavano alle molte voci comuni; erano pure presenti nelle due lingueassaissime espressioni e modi di dire”, tanto che “un Italiano capisce i Valacchi e seco parla, nel breve tratto di due o tre mesi, che soggiorni tra essi”.

Affermazione corroborata da un elenco di questi modi di dire comuni all’italiano ed al valacco. (p. 231)

Nonostante l’autorevole confutazione del Tiraboschi, la tesi del Maffei di una lingua italiana coincidente con il latino plebeo, parlato negli ultimi tempi dell’età classica, perdurò fino agli inizi del secolo XIX, quando, come accennato prima, fu ripresa dall’abate Sebastiano Ciampi,63 docente dell’Università di Pisa ed in seguito trasferitosi a Varsavia, dove ebbe la cattedra di letteratura latina e greca nella università locale e dove condusse notevoli ricerche nel campo della Slavistica.

Il Ciampi, definito da Sebastiano Timpanaro jr. “un poligrafo arruffone, ma non privo di intelligenza”, radicalizzò la tesi della coincidenza dell’italiano con il latino plebeo parlato nel quinto secolo d.c. 64

Per sostenere tale tesi l’autore ricorreva all’esempio della situazione linguistica esistente in Valacchia definita  analoga a quella dell’Italia, scrivendo: “Certum enim est illic Romanos fuisse milites stationarios vel a Trajani imperatoris aetate. Atque e plurimis quas illae gentes habent latinis vocibus proferunt quasdam omnino quemadmodum nos, et ceteri vetustiores populi, quorum exempla exposuimus quasdam vero paullo diversas..Est igitur italica lingua, ipsomet Muratorio auctore, multo antiquior, quam communi eruditorum sententia statutum sit. Verum opinio mea ab illa Cl. Mutarorii discedit ideo, quod ille putet ab latinae linguae reliquis, et ab colluvie vocum Barbarorum enatam; ego contra pro certo habeam a quarto vel quinto saeculo R.S., quin immo suspicari audeam vel cum ipsa latino lingua apud romanum vulgus existisse; minime vero inficiabor nonnulla vocabula exotica esse recepta, quod fuit semperque futurum est quando apud gentes quascumque externorum dominatio constituatur”.65

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Giacomo Leopardi annotava nello Zibaldone il  24 Aprile 1821   come il Ciampi avesse utilizzato queste  considerazioni  sull’origine  della  lingua  valacca per  sostenere  l’uso dell’italiano già nel quarto o quinto secolo d.c. : “Trae perfino un argomento a suo favore dalla lingua valacca, la quale derivata dai soldati Romani che vi si lasciarono stazionari da Traiano, conviene in molte parole ed in molte frasi colla italiana e ne mette fuor di dubbio la rimota antichità. Biblioteca italiana, loc. cit. nel pensiero antecedente, rendendo conto della stessa opera, pag. 217 fine”.66

Leopardi tornava sull’argomento il giorno successivo, sempre nello Zibaldone, annotando che la lingua latina si era diffusa ad Occidente nella Gallia ed in Oriente nell’Illiria: “…e il nome Romania, che fino a’ nostri vi si è conservato, e la lingua parlata dai Valacchi: Romaneski, che tanto somiglia alla latina come un viaggiatore recente ce lo conferma (vedi Caronni, In Dacia, Milano 1812, p. 32), non che il gran numero di antichità romane dissotterrate in quelle parti, ne sono una prova convincente. Articolo originale del cav. Hager, nello “Spettatore” di  Milano, aprile 1818, quaderno 97, p. 245 fine”.67

Leopardi in questa nota riproduceva quasi alla lettera un brano della recensione del cav. Hager da lui citato; ed altrettanto fedelmente aveva riprodotto nella nota del 24 aprile un brano della recensione sull’opera del Ciampi apparsa sulla “Biblioteca Italiana”.

Ma, sebbene questi pensieri del Leopardi non rappresentassero una novità, essi ebbero grande importanza e si imposero all’attenzione generale, perché formulati da un genio. Non era capitato lo stesso  al gesuita Giulio Mancinelli (1537-1618), essendo rimasta ignorata la sua affermazione espressa con secoli di anticipo e forse per la prima volta, circa la derivazione della lingua valacca dal latino plebeo e non da quello letterario (cfr. Adolf ArmbrusterRomanitatea Românilor. Istoria unei idei” – Bucarest 1993, nota 155 a p. 132).

Non c’erano stati invece precedenti per una successiva nota del Leopardi sull’importanza dei dialetti moderni per far luce sulle origini del latino: “…quella lingua valacca, derivata pare dalla latina, e che per essersi mantenuta sempre rozza, è proprissima a darci grandi notizie dell’antico volgare latino, il qual volgare, come tutti gli altri, è il precipuo conservatore delle antichità di una lingua (8-9 luglio 1821)”. Leopardi a distanza di tempo sottolineava poi il fatto che le voci dialettali, non influenzate da una letteratura colta, erano utili per investigare le origini del latino, aggiungendo: “Altrettanto e più dicasi intorno alla lingua valacca, che non è stata mai per niun modo, neppure indiretto, influita da niuna letteratura, ch’io sappia (9 ottobre 1823)”.68

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Lo studioso ricordato dal Leopardi, Felice Caronni, era, come il Boskovich ed il Ciampi,  un religioso. Appartenne all’ordine dei Barnabiti; conoscitore di molte lingue straniere, oltre che del greco antico, numismatico ed archeologo, viaggiò a lungo in Italia ed all’estero, recandosi fra l’altro nel 1790 ad Hedervar, in Ungheria,  per studiarvi la collezione di monete del conte Michele di Wiczoi.

Più avventuroso riuscì un viaggio successivo; partito il 3 giugno 1804 da Palermo via mare, fu catturato da pirati barbareschi e condotto prigioniero in Tunisia. Riuscì a riacquistare la libertà dopo alcuni mesi, il 28 settembre 1804, grazie all’intervento francese. La forzata permanenza in Tunisia gli diede modo di studiare monete, monumenti e topografia locali, in particolare le rovine puniche e romane di Cartagine, descritte in quella che rimane la sua opera migliore, “Ragguaglio del viaggio compendioso di un dilettante antiquario sorpreso da’ corsari e condotto in Barberia e felicemente rimpatriato” (Milano 1805).

Qualche anno dopo, nel 1808, si recò a Vienna per predicare il quaresimale, su invito del primate d’Ungheria, il cardinale Carlo Ambrogio Ferdinando d’Asburgo; partì da Vienna per visitare le miniere della Transilvania, e descrisse il suo viaggio nell’operaCaronni in Dacia”, cui appunto si riferiva Leopardi.69

Nelle sue pagine il Caronni mostrava un particolare interesse per i più umili tra gli abitanti della Transilvania, i Valacchi e gli Zingari, “quella siccome la più laboriosa e utile in società, e in vero anco la più numerosa e addetta alla pastorizia e all’agricoltura; questa più scarsa appunto per essere un corpo morto per la sua infingarda, tenebrosa, e viziosa natura”.70

Citava poi l’etimologia del nome Valacchia dal console romano Flacco, proposta da Pio II, senza però farla propria; ricordava difatti che i Valacchi erano dettiOlah” e “Olacz” in ungherese e “Vlach” nelle lingue slave: termini che significavano pure italiano “in grazia della tanta conformità del parlare”.71

Notava la decadenza culturale dei Valacchi, attribuita dal principe di Moldavia Dimitrie Cantemir all’ignoranza del clero ortodosso, che aveva trascurato la lettura dei testi sacri dopo la sostituzione dei caratteri latini con quelli cirillici.72

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Ma le osservazioni più interessanti sono contenute nel capitoloNuovi documenti d’analogia della lingua italiana colla Valacca a meglio conghietturarne la provenienza”.

Ricordava che il Griselini nelle sue “Lettere  Odeporiche” aveva compilato dopo il viaggio nel Banato una tabella comparativa tra l’italiano e la lingua valacca, più ampia di quella contenuta nella storia di Dalmazia di Giovanni Lucio e dell’altra di Anton Maria Del Chiaro nella “Istoria delle moderne rivoluzioni della Valacchia”.

Utilizzando la ricerca del Griselini, Caronni compilò a sua volta un repertorio di voci valacche messe a confronto con le corrispondenti italiane: “Nel mio giro però in  Transilvania  ho profittato degl’indizi ch’esso avea derivati da scrittori precedenti, ed anco compilati per chiarirmi personalmente del fenomeno curioso e interessantissimo dell’inconcepibile affinità di quel parlare col nostro. La mia attività riuscì più fruttifera dell’altrui, perché non solo verificai quanto aveva dell’incredibile, ma potei notare la variazione da una provincia all’altra, e duplicare il capitale delle voci analoghe al latino, all’italiano, al lombardo”.

Il glossario del Caronni non era compilato secondo un ordine alfabetico, come avevano fatto i predecessori, ma raggruppando i termini per gruppi disposti secondo un ordine naturale di idee e contrassegnati con un asterisco se più diffusi in Transilvania e con una B se invece erano più frequenti nel Banato.73

Appare interessante il fatto che il Caronni confrontava i vocaboli valacchi anche con il dialetto lombardo, oltre che con il latino e l’italiano, come si  era  fatto fino ad allora: si apriva così un più vasto campo di ricerca e si metteva in luce l’importanza delle espressioni usate nel linguaggio quotidiano.

Tale interesse del Caronni per il dialetto lombardo nasceva dal fatto che anch’egli riteneva esser derivata la lingua valacca dal latino parlato dal popolo, e non da quello classico. Il latino plebeo si era formato per la deformazione della lingua letteraria, dovuta non alle invasioni barbariche (concordava quindi con le posizioni del Maffei), “ma sì piuttosto all’abbandono delle scuole, e alla piena trascuratezza delle regole grammaticali, dietro la quale prevalse finalmente il gergare plebaico, le parole uscivano dal labbro più scorrette e la sintassi andava viè peggio degenerando”.74

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Il Caronni si era dedicato a lungo  e  con scrupolo al riordino ed alla catalogazione della raccolta numismatica del conte Wiczoi a Hedervar. Tuttavia i risultati della sua fatica non furono soddisfacenti, tanto che un altro esperto, l’abate fiorentino Domenico Sestini (1750-1832), mosse critiche, rilevando i vistosi errori del Caronni, che non si era reso conto dei falsi contenuti nella collezione, e correggendo il catalogo da lui compilato.

Si verificò pure un altro importante intreccio delle attività dei due numismatici, poiché anche il Sestini si occupò della Valacchia

Letterato, numismatico, archeologo, storico, l’abate fiorentino fu anche un viaggiatore attento, visitando la Francia, la PRussia, l’Ungheria e molti territori dell’impero ottomano, fino a Bassora.

Poco più che ventenne, nel 1774 dalla natia Toscana si trasferì a Catania, ospite di un colto ed illuminato nobile locale, Ignazio Paternò principe di Biscari, cultore di archeologia, ricordato con simpatia dal Sestini, oltre che dal Goethe nel suo “Viaggio in Italia”.

A Catania il Sestini si trattenne per alcuni anni, riordinando e catalogando le collezioni archeologiche e numismatiche del principe.

La tappa successiva delle sue peregrinazioni fu Costantinopoli, dove ebbe modo di assistere alla epidemia di peste del 1778.

Mentre si trovava nella capitale ottomana, il Sestini fu invitato dal principe di Valacchia, Alessandro Ypsilanti,  a divenire suo segretario, come ricordato dallo stesso autore nel suo “Viaggio da Costantinopoli a Bukoresti fatto l’anno 1779”. L’invito fu accettato, come precisava l’autore: “…e desiderando di conoscere una tal Provincia, mi determinai ad accettare una simile vantaggiosa proposta, a tal segno che la sera del 21 settembre lasciai il villaggio di Bujuk-Dere”; nella capitale della Valacchia il Sestini giunse il 4 ottobre 177975 e vi si tratteneva otto mesi, ricevendo però un’amara delusione, ricordata nell’opera successiva dedicata al viaggio di ritorno in Italia compiuto nel 1780 da Bucarest a Vienna attraverso Valacchia, Transilvania ed Ungheria.76

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Il principe Ypsilanti non tenne infatti fede alla promessa di nominarlo suo segretario e per giunta il Sestini fu costretto a subire le angherie del segretario in carica di cui era ospite; deluso da tale condotta, l’autore scriveva: “…non volendo essere lo zimbello della cattiva fede di una tale nazione, aspettai un’occasione favorevole per potermi liberare da una specie di tirannia causatami anche dalla persona, che doveva lasciare il suo posto, per essere da me occupato secondo l’accordo, e la convenzione fatta col principe Ypsilanti”.77

Il 27 maggio 1780 pertanto si mise in viaggio alla volta di Vienna; malgrado il suo naturale risentimento per la delusione subita, il Sestini osservò con grande attenzione la realtà della Valacchia e della Transilvania.

Già il 28 maggio, poco dopo la partenza da Bucarest, faceva un’annotazione sulla lingua locale: il terminepadure” (o “paduri”), significantebosco”, derivava chiaramente dal latinopalus78. Qualche giorno dopo, il 30 maggio 1780, scriveva: “Se si fa attenzione alla nominazione dei nomi Valacchi, osserviamo che la parola latina ritrovasi quasi sempre nella loro lingua”.79

Non mancava poi di ricordare le benemerenze culturali del barone di Bruckenthal, governatore della Transilvania, che a Sibiu gli fece visitare le sue collezioni di quadri, libri rari, minerali e gli manifestò il proposito di fondare una biblioteca pubblica.

Commentava così il Sestini l’incontro con il governatore: “Se un tal personaggio metterà in esecuzione le sue savie idee, io credo che con tutta la ragione debba chiamarsi il genio della Dacia, come il principe di Biscari si è meritato quello della Sicilia, per aver fatto delle grandi imprese in vantaggio dello studio della veneranda antichità, e delle scienze buone”.80

Ma il Sestini non frequentò solo personaggi altolocati come l’illuminato governatore. Non gli sfuggivano difatti gli aspetti più umili di una società  che conosceva ancora la vergogna della schiavitù degli Zingari; ricordava che i boiari avevano l’abitudine di mantenere molti servi, “per lo più Zingari che sono i veri schiavi. E’ una magnificenza ed un grande apparato di fuori delle loro case, corteggiati da una trentina di questi individui, che sono per lo più mal vestiti e calzati nonchè sporchi e sudici, e con abiti unti e bisunti”.

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Quanto mai precarie erano le condizioni di vita di questi infelici; se erano schiavi non avevano un salario e ricevevano soltanto un vestito l’anno; né era migliore la loro condizione se liberi: raramente erano pagati e venivano nutriti con gli avanzi.81

L’autore precisava che la popolazione della Transilvania era un miscuglio di varie etnie, ognuna delle quali parlava una sua lingua: Alba Iulia era popolata da Valacchi, Tedeschi, Ebrei, “polonesi”.82

Fra i sedicimila abitanti di Hermanstadt (Sibiu) si contavano Ungheresi, Siculi e Sassoni, che formavano la classe dominante, oltre a Valacchi, Greci, Armeni, Moravi, Polacchi, Russi, Bulgari, Serbi, Ebrei e Zingari: “…e tutte queste nazioniaggiungeva l’autore – si trovano non solamente in Hermanstadt, ma anco per tutta la Transilvania, e quasi tutte hanno le loro sedi, o distretti distinti”.

Difficile la convivenza fra tanto numerose comunità, che proprio per questo vivevano in “distretti distinti”. Questo accorgimento non bastava però a migliorare i rapporti fra le varie etnie: “ma con tante lingue diverse non si viene ad impedire fra di loro, che non vi regni qualche gelosia, e qualche volta un odio implacabile, e nell’istesso tempo un fondo di molti pregiudizi, e delle contraddizioni, vizio innato dei linguai e linguaioli”.

Le classi elevate parlavano il francese e l’italiano; questa varietà di linguaggi secondo il Sestini costituiva una ricchezza culturale, pur se era causa dei difficili rapporti fra i  vari gruppi;   Hermanstadt quindi avrebbe dovuto essere sede di una università importante per lo studio delle lingue.83

Anche nel Banato vi era una popolazione composita, formata da Valacchi, Serbi, Bulgari, Zingari, Ebrei, Tedeschi, Ungheresi; e non mancavano Italiani e Francesi. Da notare che era citata la presenza di Ebrei, senza che fossero però ricordate persecuzioni contro di essi; c’è da ritenere che in quel tempo almeno la loro situazione non fosse particolarmente difficile: il Sestini lo avrebbe specificato, così come aveva descritto le miserrime condizioni di vita degli Zingari.84

Negli stessi anni in cui il Sestini viaggiava in lungo ed in largo attraverso i territori dell’impero ottomano, dai Principati Danubiani alla lontana Bassora in Mesopotamia, soggiornò a lungo in Moldavia il dalmata Stefano Raicevich, in qualità di console dell’imperatore d’Austria.

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Osservatore attento dei vari aspetti e problemi della società, il Raicevich ci ha lasciato un interessante studio dal titoloOsservazioni storiche, naturali e politiche intorno la Valacchia e la Moldavia”.85

Fin dalle prime pagine era dichiarata l’origine latina della lingua locale: “Certo è che la lingua itala divenne, in poco tempo che i Romani ne furono possessori, comune ed unica in queste contrade, ed essa vi si conserva presentemente, sebbene corrotta”.86

Si faceva ancora cenno della situazione linguistica, ricordando che il greco era la lingua delle corti e quindi venivano scelti monaci Greci come precettori dei ragazzi di nobile famiglia. Ma molti anziani rifiutavano di parlare il greco e preferivano usare la lingua nazionale, consistente in un “misto di latino e slavo”.87

Il Raicevich riservava particolare attenzione alle condizioni sociali ed economiche del paese ed osservava che, nonostante la ricchezza delle risorse naturali, il commercio languiva a causa delle infelici condizioni politiche e mancavano del tutto le industrie, “essendo incompatibili queste cose col despotismo, né esisteranno giammai ove non regna la libertà, la giustizia e la sicurezza personale e reale”.

Inoltre, sarebbe stata necessaria per lo sviluppo economico l’esistenza di “un ceto intermedio tra il ricco proprietario di terreni  ed il misero coltivatore della terra”.

Invece, proseguiva l’autore, “ora in Valacchia e Moldavia non vi sono che monaci e boiari, proprietari e coloni, entrambi schiavi di un despota, schiavo di un tiranno”.

Dopo questa icastica definizione degli ospodari e del sultano da cui essi dipendevano, Raicevich constatava che alcune piccole industrie fornitrici dei prodotti di prima necessità erano gestite da stranieri: Greci venuti dall’Albania e dalla Macedonia, Armeni, pochi Valacchi della Transilvania ed Ebrei della Galizia.

Ma l’asfittica economia del paese era pure soggetta allo sfruttamento da parte della Turchia, imposto dai trattati che prevedevano l’obbligo di fornire a Costantinopoli viveri e bestiame al prezzo stabilito dagli acquirenti Turchi.

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Ad evitare ingerenze che ostacolassero i loro abusi, sia i principi locali che la Porta erano ostili alla presenza di consoli stranieri; tuttavia nel 1782 si stabilirono a Bucarest e Jassy consoli austriaci e russi, accolti con la pompa e lo sfarzo tipici delle corti orientali88

Eludendo il controllo turco, i prodotti locali venivano comunque esportati anche in altri paesi, cavalli e buoi dalla Moldavia in Polonia, Russia ed Austria; vino moldavo e valacco in Russia, cera della Moldavia a Vienna; lana, cera, maiali dalla Valacchia in Russia, verso cui affluivano pure dalla Transilvania lana e pesce salato.89

Oppressi da un fiscalismo eccessivo i contadini erano costretti a ricorrere a prestiti ed a vendere in anticipo i raccolti ad un prezzo stracciato.90

Erano così descritti i profittatori che come uno sciame di cavallette si abbattevano sui campi della Moldavia e della Valacchia: “…i mercanti greci ed epiroti escono con sacchi pieni di denaro, e girano pei villaggi per soccorrere i bisognosi, esaminano la quantità del prodotto, e secondo questa anticipano il contante, fissando un prezzo vilissimo”. L’effetto di questo “soccorsoera il seguente: il contadino “in pochi anni si trova nel caso di lavorare e sudare tutta la sua vita per gli altri, potendo a pena riservarsi un meschino nutrimento”.91

Appare degno di nota che secondo il Raicevich gli usurai erano greci ed epiroti (cioè albanesi) e non erano ricordati gli Ebrei, tradizionalmente presentati come strozzini incalliti, odiati da tutti.

L’usura colpiva anche le classi elevate: principi e boiari per soddisfare la loro smania di lusso si indebitavano a loro volta con gli usurai, che restavano però vittime di tale sistema, in quanto i principi neoeletti non onoravano gli impegni dei loro predecessori e di conseguenza i creditori erano rovinati.92

Questo sbrigativo sistema era possibile perché i principi esercitavano un potere dispotico: erano inesistenti i poteri delle assemblee, i cosiddettidivani”; anche i boiari temevano il potere assoluto dei principi, cui si accostavano tremando.93 Non esistevano leggi scritte e la giustizia era amministrata secondo le tradizioni e soprattutto secondo la volontà del sovrano; erano rari i delitti gravi e gli autori di reati erano soprattutto gli Zingari, la cui attività delittuosa era prontamente repressa dal governo.94

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Visione forse troppo idilliaca della realtà, questa del Raicevich, che, dopo aver presentato come dispotico il potere dei sovrani, ne lodava però la mitezza nell’amministrare la giustizia, affermando: “La pena della morte è stata abolita dagli ultimi principi, ai quali devo dare la giusta lode che erano generalmente umani, ed aborrivano la crudeltà, particolarmente il principe Alessandro Ypsilanti, che ha studiato di fare  la felicità dei Valachi”.95

A riprova della sollecitudine dei sovrani verso i sudditi, Raicevich ricordava che spesso i principi, come il mitico califfo di Bagdad, giravano travestiti per controllare se tutto andava per il meglio.96

Questa gestione della giustizia descritta così illuminata appare anticipare i tempi (si può dire fosse ancor fresca di inchiostro l’opera del Beccaria “Dei delitti e delle pene”, apparsa nel 1764) e sembra pure in contrasto con il sacro terrore ispirato dal principe anche ai boiari, che, come ricordava l’autore stesso, si accostavano tremebondi al sovrano.

Del tutto spregiudicata appariva poi la condotta dei principi, che vendevano le cariche nobiliari al miglior offerente; a rimetterci erano ancora una volta le classi più umili, su cui i nobili si rifacevano per ripagarsi delle spese sostenute per ottenere i loro titoli. 97

I principi di Moldavia e Valacchia erano soggetti all’autorità della Porta, venendo da questa trattati con qualche riguardo nei tempi passati, ma da ultimo invece tenuti in scarsa considerazione e disprezzati.98

La scarsa popolazione confermava le difficili condizioni di vita nei Principati, pur essendo fertile ed esteso il loro territorio. Mancavano la libertà e la sicurezza della proprietà; concludeva quindi il Raicevich in tal modo: “se questi requisiti vi fossero nei due Principati, gli abitanti sarebbero felici a pieno, ed il numero potrebbe aumentare del doppio e forse più”, ponendo perciò fine all’emigrazione.99

Se gli abitanti della Moldavia e della Valacchia erano soggetti al dispotismo dei loro principi, oltre che al giogo turco, non stavano meglio i Valacchi della Transilvania, oppressi dagli Ungheresi: “I Valacchi della Transilvania sono della stessa razza di quelli delle due province che si descrivono: hanno la stessa religione, lo stesso linguaggio e costumi. Costoro erano stati avviliti dai conquistatori Ungari, ugualmente che gli altri dai Turchi e Greci, ed anche peggio; a segno che nel codice Ungarico-Transilvano vi sono leggi che pongono i Valacchi nel rango de’ bruti”.100

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A conferma dell’arretratezza del paese le due capitali erano soltanto grandi villaggi, “essendo composte di case e casucce, con grandi giardini e cortili che occupavano un grande spazio”.101

La religione dominante era quella greco-ortodossa, sottoposta al Patriarca di Costantinopoli, e lo slavo era la lingua del culto. Il clero, oltre ad essere ignorante  (per cui erano diffuse  superstiziose credenze sui vampiri e sulle streghe), dimostrava una grande intolleranza nei confronti delle altre religioni, ritenute eretiche: tale avversione colpiva anche le Chiese cristiane di altro rito, per cui il battesimo da esse impartito non era ritenuto valido: pertanto un cattolico convertito all’ortodossia doveva sottoporsi ad una cerimonia battesimale per immersione. Il clero greco, molto venale, estorceva elemosine e doni ai fedeli; erano innumerevoli i monasteri, dotati di immense proprietà, pari ad un terzo dei terreni.102

Era però ammesso il pubblico esercizio degli altri culti, nonostante l’avversione della Chiesa ortodossa per essi; esistevano difatti in Valacchia conventi cattolici di francescani, dipendenti dal vescovo di Nicopoli in Bulgaria, ed a Bucarest vi era una chiesa luterana; ma queste chiese erano frequentate per lo più da stranieri. Una citazione particolare era riservata agli Israeliti: “Gli Ebrei, essendo numerosi, hanno ottenuto in più luoghi delle sinagoghe”.103

L’istruzione era affidata soprattutto ai monaci: e la loro ignoranza non poteva certo dare risultati soddisfacenti, neanche tra i nobili. I costumi si erano corrotti a causa della negativa influenza dei Greci: “nel volgo vi è molta scostumatezza e prostituzione. Ogni taverna è un lupanare”.104

Ma alla fine Raicevich assolveva Moldavi e Valacchi da tutte le loro colpe, concludendo così: “per quanto io sia capace di giudicare, trovo che tutti i vizi di questa nazione derivano da un governo più che dispotico, e da una pessima educazione. Sono persuaso che se la sorte li farà divenire sudditi di un sovrano giusto, illuminato ed umano, in poco tempo diverranno tutt’altro, e pareggeranno con le più colte nazioni”.

A conferma di tale benevolo giudizio si ricordava l’esistenza di illustri famiglie, come quelle dei Cantacuzeno, Rosetti, Balza ed altre ancora, tanto più lodevoli in quanto si erano mantenute nobili e generose, pur “in mezzo a tanti disordini, e pubblici e privati”.105

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Malgrado in Italia esistesse di già una copiosa letteratura sulla Moldavia e sulla Valacchia, si ritenne opportuno pubblicare nel 1821 un volumetto dal titolo che ricordava quello dell’opera del Raicevich, “Notizie storiche, politiche, geografiche e statistiche sulla Valacchia e sulla Moldavia. Con Rami colorati.” Milano – Per Battelli e Fanfani MDCCCXXI”. Come fonte della pubblicazione  era  citata  un’opera  inglese, “An  account  of   the Principalities of Vallacchia and

Moldavia; including various political observations relating to them. By William Wilkinson Esq. Late British Consul  to the above mentioned principality. Londra 1820” (“Una relazione sui Principati di Valacchia e Moldavia, incluse diverse osservazioni politiche riferite ad esse . Del Cavaliere William Wilkinson, ex console Britannico nel suddetto principato. Londra 1820).

Lo scopo della pubblicazione era indicato dagli editori nella prefazione: si era nel 1821, l’anno del tentativo rivoluzionario dell’eteria greca guidata da Alessandro Ypsilanti, cui si erano collegati i moti contadini di Tudor Vladimirescu; si era quindi ridestato l’interesse per la Moldavia e la Valacchia e con esso il desiderio di saperne di più: “L’importanza di que’ paesi è tale che meriterebbe se ne fossero più particolarmente sin ora occupati i geografi ed i viaggiatori, e quindi appunto nelle presenti circostanze in cui dalla Moldavia e dalla Vallacchia sono scoppiate le turbolenze che si sparsero poscia nelle limitrofe province, il Pubblico aggradirà maggiormente il presente libretto…” (pp. 1-2).

Era poco lusinghiero il giudizio sugli abitanti dei Principati, così definiti: “…sono pigri e torpidi, le loro passioni senza energia, e alieni dallo studio delle arti e dalle occupazioni dello spirito. Non si può non iscorgere nei costumi di essi, la cagione della loro rilassatezza, ma le cause fisiche vi contribuiscono evidentemente e si spiegano coll’egual forza”. (pp. 47-48)

Particolarmente negativo il ritratto dei boiari, presentati come ignoranti, superstiziosi, avidi di ricchezza ed al contempo dissipatori dei loro patrimoni per il lusso eccessivo.

La responsabilità dell’ignoranza tanto diffusa era attribuita ai preti ortodossi, “i quali non hanno la più pallida idea della religione di Cristo” (p. 58); il clero era di umili origini, venendo reclutato fra i contadini dai quali si distingueva soltanto per la lunga barba (p. 65).

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Altra piaga della società moldo-valacca erano gli Zingari, il cui numero era calcolato essere di circa 150.000 persone. Disprezzati, tanto che zingaro era sinonimo di ladro; malgrado ciò, i figli delle famiglie nobili, se le madri non potevano allattarli, erano affidati a balie zingare, con esito disastroso: “…e la vita immonda e licenziosa di esse sono causa ai fanciulli di continue malattie”. (pp. 66-68)

L’autore non trascurava di far cenno anche alla situazione linguistica: “la lingua de’ Valacchi e de’ Moldavi è una corrotta mescolanza di parole forestiere la cui ortografia e pronuncia originarie sono totalmente cambiate; le radici delle parole sono per lo più latineslave”.

A causa della generale ignoranza la Bibbia era conosciuta solo di nome fino al 1735, quando Costantino Maurocordato, principe di Valacchia, fece compilare “una grammatica pel dialetto qui in uso e la fece stampare con lettere che prese parte dalle slavo, parte dal greco, lo stesso fece colla Bibbia”.

Ed a questo punto si manifestava una seppur debole speranza di progresso: dall’iniziativa del principe Maurocordato si era avuto qualche frutto positivo, poiché in pochi anni i boiari avevano appreso a leggere e scrivere, adoperando in Valacchia il greco come lingua di corte, mentre in Moldavia era più diffuso il francese (p. 50).

L’opera affrontava il problema della origine e natura della lingua valacca in un contesto più  propriamente politico; lo stesso tema in quegli anni interessò uno studioso come Giuseppe Mezzofanti, conoscitore di un gran numero di lingue ed acuto osservatore dei fenomeni linguistici.

Nato a Bologna il 17 settembre 1774, ebbe la cattedra di lingue orientali nel locale ateneo e divenne poi bibliotecario capo della Biblioteca Universitaria di Bologna. Chiamato a Roma da Gregorio XVI, il Mezzofanti nel 1833 prese il posto di direttore della Biblioteca Vaticana, succedendo ad Angelo Mai ed ottenendo nel 1838  la porpora cardinalizia. Ed a Roma rimase fino alla sua morte, avvenuta nello stesso anno 1838. Su di lui circolavano numerosi aneddoti, ispirati dalle sue prodigiose conoscenze linguistiche.

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Nel 1819 l’imperatore d’Austria Francesco I si recò a Bologna, avendo al suo seguito dignitari delle varie nazionalità presenti nel composito impero asburgico: Austriaci, Ungheresi, Boemi, Valacchi, Polacchi, Illirici. Con ognuno di essi il Mezzofanti si intrattenne nelle rispettive lingue. E si ricordava pure, a proposito della sua padronanza della lingua valacca, come l’avesse  parlata con grande scioltezza nell’incontro avuto a Bologna con il poeta moldavo Gheorghe Asaki.

Ebbe ancora occasione di fare sfoggio delle sue conoscenze linguistiche con il barone ungherese von Zach, venuto a visitare l’osservatorio astronomico di Bologna, accompagnato dal capitano inglese Smith e dal principe russo Wolkonski. Il Mezzofanti parlò in tedesco ed in un perfetto ungherese con il barone von Zach, in inglese con il capitano Smith, in russo e polacco con il principe  Wolkonski; il  barone  a  questo  punto  volle  metterlo  alla  prova, rivolgendosi  a  lui in valacco, lingua che aveva appreso durante la sua permanenza da militare in Transilvania. Senza esitare il prelato bolognese gli rispose in lingua valacca, mettendo in difficoltà il suo interlocutore, che dovette rinunciare a proseguire il colloquio nella stessa lingua, avendone esaurite le conoscenze.106

Il nostro interesse per il Mezzofanti non può certamente limitarsi a questi aneddoti fioriti intorno alla sua onniscienza linguistica; in questa sede va ricordato soprattutto per il suo “Discorso sulla lingua valacca”, tenuto all’Accademia della Scienza dell’Istituto di Bologna il 13 luglio 1815.107

Con un disteso tono narrativo il Mezzofanti iniziava il suo “Discorsoaffermando che il viaggiatore italiano in Romania, preparato a “sentire il grido di tartare parole”, udiva invece “repente con grata meraviglia accenni a lui ben noti”, tanto da credere di trovarsi in Italia.

Ai visitatori della Romania il Mezzofanti rimproverava di interessarsi solo agli antichi monumenti Romani, trascurando la lingua considerata un “vile oggetto spregevole”.

Affermava poi l’autore che il valacco aveva le stesse origini dell’italiano e, pur non potendo gareggiare con questo, aveva nondimeno la capacità di “esprimere con dignità i sublimi concetti che Dio solo solea ispirare all’uomo”. “Le parole tratte dal latino fanno il fondamento di questa lingua” – proseguiva il Mezzofanti – “ma solo poche erano rimaste inalterate, subendo modifiche nell’accento e nelle lettere”.

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Le modifiche fonetiche non impedivano comunque di comprendere il senso delle parole, anche se l’accento valacco poteva suonare strano ad orecchie italiane. Era poi messa in evidenza la ricchezza dell’alfabeto valacco, la derivazione di termini dallo slavo ed il prolungato uso dell’alfabeto cirillico. Minori i prestiti dalla lingua dei Goti (poche parole, qualche regola grammaticale) e dall’ungherese (solo qualche termine); vi erano poi espressioni non riconducibili alle lingue di altri popoli esistenti, derivanti forse dall’antica lingua dei Daci, scomparsa da tempo: “ma il latino campeggia e risalta in ogni parte, e nella stessa struttura della lingua”, così concludeva il Mezzofanti su questo punto delle origini della lingua romena, di cui metteva in luce una particolarità, la finale in “ul” dei sostantivi, avente valore di articolo.

Il romeno dimostrava le sue capacità espressive anche nelle traduzioni della Bibbia e di autori greci, attestanti “una nobile semplicità e dignità quasi romana”, ed una ricchezza lessicale dovuta alle derivazioni dall’illirico, per cui si era formato “un composto che unisce acconciamente i pregi di ambedue” le lingue.

Il Mezzofanti polemizzava quindi con quanti ritenevano degradante la contaminazione linguistica: “…se ammiriamo la lingua inglese dove sul fondo sassone principalmente, tanti vocaboli Francesi e latini si vennero a collocare, per quale diritto chiameremo barbaro il valacco, per tale mescolamento che produce ricchezza, varietà e armonia?”.

A chiusura del suo “Discorso” il Mezzofanti indulgeva però ad una considerazione ispirata da un nazionalismo linguistico: indubbiamente il valacco era una lingua inferiore all’italiano, ma “non dobbiamo dalla nostra sublime altezza disdegnosamente degradarlo qual cosa abietta e spregevole, anzi in lui rispettiamo le sembianze della lingua nostra, e della lingua già dominatrice del mondo, che vive in questo dialetto più che in qualunque altro”.

E sempre in tono paternalistico l’autore aggiungeva che la lingua valaccaaffine alla nostra per lo suo principio, se sorgere potrà a maggior gloria, sono sicuro che dalla lingua italiana vorrà appurare il modo di farsi ognora più nobile e più gentile”.

Appaiono prive di tale compiaciuta autoesaltazione le considerazioni espresse da un linguista della statura di Graziadio Ignazio Ascoli, autore poco più che “trilustre” (secondo la sua espressione) di un saggio comparativo fra il friulano e la lingua valacca, pubblicato a Udine nel 1846.108

L’opera fu in seguito giudicata con severità dall’Ascoli stesso, che la definìlavoruccio insignificatissimo, che ho sentito, non senza sgomento, ricercarsi in questi ultimi tempi da qualche studioso”. Nonostante questa stroncatura, l’Ascoli si riprometteva di rimettere mano al suo lavoro giovanile; proseguiva difatti affermando: “quel po’ di non inutile che si contiene in esso opuscoletto (dato per un’opera dal Biographisches Lexicon des Kaiserthums Oesterreich) rivedrà, spero, la luce, in miglior forma…”.109

Più d’uno aveva chiesto all’Ascoli copia del suo saggio giovanile, fra questi era Vegezzi Ruscalla, rivoltosi al linguista friuliano per avere notizia sul romeno in Istria; l’Ascoli da Gorizia il 19 agosto 1857 così rispondeva a quella richiesta: “Mi vergognerei ch’ella vedesse l’opuscolettaccio sulle affinità valacco-friuliane del quale mi parla, immaturissimo lavoro d’un fanciullo. Ad appagare la sua dotta curiosità, preferisco mandarle intorno al medesimo le notizie che seguono, da me somministrate in questi ultimi giorni ad un altro letterato, al quale parimenti negai quel mio libercolo.

Le prime pagine di questo scrittuccio, dedicate a riflessioni istoriche relative al nesso fra i due idiomi, non hanno valore alcuno. Sono seguite (p. 15-31) dai confronti fonologico-grammaticale e lessicale. La esposizione ed il ragionamento vi sono d’una puerilità nauseante e non v’è indizio alcuno di buoni studi”.

L’Ascoli proseguiva ripromettendosi di potere in futuro trattare l’argomento “con qualche maturità  di studio” e dichiarando: “nel 1846 ritenevo sinceramente che nessuno al mondo si fosse mai addato di qualsiasi parentela valaco-friuliana. Ma Carlo Cattaneo, nel suo articolo “Del nesso fra la lingua valaca e l’italianapubblicato negli annali di statistica del 1847 ( e scritto intorno al 1830, v. i suoi “Alcuni scritti” I, p. 192) aveva notato: << I pronomi personali (valachi) fanno (come in friulano), tu, noi e câne fa nel diminutivo cânuţiu simile al friulano cianut>>”.109bis

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Di particolare interesse quest’ultima affermazione che fa luce sulle supposte derivazioni dell’opera giovanile dell’Ascoli da quella del Cattaneo, in realtà nel 1846 sconosciuta allo studioso di Gorizia per sua stessa ammissione. La supposizione di una derivazione dal Cattaneo della teoria del sostrato linguistico che si credeva poter ritrovare nel saggio giovanile, si è basata in gran parte sulla lettera dell’Ascoli a Francesco Pullè, datata settembre 1898, ma pubblicata sulla “Nuova Antologia” del 16 giugno 1900,  in cui si rendeva onore all’ingegno ed alla dottrina del Cattaneo. Ma come ha dimostrato Sebastiano Timpanaro questo riconoscimento dei meriti del Cattaneo fatto dall’Ascoli a tanti anni di distanza era stato preceduto da divergenze e polemiche fra i due studiosi; oltretutto, ha ricordato ancora lo stesso Timpanaro, la teoria del sostrato da ritrovarsi non solo nel lessico ma anche nella fonologia risale ad un’epoca molto anteriore al Cattaneo, ai secoli XVI e XVII quando la formularono gli studiosi Francesi Pasquier e Du Cange. Per il Timpanaro inoltre l’Ascoli nel suo raffronto tra la lingua valacca ed al friulano dava più importanza al superstrato che non al sostrato, attribuendo le affinità fra le due lingue al fatto di esser stati i due paesi invasi dalle stesse popolazioni barbariche. Scriveva difatti l’Ascoli: “Se le stesse barbare irruzioni infestarono queste due contrade, chiaramente scorger potrassi che le lingue della Valacchia e del Friuli, nella loro più importante parte, esser dovranno una composizione della romana, mista agli idiomi delle stesse barbare famiglie, cui queste orde appartenevano, né più stupore recare ci dovrà, se immense somiglianze fra questa e quella troveremo”.

Da questa citazione può comunque ricavarsi come l’Ascoli ricordi, oltre alle influenze esercitate dai barbari invasori, anche un comune punto di partenza, la linguaromana”,  per cui è da ritenersi affermata nel giudizio ascoliano un’azione concomitante del sostrato romano e del superstrato barbarico.

In verità l’Ascoli, accostandosi al pensiero del Cattaneo nel periodo successivo al saggio giovanile, osserva sempre il Timpanaro, a partire dal 1867 fece propria la teoria del sostrato e vi aderì completamente nel 1886 con le postille alla terza lettera glottologica.

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In tal modo l’Ascoli manteneva il legame fra linguistica ed etnografia, quasi riprendendo il motivo oraziano del “Graecia capta”; ricorda  infatti il Timpanaro quanto il grande linguista affermava nel suo discorso al “XII Congrés des Orientalistes” del 1899:  “Una gente domataconquisa perde, in certe condizioni, la propria lingua, ma assoggetta la lingua del vincitore alle abitudini del proprio organo vocale” (Bulletin, n. 12, p. 6).110

Un’altra particolarità di questo studio ascoliano fu la proposta di adottare per il friulano l’alfabeto cirillico più ricco di fonemi al posto del latino; volendo prevenire le obiezioni dei Friulani, ostili agli Slavi, l’autore specificò trattarsi dell’alfabeto cirillico propriamente detto, cioè di quello usato dai Russi, e non “dell’illirico che adoperano gli Slavi vicini a noi” (pp. 34-35 e nota a p. 34). “Strana opinione” questa dell’Ascoli, secondo Carlo Tagliavini (“Concordanze e analogie fra rumeno e italiano, ne “Il Veltro”. Rivista della Civiltà italiana. Società Dante Alighieri”; n. 1-2 anno XIII febbraio-aprile 1969, pp. 241258).

Sulla scia dei giudizi negativi dati dallo stesso Ascoli sul suo lavoro giovanile,  il Goidanich lo definìpubblicazioncella di nessun valore”; affermazione perentoria in parte temperata dal riconoscimento che non era sfuggito allo studioso adolescente la discendenza dal comune sostrato etnico delle alterazioni fonetiche del friulano e della lingua valacca; questa importante intuizione dell’Ascoli non poteva essere offuscata da alcune comparazioni e derivazioni poi riconosciute errate, come l’aver egli ritenuto un avanzo di lingue germaniche la finale in “t” dei participi passati (“gehabt” in tedesco, “avut” in valacco, “vut” in friulano per l’italiano “avuto”) e la “d” tronca finale dei gerundi presenti (“schlafend” in tedesco, “dormind” in valacco, “durmind” in friulano, “dormendo” in italiano).111

Particolarmente acuta la successiva osservazione; l’Ascoli premetteva di aver raccolto voci valacche molto somiglianti alle friulane, restando sempre possibile trovarne molte altre, e dichiarava poi: “...ma quelle che io riporterò, vedrassi essere parole essenziali alla lingua familiare, alle arti più indispensabili…Però non ardiva mostrare al pubblico queste somiglianze di voci, che, quantunque avrebber abbastanza soddisfatto, tuttavia sempre avrebbero lasciato al lettore l’idea d’una fortuita combinazione, se regole importanti della Grammatica io non avessi pure avuto in appoggio della mia comparazione”. 112

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Due sono i punti da sottolineare: l’essersi affidato Ascoli per la sua ricerca non soltanto alle analogie lessicali, ma anche a quelle della struttura grammaticale, che non potevano essere ritenute frutto dal caso; l’aver citatoparole essenziali alla lingua familiare, alle arti più indispensabili”, e quindi è da presumersi di più lungo e frequente uso. Tale metodo sembra anticipare la teoria della circolazione delle parole, elaborata dal filologo romeno Bogdan Hasdeu, contemporaneo dell’Ascoli (morì nello stesso anno 1907).

In polemica con A. de Cihac, che aveva dimostrato la prevalenza nel romeno dei termini Slavi sui latini (“Dictionnaire d’étymologie daco-romane”; Francoforte 1870-1879), lo studioso romeno sostenne che le voci di origine latina, pur essendo meno numerose di quelle provenienti da altre lingue, avevano una maggiore importanza funzionale, in quanto usate più di frequente.113

Ed ancora, come notato dal Salvioni, non sfuggirono all’Ascoli le affinità esistenti pure tra friulano, francese, provenzale e spagnolo, oltre che tra friulano e romeno, mettendo così in chiaro l’esistenza di una famiglia linguistica neo-latina: "Non sarà già ch’io nieghi, che del francese, del provenzale, e molto dello spagnolo, esista nella lingua friulana”.114

Il Salvioni ricordava pure la capacità dell’Ascoli di correggere nell’età avanzata alcuni accostamenti fatti nell’opera giovanile, rivelatisi errati, come quello della posposizione dell’articolo, di cui si portava ad esempio la voce romenasoarele” (il sole), paragonata alla friulanasoreli”, derivata invece da “solichu”, da cui “soleil”, “soreli”.

Il giudizio complessivo del Salvioni sul lavoro giovanile dell’Ascoli era più sfumato e meno perentoriamente negativo di quello del Goidanich; definiva le osservazioni del giovanissimo autore prudenti ed ispirate al buon senso, ricordando che erano state ricordate da Ovidio Densusianu (“Histoire de la langue roumaine”, volume I, p. 231) e da Teodoro Gartner (“Dorstellung des römanischen Sprache”, p. 64).

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Per il Salvioni il saggio dell’Ascoli era “il remoto germe de’ Saggi ladini”;115 il discorso su questo lavoro dell’Ascoli è stato di recente ripreso da Federico Vicario, precisando che la finale in “t” dei participi passati in friulano ed in romeno dipende dalla perdita della vocale finale e non può essere assimilata alla finale in “t” del tedesco. L’autore inoltre pone in relazione lo scritto del 1846 con il successivo saggio del 1861 sulle “Colonie straniere in Italia”, che tratta fra l’altro la situazione linguistica degli “istro-Romeni”, definiti dall’Ascoli i “Valachi dell’Istria”. Vicario sottolinea che Friuli e Valacchia sono “le due varietà geograficamente più orientali della Romània continua”.

I Valacchi dell’Istria, stabilitisi nella Val d’Arsa, non erano secondo l’Ascoli i discendenti dei militi e coloni Romani inviati da Augusto, come sostenuto dal Combi e dal Kandler sul giornale triestino “L’Istria” (anno I, 1846, p. 12); erano invece profughi della Valacchia, scampati all’invasione turca, ed eredi quindi dei Romani inviati in Dacia da Traiano.116

Sull’origine dei coloni Romani in Dacia dell’età di Traiano, il Vicario osserva che dovevano provenire dall’Italia meridionale, i cui dialetti hanno molte somiglianze con il romeno; ma vi furono, è da ritenersi, anche coloni oriundi dalla “decima regio Venetia et Histria”, come attestano le concordanze tra il romeno ed il friulano.

In tempi molto più recenti, ricorda infine Vicario, cioè verso la fine dell’ottocento, ci furono pure contatti fra la popolazione del Friuli e quella della Valacchia, a causa della corrente migratoria indirizzata. 117

All’interesse per le affinità linguistiche tra il romeno ed il friulano si unì poi un sentimento di solidarietà  per  le  analogie  della   situazione  politica  ispirate  all’irredentismo: il Friuli-Venezia

Giulia ed il Trentino aspiravano ad unirsi all’Italia ed allo stesso modo i Romeni aspiravano a creare una “grande Romaniacomprensiva dei territori rimasti sotto il dominio austriaco (Transilvania, Banato, Bucovina) e russo (Bessarabia).

Una studiosa romena, Adriana Mitescu, ha sottolineato come Apostolo Bologa, protagonista del romanzo “La foresta degli impiccati” di Liviu Redeanu, sembra essere ispirato alla figura di Cesare Battisti, essendo l’autore suggestionato dalle analogie tra il martire trentino e suo fratello Emil Rebeanu, entrambi ex ufficiali dell’esercito austriaco e condannati all’impiccagione perché considerati traditori.117bis

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L’interesse e la simpatia dei Romeni per l’irredentismo italiano ed in particolare per quello friulano erano attestati sul piano politico dai giornaliTelegraful”, “Romanul” e soprattutto da “Romania liberaorgano degli esuli transilvani, e dall’associazione irredentistaCarpati”, come segnalava preoccupato l’ambasciatore austriaco a Bucarest in un suo rapporto del 23 gennaio 1883.

T. Gheorghe Djuvan considerava il Friuli punto d’incontro fra la latinità italiana e quella romena (“Istria, Dalmatia şi Friuli” – supplemento alla “Bibliografia Româna”, 1880, p. 165 e seguenti).

E le presenze friulane in terra romena, dovute all’emigrazione di muratori, contadini, artigiani oltre che di imprenditori e professionisti, ricordate dal Vicario nel suo saggio sugli studi dell’Ascoli sulla lingua romena, rinsaldarono i rapporti e le simpatie romeno-friulane. I vignaioli friulani stabilitisi vicino a Jassy e in Dobrugia lasciarono tracce della loro permanenza fondando il villagio di Jacobdeal e quello di Cataloi nella Dobrugia del nord, creato nel 1888 ed esistito fino alla prima guerra mondiale.

Analogamente emigrati bellunesi fondarono vicino a Craiova il villaggio dal nome significativo di “Taliani”.117ter Un indubbio segno di interesse da parte friulana per la lingua romena fu la raccomandazione agli Italiani di studiarla, fatta dall’ “Annotatore friulano” di Udine in una corrispondenza da Vienna del 19 febbraio 1857.

Anche da parte romena si manifestò interesse a confrontare friulano e romeno; il 27 settembre 1868, Vasile Alexandrescu Urechia, allievo di M. A. Canini, tenne alla Società Accademica Rumena la relazioneLimba friulană comparata cu limba română”, utilizzando il lavoro dell’Ascoli. Gianluigi Frollo, docente di italiano nell’Università di Bucarest, osservò in proposito nella sua operaLimba română şi dialectele italiane” (sic), che le affinità del romeno esistevano anche con gli altri dialetti ed idiomi Italiani.118

Il Cattaneo nel suo scritto “Del nesso fra la lingua valaca e l’italiana”, apparso nel 1837 sugli Annali di Statistica, aveva manifestato interessi da storico più che da linguista ed aveva dimostrato per il popolo moldo-valacco una viva simpatia, ispirata da una passione civile che lo

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portava a vedere in una lingua comune l’elemento essenziale per l’unità e l’indipendenza  di una Romania rinata, cui rivolgeva questo augurio: “Tutti i buoni faran voti che questo campo da tanti secoli isterilito si fecondi, che una nuova nazione ed una nuova lingua vengano ad accrescere il tesoro della civiltà; e sia sottratta a una vita infelice una stirpe la cui gloriosa origine sembra presagio di più avventuroso destino”.118bis

Nell’affermare l’importanza di una rinascita culturale, prima ancora che politica, di quel paese il Cattaneo sgomberava il terreno di ogni pregiudizio razzistico proveniente dalla secolare storia di oppressione e divisione che aveva afflitto la Valacchia e la Moldavia, affermando “ogni nazione è capace di gloria scientifica”:119 lo spirito di Dio soffia quando e dove vuole e non esistono popoli inferiori e superiori.

Questa visione storicistica non faceva però velo allo sguardo attento del Cattaneo, che così riassumeva la situazione dei Principati Danubiani: “Tra le nazioni che ad onta dei favori di una prodiga natura, ad onta  di  un  bel  cielo, di fertili campagne e di larghi fiumi, giacciono da secoli sepolte in oscura e misera esistenza, è l’antichissima gente valaca. Tra agitazioni senza gloria e sventure senza speranza, devastata a vicenda dalle orde barbariche e dagli eserciti inciviliti, ella vide cadere l’antica cultura, e rigerminare dai municipi italici più florida che mai, e diffondersi fin nell’ultimo settentrione; né mai le fu dato fra tanti rivolgimenti di mutar destino”.120

Ma non erano stati soltanto gli attacchi dall’esterno a causare quell’infelice sorte: il paese era stato dilaniato dalle contese tra le tante etnie presenti: “Ma non convivono in civile e sociale amistà; l’odio vicendevole, le diffidenze e il dispregio nutriti e perpetuati dalla diversità delle lingue, dei costumi, delle religioni, e dalla prepotenza da un lato che produce dall’altro il rancore, la degradazione e l’abbrutimento”.121

Principali vittime di questa situazione, dopo gli Zingari, erano i Valacchi, che, osservava il Cattaneo, nel loro tentativo di unificazione linguistica, si volgevanopiuttosto alle culte lingue romanze dell’Europa occidentale che ai rudi gerghi dei loro vicini”.122

L’autore metteva in guardia contro gli eccessi di una epurazione linguistica dettata da un purismo esasperato, nemico di ogni termine che non avesse origine latina, a cui si voleva quindi riportare ogni voce esistente: “l’accrescimento della lingua sul fondo latino, e la prevalenza delle voci che sono communi alle lingue più dotte verranno naturalmente da sé, col diffondersi degli studi e dell’incivilimento”.123

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Fra gli apporti di altre lingue il Cattaneo riteneva più numerosi ed importanti quelli provenienti dal greco e dalle lingue dei vicini popoli slavi (Moravi, Polacchi, Bulgari, Slovacchi, Croati), piuttosto che le derivazioni dalle lingue dei popoli invasori (Goti, Unni, Avari, Alani); a seguito di quelle invasioni erano scomparse le elites culturali dei Moldo-Valacchi, divenuti così un popolo di pastori e contadini.

Il Cattaneo comunque non si affidava ad improbabili automatismi storici con quell’espressione “verranno naturalmente da sé”: già la successiva affermazione che motore del progresso linguistico sarebbe stato il “diffondersi degli studi e dell’incivilimentosignificava il riconoscimento dell’azione umana quale necessaria e determinante condizione per il progresso. La compattezza   etnica  era  considerata  presupposto  necessario  per   la   creazione   di  una  lingua nazionale: “Prevarrà alla fine quel dialetto, quella grammatica e quella scrittura che dominerà dove sarà unita la maggior parte della nazione, con minor miscuglio di stranieri”. Protagoniste di questo risorgimento culturale (e di conseguenza politico) sarebbero quindi state la Valacchia e la Moldavia, dove già la lingua valacca era usata nell’amministrazione pubblica.124

La funzione trainante affidata a queste due regioni non comportava però l’esclusione dei Valacchi dispersi in altri paesi dalla possibilità di un progresso civile: anche quelli che facevano i pastori in Serbia, Macedonia, Tessaglia e fin nella regione del Pindo, detti Macedo-Valacchi o Curzo-Valacchi, potevano sperare in una loro promozione culturale e politica.125

Pur rifuggendo, come si è visto, da un purismo latinista spinto all’estremo, il Cattaneo propendeva decisamente per un ruolo privilegiato dell’elemento latino nella formazione della lingua nazionale. Fra  i tre alfabeti usati, il greco, il cirillico ed il latino , sosteneva l’adozione esclusiva di quest’ultimo “più commodo agli stranieri, e utile ai nazionali”, eliminando quindi l’uso  dell’alfabeto greco, ritenuto insufficiente, e del cirillico, troppo esclusivo e destinato quindi a causare l’isolamento culturale del paese.126

Le conoscenze di lingua romena del Cattaneo erano basate sulla grammatica valacca del Molnar (Vienna 1788) oltre che sulla grammatica di Giovanni Alexis, il cui nome era riportato dal Cattaneo come Alessi (“Grammatica daco-romana sive Valachica latinitate donata, aucta, ac in hunc ordinem redacta opera et studio Joannis Alexi clericiVienna 1826); l’opera dell’Alexis fu

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citata pure dal Leopardi nello “Zibaldone” (nota del 3 ottobre 1828), forse con l’intenzione di procurarsela; non si sa se tale proposito fu poi realizzato. L’opera del Cattaneo nel 1853  provocò la replica di due giovani studenti transilvani dell’Università di Padova, Iosif  Hodoş e Alexandru Papiu Ilarian, stimolati a rispondere dal loro ex maestro a Blaj in Transilvania, Simon Bărnutiu, apostolo dell’irredentismo transilvano, che nella scuola di Blaj aveva sostituito il romeno al latino come lingua d’insegnamento.

Costretto ad emigrare dopo la rivoluzione del 1848-49, Bărnutiu si era pure lui trasferito in Italia, frequentando da anziano studente i corsi di giurisprudenza a Pavia; nel 1854 rientrò in patria e fu docente di Filosofia e Diritto nell’Università di Jassy.

Alexandru Papiu Ilarian  era venuto a studiare in Italia per esortazione di Bărnutiu, di cui fu in seguito collega a Jassy, dove insegnò Diritto Romano e Diritto Penale. Dopo l’unificazione dei Principati nel 1861 divenne Procuratore generale della Cassazione e nel 1863 fu Ministro della Giustizia nel governo Kogalniceanu. In età ancora giovanile nel 1851-52, aveva pubblicato a Vienna la sua “Historia Românilor in Dacia superiore”, in due volumi sequestrati dalle autorità austriache che vietarono poi la pubblicazione del terzo volume già progettato. Nel 1861 Papiu Ilarian pubblicò un breve saggio su “L’indipendenza costituzionale della Transilvania”,  tradotto in italiano con prefazione di Giovenale Vegezzi Ruscalla (Torino 1862) ed in tedesco (Breslau 1862).

Josif Hodoş, cugino di Papiu Ilarian, fu pure lui politicamente impegnato, tanto da esser nominato nel 1848 Segretario dell’Assemblea dei Giovani Rivoluzionari. Dopo aver studiato legge a Vienna, si trasferì a Padova ed in seguito, rientrato in patria, fu autore della rinascita del “Rumenismo” in Transilvania; fu poi segretario dell’Accademia di Romania, di cui pubblicò il dizionario (1871-1876).

Questi gli interlocutori del Cattaneo: interlocutori indiretti, in quanto la loro lettera, datata gennaio 1853, in cui esponevano le loro osservazioni, fu diretta ad un “vir clarissimus”, da identificare con l’abate Francesco Nardi professore di statistica e diritto canonico nell’ateneo patavino.

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Anche se dissentivano su alcuni punti dello studio del Cattaneo, i due giovani transilvani ne lodavano l’iniziativa, attribuendogli il merito di essersi occupato del romeno, di cui raccomandavano lo studio agli Italiani, in quanto utile a risolvere i problemi della loro lingua e dei loro dialetti, essendo rimasto vicino al latino, non subendo contaminazioni da parte delle lingue barbariche e mantenendo i Romeni un’integrità etnica a causa del rifiuto di nozze miste e dell’avversione per Serbi e Magiari: “Hinc est quod linguae tot barbarorum nullum plane vel in materiam vel in formam nostrae linguae influxum exercuerint”; anche se alcuni termini barbarici erano entrati nella lingua romena, questa aveva conservata intatta la struttura sintattica del latino:

Formam linguarum Italiae conservavit”. Inoltre, i termini barbarici erano usati con minor frequenza di quelli latini (veniva così adombrata quasi la teoria della “circolazione” di B. P. Hasdeu) e per determinare l’identità di una lingua aveva importanza maggiore la struttura che non il lessico; ed il romeno, come riconosciuto anche dal Cattaneo, era la lingua più simile all’italiano ed ai suoi dialetti: “In hoc respectu nulla romanorum linguarum quantum lingua daco-romana, ne ipsae quidem, ut Cattaneus testatur, nonnullae vestrarum innumerorum dialectorum”. Era poi rivendicata l’unità linguistica dei  Moldo-Valacchi, restando sottintesa così anche quella politica: “Distinctio vero inter linguam Rumanam et Moldavam plusquam absurdissima est; ego solum ne imaginari quidem possum undenam hoc absurdum provenit”.

L’identità nazionale dei Valacchi di Transilvania era stata preservata appunto da questa purezza della lingua, strumento di una rinascita politica, per cui c’era sempre stata opposizione ai tentativi di imporre l’uso dell’ungherese. Altro merito riconosciuto al Cattaneo era l’essersi egli occupato non solo degli aspetti linguistici, ma anche di quelli storici, politici e religiosi dei Valacchi di Transilvania.

La fede ortodossa aveva comportato l’uso nel culto del greco e dello slavonico, rimasto comunque un linguaggio tecnico limitato al campo religioso: “Alioquin enim RomaniSlavis semper poenitus separati vixerunt vivuntque”. Papiu Ilarian e Hodoş  polemizzavano però con il Cattaneo per la sua affermazione dell’inesistenza di uomini e fatti gloriosi nella storia dei Romeni e perciò senza mezzi termini davano dell’ignorante allo studioso italiano: “Cattaneus ait historiam nostram nulla facta gloriae produxisse; quod magnam historiae nostrae ignorantiam prodit”.

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I Moldo-Valacchi, ricordavano con fierezza i due giovani transilvani, avevano rappresentato una barriera a difesa dell’Europa contro le irruzioni dei barbari e poi dei Turchi. E nel campo culturale tra i Romeni non c’erano stati soltanto autori di opere filologiche e grammaticali; era ricordata l’opera di un grande storico come Dimitrie Cantemir e bisognava pure ricordare come, secondo l’affermazione dello stesso Cattaneo, la mancanza di libertà abbia sempre ed ovunque impedito il fiorire della cultura: “Apud nos quoque funestissimae nostrae relationes politicae vix linguae studia nostris doctis concessere”. Se Cattaneo avesse tenuto presente quella infelice situazione della Moldavia e della Valacchia, avrebbe dato un giudizio meno severo sulla loro cultura: “Haec si Cattaneus spectasset, prout super lingua doctissima fert judicia, ita super literaturam quoque daco-romana mitiorem adminus tulisset sententiam”. 126bis

Ma, fuori dall’Italia, si levavano voci per negare la latinità del romeno, tanto decisamente sostenuta dai due giovani transilvani.

Uno storico tedesco, il Sulzer, autore della “Geschichte des transalpinischen Dacien” (“Storia dei Daci Transalpini”), vissuto a lungo nelle città Sassoni della Transilvania, affermava che i Valacchi erano in tutto simili agli Slavi nell’abito, nelle danze popolari, nella musica, nella religione, oltre ad avere un lessico composto in gran parte da voci slave. Inoltre, come aveva constatato, esisteva una diffusa simpatia per i Russi da parte dei Moldo-Valacchi; simpatia che l’autore attribuiva alla comune etnia slava.

Per contro un viaggiatore italiano, l’abate Francesco Nardi (il “vir clarissimus” cui PapiuIlarian e Hodoş avevano indirizzato la lettera con la replica a Cattaneo), recatosi nei Principati Danubiani nel 1852 metteva in risalto le somiglianze anche fisiche tra Valacchi ed Italiani. Scriveva difatti: “…la gente, è come tutti sanno, un ramo del gran ceppo latino ma staccato da tanti secoli, e quasi inaridito fra nazioni straniere. Il valacco ha tinta olivastra, occhi vivacissimi, e porta chiaro il marchio delle forme latine, anzi in quelle popolane trovi meravigliosa rassomiglianza colle trasteverine. Il linguaggio è anch’esso quasi tutto latino, e le radici slave non sommano a un quinto”. Il  Nardi concludeva il confronto lamentando che “…la lunga e dura schiavitù e la povertà cancellarono nel valacco gran parte di quei nobili istinti dei legionarii di Traiano”.126ter

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Ancora un altro storico di area germanica, il Rösler, autore dell’operaDas Vorrömanische Dacien” (“La Dacia preromana”), pubblicata a Vienna nel 1864, negava la derivazione del nomeRomeni” dall’antica Roma colonizzatrice della Dacia; il nome sarebbe invece derivato dall’esser stati i Moldo-Valacchi sudditi dell’impero bizantino, venendo allora definitiromaioi”, termine adoperato pure per designare i Bulgari ed i NeoGreci, i cui territori, una volta passati a far parte dell’impero ottomano, avevano preso il nome di Rumelia.

A questa ricostruzione storico-linguistica si oppose Franz Miklosich, obiettando che “romaioiera forma greca, ben  distinta  dalla latinaRomani”, risalente  all’epoca classica. Ed  inoltre dal latinoromanusera derivato il termineromancio”, affine alla voceromeno”, usato per indicare gli abitanti del cantone svizzero dei Grigioni, dove sicuramente non potevano esserci state influenze bizantine.

Un linguista italiano, Napoleone Caix, riassumeva questa disputa sulla contestata latinità romena in un articolo sulla “Nuova Antologia”.127

Caix partiva dall’affermazione che una lingua è la prova più sicura di una identità nazionale: il romeno aveva una struttura grammaticale analoga a quella del latino e non si poteva quindi dubitare che fosse una lingua neo-latina, per quanto numerose potessero essere le voci di origine greca, slava o turca presenti in esso, poiché “…la grammatica, ossia la parte formale della lingua, si attiene a ciò che ci ha di più intimo e speciale nelle attitudini e nello spirito nazionale…” Era un

argomento già usato dall’Ascoli nel saggio del 1846 sulle affinità tra friulano e lingua valacca. Caix proseguiva affermando “…la grammatica essenzialmente latina, e la metà del lessico, pure latino, del rumeno, provano come il nucleo della nazione sia composto di elementi Romani, mentre il gran numero di vocaboli slavi dimostra l’antica e continuata influenza della stirpe slava nel paese…”

L’influenza di una lingua sull’altra, parlate entrambe in territori contigui, era riconosciuta anche da Baudoin de Courtenay, che, in perfetta sintonia cronologica e concettuale con Caix, affermava: “…la necessaria influenza mutua delle lingue geograficamente avvicinate, benché anche totalmente diverse nella loro origine, attribuisce a tutte queste lingue una impronta comune, mentre ognuna di loro pur conserva le sue particolarità individuali, ereditate dai tempi anteriori, naturalmente solo finché non si farà una piena mescolanza a vantaggio della più forte”.128

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Si trattava cioè di uno di quei fenomeni di affinità indipendenti da una parentela genetica, compresi sotto il nome tedescoSprachbund”, reso in italiano con “Lega linguistica”.

Concetto ripreso da Giovanni Nencioni definendoloconvergenza”: “Nel concetto di parentela elementare rientra anche quello di evoluzione parallela o convergenza, che si ha quando due lingue geneticamente diverse, sviluppatesi nello stesso ambiente ne risentono talmente l’influenza da livellarsi reciprocamente in più parti del loro sistema”.129

Baudoin de Courteney parlava di una “influenza mutua”, Nencioni di un “livellarsi reciprocamente” delle lingue a contatto; non si tratta quindi di un processo a senso unico, in cui il romeno figuri soltanto come debitore di prestiti linguistici da parte delle lingue slave e rimane indiscutibile la sua diversa origine.130

Le prese di posizione favorevoli o contrarie alla latinità della lingua romena sono chiaramente soggette ad influssi politici. Ma tali influssi possono essere a volte fuorvianti e sono continuati, accentuandosi, nel periodo in cui vigeva in Romania il regime comunista; durante il quale si è voluto dare maggiore risalto al sostrato dacico della lingua romena e si è definitomoldava” e non “romena” la lingua parlata in Bessarabia, divenuta col nome di “Moldavia” una delle repubbliche sovietiche, al fine di declassarla a parlata regionale, diversa dalla lingua dello stato romeno.130bis

Erano però destinati a fallire i tentativi di negare l’origine latina del popolo e della lingua romena, attuati da storici Tedeschi già nell’ottocento e poi ripresi durante il regime comunista in Romania, successivo alla seconda guerra mondiale.

Alle prime sporadiche testimonianze a sostegno della discendenza romana dei Moldo-Valacchi, verificatesi prima del XVII secolo nei Principati, era difatti subentrata una coscienza nazionale sempre più diffusa e radicata.

Significativa in tal senso fu la sostituzione del romeno allo slavo nella liturgia nel corso dei secoli XVI e XVII, dopo qualche isolato tentativo risalente addirittura al ‘400, come dimostrato dal Salterio di Schkeia e dagli  Atti degli Apostoli compresi in un manoscritto rinvenuto a Voronetz.131

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La definitiva affermazione del romeno nel culto è stata dapprima attribuita ad influssi di altre Chiese o movimenti religiosi. Per Nicolae Iorga l’innovazione era dovuta ad un influsso hussita, considerato che i testi sacri in lingua romena erano stati stampati a Brasov dal diacono Coresi prima dell’introduzione della riforma luterana in Transilvania.132

A tale affermazione si è controbattuto che mancano documenti sulla diffusione del movimento hussita in Transilvania e nel Maramures prima di quello luterano; due storici romeni, Ovid Densuşianu e Alex Rosetti, hanno sostenuto la compatibilità della data di pubblicazione dei testi di Coresi, avvenuta negli anni 1559-1560, con l’inizio della presenza luterana in Transilvania, verificatosi attorno al 1532.133

Per il Barbulescu invece l’uso del romeno nella lingua sarebbe frutto della propaganda cattolica, sempre attiva nei Principati Danubiani, come dimostrerebbe l’uso della formulafilioque” per indicare la derivazione dello Spirito Santo da Dio padre e dal Cristo suo figlio, formula rifiutata dagli ortodossi.134

Tale argomento non può però considerarsi decisivo, in quanto la formula era usata anche da hussiti  e  luterani. Tutte  queste  ipotesi  concordavano  nel  far  dipendere da un influsso straniero l’uso del romeno nella liturgia. Si è opposto a tale interpretazione Petru P. Panaitescu, secondo il quale ogni innovazione linguistica nella liturgia è sempre dipesa da esigenze politico-religiose locali; così era stato per la liturgia in slavo di Cirillo e Metodio, derivante dalle necessità politiche degli Slavi di Moravia in lotta con i nobili tedeschi sostenuti dalla Chiesa cattolica, fedele sempre al latino come lingua del culto; ed anche le riforme di Huss, Lutero e Calvino erano state ispirate della situazione politica locale. Lo stesso, ha affermato Panaitescu, doveva essere avvenuto per l’introduzione del romeno, al posto dello slavo, nelle cerimonie religiose.135

Ipotesi che sembra confermata da due versi del metropolita di Moldavia Dosoftei, autore della “Psaltirea in Versuri”, traduzione in romeno dei Salmi biblici, apparsa nel 1673. Si chiedeva il metropolita :

Nemul teri Moldavi de unde derada?

Din terra Italii, tot Omul se crede”.

(“Donde proviene il popolo della terra moldava?

Dalla terra d’Italia, ogni uomo lo creda”).

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Questa convinzione dovette quindi spingere all’uso del romeno nel culto, per affermare una propria identità culturale e nazionale di provenienza romana.

Dosoftei, protagonista di tale innovazione linguistica assieme al precedente metropolita di Moldavia, Varlaam, ed al metropolita di Transilvania, Simion Stefan, fece seguire nel 1682-1686 alla traduzione dei Salmi la “Viaţa Svîntila (“Vita dei Santi”), divenuta una lettura cara al popolo, quasi fosse una raccolta di fiabe e leggende.

Con Dosoftei la lingua romena acquistò un valore letterario; le sue opere non sono semplici documenti linguistici, ma testi artistici, venendo superate le difficoltà di una lingua fino ad allora priva di esperienze poetiche.

Contemporanea alle opere di Dosoftei in Moldavia fu in Valacchia la traduzione della Bibbia, avvenuta a Bucarest nel 1688 sotto il principe Şerban Cantacuzeno e perciò nota come “Bibbia lui Şerban ”.

Il principe affidò la traduzione in romeno ai fratelli Şerban e Radu Greceanu, che utilizzarono precedenti traduzioni, fra cui quella di Nicolae Milescu, citando brani dei loro predecessori, per cui l’opera appare quasi il risultato di un’attività collettiva.

Iorga ha giudicato la Bibbia di Şerban il primo documento letterario ad uso di tutti i Romeni, di importanza pari a quella avuta per i Tedeschi dalla traduzione della Bibbia di Martin Lutero, portando all’adozione della lingua parlata in Muntenia come base della lingua letteraria.136

Ma non furono soltanto i testi religiosi in romeno a segnare gli inizi di una lingua letteraria  in Moldavia e Valacchia. La presa di coscienza della propria individualità e, di conseguenza, l’uso del romeno a fini culturali e non più soltanto per le necessità quotidiane, si affermarono anche nell’opera dei cronisti moldavi Grigore Ureche (1590-1647) e Miron Costin (1633-1691).

Entrambi sostennero le origini latine del loro popolo e della loro lingua ed entrambi studiarono in Polonia, dove si era diffusa la cultura umanistica italiana attraverso le scuole dei gesuiti, modellate su quelle italiane, e frequentarono l’Università di Cracovia, divenuta un centro dell’Umanesimo italiano con Filippo Buonaccorsi e la  sua cerchia culturale.

Grigore Ureche discendeva da una nobile ed antica famiglia: una tradizione riportata da uno storico successivo, Dimitrie Cantemir, la voleva legata da parentela con Mattia Corvino. Tradizione  suggestiva, ma  non  confermata da documenti; comunque già agli inizi del ‘400 era nota l’esistenza della famiglia, il cui nome originario risentiva di influssi latini: era difatti Aurecles (dal latinoauricula”, orecchie), poi trasformato in Urechi o Ureche; il padre del cronista, Nestor Ureche, nel 1606 era granvornic” (governatore) di Moldavia.137

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Anche Grigore Ureche ebbe importanti incarichi, arrivando ad esserevornic” come lo era stato suo padre. Le occupazioni politiche ed amministrative non lo distolsero però dalla ricerca storica, da cui ebbe origine la sua operaLetopiseţul Tării Moldovei” (“Cronaca della terra moldava”), scritta negli anni 1643-1647, narrazione degli eventi storici di Moldavia dal 1359 al 1594. Fonti dell’opera furono la cronaca del polacco Bielski e l’”Atlas sive cosmo-graphicae Meditationes” di Gerardo Mercator.

Il testo pervenutoci non è l’originario, ma quello curato da Simion Dascălul (nome derivante da “dascal”, maestro di scuola), con interpolazione di passi del teologo e giurista Eustrato, dello stesso Dascălul, del monaco Michail Mirzacul e di Miron Costin, il cronista continuatore dell’opera di Ureche.138

L’autore accettava l’etimo proposto da Pio II, secondo cui il nome Valacchia sarebbe derivato dal console  romano  Flacco, da cui  Flacchia  e  poi  Valacchia, ma  escludeva che questa derivazione

potesse riguardare anche la Moldavia, nome per cui proponeva una non meno fantasiosa etimologia. Moldavia sarebbe derivata da Molda, nome della cagna di un cacciatore che avrebbe inseguito un toro selvatico fino alla pianura adiacente un fiume che fu perciò detto Moldava, nome passato poi alla regione; l’antico stemma della Moldavia, raffigurante appunto la testa di un toro, confermerebbe l’episodio.

Passando poi ad esaminare origine e natura della lingua parlata in Moldavia, Ureche affermava che essa era la mescolanza di varie lingue; anche se i Moldavi discendevano dai Romani, la loro lingua aveva preso a prestito termini delle lingue dei popoli vicini. A conferma di tale affermazione Ureche citava molte voci di origine latina (“piné” da “panis”; “carne” da “caro”; “muiere” da “mulier” ed altre ancora), ma anche termini di origine diversa, come “prag” dal polaccoprog” (la soglia della porta).139

Era poi significativa di una chiara coscienza dell’identità nazionale l’attribuzione dell’origine latina anche ai Valacchi dell’Ungheria e della Transilvania.

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Ureche aveva una visione religiosa della storia; attribuiva difatti alla giustizia divina la sconfitta inflitta dai Moldavi a Mattia Corvino  e la vittoria di Stefano il Grande sui Turchi. Egli si proponeva un fine morale e didattico, per cui si sforzava di essere obiettivo, sottoponendo ad analisi critica le sue fonti ed adoperando uno stile misurato, privo di trionfalismi, anche nel riferire vittorie moldave.

L’opera di Ureche trovò un continuatore in Miron Costin, che, come il suo predecessore studiò in Polonia, dove visse da esule in età giovanile, a causa dei dissensi politici della sua famiglia con il sovrano. Rientrato in patria, ebbe importanti incarichi e fu di nuovo in Polonia negli anni 1683-85, fatto prigioniero assieme al principe di Moldavia Gheorghe Duca. Recuperata la libertà, rientrò in patria e vi finì tragicamente i suoi giorni. Suo fratello, Velico Costin, fu implicato in una congiura ordita contro il principe Constantin Cantemir e questi nel 1691 fece uccidere entrambi i fratelli, anche se non risultava essere Miron uno dei cospiratori.

L’opera di CostinLetopiseţul ţarii Moldovei de la Aron vodă incoace” (“Cronaca della Moldavia dal Voivoda Aron in poi”) iniziava esattamente dal punto in cui si era interrotta la cronaca di Ureche, cioè dal 1515, arrivando al 1661. L’autore utilizzò fonti orali moldave e fonti scritte polacche, in particolare la “Chronica gestorum singularium” del vescovo Paolo Piesecki.

Degli avvenimenti svoltisi negli anni 1653-1661 Costin aveva diretta conoscenza, poiché vi aveva preso parte. In occasione della guerra contro i Turchi la Moldavia, in base alle antiche capitolazioni, avrebbe dovuto combattere a fianco dell’impero ottomano; ma, cedendo alle pressioni del papa  e di Venezia, si  schierò  invece  con le  Potenze cristiane. Si crearono allora in

Moldavia due opposti schieramenti, uno sostenitore dell’alleanza con la Porta, l’altro assertore invece dell’adesione alla guerra della Cristianità contro i Turchi. La vittoria definitiva, dopo i primi effimeri successi cristiani, andò ai Turchi ed in Moldavia molti degli avversari della Porta furono uccisi o esiliati.

Nel descrivere questi avvenimenti Costin dimostrò un grande equilibrio critico, svolgendo un’acuta analisi dei fatti storici fin da quelli più remoti; respinse l’origine del nome Valacchia da Flaccus, accolta da Ureche, sostenendone invece la derivazione dal termineVlach”, usato per indicare anche gli Italiani.

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La sua visione storica era improntata al pessimismo, avendo ben presente la precarietà della sorte umana; lo dimostrava la fine infelice di personaggi importanti come Vasile Lupu, principe di Moldavia. Costin tendeva a generalizzare le sue osservazioni su singoli episodi, commentandole con aforismi e considerazioni tratte dalla Bibbia o dai classici, in particolare da Plutarco.

Era però poco accurato nelle sue citazioni latine, spesso non riportate dal testo originale, ma desunte da oltre opere; la sua lingua aveva toni aulici, lontani da quella popolare, peraltro a lui ben nota, poiché a volte citava detti tradizionali.

Costin era animato da un vivo senso patriottico; in un’altra sua opera “De Neamul Moldovenilor”(“Sull’origine dei Moldavi”) polemizzò contro la leggenda inserita da Simion Dascălul nella cronaca di Ureche, secondo cui i Romani inviati da Traiano a colonizzare la Dacia erano delinquenti venuti in aiuto del re d’UngheriaLadislao. Tesi demolita da Costin, facendone osservare l’evidente anacronismo, poiché tra il tempo di Traiano e quello di Ladislao erano trascorsi circa otto secoli.

Meno fondata era invece l’affermazione di Costin, negata dalla moderna storiografia, che la discendenza dei Romeni era unicamente latina, poiché i Daci erano stati completamente sterminati dai Romani.

Per Costin era comunque confermata l’origine latina dei Moldavi, attestata sia dalla loro lingua che dal nomeroman” ad essi attribuito. Già altri, come il metropolita Dosoftei, l’avevano detto in

precedenza, ma, come osservato da Nicolae Iorga, Costin lo sostenne con prove scientifiche collegate fra loro, e non con semplici accenni privi di argomentazioni ben sviluppate e logicamente coordinate. Qualità che hanno meritato a Miron Costin un positivo giudizio: Alexandru Pisu, in particolare, l’ha definito il Tito Livio della Romania.140

La narrazione dei fatti storici della Moldavia fu poi continuata da Nicolae Costin (1660-1712), figlio di Miron, autore della  “Letopiseţul Ţarii Moldovei de la Stefàn sin Vasìle Vódă” (Cronaca della Moldavia a partire da Stefano figlio del principe Basilio”), dedicata al periodo 1661-1711.

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La ricerca storica sulle origini del popolo romeno e della sua lingua non fu limitata alla Moldavia. In Valacchia Constantin Cantacuzeno, dettostolnicul” (il siniscalco), già studente a Padova ed autorevole consigliere di corte, compose la “Istoria Ţarii Rumânesti” (Storia della terra Romena), fonte importante per gli storici successivi, affermando ancora una volta l’origine romana del suo popolo.

Era significativo che il titolo fosse riferito alla Romania, e non più ad una sola regione, come nel caso dei cronisti della Moldavia.

Ma lo “stolniculva ricordato anche per la sua attività di organizzatore culturale, durata molti anni. Rientrato in patria dopo gli studi a Padova, fu l’ispiratore della politica culturale del suo fratello maggiore Şerban Cantacuzeno, principe di Valacchia, cui suggerì nel 1680 la fondazione dell’Accademia di Bucarest, primo nucleo della futura Università. Al successivo principe Constantin Brancoveanu (di cui era pure parente, essendo suo zio), ispirò un orientamento culturale filo-italiano nel campo dell’architettura, creandosi uno stile dettobrancovenerecmisto di arte bizantina e barocca italiana, attuato nel giardinaggio (si diffusero i giardini “all’italiana”), nella letteratura, nella vita stessa di corte, modellata su quella dei casati principeschi Italiani.

Il Cantacuzeno ebbe un’ottima conoscenza dell’italiano, come appare dal suo carteggio con il Marsili, rivoltosi a lui per avere informazioni utili alla sua operaDanubius Pannonico-Moesius”.141

La tradizione storiografica moldava dopo Ureche e Costin proseguì con un autore destinato a divenire il più noto ed apprezzato anche all’estero: Dimitrie Cantemir (1674-1723), figlio di Constantin, il principe di Moldavia che nel 1691 aveva fatto uccidere i fratelli Costin.

Dimitrie fu sul trono di Moldavia in due occasioni, ma sempre per brevi periodi. Tornato in Moldavia nel 1692 da Costantinopoli, dove aveva studiato, nel 1693, non ancora ventenne, fu principe per un mese soltanto, poiché la Porta non lo riconobbe, a causa degli intrighi del principe di Valacchia, Constantin Brancoveanu, grazie ai quali suo genero, Constantin Duca, ottenne il trono di Moldavia. Ma fu per breve tempo: a sua volta Constantin Duca perse il trono nel 1695, venendo sostituito da Antioco Cantemir, fratello di Dimitrie, inviato a Costantinopoli, ambasciatore presso il Sultano.

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Il Regno di Antioco durò fino al 1705, anno in cui tornò ad essere sovrano di Moldavia Constantin Duca, sostituito poi da Michail Racoviţa. Dimitrie rimase ambasciatore a Costantinopoli fino al 1710, quando fu rimesso sul trono di Moldavia dal governo turco; ma ancora una volta il suo Regno durò poco. Gli fu infatti fatale l’esser passato dalla parte di Pietro il Grande, che aveva mosso guerra al sultano. L’esito del conflitto fu avverso allo zar e quindi Dimitrie nel 1711 fu costretto a rifugiarsi in Russia, accolto con grandi onori sia per essere stato alleato della Russia, sia per i suoi meriti di studioso, riconosciutigli anche in Germania, venendo nominato principe del Sacro Romano Impero e membro dell’Accademia di Berlino.

L’attività di orientalista di Dimitrie Cantemir culminò nella “Historia incrementorum atque decrementorum Aulae Otomanicae” (“Storia dei successi e delle sconfitte del governo ottomano”), composta negli anni 1715-1716, nota in Europa grazie alla traduzione in inglese fattane nel 1734 dal Tindal.

Alla sua terra Cantemir dedicò varie opere: nel 1716 compose la “Vita Constantin Cantemyrii”, il principe suo padre; seguì nel 1717 la “Descriptio Moldaviae” (“Descrizione della Moldavia”), scritta per incarico dell’Accademia di Berlino e pubblicata postuma nel 1769; e poi, sempre per conto dell’Accademia, la “Chronicul Vechimei RomanoMoldovlahilor” (“Cronaca dell’antichità dei Moldo-Valacchi latini”) rimasta inedita fino all’ottocento.

Il problema delle origini dei Moldo-Valacchi era affrontato da Cantemir nella “Descriptio Moldaviae”e veniva risolto accogliendo l’opinione ormai consolidata di una discendenza latina:

“Iam vero, uti semper, per tot quae Traianum et nos intercedunt, saecula propagatum conservatunque fuerit Romanum in Daciam genus, longa deductione demostrare non est praesentis instituti: unicum dubitaturis obiicimus argumentum dialectum Moldavicam quam ulla alia ad Romanum sermonem accedat…”142

Sulla lingua parlata in Moldavia e sulle sue origini Cantemir tornava in seguito più diffusamente, ricordando che al  riguardo esistevano due tesi: la discendenza dal latino e quella dall’italiano.

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Prendeva subito posizione per l’origine dal latino, osservando che le colonie romane erano state fondate in Dacia molto tempo prima delle invasioni barbariche corrutrici del latino e non essendo dimostrato un successivo insediamento italiano in Dacia, ne derivava l’impossibilità di un’origine della lingua dei Moldavi dall’italiano.

Inoltre i Moldavi non si erano mai detti italici, ma Romani; ed il nomevlachusato da Polacchi ed Ungheresi per designare sia gli Italiani che i Moldo-Valacchi doveva esser passato ai primi dai secondi, per i quali doveva prima esser stato adoperato, essendo essi meglio noti sia in Polonia che in Ungheria per la maggior vicinanza geografica.

Un altro argomento Cantemir citava ancora a sostegno della sua tesi: “Tertium et potissimum pro ea sententia argumentum est, quod in moldava lingua plura adhuc vocabula latina inveniantur, quae italica prorsus ignorat, vicissim nomina et verba a Gothis, Vandalis et Longobardis in Italorum sermonem introducta penitus fugiat moldava”.

Vari esempi erano citati al riguardo dal cronista moldavo: in italiano esisteva il terminebianco”, il cui corrispondente  moldavo  eraalb” dal latinoalbus”; in italiano esisteva la vocesignore”, in moldavo vi corrispondevadomn” dal latinodominus”; il termine italianoparolacorrispondeva al moldavovorba”, derivato dal latinoverbum”; il moldavovenatderivava chiaramente dal latinovenatio”, mentre per l’italianocaccia” tale derivazione non esisteva. Differivano inoltre l’italiano ed il moldavo per l’uso dell’articolo, precedente il sostantivo in italiano, posposto invece nella lingua della Moldavia.

E se alcune voci moldave avevano origine italiana (come “czerc” da “cerco”) esse erano entrate in uso per i contatti commerciali avuti con i genovesi durante il Medio Evo. Ed in quanto ai termini esistenti nella lingua moldo-valacca cui non poteva attribuirsi un’origine dalle lingue dei popoli vicini, Cantemir li faceva risalire all’antico sostrato dacico; osservava ancora l’autore che vi era una varietà di dialetti locali soggetti a varie influenze a seconda della collocazione geografica: influenze polacche nella zona di Tyzate, ungheresi in Transilvania, greche a Galatz, albanesi e greche presso i Cutzo-Valacchi della Macedonia.143

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Dell’origine della popolazione moldava Cantemir si occupò pure nella “Cronaca dei Moldo-Valacchi latini”, ricordando le varie ipotesi fino ad allora fatte.

Alcuni attribuivano all’età di Augusto l’arrivo in Dacia dei Romani guidati dal console Flacco, da cui sarebbe venuto il nome Flacchia, poi divenuto Valacchia; per altri autori i Valacchi sarebbero venuti dall’ Italia, senza però indicare la data del loro arrivo; altri ritenevano essere i Valacchi gli stessi antichi abitatori della regione, cioè i Daci, sconfitti ma non sterminati dai Romani, di cui avevano preso il latino mescolandolo alla propria lingua.

Cantemir rifiutava tutte queste opinioni, affermando: “Universalem (autem) et probatiorum authorum opinionem dicimus esse eam, quae decernit Valachiam modernam gentem a legionibus civibusque Romanis oriundam, quosque Ulpium Traianum, debellatis prorsuque extirpatis Dacis, non solum per totam Daciam, sed (etiam) nonnullos in Mysia collocasse veterum scriptorum perhibent monumenta…”

La prova regina era costituita per Cantemir dalle voci della lingua moldo-valacca derivanti dal latino più antico, parlato ai tempi di Traiano e conservatosi nei secoli.144

Presenza latina conservata anche nel periodo bizantino, poiché, sottraendosi alle feroci invasioni degli Sciti, i discendenti di Roma avevano trovato rifugio nelle zone di montagna: “…Valachos, qui eam Daciae partem (habitabant), quam hodie Moldavi et Montani incolunt, ob ingruenti(um) Scytharum saevam incursionem loca sua (campestria) deseruisse et ad montes locaque munitiora se recepisse author est Marinus”.145

Cantemir oltre a queste note sulla lingua e sull’origine dei Moldavi ci ha lasciato interessanti osservazioni relative alle particolarità ed agli usi della popolazione.

Nel ricordare quanto composita fosse la popolazione della Moldavia, l’autore dedicava una speciale attenzione alla condizione degli Ebrei: “Praeter Moldavos, quorum maiores e Maramorisz reversi sunt, plures Graeci, Albani, Serbi, Bulgari, Poloni, Cosaci, Russi, Ungari, Germani, Armenii, Iudaei, fecondique Cingari Moldaviam incolunt”.

Iudaei etiam subditi censentur, et tributum annuum peculiare, gravis ordinario solvere tenentur, opificium, praeter, mercaturiam et cauponariam, nullum exercent, sinagoga habere ubique possunt, ligneas tamen, non lapideas”.146

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Ma non erano soltanto le tasse più pesanti ad essi riservate ed il divieto di costruire in pietra le sinagoghe a complicare l’esistenza agli Ebrei. La loro vita stessa era minacciata dai Moldavi, resi feroci dalle guerre sostenute con gli invasori e pronti ad uccidere e saccheggiare senza esitazione: “…Turcam, Scytam et Iudaeum necare aut spoliare nullum peccatum, multo minus homicidium existimant”.147

Esistevano per fortuna isole di pace in quel mare di ferocia, poiché tutti potevano trovare rifugio ed ospitalità nei monasteri:“Quicumque enim eo venerit hospes, sive orthodoxus fuerit, sive Iudaeus, sive  Turca, site Armenus, non  solum  benevole  debet excipi, sed  et si vel per integrum annum ibi morari vellet, cum omnibus sociis et iumentis, quo secum habet, pro viribus  monasterii, sobrie, laute, idque sine ulla murmuratione ali et sustentari debet”.148

Ma il processo di formazione di una coscienza nazionale non si svolse soltanto in Moldavia ed in Valacchia.

Difatti un impulso decisivo per l’uso letterario ed ufficiale della lingua romena venne pure dalla Transilvania, dove esisteva una situazione difficile e complessa per l’intrecciarsi di motivi di contrasto nazionali, sociali, culturali, religiosi fra le varie etnie presenti nella regione. La coesistenza di Valacchi, Ungheresi, Sassoni, Szekeli (popolazione affine all’ungherese, di incerta origine, ma profondamente assimilatasi agli Ungheresi; nota anche col nome di “Siculi”), Ebrei, Zingari, Armeni era segnata dall’egemonia ungherese, fattasi sempre più oppressiva nei confronti dei Valacchi, regrediti via via verso una totale soggezione, pur essendo più numerosi. Nel ‘400 essi conservavano ancora una sostanziale parità di diritti con gli Ungheresi, tanto che alla riunione della Dieta a Cluj nel 1437 intervenne Paulus Magnus con il titolo di “Vexilifer universitatis Regnicolarum   Hungarorum  et Valachorum  in  partibus  Transilvanicis” (“Alfiere della comunità dei sudditi Ungheresi e Valacchi nelle regioni Transilvane”); e sempre nel secolo XV si affermarono personalità di origine valacca, come Giovanni Hunyadi, assurto agli incarichi più elevati, e suo figlio Mattia Corvino, divenuto addirittura re d’Ungheria e Transilvania.

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Ma tale situazione cessò ed alla grande maggioranza dei Valacchi fu impedita ogni possibilità di ascesa sociale, rimanendo essi poveri contadini oppressi dalla nobiltà magiara, con la quale fecero causa comune anche i nobili valacchi, più sensibili alla solidarietà di classe che a quella nazionale.

Anche la Chiesa greco-ortodossa, cui aderivano i Valacchi, si trovò in condizioni di inferiorità rispetto alle altre Chiese: la cattolica per tradizione seguita dagli Ungheresi, la luterana, la calvinista e la sociniana successivamente introdotte in Ungheria e Transilvania. Il culto greco-ortodosso fu difatti solo tollerato, mentre gli altri erano riconosciuti dall’autorità politica, come veniva stabilito dalle “Approbatae  Constitutiones”, raccolta delle leggi del  secolo XVII per le questioni religiose.

Una successiva legge del 1744 introdusse una grave discriminazione: solo ai nobili valacchi era riconosciuto lo status di cittadino e gli appartenenti alle classi popolari valacche ne erano esclusi, venendo considerati stranieri.

Il governo di Vienna non era di per sé ostile ai Valacchi; Giuseppe II, erede designato della madre  Maria Teresa, visitò la Transilvania nel 1773 e poi, divenuto  sovrano, vi fece ritorno nel 1783, rendendosi conto dell’insostenibilità della situazione. Nel tentativo di migliorarla aveva emanato nel 1780 un decreto che consentiva ai nobili valacchi di Transilvania l’accesso alle cariche pubbliche e poi nel 1783 un successivo decreto per migliorare le condizioni di vita dei contadini; pur non concedendo loro una completa emancipazione, il decreto limitava i poteri dei proprietari, che non potevano licenziarli senza una motivata sentenza né potevano più interferire anche nella vita privata dei contadini, costretti fino ad allora a chiedere il consenso dei proprietari se volevano sposarsi.

Non era molto, ma anche queste limitate concessioni rimasero pressoché inapplicate a causa del loro boicottaggio da parte dei nobili ungheresi.

Giuseppe II, impegnato nella guerra contro l’Olanda, aveva bisogno del sostegno della nobiltà magiara; fu quindi repressa con durezza dalle autorità imperiali la rivolta dei contadini contro i proprietari, guidata nel 1784 da Ursus Horia, giustiziato assieme agli altri capi rivoluzionari.

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Per assicurarsi il controllo della Transilvania il governo austriaco ricorse pure al fattore religioso, favorendo la conversione al cattolicesimo dei Valacchi ortodossi, molti dei quali per resistere alle pressioni governative si rifugiarono in Moldavia e Valacchia.

La Chiesa greco-ortodossa, già svantaggiata nei confronti di quella cattolica, si trovò in una condizione ancora peggiore dopo l’arrivo dei Sassoni protestanti, pur essi impegnati in una intollerante campagna di proselitismo rivolta non solo agli ortodossi, ma anche ai cattolici.

Con l’appoggio del governo di Vienna, che voleva contrastare i Sassoni luterani e gli Ungheresi calvinisti, nel 1697 il sinodo della Chiesa greco-ortodossa di Transilvania, sotto la presidenza del metropolita Teofilo (in carica dal 1692 al 1697) decise l’unione alla Chiesa cattolica, costituendo quella che fu detta la Chiesa Uniate: si mantenevano le particolarità esterne del culto orientale, ma si accettava la supremazia del papa, la credenza nel Purgatorio, la comunione con il pane azimo, la derivazione dello Spirito Santo da Dio padre e da Cristo suo figlio.

In cambio al clero uniate erano concesse le esenzioni fiscali e gli altri privilegi già goduti dal clero cattolico.

La formazione della Chiesa Uniate fu confermata dal successivo metropolita Attanasio Angelo (ebbe questa carica dal 1697 al 1714) nel sinodo del 1700, ottenendo dall’imperatore la promessa di parità dei diritti per gli uniati valacchi con quelli accordati ai Sassoni ed ai Magiari, che si sarebbero così trovati ad essere in minoranza nella Dieta.

La promessa, violentemente avversata da Sassoni ed Ungheresi, rimase sulla carta, nonostante gli sforzi del metropolita Innocenzo Micu (1730-1751) perché fosse mantenuta. Questi sforzi costarono al metropolita la destituzione da parte della Dieta ed egli fu per conseguenza costretto a rifugiarsi a Roma.

La Chiesa Uniate ottenne quindi soltanto privilegi per il clero, ma non benefici per i Valacchi, rimasti sempre in uno stato di inferiorità civile e politica.

Maria Teresa, per evitare scontri che dal campo religioso travalicavano in quello politico, dispose che i Valacchi ortodossi avessero un loro metropolita con sede a Sibiu e quelli uniati dipendessero invece da un altro metropolita residente  a Blaj.

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La Chiesa Uniate non procurò ai Valacchi suoi aderenti parità di diritti e non riuscì quindi ad evitare nel 1784 la sanguinosa rivolta contadina di Horia; ma giovò a promuovere un progresso culturale che contribuì alla formazione della coscienza nazionale moldo-valacca.

La Chiesa di Roma accolse difatti studenti valacchi della Transilvania, che ebbero perciò modo di compiere i loro studi nel centro della cultura classica e divenire orgogliosi della loro discendenza latina.

Nacque così il movimento latinista, affermatosi nella scuola uniate di Blaj.

Tra i principali esponenti del movimento vi fu Samuel Micu detto Clain (1745-1808), nipote del metropolita Innocenzo, , autore della grammaticaElementa linguae daco-romanae sive valachae”, in cui affermava l’origine latina dei Romeni, la necessità di sostituire l’alfabeto cirillico con quello latino, la derivazione della lingua moldo-valacca dal latino plebeo e non da quello letterario.

Studiarono  a Roma presso la congregazionePropaganda FideGheorghe Sincai (1754-1816) e Petru  Maior (1754?-1821); il primo dei due scrisse la “Hronica Românilor şi a mai mǚltor néamuri” (”Cronaca dei Romeni e di molti altri popoli”), cercando prove storiche e logiche dell’origine latina dei Romeni e mettendone a confronto la storia con quella dei popoli vicini.

Petru Maior sostenne, come Clain, l’origine del romeno dal latino plebeo e l’introduzione dell’alfabeto latino al posto del cirillico, riformando l’ortografia sul modello italiano; proseguì inoltre fino alla lettera H il dizionario etimologico romeno iniziato da Clain e nella “Historia pentru începùtul Românilor în Dacia” (“Storia per le origini dei Romeni in Dacia”) polemizzò con quanti erano contrari alla scuola latinista.

Alcune posizioni latiniste o italianeggianti della scuola di Blaj sono state criticate perché esagerate; ma la scuola indubbiamente contribuì al risveglio culturale della nazione romena, favorendo la nascita del movimento politico valacco in Transilvania e di conseguenza la formazione di una nazione romena.

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Sono infatti desunti dalle posizioni culturali dei latinisti molti argomenti posti alla base di un documento politico importante quale “il Supplex libellus Valachorum”, indirizzato nel 1791 all’imperatore Leopoldo II.

L’opera apparve a Jassy con un titolo che era il compendio delle richieste avanzate e delle loro motivazioni: “Repraesentatio et humillimae praeces universae in Transylvania Valachiae nationis se pro regnicolari natione qualis fuit, authoritate regia declarari, seque ad usum omnium iurium civilium, ex quo non lege, non iure, sed temporum dumtaxat iniuria cum initio praesertim  superioris saeculi exclusa est, reponi de genio supplicantis, Martio MDCCLXXXXIJassy 1791”.

Nello stesso anno si ebbe un’altra edizione intitolataSupplex libellus Valachorum Transilvaniae iura tribus receptis nationibus communia postliminio sibi adseri postulantiumClaudiopoli 1791149; l’opera è generalmente nota con le prime parole del secondo titolo, “Supplex libellus Valachorum”. L’affermazione preliminare della supplica ricordava il proposito dell’imperatore di difendere i diritti di tutti da ogni prepotente spoliazione e pertanto i Valacchi chiedevano il ripristino degli antichi loro diritti (“pristina iura”).

Si ricordava poi come i Valacchi fossero i più antichi abitanti della Transilvania ed avessero realizzato con gli invasori Ungheresi una pacifica convivenza, basata sulla parità dei diritti, accettando per loro re il capo degli Ungheresi, Tuhutum (“..jura civitatis utrique genti, Hungaricae scilicet et Valachiae, a tempore quo sub duce Tuhutum in unam sociatatem coluere communia erant…”).150

I Valacchi per primi si erano fatti ortodossi, seguiti poi da una parte degli Ungheresi, fra cui Gyula, nipote di Tuhutum, convertitosi a Costantinopoli. In seguito, dopo l’unione della Transilvania all’Ungheria, sotto il santo re Stefano, gli altri Ungheresi erano divenuti cattolici: la più antica Chiesa Transilvana era quindi la greco-ortodossa.

Si ricordava pure il ruolo eminente avuto nella storia ungherese dal valacco Giovanni Hunyadi, asceso alle più alte cariche e da Mattia Corvino, suo figlio, divenuto re.

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Nel 1500 erano state riconosciute quattro Chiese: la cattolica-romana, la calvinista-riformata, la luterana-evangelica, la sociniana-unitaria.

Non era ricordata la Chiesa greco-ortodossa, perché le leggi si occupavano soltanto delle nuove Chiese sorte con il distacco dal cattolicesimo: non erano quindi disconosciuti i diritti degli ortodossi con il silenzio delle leggi.

Leopoldo I e poi Maria Teresa avevano assicurato al clero uniate gli stessi diritti di quello cattolico e Giuseppe II aveva confermato tale parità di diritti.

Tutte queste norme avevano però avuto effetto limitato: il clero uniate ebbe alcuni privilegi, ma non tutti i diritti dei religiosi delle altre Chiese; il clero rimasto ortodosso non ottenne alcuna facilitazione.

E solo pochi fra i nobili valacchi, a condizione che non fossero rimasti fedeli alla Chiesa greco-ortodossa, potevano ottenere con difficoltà incarichi di importanza minore; una legge emanata nel 1744  non  riconosceva come cittadini i Valacchi  delle  classi  popolari: assurdamente era definita straniera la più antica popolazione della Transilvania. Le richieste di parità avanzate dai Valacchiproseguiva il “Libellus” – non costituivano uno svantaggio per le altre nazionalità; essi chiedevano soltanto di riacquistare i loro antichi diritti.

Le rivendicazioni dei Valacchi erano così specificate:

1.      Abolire le espressionitollerato”, “ammesso”, “non compreso fra le nazioni”,  riferite ai Valacchi.

2.      Considerare i Valacchi cittadini aventi gli stessi diritti di tutti gli altri, come stabilito nel 1437 dalla Convenzione di Cluj.

3.      Diritti per il clero ortodosso non aderente alla Chiesa Uniate, per la nobiltà e per le classi popolari valacche, analoghi a quelli delle corrispondenti categorie e classi sociali delle altre nazionalità.

4.      Assegnazione delle cariche pubbliche in proporzione alla consistenza numerica delle varie nazionalità.

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5.      Revisione della toponomastica: alle località in cui la popolazione valacca era maggioritaria, doveva esser dato un nome valacco; le altre località dovevano avere un duplice nome, ungherese e valacco ovvero sassone e valacco.

6.      Carico fiscale in base al reddito posseduto, senza discriminazione dovuta alla nazionalità.

Era di particolare importanza il punto, relativo all’assegnazione delle cariche pubbliche in proporzione al numero dei componenti le varie nazionalità, poiché i Valacchi avevano da soli la maggioranza assoluta.

In base al censimento del 1787 la Transilvania aveva 1.700.000 abitanti, di cui un milione circa erano Valacchi; essi assicuravano quindi il maggior gettito fiscale e si esprimeva perciò la speranza che l’imperatore accogliesse le loro richieste, che non avrebbero sovvertito l’ordine costituzionale.

La petizione fu un atto politico di grande importanza, basato su argomenti storici e di attualità; rappresentò una presa di posizione collettiva, non di singole personalità e fu una guida politica per più generazioni venendo ristampata nel 1834,1837,1847; al “Supplex Libellus” si ispirarono i rivoluzionari del 1848.

La petizione è stata valutata diversamente; per alcuni essa fu un documento progressista, di portata europea, essendo contemporanea ai grandi rivolgimenti della rivoluzione francese; altri invece l’hanno giudicata un atto retrogrado, rivolto a razionalizzare un passato feudale e basato su argomenti ingenui. Resta comunque il fatto che il movimento culturale e politico nato in Transilvania ebbe presto ripercussioni notevoli in Moldavia e Valacchia.151

Giovarono a diffondere ovunque  i nuovi fermenti culturali e politici maturati in Transilvania alcuni giornali nati in questa regione, ma circolanti in tutte le zone con popolazione moldo-valacca.

Nel complicato gioco politico dell’Austria, basato sul principio del “Divide et impera”, trovò posto l’appoggio dato da Vienna ai Valacchi della Transilvania, al fine di contrastare i Magiari sempre più riottosi nei confronti del governo asburgico. Non furono quindi opposte censure al giornale di Gheorghe BaritzFoaia Duminicei” (“Foglio della domenica”) sorto nel 1837 e ribattezzatoFoaia pentru minte, inima şi literatura”(“Foglio per la mente, l’anima e la letteratura”)   nel  1839, cui  era  unito  il   foglio   “Gazeta  Transilvaniei”, aperto  sostenitore

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delle aspirazioni dei Valacchi all’indipendenza; era affermata la loro origine latina e l’ininterrotta permanenza in Transilvania in polemica con gli Ungheresi che affermavano invece di essere stati i primi abitanti della regione, rivendicando perciò la legittimità della loro egemonia.

Era pure affermata dai Valacchi l’unità linguistica e nazionale di tutte le popolazioni parlanti la stessa lingua: Vasile Pop, originario della Transilvania emigrato in Moldavia, per affermare tale principio ricorreva nella prefazione alla “Disertaţia despre tipografule romanesti” (“Dissertazione sulla editoria romena”), pubblicata a Sibiu nel 1838, ad una suggestiva immagine: i confini tra le nazioni sono segnati non da fattori naturali come monti e fiumi, ma dalle diversità linguistiche.

Ma ancor più dei giornali contribuirono ad affermare l’identità culturale e la coscienza nazionale del Moldo-Valacchi le istituzioni scolastiche rinnovate sul modello transilvano.

L’istruzione era stata un monopolio della Chiesa ortodossa fino agli inizi dell’ottocento; ancora nel 1804 sotto il principe Alexandru Moruzi sorgeva presso Jassi il seminario di Socota, dettoscuola di catechismo”, centro culturale di notevole importanza.

Ma presto furono istituite scuole non più gestite da religiosi, ispirate ai principi della scuola latinista di Transilvania.

Gheorghe Asaki, il poeta moldavo che aveva studiato a Roma oltre che a Lemberg e Vienna ed in Italia si era nutrito di cultura classica, tornato in patria fondò a Jassi nel 1813 una scuola per agrimensori, chiamando ad insegnarvi  professori della Transilvania, ritenuti i più preparati.

Pure dalla Transilvania proveniva Gheorghe Lazare, fondatore nel 1816Bucarest di un’altra scuola per agrimensori, fucina di patrioti: nel 1821 molti allievi seguirono Tudor Vladimirescu, capo delle insurrezioni dei contadini, e la Porta si affrettò a chiudere la scuola.

L’intervento autoritario turco non pose comunque fine all’attività didattica di Lazare; sorse infatti un’altra scuola superiore, che prese il nome di San Sava dall’edificio monastico presso cui ebbe sede, pur restanto un’istituzione laica.

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A Lazare subentrò nella direzione della scuola un suo allievo, destinato ad acquistare grande fama anche all’estero, Ioan Radulescu (1802-1872), che aggiunse al suo nome il patronimico Heliade, da Ilie, nome di suo padre.

Appena ventenne compose una grammatica romena, proponendo di semplificare l’alfabeto cirillico con la riduzione delle lettere da 43 a 27; l’opera fu stampata soltanto nel 1828 in Transilvania, a Sibiu.

Il giovane autore proponeva l’adozione della lingua ecclesiastica, usata da tutti i Romeni e  quindi elemento di unità linguistica; dichiarava inoltre di accettare i neologismi solo se assolutamente   necessari;  la  traduzione   in  romeno  di  opere  straniere  sarebbe  giovata  ad  arricchire il lessico. Ed Heliade si dedicò con passione alla traduzione dall’italiano (Dante, Ariosto, Tasso, Pindemonte); dal francese (Lamartine, Dumas), dall’inglese (Byron).

Nel 1836 apparveRépede aruncătură de ochiu asùpra limbei şi începetului Rumînilor” (“Breve sguardo sulla lingua e sulle origini dei Romeni”), appassionata difesa della latinità dei Moldo-Valacchi, in polemica con quanti ne sostenevano l’origine slava. Seguirono nel 1841 due opere che svilupparono le teorie linguistiche ereditate dalla scuola latinista transilvana: “Presurtàre de grammatica limbei românoitaliene” (“Breve grammatica della lingua romeno-italiana”) e “Paralelisme între  lìmba rumîna şi italiene” (“Parallelo tra la lingua romena e l’italiana”), pubblicato sul giornale da lui fondatoCureriul de ambe sexe” (“Corriere di entrambi i sessi”).

Già dai titoli traspariva l’orientamento linguistico di Heliade; nel “Parallelodava l’esposizione più organica del suo Italianismo, combattendo l’uso del francese e prendendo a modello l’opera degli studiosi italiani.

Nel riaffermare una volta di più l’origine latina del romeno, Heliade sostenne, dopo Petru Maior, l’esistenza nel romeno di voci latine in maggior numero rispetto alle altre lingue romanze. Abbandonata l’idea giovanile di razionalizzare l’alfabeto cirillico riducendone le lettere, proponeva l’adozione di quello latino; coniava inoltre espressioni modellate sull’italiano, rivelatesi però spesso tanto artificiose da sfiorare il ridicolo.

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L’Italianismo di Heliade fu confermato dal “Vocabuláru de verbe streìne in lìmba româna” (“Vocabolario di parole straniere nella lingua romena”), pubblicato nel 1847, con cui era portata alle estreme conseguenze l’epurazione linguistica, proponendo di sostituire i termini di origine slava o ungherese con altri derivati dall’italiano. Si distaccava così Heliade dalle teorie della scuola transilvana, che aveva proposto di coniare i neologismi usando una matrice latina; in alcuni casi Heliade incorse in valutazioni errate, considerando derivate dallo slavo parole che avevano invece origini latine o, per contro, ritenendo derivati dal latino termini di provenienza slava.

L’artificiosità del linguaggio di Heliade, infarcito di numerosi neologismi Italianizzanti, è evidente soprattutto nelle sue opere poetiche ed è stata oggetto di giudizi negativi da parte dei critici.

Secondo Carlo Tagliavini lo stesso Heliade era consapevole di proporre una lingua artificiosa e difficile a comprendersi, tanto da aggiungere alle sue opere poetiche (originali o tradotte da lingue  straniere) un glossario per chiarirne il significato.

La teoria di Heliade per cui italiano e romeno non erano che dialetti di una stessa lingua – ha osservato ancora il Tagliavini  - era derivata forse dal Cattaneo: ipotesi non inverosimile, dato che il saggio “Del nesso tra la lingua valacca e l’italiano” dell’autore italiano era apparso nel 1837 sugli “Annuali di statistica”, pubblicazione molto diffusa anche all’estero.

Il Tagliavini nella sua conclusione riconosceva comunque ad Heliade il merito di aver fatto meglio conoscere gli autori italiani e di aver contribuito, come la scuola latinista transilvana, a creare una lingua romena unitaria e più ricca.152

Anche Ramiro Ortiz è stato autore di critiche negative per l’Italianismo di Heliade, affermando che quella teoria linguistica “…se è documento di molto amore per l’Italia, non per questo è meno errata dal punto di vista scientifico”; era un movimento fiorito “in un’atmosfera artificiale di serra”.

Alla scuola latinista transilvana Ortiz rimproverava poi di adoperare un latinoduro, barbaro, di intonazione teutonica ed asburgica degli eruditi e degli storici austriaci ed ungheresi del secolo XVIII”, mentre invece il periodare di Miron Costin ricordava Cicerone.

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La cultura classica dei Transilvani era filtrata attraverso la cultura austriaca e l’Italia da essi conosciuta era un’Italia archeologica ed arcadica; quest’immagine dell’Italia, ignara della realtà attuale, secondo l’Ortiz fu propria pure di Asaki; anche Heliade ebbe questa visione dell’Italia e conobbe il francese meglio dell’italiano, ad onta del suo Italianismo.

La simpatia di Heliade per l’Italia era sincera, ma vaga; a differenza del Tagliavini, l’Ortiz ha sostenuto che l’Italianismo non giovò alla conoscenza della lingua italiana in Romania ed anzi la screditò, perché “confusa con l’incredibile gergo, cui,  fondendo insieme italiano e romeno, pretese ridurre la lingua letteraria del suo paese”.

Anche se ebbe contatti con Mazzini e fu un sostenitore dell’indipendenza italiana, Heliade, secondo Ortiz, subì maggiormente l’influenza politica francese e , pur conoscendo il latino, non ebbe “il senso profondo del classicismo”.

Inoltre, ha affermato l’Ortiz, le divisioni tra cattolici ed ortodossi limitarono la diffusione del latinismo transilvano, movimento con tutta evidenza ispirato da “Propaganda Fide”, dove si erano formati i rappresentanti della scuola di Blaj.

Non mancarono pertanto, concludeva l’Ortiz, manifestazioni contrarie alla latinità romena, come quella espressa dal Bolontineanu: “Roma noastra e în Orient, Costantinopol capitala” (La nostra Roma è in Oriente, è Costantinopoli la capitale”).153

Critiche all’attività didattica di Heliade furono mosse già da un contemporaneo, l’abate Domenico Zanelli, autore di una relazione sul viaggio da lui effettuato in Moldavia e Valacchia. L’abate riferiva sulla diffusione delle scuole elementari: in ogni grosso villaggio ne esisteva una finanziata dal Comune. A Bucarest erano quattro scuole elementari pubbliche e moltissime private, sia maschili che femminili.

Un commento negativo era riservato alla scuola di San Sava, dove operava Heliade, frequentata da circa 500 allievi: “io però che ho visitato questa scuola, non posso che dirla assai mal diretta: ricordo ancora i molti e madornali errori commessi nello scrivere in francese dal migliore scolare, che veniva a compire l’ultimo anno”.

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Altri commenti negativi erano dedicati dallo Zanelli all’aspetto dei popolani di Bucarest (“la plebe è mal vestita e mal pasciuta”), alla moralità di nobili e popolani (nei fiumi nuotavano insieme uomini e donne); un fatto ancora scandalizzava il buon abate: fanciulli zingari “già grandicelli…affatto ignudi corrono dietro a domandare la elemosina”. Severa la conclusione: “Oh misero quel popolo che vive in una religione impotente a renderlo morale!”

Sugli Zingari così proseguiva il nostro autore: “…conducono una vita veramente brutale; non conoscono pudore, non hanno religione, non conoscono legge di matrimonio, tranne quella della natura”.

Non si limitava però lo Zanelli a queste considerazioni morali: mosso a compassione dalla triste condizione di vita degli Zingari affermava: “ E’ pur lacrimevole cosa che in un secolo in cui tanto si è gridato ed altamente si grida ancora sulla tratta dei negri; ancora si sopporta la schiavitù dei Zingari. Un secolo di lumi e di carità non pensa ancora a liberare tanti infelici!”

L’abate esprimeva infine la speranza che la liberazione avvenisse ad opera del principe di Valacchia, Alexandru Ghika; ad attuarla fu invece il successore di Ghika, Georghe Bibesco.154

Malgrado le critiche rivoltegli, ad Heliade vanno riconosciuti non soltanto i meriti letterari già ricordati, ma pure quelli politici: fu difatti uno dei promotori della rivoluzione del 1848 in Valacchia, alimentata anche dalla presa di coscienza nazionale derivante dalla consapevolezza della propria identità culturale, raggiunta grazie all’opera di storici e linguisti fra cui era appunto Heliade.

Ma l’impulso decisivo alla rivoluzione in Moldavia e Valacchia fu dato dall’esempio della Francia, insorta nel febbraio 1848 contro la monarchia degli Orléans, in nome degli ideali repubblicani e con la partecipazione appassionata di un poeta, il Lamartine, messosi alla testa dell’ala radicale. Gli eventi francesi destarono una reazione a catena in tutta Europa, essendo incoraggiati i rivoluzionari dalla promessa solidarietà francese, ma rimasti poi delusi dal mancato intervento del governo repubblicano formatosi in Francia dopo la partenza di Luigi Filippo per l’Inghilterra.

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Ci furono ripercussioni anche nei paesi danubiani; particolarmente complessa era la situazione in Moldavia e Valacchia, soggette alla “suzerainetéturca oltre che ad una preponderante influenza russa, cui si aggiunse in Valacchia la condotta ambigua del principe Gheorghe Bibesco. I rivoluzionari valacchi erano divisi all’inizio in due gruppi, uno radicale capeggiato da C. A. Rosetti, Jon Ghika, i fratelli Golescu; l’altro moderato, che faceva capo a Heliade. I due gruppi in

un secondo momento si fusero, creando una temporanea unità d’azione; all’organismo unitario aderirono i fratelli Bratianurientrati da Parigi, il generale Magheru, Nicolae Balcescu, il maggiore Tell.

Bibesco dimostrò ostilità al movimento e, avuta  notizia che i rivoluzionari avevano approvata ad Islatz una costituzione modellata su quella francese, fece arrestare alcuni esponenti del comitato il 9 giugno 1848. Ma con un improvviso cambio di atteggiamento appena due giorni dopo, l’11 giugno, acclamato dalla folla  capo della rivoluzione, firmò la Costituzione e nominò ministri alcuni membri del comitato rivoluzionario: Nicolae e Stefan Golescu, C.A. Rosetti, Nicolae Balcescu, Christian Tell, il generale Magheru.

Ancora una volta il principe cambiò rapidamente atteggiamento, impressionato dalla dura reazione del console russo Kotzebue che  il 12 giugno gli comunicò la rottura delle relazioni diplomatiche e abbandonò Bucarest. Bibesco si era accostato ai rivoluzionari soltanto dietro la pressione della piazza e temeva più di ogni altra cosa un’invasione russa. Ragion per cui il 14 giugno 1848 abdicò e partì per la Transilvania, recandosi in seguito a Vienna.

La situazione era quanto mai confusa; si formò un governo presieduto dal metropolita Neofita, con la partecipazione di Heliade e Jon Bratianu. Tornarono a verificarsi divergenze tra i rivoluzionari; i radicali premevano perché fossero varati provvedimenti favorevoli ai contadini, cui si prometteva la spartizione delle proprietà dei boiari e l’abolizione delle corvées. Per discutere e risolvere la questione agraria fu formata una commissione mista di proprietari e di contadini.

I radicali progettavano inoltre di costituire una repubblica con Stefan Golescu presidente e di formare una grande Romania di cui avrebbero dovuto far parte non soltanto Moldavia e Valacchia, ma anche la Bessarabia, da sottrarre  alla Russia, il Banato, la Bucovina e la Transilvania, da strappare all’Austria.

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Ci fu pure un tentativo di ottenere la solidarietà di altri paesi ed a tal fine Alexandru Golescu fu inviato a Parigi, illudendosi di indurre il governo repubblicano ad intervenire, mentre Jon Maiorescu si recava a Francoforte. La missione più delicata fu affidata a Jon Ghika, incaricato di ottenere a Costantinopoli il riconoscimento della potenza sovrana per il governo rivoluzionario.

Ma la Porta, sollecitata dalla Russia, inviò invece un esercito al comando di Omar pascià per sostenere la richiesta del suo delegato, Suleiman pascià, di sciogliere il governo rivoluzionario, sostituendolo con una luogotenenza del principe Bibesco, considerato sempre il legittimo sovrano

della Valacchia. I rivoluzionari si piegarono a tale richiesta e, sciolto il governo, fu costituita la luogotenenza, affidata a Heliade, Stefan Golescu e Christian Tell. Sembrava così risolta la situazione e Suleiman, soddisfatto, fece ritorno a Costantinopoli. Ma non era soddisfatto il governo russo, che  voleva una  completa  sconfitta  dei  rivoluzionari e fece quindi pressioni sulla Porta perché sconfessasse l’operato di Suleiman. Pertanto arrivò a Bucarest il 4 settembre 1848 un delegato turco, Fuad pascià, più duro ed intransigente, con un esercito e spalleggiato dal generale russo Duhamel. Ci fu uno scontro fra la popolazione di Bucarest e le truppe turche, che si abbandonarono a violenti saccheggi ed a massacri di civili.

A questo punto ci fu un intervento diretto della Russia, che invase la Moldavia e poi la Valacchia.

Magheru avrebbe voluto resistere ad oltranza; ma dovette rinunciare a tale proposito, sia per la grande sproporzione di forze con l’esercito russo, sia per le divisioni esistenti fra i rivoluzionari. Erano difatti inconciliabili la posizione dei moderati di Heliade , favorevoli ai boiari cui si volevano conservare le proprietà; e la posizione dei radicali, capeggiati da Balcescu, disposti invece a confiscare le terre dei boiari per darle ai contadini. In seno alla commissione per la questione agraria si fronteggiavano queste opposte posizioni, senza arrivare ad una soluzione condivisa.

Non meno profonda era la spaccatura esistente tra moderati e radicali nel campo della politica estera. Heliade confidava in un appoggio turco contro la Russia e rimase sempre filo-turco, nonostante il venir meno della benevolenza iniziale della Porta verso i rivoluzionari ed il suo allineamento alla politica zarista. Rosetti, Balcescu, Jon Bratianu e tutti gli esponenti radicali miravano invece ad un accordo con i rivoluzionari degli altri paesi, soprattutto dell’Ungheria.

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Il piano fallì per i gravi contrasti sulla Transilvania, rivendicata dai Romeni e dichiarata invece fin dal 1841 terra ungherese incedibile dall’eroe nazionale magiaro Ladislao Kossuth.

I tentativi di conciliazione messi in atto da Balcescu risultarono vani. Gli avvenimenti del 1848 esasperarono il dissidio romeno-magiaro, destinato a durare, anziché porvi fine con un’intesa fra le forze rivoluzionarie, che pur avevano un nemico comune, la Russia zarista, venuta in soccorso dell’Austria per domare gli Ungheresi ribelli; trionfò quindi la repressione sia in Ungheria che in Valacchia.

In Moldavia la sconfitta dei rivoluzionari fu ancora più netta e rapida che in Valacchia. Il principe Mihail Sturdza non ebbe le esitazioni di Bilesco e si mostrò subito decisamente ostile. Le richieste a lui rivolte erano molto moderate; una manifestazione a Jassi il 27 marzo 1848 non chiedeva altro

che una scrupolosa e fedele attuazione del Regolamento organico, il codice di leggi voluto dal generale Kisselef, governatore dei Principati durante l’occupazione russa successiva alla vittoria russa sulla Turchia nella guerra del 1828-29, conclusa con il Trattato di Adrianopoli.

Sturdza ritenne eccessiva tale richiesta e sediziosa la manifestazione indetta per avanzarla. Furono perciò arrestati gli autori della manifestazione, fra cui era Mihail Kogalniceanu, lo storico destinato a divenire un protagonista della vita politica romena dopo la formazine di uno Stato unitario.

La reazione quindi trionfò in Moldavia ancor prima di un intervento russo. Il facile successo riportato da Sturdza fu dovuto non soltanto alla sua condotta decisa, ma anche al fatto che la base sociale dei rivoluzionari era in Moldavia molto più ristretta che in Valacchia; i contadini rimasero estranei al movimento, espressione di un ristretto nucleo di intellettuali liberali e di studenti che avevano compiuto i loro studi all’estero, soprattutto a Parigi.

Ed alla Francia guardavano i patrioti Romeni, considerandola il paese-guida ancor prima del ’48: “… finit la France, commence le néant…”; “…la Révolution française est elle la seule grande. Elle résume toutes les autres, elle les complète, elle les réalise”. Nei principi dei rivoluzionari Francesi si riconoscevano i patrioti di tutti gli altri paesi: “…et les hommes de tous les pays baiseront ces nouvelles tables de la loi et ils se reconnaîtront libres, égaux et fréres”; così affermava Ion Bratianu in una sua lettera a Michelet da Digione, il marzo 1846.155

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Ed in Francia, dopo il fallimento della rivoluzione, trovò rifugio la maggior parte degli esuli moldavi e valacchi. Non erano per la verità mancati elementi filorussi nei Principati, quando ne era stato governatore Kisselev, che ebbe estimatori per il Regolamento organico da lui voluto (ma che nel 1848 fu bruciato sulla pubblica piazza a Bucarest per manifestare l’avversione alla Russia).

Ammetteva l’esistenza di simpatie per la Russia anche un analista politico francese, Felix Colson, pur  non risparmiando critiche al governo zarista contrario alla formazione di uno stato unitario moldo-valacco;156 ma quelle simpatie svanirono presto e furono dimenticate le benemerenze attribuite alla Russia per il suo tentativo di razionalizzare la situazione dei Principati, attuato con il Regolamento organico.157

L’intervento russo contro i rivoluzionari valacchi diede un definitivo colpo di spugna alla riconoscenza prima manifestata dai Moldo-Valacchi, tanto più che all’intervento militare seguì la convenzione di Balta-Liman, il sobborgo di Costantinopoli dove il maggio 1849 Russia e Turchia stabilirono un più rigido controllo sulla vita dei Principati.

Sia in Moldavia che in Valacchia l’assemblea elettiva fu sostituita da un “divanoscelto dal principe; questi  non  era  più nominato a  vita, ma  per  sette  anni; l’occupazione dei Principati da parte di un esercito russo e di uno turco doveva continuare anche dopo la “pacificazione”, fino al completo riordino dell’assetto politico della Valacchia e della Moldavia; un esercito russo inoltre doveva in seguito stazionare sempre al confine, pronto ad intervenire.

A rendere più soffocante la tutela sui Principati da parte delle Potenze imperiali, era previsto il controllo di un commissario russo e di uno turco, incaricati di “consigliare” i principi di Moldavia e di Valacchia. Questo stato di cose destinato a durare fino alla guerra di Crimea scontentò tutti, perfino il reazionario principe di Moldavia, Mihail Sturdza, indotto ad abdicare ed a ritirarsi a Parigi, dove, ironia della storia , dovette incontrare i patrioti da lui costretti ad andare in esilio; al suo posto fu nominato Grigori Ghika ed in Valacchia salì sull trono Barbu Stirbey. Del fallimento della rivoluzione in Valacchia il moderato Heliade incolpò i radicali, cui rivolse queste accuse: “…la fazione dei turbolenti stipendiati ingannò il popolo, dopo la partenza del principe, e lo fece calpestare la legge e proclamare un governo provvisorio. Quest’allontanamento dalla via legale fu causa  di  grandi  catastrofi, dell’invasione  dei  Turchi  e  dei  Russi, e della convenzione di Balta-

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Liman che portò seco l’istallazione dei bey e degli ospodari imposti, invece dei principi eletti”.158

Ma il bilancio del 1848 in Moldavia e Valacchia non può considerarsi del tutto negativo; si trattò di una sconfitta non definitiva. L’attenzione dell’Europa era ormai rivolta ai Principati; l’intensa propaganda degli esuli fece meglio conoscere la loro causa, attirando le simpatie delle Potenze occidentali, il cui intervento a fianco della Turchia e contro la Russia nella guerra d’Oriente avrebbe influito in maniera decisiva sulla sorte dei Moldo-Valacchi.

Anche il Regno di Sardegna manifestò per essi interesse e simpatia, di cui per altro esistevano già significativi precedenti. All’attenzione riservata alle origini della lingua e del popolo romeno  si  erano  difatti  uniti  anche  interessi  economici  e    politicichiaramente   attestati dall’aperturta di consolati sardi nei Principati, ancor prima che il trattato russo-turco di Adrianopoli aprisse nel 1829 il Danubio ed il Mar Nero ad una libera navigazione, dando così un impulso notevole agli scambi commerciali.

Nel 1827 il governo sardo, proiettato verso l’espansione dei suoi commerci dopo l’acquisto di Genova ed interessato ai mercati orientali per cui aveva stipulato nel 1823 un trattato con la Porta, aprì un consolato a Bucarest, affidato a Jean de Margotti di San Remo,dal 1825 vice console di PRussia nella capitale valacca.

Un secondo consolato fu istituito a Galatz nel 1829, retto da Felice Lagorio di Porto San Maurizio. Il volume degli scambi commerciali sardi ebbe un tale sviluppo da impensierire nel 1839 il console francese a Galatz.

Ed un viaggiatore italiano, monsignor Francesco Nardi (il docente padovano già ricordato per la lettera direttagli da Papiu Ilarian e Hogoş sul saggio di Cattaneo),  diede questa descrizione di Galatz, da lui visitata nel 1852: “…maraviglioso è in essa il fervor dei commerci, e ad ogni istante ne ravvisi le prove in quel suonare dei più diversi linguaggi, in quell’assiduo correre e affaccendarsi di persone, in quelle lunghe processioni di carri, nelle molte case in lavoro o appena finite, ne’ vasti magazzini che vanno prendendo il posto delle misere capanne di legno della città bassa, ne’ consolati di ogni potenza, nelle società di commercio e nel vicino Danubio che ti l’immagine di un gran porto. Vi scorsi quasi ogni bandiera ma principalmente la valacca, la greca, l’inglese, l’austriaca, la sarda, la francese e la russa. Rimasi attonito nel vedere come la piccola Sardegna superi in quei paraggi la grande Francia. Esportazione sono biade d’ogni sorta; importazioni ogni specie di manufatti”.

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L’importanza dei rapporti commerciali del Regno di Sardegna con la Romania è confermata dal fiorire di giornali in italiano o bilingui pubblicati in quel tempo: “ Mercurio, giornale commerciale del porto di Braila” (dicembre 1839; dal 10 agosto 1840 divenne bilingue con il titoloMercurio, giornale di commercio”); “Il Danubio, giornale di commercio, agricoltura e navigazione” – bilingue, primo periodico stampato a Galatz; “Il Fulmine”, periodico a cura del prof. Luigi Ademollo, Jassy 1860, di breve durata, riapparve nel 1864 per alcuni mesi prima con il titolo “Il Fulmine, giornale teatrale, umoristico e letterario” e poi con il titoloFoglio italo-romeno illustrato”, in edizione bilingue;  “Tromba mercantile” (Braila 1861); “Il Commercio del basso Danubio” (Galatz 1864).

Di particolare interesse politico fu il “Bollettino della guerra d’Italia”, redatto in romeno da M.A. Canini nel 1859 per informare i Romeni sulla seconda guerra di indipendenza. 159

Questi scambi erano l’argomento principale dei rapporti dei consoli di Sardegna, ma non l’unico; non mancavano infatti osservazioni interessanti sotto il profilo sociale e politico.

Il console sardo a Galatz, Mathieu, nel rapporto del 14 luglio 1847 sottolineava il monopolio pressoché totale detenuto in Moldavia dagli Ebrei nel commercio al dettaglio dei prodotti agricoli e manifatturieri; in Valacchia invece, dove gli Ebrei erano poco numerosi, tale commercio era gestito da Russi e Greci, oltre che da mercanti locali.

E sull’attività degli stranieri in Valacchia, il vice console a Braila, Carpeneti, faceva presente il 10 novembre 1852 al ministro degli esteri, Dabormida, la necessità che il principe Stirbeyriconoscesse  che la  Valacchia non ha sufficiente (sic) braccia in  proporzione  della  sua  grande

estenzione (sic), e che facilitasse la colonizzazione dei Tedeschi, Ungheresi, Transilvani, Ebrei della Galizia, coll’accordare loro dei vantaggi, in luogo di costringerli, come fa, a partire subito con delle assurde misure di polizia, poiché potrebbe con ciò coltivare la grande quantità di terreni che rimangono incolti e raddoppiare nel più breve spazio di tempo i suoi prodotti, cosa che sarebbe anche vantaggiosissima al commercio,  e che renderebbe questo scalo molto più importante di Odessa”.160

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Secondo questo rapporto l’intollerante protezionismo del governo valacco colpiva tutti gli stranieri e non soltanto i commercianti ebrei, fra i quali figuravano anche alcuni provenienti dall’Italia, come i Besso, fuggiti dalla Spagna per trasferirsi dapprima in Calabria e poi a Trieste, presto Italianizzati: il patriarca della famiglia, Salvatore (1804-1878), era figlio di una Segrè, di cultura italiana, e sposò la veneta Regina Cusin.

Era poliglotta (parlava ebraico, greco, francese, inglese, spagnolo, romeno), ma la sua formazione culturale avvenne in italiano, compiendo a Pisa i suoi studi.

A soli 13 anni, nel 1817 fece il suo primo viaggio in Romania assieme al padre Giuseppe161 e si vantava di avere per primo importato grano a Trieste dalla Romania.162

Successivamente lo troviamo ancora a Bucarest, nel 1827, avendovi, secondo la sua affermazione “un commercio regolare e quieto”.163

Dall’Italia provenivano pure influenze politiche, oltre che rapporti di affari.

Due studenti romeni dell’Università di Pisa, da essi frequentata negli anni 1820-1825, Eufrasin Patera e Constantin Moroia, al loro ritorno in patria diffusero programmi patriottici.

Nel 1822 fu costituita in Moldavia l’associazioneConstituţia Carvanailor”, ispirata dalla Carboneria italiana; esuli Italiani dopo il fallimento dei moti patriottici trovarono rifugio nei Principati: nel 1821 si recò a Jassy il piemontese Giuseppe Barbeis e nel 1831 un altro piemontese, il dottor Caramella di Mondovì, trovò ospitalità nei Principati.

Ma da parte italiana non ci furono solo manifestazioni idealistiche di solidarietà fra nazionalità oppresse, alla ricerca della propria indipendenza. In alcuni casi infatti si guardò ai Principati con la freddezza propria di una “real-politikattenta solo ai propri interessi. “Certo è interesse italiano, ma è pur universale cristiano che s’accresca Austria, Austria sola o almeno  principalmente, Austria  direttamente   facendo  province  sue, o  almeno  indirettamente   facendo

protettorati suoi delle spoglie europee ottomane: perché non è destinazione durevole di quelle spoglie se non questa…” Così scriveva nel 1844 Cesare Balbo, considerando semplice merce di scambio la Moldavia, la Valacchia e gli altri territori europei dell’impero ottomano, già avviato ad un lento, ma inesorabile sfacelo, per compensare l’impero asburgico della perdita del Lombardo-Veneto, agognato dal Piemonte.

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Secondo Balbo l’eredità dei territori appartenenti all’impero ottomano, destinato ad uno sfacelo inevitabile, poteva esser contesa soltanto da Russia ed Austria; e così giustificava la sua preferenza perché andasse alla secondachiedendosi  se fosse preferibile “…che si accresca di tanto, e si porti a mezzodì ed Occidente quell’imperio così oltrepotente già, così ambizioso, così affettante preponderanza universale, come è Russia? Ovvero che si accresca un imperio tanto meno potente, tanto meno (salvo in Italia) prepotente, così poco ambizioso di conquista, che indugia quelle stesse che le sono inevitabili, come Austria? Che si lascino le bocche del Danubio a chi non ne ha, né può aver mai il corso germanico, a chi non vi ha né può avere interesse se non a chiuderlo? Che si sottomettano al capriccio russo tutti i programmi commerciali della Germania? Ovvero, che si diano quelle bocche, e il corso inferiore di quella gran comunicazione germanica ed europea a chi ha già tutto il corso superiore, a chi ha interesse a trarne tutto il profitto possibile per sé e per altrui?”. 164

A sostegno della sua tesi Balbo nella seconda edizione della sua opera ricordava l’analogo consiglio dato da Talleyrand a Napoleone dopo le vittorie di Ulm ed Austerlitz nel 1805: sottrarre all’Austria le province italiane assegnandole altrove compensi territoriali. Si era chiesto Talleyrand: “ étaient placées les compensations?...elles consistaient dans la Valachie, la Moldavie, la Bessarabie et la partie septentrionale de la Bulgarie. Par , disait il, les Allemands seront pour toujours exclus de l’Italie…”

Secondo l’astuto consigliere di Napoleone questa soluzione favoriva gli interessi Italiani, ma sarebbe stata vantaggiosa anche per la Francia ed i suoi alleati: la Russia difatti, esclusa dalla regione danubiana saldamente in mano austriaca, non sarebbe più stata una minaccia per l’Occidente europeo: “…les Russes comprimés dans leurs déserts, porteraient leur inquiétude et leurs efforts vers le midi de l’Asie”.165

Era un progetto politico destinato a durare; per qualche tempo attrasse Cavour, fin dopo il Congresso di Parigi del 1856, convocato per stabilire il nuovo assetto europeo dopo la guerra d’Oriente.

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Il ministro piemontese oscillò tra l’ipotesi di fare di Moldavia e Valacchia degli alleati in una guerra contro l’Austria per portare alla liberazione dei territori italiani sottoposti al governo di Vienna; e l’altra ipotesi di trovare una soluzione diplomatica per ottenerli dall’Austria in cambio dei Principati Danubiani, presa in considerazione anche dai successori di Cavour, fino alla guerra del 1866 che diede il Veneto all’Italia.

Ma furono tentazioni passeggere: prevalse nel governo di Torino un orientamento favorevole alla causa moldo-valacca, dietro la spinta di un’opinione pubblica ormai consapevole delle comuni origini latine e delle analogie politiche esistenti fra la situazione dei Principati e quella dell’Italia. “La Concordia” nel numero del 25 febbraio 1850 pubblicava l’articolo di un anonimo romeno che illustrava le speranze dei Moldavi e dei Valacchi, preceduto da un corsivo della redazione inneggiante alla latinità dei Romeni, durata nei secoli, malgrado tutti i tentativi di assimilazione e gli attacchi russi ed austriaci.

Neanche la Turchia, ricordava l’articolo de “La Concordia”, era riuscita a piegare la tenace resistenza della Moldavia e della Valacchia ed aveva dovuto riconoscere con le capitolazioni la loro autonomia, limitandosi ad ottenere un tributo annuo.  

Sempre sulla “Concordia”, nel numero 56 del 1851, un secondo articolo riconosceva gli aspetti positivi del “Regolamento organico”. Era però denunciato il tentativo di un controllo culturale dei Principati messo in atto dai Russichiuso il glorioso istituto di San Sava a Bucarest, fu aperta una università la cui lingua d’insegnamento era il russo e fu ostacolata la frequenza di istituti ed università straniere da parte dei giovani Romeni, offrendo loro in cambio la frequenza gratuita delle università russe.

Gli articoli de “La Concordia” non furono una voce isolata. Cesare Correnti, destinato a divenire ministro dell’Istruzione dopo l’unità e presidente della Società geografica italiana, si interessava alle sorti politiche della Romania già nel 1837, l’anno in cui Carlo Cattaneo, di cui era amico, pubblicò il saggio sulle affinità tra l’italiano e la lingua valacca.

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Il Correnti sostenne sempre la fratellanza italo-romena: nei suoi articoli sul “Diritto” del 6 aprile 1854 (“Due mondi al cozzo”) e del 18 maggio successivo (“Della guerra in Crimea”) denunciava le mire russe ed austriache sui Principati e ricordava le affinità tra Italia e Romania, citando in proposito il parallelo fra le rispettive lingue fatto da Heliade-Radulescu; argomento trattato pure nel “Dialog  intre  un Italian şi un Roman” (“Dialogo tra un italiano e un romeno”), firmato con le

iniziali J.T. da identificarsi secondo Stefan Delureanu in Ion Trifu, uno dei partecipanti alla rivoluzione del 1848 con il nome di Ion Maiorescu.166.

Non fu quello del Correnti un interesse occasionale: nell’Annuario Statistico Italiano del 1857 apparve il suo articoloRumania”.167 Né il Correnti si limitò ad un’attività giornalistica a favore della causa romena; agì pure sul piano politico, sostenendo decisamente le posizioni dei patrioti moldo-valacchi in occasione del Congresso di Parigi del 1856 e raccomandando all’amico Tullo Massarani di fare lo stesso. E le vicende romene continuò poi a seguirle dopo l’unità, da deputato e da ministro, meritandosi così la decorazione  della “Stella di Romaniadestinata ai benemeriti di quel paese.

Il suo fedele amico Tullo Massarani, in seguito deputato e senatore del Regno, non fu da meno: sincero democratico, tra i fondatori nel 1850 della rivista “Il Crepuscolo” di Carlo Tenca, fu amico e collaboratore di Cattaneo.168

Seguendo le indicazioni del Correnti, Tullo Massarani, si schierò dalla parte dei Romeni durante il congresso di Parigi del 1856, avendo chiaro che gli interessi moldo-valacchi collimavano con quelli Italiani, come egli stesso scriveva, “per aprire alle nostre speranze un qualche spiraglio, bisogna lasciarle intendere ragionando di quelle degli altri”.169

Sul “Crepuscolo” (13 e 27 aprile, 11 maggio, e 15 giugno 1856) Massarani pubblicò una serie di articoli sotto il titolo “I Popoli della Romania”, poi ristampati in forma ampliata nell’edizione delle  sue opere.170

All’inizio del primo  articolo l’autore rinnovava il rimprovero di colpevole trascuratezza già fatto dal Cattaneo ed accusava l’Europa, distrutta dalle “gelose cautele del diritto pubblico” e dall’angusta preoccupazione degli interessi materiali”, di non accorgersi “di un popolo dimenticato all’estremo suo lembo, che, da diciassette secoli, si ostina a chiamarsi romano, e con fede antica invocando le comuni origini, stende le braccia all’immemore Occidente” e delle sue originiconserva religiosa memoria tra semibarbari, corsa da cento invasioni”.

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Erano poi ricordate le grandi ricchezze naturali del paese, oggetto della cupidigia russa e le tristi condizioni sociali per la mancanza di una borghesia posta “fra l’indigenza dei villici e l’opulenza di  poche  migliaia  di  boiari”. Ma  affermava  il  Massarani “anche nell’attuale suo scadimento, il

suggello di una razza illustre sta in volto al popolo di codesta Italia orientale”.

Ai Moldo-Valacchi era però rimproverato di non accogliere in “equo consorzio gli stranieri che lavoravano e producevano ricchezze nei Principati”, escludendoli “da stabile possidenza”, per cui conservavano “le inclinazioni di un incolato avventizio”.

Questa miopia politica era addebitata alla nobiltà, spesso di origine straniera, dotata “più dell’astuzia greca e dell’indolenza turca che dell’ingenuo tipo romeno”, preoccupata solo dei propri personali interessi. Vergogna estrema di questa “decorata barbarieera stata la schiavitù degli Zingari, affrancati in parte solo di recente.

Nel secondo articolo si attestavano le caratteristiche essenzialmente latine della lingua valacca, solo poche voci erano di altra origine. In odio a Roma, capitale della Chiesa cattolica, la scissione ortodossa portò a disconoscere l’origine latina della lingua e fu adottato l’alfabeto cirillico. Risorse però in Transilvania l’orgoglio della propria latinità ed i caratteri latini sostituirono i cirillici. Anche gli usi popolari ricordavano l’eredità romana: a ricordo del ratto delle sabine nelle cerimonie nuziali lo sposo simulava il rapimento della sposa ed i lamenti funebri si ispiravano a quelli delle prefiche dell’età greco-romana. Restavano pure tracce evidenti dell’antica mitologia: Cerere era venerata col nome di Dragoica e si manteneva il culto del sole.

La rinascita culturale della Romania era poi analizzata nel terzo articolo, ricordando la funzione civilizzatrice da essa svolta in Russia con il principe Dimitrie Cantemir, principale storico romeno, che scrisse in latino ed ebbe un tale prestigio da trattare alla pari con Pietro il Grande. Veniva citata l’opera di Heliade, autore di una revisione linguistica, fondatore di scuole, giornali, di un teatro nazionale, traduttore di molte opere straniere. Massarani faceva distinzione fra Slavismo e zarismo, erroneamente identificati spesso. Al Panslavismo egemonizzato dalla Russia era da opporsi “la coscienza medesima delle genti slave”.

La Russia che spadroneggiava nei Principati aveva trovato un docile strumento nel principe di Valacchia, Gheorghe Bibesco, “indole sottile, ancipite, guizzante”, abile nel celare “con dotta ipocrisia le segrete arrendevolezze”; ma presto, caduta la maschera, aveva rivelato la sua vera natura di “insaziabile concussionario”.

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Contro la Russia, fidando nell’aiuto turco, fu rivolta nel 1848 la rivoluzione della Valacchia e della  Moldavia. Passando ai  più  recenti  avvenimenti, nel  quarto articolo si sottolineava la poca

chiarezza del trattato di Parigi: non si precisava quali fossero i diritti riconosciuti ai Principati dalla Porta con le capitolazioni.

Particolare attenzione era dedicata alla questione agraria. In origine la terra eraager publicusdato in uso alla comunità. Ma la proprietà demaniale fu erosa dalle donazioni di terre ai monasteri ed ai militari. Sulle terre oggetto di queste donazioni potevano tuttavia restare gli antichi coltivatori, in base ad un accordo, la “claca”, stipulato con i nuovi proprietari, cui andava solo un terzo della terra. Ma le successive usurpazioni portarono nel 1601  all’editto   del   principe  Şerban, riducendo  i  contadini  a  servi  della  gleba, oppressi  da canoni esosi e da un eccessivo

peso fiscale, diventati un semplice accessorio della proprietà, ormai in mano ai nobili ed ai monasteri. Si era così formata una estesa proprietà ecclesiastica, notevolemano morta” che pesava sulla economia del paese; in origine i redditi di queste proprietà dovevano finanziare attività di utilità pubblica (scuole, ospedali, assistenza ai bisognosi), ma col tempo finiscono per beneficiarne i monasteri della Terra Santa e del Monte Athos, incaricati di sovrintendere a questi monasteri dettidedicati”.

Il protocollo di Costantinopoli firmato dalle Potenze l’11 febbraio 1856, documento preliminare al Congresso di Parigi apertosi nel marzo successivo, prevedeva una perequazione fiscale che abolisse  le esenzioni previste per nobili e monasteri, la fine delle “corvèes” e della servitù della gleba, il diritto di acquistare terre per gli stranieri, ma taceva sull’abolizione  della mano morta.

Massarani proseguiva affermando la necessità di una riforma giudiziaria basata sul principio dell’eguaglianza di tutti di fronte alla legge, l’abolizione delle capitolazioni che davano ai consoli poteri giudiziari nei confronti dei loro connazionali, sottratti pertanto ai giudizi dei tribunali moldavi e valacchi, il potenziamento delle istituzioni scolastiche.

Alle condizioni dell’economia dei Principati era dedicato il quinto ed ultimo articolo.

Il notevole potenziale di risorse naturali, secondo il Massarani, doveva essere sfruttato dai privati; la libertà di navigazione sul Danubio e nel Mar Nero sarebbe giovata all’espansione del commercio, cui doveva esser fornito il credito necessario mediante l’istituzione di banche che sostituissero i finanziamenti usurari fino ad allora praticati.

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Allo Stato spettava invece il compito di assicurare la sicurezza del paese all’interno  e la difesa della minaccia rappresentata dal Panslavismo.

Del Panslavismo si occupò pure un altro studioso amico dei Principati, Giovenale Vegezzi Ruscalla, con  un  articolo dedicato  a  questo  problema171, ispiratogli  da  un  saggio   sullo stesso argomento pubblicato da Cyprien Robert sulla “Revue des Deux Mondes172, in cui si faceva distinzione fra un Panslavismo russo, che mirava a riunire i popoli slavi sotto l’egemonia zarista; ed un Panslavismo democratico, tendente invece alla costituzione di una libera federazione delle varie nazioni slave.

Questo secondo tipo di Panslavismo secondo Robert nasceva da un istinto naturale, da un’aspirazione culturale prima ancora che politica, derivante dalle affinità esistenti fra i vari popoli slavi, al di delle diversità linguistiche fra essi createsi; l’autore osservava come esistessero affinità anche tra le nazioni latine. Il Panslavismo definitoletterario” dal Robert, poteva farsi risalire ai santi Cirillo e Metodio, primi a costituire e diffondere una cultura slava unificante i vari rami di quelle popolazioni.

Non mancavano tendenze disgregatrici che si opponevano all’unificazione, come la divisione degli Slavi in cattolici e ortodossi  e la loro appartenenza in alcuni casi a Stati divisi da accese rivalità (Austria, Russia, Turchia), per cui i  sostenitori di una politica basata sulla forza irridevano alle aspirazioni intellettualistiche di un federalismo democratico per gli Slavi: ma anche il principio di nazionalità era una forza sempre più affermata ed influente, che spingeva a realizzare l’unità politica oltre a quella culturale in modo democratico, superando i contrasti del tipo di quelli esistenti tra Russi e Polacchi.

Gli agenti zaristi affermavano l’identità dei terminirusso” e “slavo” e sostenevano la tesi di una Russia madre di tutti gli Slavi e la supremazia della Chiesa russa sulle altre Chiese ortodosse.

Una spinta all’unificazione degli Slavi sotto la Russia proveniva dalla loro comune avversione al mondo germanico, dovuta all’oppressione esercitata da Prussia ed Austria sopra i loro sudditi slavi, di cui la potenza zarista poteva atteggiarsi a protettrice e vendicatrice, opponendosi ad ogni espansione germanica nella zona danubiana. Un elemento di debolezza insito nel Panslavismo zarista era costituito dalla tendenza livellatrice che mortificava l’individualità dei singoli popoli, a torto abbandonati a se stessi dall’Europa.

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Sostenendo il Panslavismo democratico le Potenze occidentali avrebbero potuto trovare in esso un mezzo efficace per contrastare l’espansionismo russo.

Fin qui l’analisi di Robert, di cui Vegezzi Ruscalla condivideva l’idea di sbarrare la via dell’espansionismo della Russia facendo  leva sugli altri popoli slavi insofferenti di un’oppressiva egemonia zarista. Lo studioso italiano si spingeva poi ad ipotizzare la creazione di una confederazione dei popoli latini e di un’altra di quelli germanici analoghe a quella che poteva democraticamente  stabilirsi   tra  gli Slavi. Si sarebbe così stabilito in Europa un nuovo equilibrio politico basato non più sulla forza ma sul consenso e si sarebbe realizzata la pace universale, assicurando il rispetto del diritto all’indipendenza per ogni popolo, enunciato dall’abate Gregoire nel 1795 all’Assemblea nazionale francese secondo il principio “ogni popolo è padrone del suo territorio”.

In questa visione generale di un nuovo ordinamento politico europeo secondo il  Vegezzi Ruscalla rientrava il caso della Moldavia e della Valacchia, cui doveva riconoscersi il diritto a costituire un loro stato indipendente, anziché farne oggetto di scambi territoriali destinati a soddisfare le ambizioni delle Potenze; questo stato unitario moldo-valacco era destinato a far parte della confederazione latina.

Anche il nazionalismo conteneva però in un rischio, quello di divenire egoisticamente negatore dei diritti altrettanto legittimi di altri popoli. Degenerazione verificatesi con il “Magiarismo”, la tendenza cioè degli Ungheresi ad affermare in Transilvania la propria supremazia su Croati e Valacchi, negando loro la parità dei diritti. Tendenza confermata dalla legge emanata nel 1836 dal governo di Budapest, con cui si voleva imporre l’ adozione entro sei anni dell’ungherese come unica lingua ufficiale.

La legge destò la forte opposizione dei deputati Croati alla Dieta e vivo malumore in tutto il paese. Al problema Vegezzi Ruscalla dedicò un altro suo articolo sull’Antologia Italiana,173 definendo la legge una prevaricazione: i Magiari potevano certo rivendicare l’uso della loro lingua anziché quello del tedesco, ma non imporla agli altri popoli. Non era un argomento valido citare l’esempio degli Irlandesi, che usavano l’inglese piuttosto che il gaelico o quello dei Belgi francofoni. In quei casi si preferiva ricorrere a lingue molto più diffuse, quali erano l’inglese ed il francese rispetto al gaelico ed al fiammingo, ma non  poteva dirsi lo stesso per l’ungherese, lingua certo non più conosciuta di quella croata o valacca.

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L’imposizione dell’ungherese come lingua ufficiale riguardava anche i germanofoni di Transilvania e quindi ci furono proteste sulla stampa austriaca fin dal 1841; i giornali di Vienna ignorarono però le proteste dei Valacchi ed il governo austriaco si trovò a dover fare una difficile scelta: difendere la libertà linguistica dei germanofoni e degli altri popoli della Transilvania, urtandosi  così  con  la Dieta di Budapest, del  cui  sostegno  militare  e finanziario aveva bisogno;

ovvero consentire l’imposizione di usare l’ungherese per i Croati ed i Valacchi, eccitando così ancor più l’ostilità degli Slavi, già maldisposti per l’oppressione austriaca su regioni slave quali la Boemia e la Galizia.

Giovenale Vegezzi Ruscalla fu in Italia tra i più attivi sostenitori della causa dei Romeni, contribuendo a farne conoscere storia, cultura e problemi politici e sostenendone l’identità latina, al punto di definire più volte la Romania un’altra Italia: era appunto “L’altra Italia” il  titolo di un suo articolo sulla rivoluzione valacca del 1848 pubblicato sul “Corriere Mercantile” di Genova il 13 maggio 1848. Quella definizione fu ripresa più volte in quegli anni; “Un’altra Italiaera difatti il titolo di un articolo  apparso nel 1855 sull’almanacco del Correnti “Il nipote del Vesta Verde”; il Massarani nel primo dei suoi articoli sui Romeni apparso il 13 aprile 1856 sul “Crepuscolo”, definiva la RomaniaItalia orientale”; ed ancora Vegezzi Ruscalla nel recensire sulla “Rivista contemporanea” dell’aprile-giugno 1859 (pp. 236-237) gli “Studii Historice asupra originei naţiunii romane” (Bucarest 1858) di M. A. Canini approvava l’autore per avere affermato l’origine soltanto latina dei Moldo-Valacchi in polemica con il Bratianu a cui parere occorreva invece riconoscere loro pure un’ascendenza gotica e celtica, oltre che latina, concludendo: “…e noi vogliamo dar lode all’italiano Canini di aver rivendicato all’Italia la paternità romena”. Il favorevole giudizio su quell’opera appare pertanto ispirato da un motivo patriottico di Italianità, più ancora che da ragioni di natura culturale.

Il Vegezzi Ruscalla collaborò attivamente a molte riviste, dedicando alla Romania articoli che spaziavano dal campo linguistico e letterario a quello storico-politico; sulla rivista torineseMuseo, scientifico, letterario ed artisticopubblicò nel 1840 un saggio sulla formazione del futuro in romeno e nel 1841 si occupò della formazione del plurale.

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L’autore non ci ha lasciato un’opera d’insieme sulla lingua romena, ma tra le sue carte il Marcu ha rinvenuto un manoscritto con annotata la data 1831, dal titolo “Della lingua valacca”; l’opera rimase incompiuta ed inedita.

Ma presto Vegezzi Ruscalla manifestò interessi politici; oltre agli articoli sulla “Antologia Italiana” del 1848 dedicati al Panslavismo ed al Magiarismo, già ricordati, occorre citare la sua prefazione all’opera di Papiu Ilarian “L’indipendenza costituzionale della Transilvania” (Bucarest 1862), la cui traduzione in italiano fu pubblicata a Torino per suo interessamento nello stesso anno.

Nella introduzione “Ai lettori ItalianiVegezzi Ruscalla  annotava come con la convocazione a Bucarest per il 5 febbraio 1862 di un Parlamento unificato di Moldavia e Valacchia si fosse costituito “Il nucleo della seconda Italia”, adoperando ancora una volta quella denominazione a lui tanto cara; si diceva favorevole all’indipendenza dell’Ungheria, ma, aggiungeva,  “…tradiremmo ai (sic) legami del sangue se avversassimo l’annessione della Transilvania alla Rumania…”; faceva pure presente il reciproco interesse dell’Italia e della Romania ad un’intesa politica, poiché i porti Italiani sarebbero stati “…porti materni pei Rumani…, Galatz e Brailaporti filiali nel Mar Nero”, dove l’Italia avrebbe riacquistato la preminenza commerciale già propria delle Repubbliche marinare di Venezia e Genova.

Nella sua opera Papiu Ilarian ricordava la rivendicazione degli Ungheresi per  l’indipendenza dall’Austria, cui si dicevano legati solo da un’unione personale, avendo in comune il sovrano; analogamente tra Ungheria e Transilvania, asseriva l’autore, esisteva soltanto un’unione personale, poiché la “Prammatica sanzione” di Carlo VI aveva stabilito nel 1713 che il re d’Ungheria era al contempoGran Principe di Transilvania”. Ed ancor prima l’articolo 5 del decreto emanato nel 1691 dall’imperatore Leopoldo aveva affermato “…per se subsistens et alio Regno indipendens Principatus Transilvaniae” (“…il Principato di Transilvania esistente di per sé ed indipendente dal resto del Regno”).

Erano poi ricordate le angherie dei Magiari, coalizzati con i Sassoni e con i Siculi ai danni dei Valacchi ed era considerata illegale l’annessione della Transilvania all’Ungheria disposta con la violenza nel 1848; un duro attacco era rivolto all’eroe nazionale ungherese : “…Kossuth sapeva fare molto bene il dittatore, attachè nello erigere patiboli e tribunali di sangue egli sorpassò tutti i tiranni dell’Asia”.

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Era sdegnosamente respinta la pretesa magiara di imporre a tutti in Transilvania l’uso dell’ungherese, definita “…lingua asiatica, non fatta per l’organo dell’Europeo ed ancor meno per l’organo del Rumano”; una lingua “di nessuna utilità intellettuale”, per cui sarebbe stato preferibile “…imparare la lingua chinese chè questa almeno ha una letteraturaappunto in ciò differiscono i Rumani dagli altri popoli che i Rumani parlano una lingua Romana non un idioma degl’inculti uralici”.

In definitiva, concludeva Papiu Ilarian, sarebbe convenuto alla corona rafforzare la posizione dei Valacchi in Transilvania, per stabilirvi un equilibrio politico, evitando una pericolosa egemonia magiara.

Vegezzi Ruscalla non si limitò ad attività editoriali a favore della causa romena; nel 1864 fondò a Torino la “Società Neolatina”, cui aderirono anche studenti romeni venuti a studiare in Italia per suo interessamento (il Ministro romeno dell’Istruzione, Cucurianu, con decreto del 24 giugno 1861 l’aveva nominato suo rappresentante per i rapporti con gli istituti scolastici italiani).

L’impegno politico non distolse comunque Vegezzi Ruscalla dai suoi interessi letterari alimentati anche dall’amicizia con eminenti personalità romene, come Heliade Radulescu ed il poeta Vasile Alecsandri, cui dedicò diverse pubblicazioni (articoli sullo “Spettatore di Firenze” del 30 settembre 1853 e sul torineseMondo letterario” del 16 gennaio 1858; pubblicazione presso l’editore Botta di Torino del “Canto popolare  moldavo  posto in versi da B. Alexandri, tradotto da Giovenale Vegezzi Ruscalla e offerto alla sua cara figliola Ida”).

Questi amichevoli rapporti culturali con Alecsandri spinsero poi Vegezzi Ruscalla ad appoggiare la missione a Torino del poeta, divenuto Ministro degli Affari Esteri, per sostenere la duplice elezione di Cuza nel 1859.

Non mancarono comunque momenti difficili nei rapporti fra Vegezzi Ruscalla ed i Romeni; in una lettera del 30 maggio 1862 inviata da Torino a Papiu Ilarian, lo studioso italiano lamentava il silenzio del governo romeno sulle sue numerose proposte: istituire a Torino un consolato di Romania; fondare un ordine cavalleresco di cui insignire i direttori dei più importanti giornali italiani per averne l’appoggio alla causa romena; incaricare lui stesso di tenere all’Università di Torino un libero corso di lingua romena con un compenso di 1000 lire, perchè avrebbe dovuto rinunciare ad altre attività retribuite per dedicarsi a quel corso.

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Si sfogava così Vegezzi Ruscalla con l’amico romeno: “Non le nascondo che più di una volta mi sentii tratto a farla finita ed a cessare ad (sic) ogni relazione, ogni passo, ogni ingerenza a pro’ dei rumeni, ma sempre vinse il desiderio di affratellare la madre patria e la colonia”.

Ma queste difficoltà furono comunque superate; Vegezzi Ruscalla ebbe presto l’incarico per il corso presso l’Università di Torino con il relativo compenso di 1000 lire da parte del governo rumeno; già il 20 marzo 1863 lo studioso italiano comunicava a Papiu Ilarian quali argomenti avrebbe trattati (il corso durò dal 1863 al 1879).

Vegezzi Ruscalla ebbe inoltre significativi riconoscimenti dal governo romeno: con legge dell’8 marzo 1863 gli fu data la cittadinanza onoraria romena; su proposta di Heliade Radulescu il 15 settembre 1869 divenne socio d’onore dell’Accademia di Romania, al pari di Edgar Quinet; nel 1881 fu nominato Console generale onorario di Romania a Torino e di tale nomina il re Carlo si congratulò personalmente con lui; nello stesso anno fu decorato con la “Steaua Romaniei” (“Stella di Romania”).

La decisa presa di posizione a favore della Romania nella questione transilvana procurò a Vegezzi Ruscalla l’inimicizia degli Ungheresi esuli in Italia; ma ciò non lo distolse dal suo impegno: ancora nel maggio 1875 tornò sull’argomento con l’articolo “L’Ungheriapubblicato sul giornale torinese “Il Cittadino”.173bis

Ma Vegezzi Ruscala non fu l’unico a criticare le pretese egemoniche Ungheresi in Transilvania;  Nicolò Tommaseo difatti se ne occupò nel suo studioItaliani, Magiari, Slavi”,  pubblicato nel 1860 in appendice al volume cripticamente intitolato “Il segreto dei fatti palesi seguiti nel 1859”.

L’autore riconosceva agli Ungheresi il diritto di rivendicare il Banato, strappato ad essi dall’Austria dopo il 1848; ma essi non potevano “schiacciare le altre schiatte consorti” con provvedimenti oppressivi, quale era la legge del 1836, per rendere esclusivo l’uso dell’ungherese.

Era una misura molto grave, poiché – osservava il Tommaseo – la “lingua è il pensiero, il respiro dell’anima; la lingua è il vincolo delle intelligenze e de’ cuori; la lingua è la proprietà della famiglia e della nazione; la lingua è il frutto e il germe dei secoli”.

La legge avrebbe posto in seria difficoltà quanti non erano di madrelingua ungherese, creando “oltre all’aristocrazia de’ natali, e quella de’ soldi, e quella degl’intrighi, una nuova e più potente aristocrazia della lingua”.

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Occorreva tener presente che la Transilvania non era tutta magiara: “la campagna cioè la maggior parte della nazione, degna di riverenza perché la più semplice e la più abbisognante di protezione”, era romena.

Riconosceva l’autore la difficoltà rappresentata per lo Stato dall’uso di più lingue e la conseguente opportunità di riconoscere ad una sola di esse la dignità di lingua ufficiale; ma non si poteva pretendere “che questa unificazione ch’è una delle più difficili a consumarsi, facciasi come per infusione dello Spirito Santo”, senza la necessaria preparazione.

E gli Ungheresi erano in Transilvania soltanto 500.000 di fronte a 1.700.000 Valacchi.

Ricordava poi il Tommaseo l’originale reazione dei Croati alla legge del 1836: avevano inviato alla Dieta soltanto due osservatori, che, non potendo parlare in croato e non volendo farlo in ungherese, adoperavano il latino “con ira de’ deputati magiari strepitanti e picchianti delle sciabole in terra…così l’antica lingua d’Italia alla nazione che contro l’Italia pur troppo esercitò le sue armi, si faceva scudo ed arme”.

Concludeva il Tommaseo che l’Europa aveva applaudito nel 1849 il coraggio dei Magiari , ma non poteva approvare il sopruso esercitato con l’imposizione dell’uso esclusivo della loro lingua.174

Contemporaneamente all’articolo di Vegezzi Ruscalla sul Magiarismo, l’Antologia Italianapubblicò la traduzione di uno studio sullo stesso argomento del Desprez, apparso sulla “Revue des Deux Mondes”.

Il Desprez riferiva la mobilitazione generale dei Valacchi, dei Croati e degli altri Slavi presenti nello Stato ungherese contro il Magiarismo, per cui si chiedevano gli Ungheresi quale fosse la ragione di tanta avversione verso di essi. L’autore osservava che “invece di cercarla nei loro conati oppressivi di unità Magiarica, essi vollero porla tutta nella Russia, che supposero avesse destato tal lega. Questa aveva sollevato gli slovacchi ed i croati col panslavismo, i valacchi col sussidio della religione”. La Russia, riconosceva Desprez, aveva certamente eccitato contro gli Ungheresi i popoli slavi, rimasti comunque ostili al governo zarista per la crudele repressione esercitata in Polonia; ma la mobilitazione anti -ungherese non era da addebitarsi esclusivamente alla Russia. Ricordava infine l’autore che alcuni tra gli Ungheresi erano coscienti delle ragioni dei loro avversari.

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Il presidente dell’Accademia nazionale di Budapest, santuario  del Magiarismo, Stefano Szechenyi, aveva ammesso che il sentimento antiungherese, diffuso tra Croati, Slovacchi e Valacchi, era dovuto non alle istigazioni russe, ma al “principio indestruttibile della schiatta destato dallo stesso Magiarismo, e da esso poscia, con tanta ingiustizia, così violentemente combattuto”.175

Nonostante tale significativa ammissione, la Dieta ungherese nel 1843 approvò quella legge tanto contestata da Slavi e Valacchi e contro la quale continuò a covarsi un tenace rancore.

Nel 1863 il romeno Obedenare, futuro agente diplomatico a Roma, in un articolo sul “Giornale di Napoliricordava che gli Ungheresi avevano promesso la libertà ai Valacchi di Transilvania se si fossero rassegnati ad accettare quell’imposizione linguistica. Obedenare ironizzava su tale proposta, osservando che sarebbe stato come promettere ai veneti la libertà, purchè parlassero tedesco; con una ben scarsa considerazione per la lingua di Petöfi, aggiungeva: “Anco l’Alemagna è civilizzata ed ha una lingua colta; ma l’Ungheria! L’Ungheria ha una lingua derivata dalla Mongola!”.176

Un cenno seppure fugace era riservato ai Romeni ed alla loro letteratura dal Cantù nella sua monumentaleStoria Universale”, in cui a proposito dei “Canti Valachi, Moldavi, Rumeniscriveva: “Molto mescolati colla razza slava, sebben si professino antichi Romani, i Valachi sotto alla dominazione turca conservarono il sentimento dell’antica alterezza romana, e le canzoni dei loro poeti divennero tosto popolari…” E così proseguiva: “La guerra del 1855 chiamò l’attenzione sui popoli dei Principati Danubiani e molti scrittori se ne occuparono, fra cui ricorderemo per l’uopo nostro Alessandri  <<Canti e Ballate della Rumenia…>>”. 176bis

I giornali Italiani e Francesi davano grande risalto agli avvenimenti della Valacchia e della Moldavia, ma gli esuli vollero far sentire direttamente la loro voce, creando propri organi di stampa.

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Nel 1850 fu fondato a ParigiRomânia vütore” (“La futura Romania”) , cui collaborarono alcuni dei nomi più illustri dell’emigrazione politica romena: Nicolae Balcescu, Dimitrie Bratianu, Costantin A. Rosetti, i fratelli Golescu. Si trattò di un numero unico, cui seguì l’anno successivoRépublique roumaine”.

Nell’articolo di fondo di Jon Bratianu era proposta la formazione di uno stato libero ed indipendente, comprensivo oltre che della Moldavia e della Valacchia di tutti gli altri territori con popolazione romena appartenenti ad altri Stati: la Transilvania, la Bucovina ed il Banato,   province dell’Impero austro-ungarico,  la Bessarabia appartenente all’Impero russo. A questa attività giornalistica degli esuli romeni se ne aggiunse una pubblicistica molto intensa, destinata a guadagnare simpatie per la causa dei Principati. Il più prolifico fu Heliade Radulescu (“Mémoire justificatif de la révolution roumaine” – Paris 1848; “Protectorat du Zar”. Paris 1850; “Mémoires sur l’Histoire de la régéneration roumaine” – Paris 1851; “Souvenirs et impressions d’un proscrit”. Paris 1850). Nicolae Balcescu pubblicòQuestion économique des Principautés” – Paris 1848; Constantin Rosetti rivolse nel 1848 un appello a tutti i partiti, edito in romeno a Parigi; Jon Bratianu espose la posizione austriaca sulla questione d’Oriente (“Mémoire sur l’empire d’Autriche dans la question d’orient” – Paris 1855); di Jon Ghika si può ricordareDernière occupation des Principautés danubiemes par la Russie” – Paris 1853.

A Parigi, importante crocevia d’Europa, i patrioti moldo-valacchi ebbero occasione di stringere rapporti d’amicizia e di collaborazione con eminenti uomini di cultura Francesi, quali Jules Michelet e Edgar Quinet, entusiasti sostenitori della nazione romena, e con gli esuli democratici di altri paesi, rifugiatisi nella capitale francese ed a Londra.

Una sorte comune affratellava i romeni Bratianu, Rosetti, Golescu, Balcescu (trasferitosi  poi a Palermo a cercare il conforto del sole mediterraneo per la tubercolosi che lo minava, finendo i suoi giorni nel 1852 e restando confusi i suoi resti mortali in un’anonima fossa comune) ed i patrioti polacchi ed italiani.

Del sodalizio faceva parte un figlio illustre della Polonia martire della Russia, il poeta Adam Mickiewicz. Erano difficili invece i rapporti con gli Ungheresi, su cui pesavano i contrasti legati alla Transilvania .

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Fra gli emigrati magiari il più aperto e disponibile nei confronti degli esuli romeni era il generale Klapka, che in seguito si adoperò per un’intesa con i Romeni contro l’Austria, nemico comune; intransigente  assertore  del  Magiarismo   era   invece   Kossuth, anche   se   sembrava  aprirsi uno

spiraglio nelle sue posizioni con il riconoscimento dell’importante ruolo in Oriente di uno Stato romeno per contenere l’avanzata della Russia, come riportava il Destrilles nelle sue “Confidences sur la Turquie”.

Mazzini dal suo esilio londinese seguiva con attenzione le vicende dell’Europa orientale successive al 1848 e tentò a più riprese di conciliare Romeni e Magiari. A Londra l’esule genovese aveva costituito il Comitato democratico europeo a nome del quale nel giugno 1851 rivolse un appello “Alla popolazione roumana”;  del Comitato faceva parte l’ungherese Darosz assieme a Ledru-Rollin per i Francesi e Arnold Buje in rappresentanza dei Tedeschi.

Mazzini si rivolgeva così ai Romeni: “Voi siete chiamati a rappresentare nell’Europa orientale il pensiero di libertà individuale e di progresso collettivo che consacra noi europei apostoli dell’umanità. Voi siete l’antiguardo della razza greco-latina; e dovete essere anello di congiungimento che ne raccordi l’attività a quella della razza slava e magiara”.

Mazzini proseguiva così la sua esortazione: “ Nessun Popolo può camminare solo sulla terra e conquistare la libertà che è il soffio della sua vita, come nessun individuo può camminare solo…”.

L’esule genovese metteva i Romeni in guardia contro le false lusinghe dello zar, che si atteggiava a protettore della indipendenza della Romania. L’indipendenza era inscindibile dalla libertà, di cui lo zar, oppressore della Polonia, non era certo un campione; né meritava fiducia l’imperatore d’Austria, seminatore di discordia tra i popoli, tiranno della Galizia polacca e dell’Italia.

Erano invece fratelli Romeni, Slavi, Magiari, accomunati dall’inimicizia con l’Austria e con la Russia, che solo l’alleanza dei popoli oppressi poteva abbattere. L’amore per la propria nazione non doveva però significare  ostilità  verso  le altre; doveva  esserci invece  un  comune impegno a

svolgere una missione liberatrice, messi da parte gli antichi odi: “Il futuro appartiene ai popoli federati: appartiene al congresso nel quale tutti saranno rappresentati su basi eguali”.

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E venendo infine alla situazione specifica interessante i Romeni, Mazzini concludeva esprimendo questa posizione e formulando questa ulteriore raccomandazione: “La grande Confederazione Danubiana sarà frutto dell’opera nostra. Ogni vostro atto sia diretto da questo pensiero”.

Dimitrie Bratianu rispose a Mazzini per conto del Comitato nazionale romeno il 24 settembre 1851 con un proclama portante però una data di poco precedente, 11 settembre; con tono ispirato egli  affermava: “La vostra voce  profetica  ha già risuonato su tutta la terra roumana e questa terra

di credenti ha trasalito di gioia”.  Parafrasando le parole di Mazzini, Bratianu confermava la missione della Romania nell’Europa orientale, mai trascurata neanche nei momenti più bui, quando Moldavia e Valacchia erano dimenticate dai popoli latini fratelli ed attaccate da quelli vicini. Il proclama di Mazzini, affermava Bratianu, era per i Romeni un riconoscimento necessario. Nel 1848 non si era stati abbastanza maturi  per  affermare  la  fratellanza  dei  popoli, ma  si  era  comunque compiuta un’utile esperienza, preludio alla possibilità di un’azione comune di Romeni, Ungheresi, Slavi e Greci per conquistare l’indipendenza e la libertà: “non combatteremo per noi soli, combatteremo pel diritto di tutti; il nemico del diritto, chiunque egli sia, sarà nostro nemico…”. Ed in base al diritto appunto, non con la forza, si sarebbero risolte le questioni territoriali, aggiungeva il patriota romeno con un chiaro riferimento alla Transilvania. La confederazione danubiana poteva realizzarsi per una libera scelta dei popoli, che per contro “si allontaneranno gli uni dagli altri e si respingeranno vicendevolmente, se la forza vuol obbligarli ad unirsi”.

A questo punto Bratianu introduceva una precisa distinzione rispetto alle posizioni di Mazzini: i Romeni accettavano l’idea di una federazione danubiana, ma aspiravano pure a far parte di quella dei popoli latini. Inoltre, ancor prima di costituire una federazione, occorreva raggiungere l’unità nazionale ed in seno alla federazione ogni popolo doveva conservare “la sua individualità e la sua azione”.

Bratianu pensava quindi ad una confederazione piuttosto che ad una federazione degli Stati Danubiani; si rallegrava infine perché era stata strappata la maschera allo zar Nicola I ed a Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria: il popolo romeno non avrebbe deluso le speranze riposte dai democratici in lui; era quasi una missione religiosa: “la nostra coscienza ce lo impone, l’umanità ce ne fa invito, Dio lo vuole”.

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Dimitrie Bratianu fu cooptato da Mazzini nel Comitato Centrale Democratico Europeo e si trovò pertanto ad agire fianco a fianco con il rappresentante magiaro, Darosz. Ma questa collaborazione fu solo un gesto di buona volontà, in risposta alle sollecitazioni di Mazzini: Romeni ed Ungheresi rimasero divisi, tanto che caddero nel vuoto negli anni successivi anche i ripetuti tentativi del governo italiano per un’azione comune contro l’Austria.

Gli esuli romeni a Parigi avevano dapprima designato Nicolae Balcescu a rappresentarli nel Comitato mazziniano di Londra; ma il patriota romeno non accettò quell’incarico sia per la sua salute malferma sia per il timore di non poter più rientrare in patria, se si fosse troppo esposto collaborando direttamente con Mazzini, Ledru Rollin e gli altri esponenti radicali presenti nel comitato e tanto invisi ai governi d’Europa; fu così che al posto di Balcescu venne designato Dimitrie Bratianu.177

L’adesione di Dimitrie Bratianu al Comitato mazziniano di Londra causò seri problemi a suo fratello Jon, incappato in una disavventura giudiziaria, complicatasi appunto per la collaborazione di Dimitrie con Mazzini e con gli altri “sovversivi”.

Il 7 giugno 1853 ci fu a Parigi un attentato contro Napoleone III, mentre si recava da Saint-Cloud alla Opera-Comique. La polizia sospettò una partecipazione di Jon Bratianu all’attentato ed il 16 giugno perquisì la sua abitazione, dove furono trovate bozze di volantini inneggianti alla rivoluzione e materiale tipografico per stamparli.

Non era questa una prova sufficiente per incriminare Bratianu quale complice del complotto antinapoleonico (la  rivoluzione  auspicata  nelle  bozze dei  volantini era chiaramente da farsi nei Principati, rivolta quindi contro l’Austria e la Russia che li opprimevano, puntellando il decrepito stato di soggezione alla Turchia); ma nel verbale della perquisizione si affermava che era indubbia l’implicazione del patriota romeno: “…Bratianu est le frère de Dimitrie Bratianu, membre du comité central démocratique européen à Londres. Il fait partie d’un comité valaque existant à Paris et deployant une grande activité pour l’impression d’un cathéchisme révolutionnaire à l’usage des paysans et des soldats valaques; il parait, quoiqu’il dise, s’être occupé de politique et ses opinons, sa parenté le met sans nul doute en rapport avec les membres les plus exaltés du parti démocratique”.

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I sospetti di una partecipazione di Bratinau all’attentato caddero nel corso dell’istruttoria (del resto nel verbale  stesso  della  perquisizione  si diceva che “il catechismo  rivoluzionarioera destinato ai contadini e soldati valacchi) e quindi Bratinau fu prosciolto da questa imputazione, rimanendo però indagato in stato di fermo per il materiale tipografico e le bozze di volantini ritrovati nella sua abitazione; fu quindi rinviato a giudizio con l’accusa di partecipazione a società segrete. Gli furono però usati riguardi e per ragioni di salute venne autorizzato il suo ricovero presso la casa di cura del dottor Blanche, che doveva essere di alto livello se tra i frequentatori c’erano il principe Gerolamo Bonaparte e la stessa imperatrice Eugenia.

La permanenza presso questa clinica venne autorizzata successivamente, il 3 gennaio 1854, dal Ministero della Giustizia, pochi giorni prima della condanna a tre anni di carcere, pronunciata il 16 gennaio, per la diffusione di volantini di un non meglio precisato Comitato rivoluzionario: ma il Comitato valacco di cui faceva parte Bratianu operava per la rivoluzione nei Principati, come si è detto, e non aveva alcun interesse ad agire contro Napoleone III, del cui sostegno aveva bisogno per realizzare i suoi piani.

Bratianu scontò quasi per intero la pena inflittagli, ma la sua prigionia fu temperata da indulgenti  concessioni, come la permanenza sotto sorveglianza nella clinica Blanche ed il permesso di allontanarsi per recarsi nelle biblioteche.

Il 18 giugno 1856, a tre anni dall’arresto e circa 30 mesi dopo la condanna, il direttore generale della “Suretépropose al Ministero della Giustizia di inoltrare domanda di grazia all’imperatore, vista la buona condotta del prigioniero. La grazia fu concessa il 30 giugno e la celerità del provvedimento confermò la benevolenza del trattamento riservato al patriota  romeno, forse dovuta anche all’intercessione del principe Gerolamo Bonaparte e dell’imperatrice Eugenia, conosciuti da Bratianu presso la clinica dove scontava la pena.

Ma la ragione sostanziale del provvedimento di grazia dovette essere politica; concluso il Congresso di Parigi alla fine del marzo 1856, convocato per disporre il nuovo ordine politico in Oriente, fra cui quello relativo a Moldavia e Valacchia, era importante per Napoleone III poter contare su personaggi che sostenessero la linea politica francese, che coincideva con gli interessi dei patrioti romeni; ed uno di quei personaggi fu appunto Jon Bratianu.178

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Alcuni hanno erroneamente posto questa vicenda in relazione con il più noto attentato contro Napoleone III compiuto da Felice Orsini nel 1858, quando però Bratianu aveva ormai da tempo riacquistato la libertà e ripreso la sua attività politica, sintonizzata con quella francese, come previsto ed auspicato da Napoleone III nel concedergli la grazia.

L’episodio non compromise difatti i buoni rapporti dei patrioti rumeni con Parigi, dove, ancor prima dell’emigrazione politica successiva al 1848, i Moldo-Valacchi erano di casa.

Vi era stata difatti una costante presenza di giovani venuti per compiervi i loro studi; i tanti articoli apparsi sulla stampa francese, la simpatia apertamente professata dagli intellettuali avevano reso popolari presso l’opinione pubblica la Moldavia, la Valacchia e la loro causa.

Un ruolo di primo piano nell’orientare favorevolmente l’opinione pubblica l’ebbe l’autorevoleRevue des Deux Mondes”.

Sul  numero del 15 febbraio 1837 della rivista fu pubblicato un articolo “La Valachie et la Moldavie”, siglatoM.A. de Bucharest”, denso di notizie e di proposte. L’articolo iniziava con l’amara affermazione che i regni dell’Africa centrale erano meglio conosciuti della Moldavia e della Valacchia, di cui l’autore illustrava le più importanti vicende storiche, a partire dalla colonizzazione romana. Si metteva in evidenza la poco felice posizione geografica dei Principati, posti come tra l’incudine  ed il martello, tra la Russia e la Turchia, entrambe ostili.

Per la Russia infatti i Moldo-Valacchi erano una popolazione semi turca, per la Porta si trattava di una popolazione di cristiani infedeli: “Gibelins aux Guelfes, et Guelfes aux Gibelins”:  in questo modo lapidario l’autore riassumeva la situazione. Con notevole anticipo sui tempi era poi affermata la necessità di costituire uno Stato romeno retto da un sovrano capace di assicurare il progresso del paese, da scegliere, se necessario, all’estero: “Si ce personnage n’existe pas en Valachie et en Moldavie, on le trouvera sans peine ailleurs”. E così si proseguiva: “L’intronisation d’un souverain étranger est la première mesure qui puisse donner de la consistance aux deux provinces; leur réunion est la seconde. Tout le monde sent combien cette union prêterait de force aux deux pays”.

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Nel contrasto tra Russia e Turchia per il controllo dei Principati M.A. de Bucharest si schierava decisamente con la prima: “A quel titre éspere-t-on fermer à la Russie l’accés auprés de ses frères chrétiens, et bannir  son influence sur  les  enfants   de  la Croix? Sera ce au  nom du salut du croissant, de sa splendeur éclipsée?”. E seguiva un’aperta dichiarazione di ostilità alla Turchia ed all’islamismo:”Une barrière infrangissable nous sépare de l’islamisme. Non, jamais les peuples intelligens et vivaces que le soufflé du christianisme  anime, ne se confrondrons avec leurs oppreseurs imbeciles”. Era quindi inutile ogni tentativo di rianimare il cadavere della Turchia: “…s’il n’est pas encore enseveli, c’est que l’on s’en dispute la succession”.179

Ancora sulla “Revue des Deux Mondesapparve nel 1839 l’articolo di Edouard Thouvenel, futuro ambasciatore francese presso la Porta e successivamente ministro degli Esteri. Thouvenel sottolineava la forzata sottomissione dei Principati Danubiani ai grandi Imperi confinanti, Austria, Russia e Turchia: “…quils se résignent aux sort de tous les petits états: pas plus que la Saxe et la Baviére en Allemagne, ils ne peuvent traiter en toute libertè les questions politiques”. La Valacchia doveva quindi curare il suo sviluppo economico, anziché nutrire irrealizzabili ambizioni politiche: “La Valachie n’a pas aujourdhui d’ennemis plus dangereux que les intrigans qui se donnent pour les plus chauds amis de ses droits et de sa libertè”.180

Ma circa venti anni dopo Thouvenel  fu uno di questi intriganti: i tempi erano cambiati e non era più il caso di predicare la rassegnazione ai Moldo-Valacchi.

Questo mutamento della situazione politica era iniziato già nel 1848, l’anno della rivoluzione in Europa. E proprio in quell’anno, sempre sulla stessa rivista, fu pubblicato un articolo di Hyppolite Desprez, dedicato all’analisi del difficile rapporto dei Principati con la Russia.

Il governo zarista, uscito vittorioso dal conflitto del 1828-29 con la Turchia, aveva affermato il suo protettorato sulla Moldavia e sulla Valacchia con il trattato di Adrianopoli del 1829.

La Russia aveva pure assunto il ruolo di protettrice degli ortodossi e dei Greci, invisi questi ultimi in Valacchia e Moldavia, memori del malgoverno dei principi greci, i cosiddetti fanarioti, imposti dalla Porta fino al 1821, quando furono riportati sul trono principi indigeni, Grigori Ghika in Valacchia e Jon Sturdza in Moldavia, essendosi guastati i rapporti del governo turco con i Greci dopo la rivolta dell’eteria dell’Ypsilanti.

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La Russia, protettrice degli odiati Greci, fu perciò coinvolta nell’avversione dei Moldo-Valacchi; tale avversione, secondo Desprez, poteva fare dei Principati un puntello della Turchia per frenare l’espansionismo panSlavista dello zar.

L’autore considerava quindi con simpatia le aspirazioni dei Moldo-Valacchi a formare un loro stato nazionale, che sarebbe stato una sentinella latina in Oriente. 181

Ai rapporti di Moldavia e Valacchia con l'impero turco e con quello zarista, in occasione dei moti del 1848, era dedicato un successivo articolo di Desprez, pubblicato sempre  dalla “Revue des Deux Mondes”, decisamente filo-turco ed antirusso. Secondo l’autore la Francia doveva rinunciare all’idea di una spartizione dell’impero ottomano, poiché la sua difesa coincideva con quella dei popoli cristiani ad esso appartenenti: i cristiani potevano realizzare sotto la Porta il loro sviluppo civile. Era quindi un grave errore attaccare, come in passato si era fatto, la Turchia; occorreva invece fare opera di mediazione fra il governo ottomano ed i cristiani di Oriente, di cui la Russia si atteggiava a protettrice, certo non disinteressata.

L’autocrazia zarista aveva una sua intima debolezza, per cui cercava di celarla creando un diversivo con gli attacchi mossi alla Turchia. 182

Questa posizione antirussa del Desprez non era un fatto isolato: il Panslavismo incuteva timore, venendo considerato uno strumento utile all’aggressivo espansionismo zarista; timore non del tutto esorcizzato dalla distinzione già ricordata fra il Panslavismo dispotico controllato dal governo russo  e quello democratico, espressione degli altri popoli Slavi, contrari al dominio dello zar.

In una complessa prospettiva politica comprensiva dell’intera Europa veniva a collocarsi la proposta di risolvere la questione dei Principati costituendo una confederazione danubiana in cui si sarebbe inserito uno Stato formato dall’unione moldo-valacca. Era la soluzione ipotizzata da Mazzini  e  Dimitrie Bratianu  nel  loro  incontro a Londra. L’ipotesi era stata avanzata da Mazzini

fin dal 1832 nel saggio “Dell’Ungheria”, auspicando che i Magiari promuovessero una “libera federazione dei popoli di Moldavia, Valacchia, Bulgaria, Serbia, Bosnia, che hanno nel Danubio la loro arteria vitale”, cui “l’Italia emancipata porgerebbe, con un commercio attivissimo, la mano”.183

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Faceva proprio, seppur da posizioni moderate, l’ideale mazziniano della pace e fraternità dei popoli un giornalista ed uomo politico friulano, Pacifico Valussi, esaltando la nascente nazione degli Slavi del Sud, in cui scorgeva una contrapposizione al Panslavismo dispotico di marca zarista.

Scriveva Valussi: “Gli Slavi meridionali, di indole, di natura e d’ingegno molto superiori ai Russi e che, fatti nazione una volta, li supererebbero d’assai, non vorrebbero certo sacrificare più all’idolo di Pietroburgo, e servirebbero ad equilibrare, piuttosto che ad accrescere la smisurata potenza russa…”.184

 Contro la politica austriaca del “divide et imperaValussi poi sosteneva la necessità di una federazione dei popoli Danubiani accomunati dagli stessi interessi, sul modello della Svizzera piuttosto che degli Stati Uniti d’America, ritenuti troppo centralizzati.185

Non sfuggiva a Valussi il problema della Transilvania, pomo della discordia magiaro-romena ed ammoniva gli Austriaci perché la soppressione della nazionalità valacca in quella regione avrebbe avvantaggiato la Russia, non l’Austria.186

Ma fallì l’appello di Pacifico Valussi come quello del Mazzini: nel corso del 1848 e negli anni successivi Ungheresi e Moldo-Valacchi continuarono ad esser profondamente divisi ed ostili gli uni contro gli altri, animati sempre da una reciproca diffidenza.

Tuttavia anche un politico realista come Cavour manifestò un vivo interesse per il progetto di una federazione danubiano-balcanica. Nelle istruzioni impartite nel 1860 a Marcello Cerruti, il diplomatico incaricato di una missione esplorativa in Oriente, Cavour chiedeva di accertare la consistenza di tale progetto, che, se realizzato, avrebbe scongiurato “l’horrible danger d’une réunion des Slaves du Sud et des Slaves du Nord”, sudditi di un impero russo esteso dal mar Baltico al Mediterraneo. 187

Alcuni decenni dopo, nel 1883, un uomo politico italiano, il senatore Alvisi, giudicò interesse della Porta favorire la formazione di una federazione degli Stati Danubiani e balcanici per riabilitarsi di fronte all’Europa e togliere ogni pretesto ad interventi russi ed austriaci: “Quando la

Turchia avesse fatto comprendere a queste cinque nazionalità, cioè ai Greci, Bulgari, Serbi, Albanesi e Moldo-Valacchi, che si compendiano nel nome di Greco-Slavi, che l’unica via per raggiungere la loro indipendenza politica è quella di federarsi sul modello degli Stati della

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Svizzera o della Scandinavia, serbando ciascuno la propria autonomia, allora avrebbe potuto mantenersi come governo rispettato in Europa; ma la religione e il sacerdozio non le permettono alcuna innovazione politica. Se fosse sorto un  Sultano vero riformatore religioso, la Russia e l’Austria non avrebbero avuto il pretesto d’intervenire quali mediatori fra soggetti e sovrano, mentre tendono in fatto ad impadronirsi dei popoli emancipati”.  188

L’Alvisi assegnava all’Italia il compito di trovare nel bacino danubiano la sua espansione politica, senza nutrire però mire territoriali189 e rimproverava agli Ungheresi le loro ambizioni egemoniche: “I Magiari non si avvedono mai che pel loro orgoglio di razza hanno perduto mille occasioni di essere alla testa di una confederazione di Stati Slavi forse più grande e potente dell’America, perché collocata nel centro dell’Europa”.190

Troppo forti erano gli egoismi contrari alla confederazione danubiana e troppo numerose le condizioni poste perché essa potesse realizzarsi; prevalse quindi l’idea di uno Stato nazionale romeno, accettata infine dallo stesso Cavour, seppur rimanendo  soggetto ad occasionali ritorni di fiamma per i programmi federativi.

Per uno stato nazionale premevano personalità politiche romene: Vasile Boerescu, G. D. Vernescu, G. Alexeanu si rivolsero a Cavour , delegato al Congresso di Parigi,  il 24 febbraio 1856 con un pro-memoria, facendo presente che uno Stato latino con 5 milioni di abitanti avrebbe potuto opporsi al Panslavismo e, volendo dare prova di moderazione e di buona volontà, assicuravano che questo Stato avrebbe impedito tentativi sovversivi contro l’Austria e la Turchia.

A distanza di due soli giorni, il 26 febbraio 1856, Boerescu compiva un passo analogo con una lettera da Parigi inviata a Massimo d’Azeglio, all’epoca presidente del Consiglio.

Reso omaggio ai meriti letterari ed artistici del suo interlocutore, Boerescu gli chiedeva di sottoporre a Vittorio Emanuele II il pro-memoria allegato, in cui si affermava che “la  question des Principautés était le noeud gordien des complications qui, de temps en temps, surgissaient dans l’ Orient. En effet la Moldavie et la Valachie ont toujours été le foyer d’intrigues cachés et d’ardentes rivalités”.

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Secondo l’uomo politico romeno occorreva dunque riconoscere l’indipendenza dei Principati nell’interesse stesso della Porta che avrebbe trovato nello Stato romeno un baluardo contro la Russia. Era ricordata con orgoglio la tradizione di indipendenza della Moldavia e della Valacchia, che avevano conservato il diritto di eleggere i propri sovrani, riconosciuto dalle capitolazioni dei principi Mircea e Vlad IV con la Porta, confermate dalla Russia con i trattati di Caimargi, Jassy, Bucarest, Adrianopoli.

Circolava l’ipotesi, in vista del prossimo Congresso di Parigi, di un protettorato collettivo delle  Potenze, fra  cui  la  Russia,  sui   Principati Danubiani;  questa   disposizione, osservava   Boerescu, avrebbe  peggiorato la  situazione  della  Moldavia e  della Valacchia, poiché  il  trattato di Adrianopoli del  1829 assegnava alla Russia il ruolo di garante e non di protettrice (ed analogamente il trattato conclusivo del Congresso di Parigi alla fine del marzo successivo stabilì  una garanzia collettiva e non un protettorato delle Potenze).

Lo Stato romeno, proseguiva Boerescu, doveva essere in grado di difendersi da solo contro ogni minaccia, senza affidarsi a protezioni illusorie, destinate a fallire, come era avvenuto per la città libera di Cracovia: la sua indipendenza, stabilita nel Congresso di Vienna del 1815, era finita a causa dell’accordo fra Austria, PRussia e Russia, stipulato ancora a Vienna il 6 novembre 1846.

Per consolidare l’indipendenza romena era opportuno nominare un sovrano con successione ereditaria scelto in una delle dinastie regnanti in Europa. La stabilità politica avrebbe favorito la prosperità economica del paese, verso cui si sarebbe potuta indirizzare l’emigrazione europea, fino ad allora diretta verso le lontane Americhe.191

Queste richieste romene trovarono amichevole, ma cauto ascolto nel governo sardo: “Si è risposto nel modo più affettuoso e benevolo, ma con quella misura che si doveva serbare per non compromettersi”, scriveva da Torino il 20 marzo 1856 il ministro degli Esteri Cibrario a Cavour, recatosi a Parigi per il Congresso.192

Ma ancor più delle pressioni moldo-valacche giovò lo spirito dei tempi a far prevalere la formazione di uno Stato nazionale romeno sull’ipotesi di una federazione danubiana; per la stessa ragione tramontò l’idea di assegnare la Moldavia e la Valacchia all’Austria, in cambio della cessione del Lombardo-Veneto all’Italia.

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L’ideale di nazionalità era ormai dominante, nonostante le resistenze delle Potenze conservatrici e delle considerazioni pseudo-religiose che lo contrastavano, combattendo una battaglia di retroguardia.

Così si esprimeva nel 1862 un devoto del trono e dell’altare, Fortunato Cavazzoni Pederzini: “La sovranità, con essa l’indipendenza, è un bene altissimo e preziosissimo; ma è tal bene, che  per viva necessità della natura delle cose, non può essere di tutte le persone, ed anzi può essere soltanto di pochissime. Essa è largita solo a beneplacito di Dio, or all’uno or all’altro, or  a  parecchi  insieme: e  Dio  pure  a  beneplacido suo  toglie, e la trasmuta, come largisce e toglie e

tramuta ad uomini, a città, a nazioni la sapienza, la prosperità, la bellezza, la lunga vita e la ricchezza”. Se una nazione perdeva la sovranità e l’indipendenza, anche se “ebbe patito soverchieria e fu spogliata violentemente”, doveva  rassegnarsi  poiché  dopo qualche tempo i suoi diritti erano andati in prescrizione a favore degli usurpatori; pertanto “ogni anteriore diritto contrario si rimase senza nessun valore, ed è al tutto necessario cedere ed accomodarsi alla fortuna”.

In conclusione, secondo l’autore, “la condizione subalterna d’un popolo, chi bene e senza passioni consideri la realtà delle cose, è molto volte non destituita di grandissima utilità”. 193

Alla “condizione subalterna”non si rassegnarono però i patrioti dei Principati Danubiani e trovarono un importante aiuto alle loro aspirazioni di libertà in Italia e Francia, nazioni sorelle.

Molto più limitati furono invece  l’interesse ed il contributo dell’altra grande nazione latina, la Spagna (del tutto assente il Portogallo), sia nella tradizione culturale che nell’impegno politico.

Possono comunque ricordarsi alcuni esempi, risalenti fino al secolo XVI, di un interesse spagnolo per le vicende storiche delle terre latine orientali. E così un’opera storica italiana, i “Commentarii della guerra di Transilvania” (Venezia 1565) di Ascanio Centorio degli Hortensii ebbe anche una fonte spagnola, avendo l’autore utilizzato notizie avute dallo spagnolo Giuliano Cardenal. L’opera del Centorio, destinata ad un pubblico italiano, dovette comunque avere scarsa diffusione presso quello spagnolo.

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Né fu molto conosciuta la successiva opera di un autore spagnolo, pur essa dedicata alla Transilvania, oltre che ad argomenti diversi; la “Historia de Transilvania y de otras partes de Europa del año 1620” di Ioan Lotichio rimase difatti inedita; del manoscritto originale, conservato nella “Biblioteca San Isidro” di Madrid fu fatta nel 1862 da Riccardo Rodriguez una copia, di proprietà della “Biblioteca Academiei Romaniei” di Bucarest.194

In entrambe le opere veniva dato ampio risalto alla figura di un grande principe, Mihail Bravu, meglio conosciuto comunque nella penisola iberica per esser stato ricordato in due drammi di Lope de Vega. 195

La questione centrale della storia moldo-valacca, l’origine della popolazione e della sua lingua, fu affrontata soltanto successivamente, alla fine del secolo XVIII, da Lorenzo Hervos y Panduro, autore del “Catalogo delle lingue conosciute e notizia delle loro affinità, e diversità” (Cesena 1784); all’edizione italiana seguì quella spagnola in sei volumi, dal titoloCatàlogo de las lenguas de las naciones conocidas, y numeracion, division y clases de estas segun la diversidad de sus idiomas y dialectos”. (Madrid 1800-1804).

Hervos sostenne decisamente l’origine latina del popolo e della lingua romena, citando anche le affermazioni fatte al riguardo da Giovanni Lucio nel “De Regno Dalmatiae et Croatiae”.

Seguì un lungo silenzio, interrottosi soltanto nel 1868, quando un giovane romeno, laureatosi in letteratura a Madrid, pubblicò nella stessa città la sua tesi di laurea dal titoloBreve noticia sobre la Historia de la Rumania”.

L’opera fu apprezzata e le fu dedicata un’ampia recensione sul giornaleEl Universal” da Manuel de Lobra, che, oltre a dare un giudizio positivo dell’opera, espresse pure l’auspicio di una grande Romania, formata oltre che dalla Moldavia e dalla Valacchia, ormai unite, anche dalla Bessarabia, dal Banato, dalla Bucovina e dalla Transilvania, ancora soggetta a governi stranieri.

Il 1868 fu un anno fertile di iniziative per la conoscenza della storia della Romania in Spagna; fu infatti discussa la questione linguistica romena in seno alla “Real Academia Española” ad opera di Pedro Felipe Monlau y Roca (1808-1871), uomo di molteplici interessi; fu difatti medico, botanico, geografo, oltre che giornalista e linguista. Nel 1866 aveva pubblicato brani di autori romeni in un’antologia dedicata alle letterature romanzeColleción de documentos y muestros de monumentos literarios en latin y otras lenguas romances”.

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Dopo aver compiuto un viaggio in Moldavia e Valacchia, recandovisi da Costantinopoli, dove aveva preso parte in qualità di medico alla conferenza sanitaria del 1866, Moldau redasse la memoriaBreves consideraciones acerca del idioma válaco o romance oriental comparado con el castellano y demas romances occidentales”, letta all’Accademia Reale di Madrid il 5 marzo 1868.   

La memoria prendeva spunto dal “Peregrinu Transilvanu” di Ion Codru Drăgusanu, pubblicato nel 1865, di cui una copia era stata inviata dall’autore alla “Real Academia” di Madrid.

Monlau dava notizie storiche, oltre che linguistiche, sulla Valacchia e sulla Moldavia; confermava la  discendenza  romana  di  cui i Moldo-Valacchi erano giustamente orgogliosi e distingueva nella

loro lingua una variante daco-romana al nord ed una macedo-romana al sud. Il latino, sosteneva il linguista spagnolo, si era affermato in Dacia nonostante la lingua dei Daci non presentasse con esso alcuna affinità, diversamente che in Spagna il cui sostrato linguistico era affine al latino. L’autore ricordava poi che il dominio di Roma in Dacia era durato 150 anni e molto più a lungo, per sei secoli circa, nella penisola iberica; si spiegava così la diversa percentuale di vocaboli Valacchi di origine latina nelle due lingue: l’80% nella lingua spagnola, il 50% in quella romena.

L’articolo romenolu”, posposto al sostantivo, derivava dal pronome latino ille-illa; fra le lingue romanze quella italiana era la più simile alla  romena, cui aveva prestato molte voci.

La letteratura moldo-valacca agli inizi era stata soprattutto di natura religiosa, osservava ancora Monlau, citando il “Salterio” del metropolita Dosoftei.

Le origini latine della lingua romena erano state riconosciute dagli autori Italiani per primi; fra di essi l’autore citava Raffaele Volterrano, che nei “Commentarii Urbani” (1505) aveva affermatopleraque vocabula loquuntur lingua semitalica196; inoltre Giovanni Botero, autore delle “Relationi Universali” aveva sostenuto l’affinità tra la lingua italiana e la romena197.

In conclusione, ci sembra di poter dire che il mancato appoggio spagnolo alla causa dei Principati Danubiani dipese, oltre che dalla marginalità politica dello stato iberico in quel periodo storico, anche da una tradizione culturale solo sporadicamente interessata alla latinità dei Moldo-Valacchi.

Risultò inutile il tentativo di Vegezzi Ruscalla di suscitare un tal interesse rivolgendosi ad un giornale spagnolo perché desse spazio alla causa romena; lo studioso italiano scriveva difatti il 30 maggio 1862 al suo amico Alexandru Papiu Ilarian: “…ora entrai in relazione con un ottimo periodico liberale spagnuolo a patto che accogliessero articoli sul dovere della Spagna di favorire la nazionalità rumana. Già altrettanto ne feci in Portogallo dove ho numerosi amici”.197bis

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Non può mutare tale giudizio l’offerta del trono di Spagna a Leopoldo Hohenzollern-Sigmaringen, fratello maggiore di Carlo, divenuto nel 1866 principe di Romania, avanzata nel settembre 1869 dal deputato delle Cortés Eusebio Salazar y Mazzaredo, inviato dal maresciallo Prim, l’uomo forte del regime transitorio spagnolo seguito alla deposizione della regina Isabella nel 1868.

All’incontro con l’emissario spagnolo, avvenuto a Weinberg nella residenza degli Hohenzollern-Sigmaringer, prese parte anche Carlo, venuto a trascorrere un periodo di tempo con i suoi, che respinse la possibilità di esser lui a salire sul trono di Madrid, adombrata dal Salazar.

Questa proposta spagnola dipese da ragioni dinastiche interessanti soltanto gli Hohenzollern-Sigmaringen, restando del tutto esclusa ogni considerazione sulla comune latinità ispano-romena, per la quale non si ridestò in Spagna alcun interesse.198





p. 1
1 Cesare CorrentiRumania”  – Annuario statistico italiano, vol. I 1855-58 – Torino, Tipografia letteraria, p. 136. 



2 V. CristianLes intellectuels en tant que leaders politiques dans la modernisation  de la société RoumaineNouvelles études d’histoire “ – Edition Academie Repubblicii socialista RomâniaBucarest 1980.



3 “ Da Agram a Costantinopoli  per Belgrado e Bucarest (ottobre-novembre 1887) – Notizie del socio Antonio Annoni di Milano” – Bollettino della Società geografica italianaserie III, vol. I, fascicolo II, febbraio 1888, p. 171.



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4Patrologia Latina”, volume 214  a cura di J.P. MigneParigi 1855, libro V dell’epistolario di Innocenzo III, lettera n. 115, Calojannis al Pontefice.



5  “…invieremo in seguito presso di te ambasciatori più importanti, per nutrire con la loro parola sia te, che affermi di essere disceso dalla nobile stirpe romana, quanto il popolo a te sottomesso e per renderti consapevole della benevolenza e del favore della sede apostolica”.

 “Ti è infatti utile, sia per la gloria terrena che per la salvezza eterna, essere Romano, come  per l’origine così anche per la somiglianza, che anche il popolo della tua terra, che afferma di aver tratto origine dal sangue romano, segua le istituzioni della Chiesa Romana, affinché appaia rispecchiare i costumi aviti anche nel culto divino”.

Ibidem, let