Paola Drigo
Fine d'anno

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I coloni, morto il fattore, avevano avuto un breve periodo di perplessità quasi per stare a vedere da che parte il vento soffiava, e se io appartenevo alla categoria dei proprietari che non vogliono far nulla, o a quelli che vogliono far molto.

Visto che il vento soffiava dalla parte dell'attività, e che amavo baloccarmi a correre da ogni parte, a sprofondarmi nelle cantine, ad arrampicarmi come un gatto su per i fienili e, poco mancava, sopra a' tetti, si erano affrettati a profittarne con una sequela di richieste che, le avessi accolte tutte per buone, mi avrebbero condotta lontano.

A sentir loro, tutte le case si sarebbero dovute radere al suolo e rifare: mancava questo, mancava quello: Merlo voleva il forno; il vecchio Battagin, duro duro, veniva a denunciare severamente l'umidità nelle camere a tramontana; Parolin e Lazzarin mi chiedevano nientemeno che di elevare un muro al posto del fosso perché «i confini» fossero finalmente determinati. La più anziana delle Pigozze, detta il Cavron, una specie di omaccione in gonnella, che voleva?... In quel tempo il suo figliolo, il futuro missionario, aveva smesso di studiare per l'ammissione al Seminario, adducendo a sua scusa un terribile e continuo mal di testa. Pareva che il «mal di testa», fosse rappresentato da una sgualdrinella, detta l'americana, capitata nei paraggi da poco, colla famiglia reduce dall'Argentina: credevo che il Cavron venisse a parlarmi di questo: quant'ero ingenua! Veniva invece per chiedermi di ingrandire la stalla, e per parteciparmi che il tetto del fienile aveva parte della travatura guasta...

Era vero?... Forse: ma nessuno veniva mai a portarmi una buona notizia, ma tutti sentivano l'urgenza di correre da me per annunciarmi cose spiacevoli, per chiedermi di far delle spese, di prendere delle decisioni, spesso su argomenti dei quali ero completamente ignorante.

Una folla di visitatori, non illustridivertenti, ma in compenso tenaci, assediava la Marzòla; e il Parlamento, costituito da me sola, sedeva e deliberava in continuità. Avessi conservato quella vena di humour che talora mi ha concesso, in mezzo alla più opprimente tristezza, di cogliere la linea caricaturale di una situazione o di un individuo, che mi ha messo certe volte la matita in mano per fissare un profilo, un atteggiamento, che mi ha concesso, in una parola, di sorridere talora, in mezzo alle lagrime, anche di me stessa, quale messe avrei avuto per il mio taccuino!

Ma ormai ero troppo stanca, e non avevo più la forza di dare lo strappo necessario, lo strappo che dava Sise per cavarsi fuori dal ghiaccio e dal fango, per liberarmi dalla più sconfortata malinconia.

Solo un giorno, dimenticando le mie disgrazie, mi trattenni a fatica dallo scoppiare in una risata. E fu quando capitò Padovan, detto Baretina, a piatire due stanze nuove perché aveva due matrimoni in casa.

- Chi si sposa? - diss'io. - I tuoi figlioli?

- Nossignora: mi, e Guerrino, me fiolo più vecio.

- Anche tu?!!

Il mio interlocutore era più vicino ai settanta che ai sessanta, sordo come una campana e senza denti: doveva il soprannome di Baretina alla completa calvizie, per celar la quale portava perennemente una specie di calottella aderente alla testa, con cui era ammesso anche al mio cospetto.

Ma quel giorno... che aveva fatto?... Colla camicia di bucato, con tutti i suoi trentadue denti nuovi di zecca, aveva sostituito l'infamante baretina con un cappelletto tondo nero piatto come un vassoio, coi bordi piccoli rilevati pari pari tutto all'ingiro... Era improvvisamente rimbellito e ringiovanito.

- Mi so' vedovo - disse con dignità.

E mi raccontò che si riammogliava unicamente per compiacere la defunta consorte, che, ogni notte, veniva a tirargli le gambe e a supplicarlo:

- Marìdete, marìdete: famme sto piazer a mi, Toni, marìdete!

 

Faticosa come quella di un operaio era la mia giornata, e a sera, quando ero finalmente sicura d'esser lasciata in pace, mi rimaneva appena la forza di spalancar le finestre dello studio, ché entrasse l'aria pura... o, prima che lo facessi io, lo faceva Bettina, filando diritta come una freccia verso le imposte non appena uscito l'ultimo contadino, il che, da parte sua, mi è sempre apparso cosa straordinaria.

Io correvo a tuffare la faccia, le mani nell'acqua, a sbarazzarmi in fretta delle vesti che avevo indosso, e che mi sembravano tutte impregnate di un aspro odore, di quel mordente odore di concimaia o di serraglio, che rimaneva tenacemente nelle nari, nei capelli, e che nessun profumo riusciva a sopprimere...

Ah, ero ben lontana dallo spirito di Colui che abbracciò il lebbroso!

Per cambiar meta ai miei pensieri, prendevo un libro e cercavo di leggere, ma mi avveniva spesso di scorrere intere pagine senza afferrarne il senso, come mi avveniva di aprire la bocca per dare un ordine e averlo già bell'e dimenticato, o di incominciare un discorso e smarrirne il filo a metà.

Un giorno, dovendo recarmi alla fattoria dei Battagini, mi ero trovata a un tratto sperduta nel fitto del bosco, avevo sbagliato direzione, avevo camminato come un automa... Da settimane non incontravo più Toto sul mio cammino... Sulle prime non ci avevo fatto caso, pensando che il suo capriccio l'avesse condotto a vagabondare per altri luoghi. Ma una mattina, entrando a cavallo sotto il portico dei Gatto, m'era sembrato di vederlo tutto storto apparire e sparire: non ne ero però ben sicura.

Fra i Gatto e me c'era una vera freddezza, ché, proprio in quei giorni, erano stati multati gravemente «dalle Finanze» per aver nascosto una certa quantità di tabacco, ed io li avevo di ciò redarguiti con severità, e minacciati del congedo.

- Dov'è Toto? - chiesi alla massaia.

Esitazione di un attimo.

- Sa... non si fa vedere... è timido.

Ma cogliendo a volo un fuggitivo sguardo della donna, e seguendolo, dietro l'inferriata d'una finestrella avevo visto il muto minacciarmi col pugno.

 

Rincasavo colle spalle curve come sotto un fardello, colle mani e i piedi gelati, e, dopo ore di moto all'aria aperta, mi mettevo a tavola e non mi riusciva di cacciar giù un po' di brodo.

Per evitare la vastità del salotto da pranzo, che mi faceva malinconia, Bettina mi serviva la mia cena su di un tavolinetto, in un piccolo salottino. Fra un piatto e l'altro accendevo la sigaretta. Quanto fumavo in quelle sere, nervosamente, una sigaretta dietro l'altra!... In pochi mesi ero «diminuita», come dicono le sarte, di cinque o sei chilogrammi... Nello specchio vedevo riflettersi il mio viso, stanco, segnato, con due rughe ai lati della bocca, cogli occhi di febbricitante. Lu e la Fina immobili, l'uno da una parte l'altra dall'altra della mia seggiola, fissandomi intensamente, aspettavano la mia distratta carezza, ma non sempre mi accorgevo della loro esistenza. Oppure mi davano noia anch'essi. Gli occhi dei cani hanno un'espressione... Lu, soprattutto, che non era se non un brutto vecchio cane senza pedigree, disprezzato profondamente dalla Fina, ammesso all'onore dei salotti unicamente in virtù della mia protezione, mi guardava in un modo che pareva volesse penetrarmi nell'anima. (- Non essere triste, non essere triste, padrona mia, io ti voglio bene... - Via via, Lu; a cuccia!).

Dopo cena passavo subito nello studio, sedevo allo scrittoio...

Allora, forse nelle giornate di maggiore stanchezza, mi avveniva spesso un fatto curiosissimo: alzando a un tratto gli occhi dalle mie carte, vedevo dinnanzi a me, dove l'avevo veduto tante volte quand'era in vita, dove l'avevo veduto ogni sera, recentemente, aspettarmi per prendere ordini o riferirmi sull'eseguito, Sior Checo, il fattore morto.

... Egli era ... in piedi dinanzi al mio scrittoio... rigirando fra le mani il suo frusto cappelluccio... Grassotto e piccolotto, colla sua faccia accesa e bonaria, e quegli occhietti furbi che ispiravano la fiducia, la confidenza... Aveva indosso la sua solita giacca di fustagno, più che modesta, lisa, d'uno strano colore fra il giallo e il color terra; e certe scarpacce da contadino; e, all'orologio, una povera catenina d'argento... Emanava dalla sua persona quella speciale atmosfera di serenità che accompagna spesso le persone grasse... Possibile che per quelle mani fossero passate, e sparite, tante migliaia di lire?

Possibile?

Il cuore mi batteva forte guardandolo, ma non avevo paura. Lo fissavo in silenzio, e man mano che lo fissavo mi pareva che i suoi occhi piccoli e furbi si facessero seri, pieni di tristezza.

Bastava il rumore della seggiola smossa, il fruscio d'una carta, e spariva.

Ah, Dio mio, quasi quasi non sarebbe stato meglio ch'egli fosse ancora ?... Non sarei stata meno inquieta? non mi avrebbe egli aiutato?... Un consiglio buono, o apparentemente buono, egli l'aveva sempre avuto, e l'aveva offerto con quel tono rispettoso e pacato, da persona veramente affezionata, che conciliava la calma. Imbrogli ne aveva fatti..., non potevo ribellarmi all'evidenza..., ma chi sa che cos'era successo, negli ultimi tempi, in quella povera testa?... Rammentavo ora che negli ultimi tempi era dimagrato, aveva l'aria stranita; era incanutito di colpo, quasi da un giorno all'altro.

Ladro?... Sì, ladro forse; ma buon ladro che per anni ed anni non ci aveva fatto mancar nulla, e lasciati vivere in pace. Quale diplomatico di razza non era egli stato!... Aveva tenuto come dogma di non disturbare, di non seccare, di non giungere inopportuno: di presentarsi col sorriso sul labbro e come apportatore di buona novella, anche se veniva ad annunciare un incendio, una grandinata.

- Gnente paura, - diceva - co ghe xe la salute, ghe xe tuto.

Ed era con noi da tanti mai anni... Come quel muro, come quella colonna , della casa; come quel deodara laggiù, del giardino, che, a cavarlo, il giardino non parrebbe più quello...

Prima bracciante; poi colono; poi capouomini; gastaldo; fattore. Esempio raro, aveva percorso tutti i gradi della gerarchia. Si era elevato da sé, colla sua intelligenza, sapendo appena appena leggere e scrivere. Mia suocera e mio marito ne facevano gran conto. E adesso toccava a me di...

Forse lui non mi sarebbe stato nemico, vedendomi così affannata; così sola...

Le idee mi si confondevano un poco nella mente: non era a lui, che si doveva il disordine, lo sfacelo dell'amministrazione? non era a lui che risaliva la responsabilità, la colpa, di quelle mie tante fatiche e inquietudini?

Ah, Dio mio, sì... Ma forse con lui, sì, - certamente anzi, - con lui avrei potuto almeno parlare di «quell'altra cosa»...

Di «quell'altra cosa», ben più grave e importante delle transitorie difficoltà finanziarie a cui avrei finito certo col porre riparo... Di «quell'altra cosa», di cui nessuno mi domandava, di cui io non parlavo con nessuno, relegata, schiacciata a forza nel fondo del mio cuore...

Egli lo conosceva, egli l'aveva veduto nascere e crescere, sapeva quanto amore, quanta speranza e quanto orgoglio, avevamo messo in lui... Anch'egli gli voleva bene, forse, di un suo rozzo bene di poveraccio che non osa manifestarsi, ma esiste.

Ricordo che quando diceva «el paronzin», gli si illuminava la faccia, o così mi pareva...

A lui avrei potuto dire tutto... A nessun altro che a lui... I parenti non capivano; o erano troppo severi; e nei loro giudizi mi ferivano. Con lui invece, pover'uomo, che non avrebbe preteso di sentenziare, che si sarebbe limitato a dire:

- Signora, coraggio; forse gli passerà...

Aveva un figlio anche lui, che gli aveva dato dei dispiaceri, e poi era emigrato in America, e credo non facesse più saper nulla di sé. Egli non ne parlava mai, per riguardo, forse, per tema d'annoiare; ed io, crudele, egoista, non gliene avevo mai chiesto.

Ma la vedova, nei primi giorni dopo la morte, mi aveva detto:

- L'aveva sempre in mente, sa!... In questi ultimi tempi, lo sentivo rivoltolarsi per il letto tutta la notte. Una volta, mi è parso anche di sentire che piangesse...

Pover'uomo! Forse il figlio aveva commesso qualche errore per cui aveva avuto bisogno di denaro, gli aveva scritto? Qual era stato il dramma di quella povera vita?... La vedova non sapeva nulla. Si capisce che non si era confidato neppure con lei... Anch'egli; - solo: - solo come siamo tutti, quando un grande dolore ci opprime. Pare che Dio scavi la solitudine intorno alle persone infelici...

Che silenzio in quella gran casa deserta!... Solo il mio lume acceso nella notte... Pareva d'essere in un'isola sommersa... Dalle vecchie cornici lungo le pareti, alcuni di coloro che mi avevano preceduto in quel luogo mi guardavano: mia suocera, col naso affilato e due lisci bandeaux di capelli castagni; l'uno a destra l'altro a sinistra di lei, i suoi due mariti, ch'eran stati fratelli: il primo, morto giovane, fisionomia pensosa e quasi presaga, il secondo, mio suocero, con gli occhi azzurri a fior di testa nella larga faccia e gli scopettoni alla tedesca; la sorella di mio marito, Nora, bionda bionda, leggermente strabica, vestita di giallo a piccoli falbalà orlati di bianco; e Francesco Marzòlo il medico, e Paolo Marzòlo il glottologo, e Marzòlo il Vescovo; tutta gente d'ingegno, e taluni anche di notevole valore morale: tutti scomparsi, passati, dimenticati...

E tutti si erano creduti importanti; tutti avevano avuto le loro pene, le loro gioie, le loro passioni, a cui avevano dato enorme valore, tutti si erano creduti per un momento il centro del mondo...

Come noi... che saremmo noi pure passati e scomparsi...

Ma forse a nessuno di quei era avvenuto ciò che stava avvenendo a me: tante angoscie, tante inquietudini, tanta delusione che sarebbero bastate a riempire una intera esistenza, accumulate in una sola ora, in una sola stagione della vita...

Le lagrime mi pungevano gli occhi. Tutti quei morti che mi guardavano... Essi e me soltanto, ormai, nella casa...

Ah, non piangevo per loro. Certuni non li avevo neppure mai visti. Che fossero morti non m'importava. E neppure di morire io, m'importava. Di nulla, m'importava.

Ma quella casa deserta, con tutti quegli alberi intorno, nel silenzio notturno...

E il suo ritratto di bambino era , solo in mezzo a una parete tutta per lui...

Due o tre lagrime cadevano sulle scartoffie con un rumore secco: mi asciugavo vivamente gli occhi, e riprendevo a controllare le cifre.

- Casèra vecchia. Animali bovini. Nascite...

Non uno dei miei appunti coincideva colle registrazioni del fattore. Dov'era andata tanta roba? Venduta, sparita, nascosta?... Non soltanto i granai e le cantine dell'Agenzia centrale, ma anche quelli delle varie fattorie, a novembre, quando avrebbero dovuto trovarcisi accumulati i raccolti dell'annata, erano vuoti: le stalle quasi deserte.

Quanta parte delle sparizioni apparteneva al passato, cioè era attribuibile al fattore, e quanta al presente, alla slealtà, alla rapacità dei coloni?...

Questo era il problema che mi turbava profondamente, per le conseguenze che da una convinzione in un senso o nell'altro sarebbero necessariamente derivate; ma acquistare una convinzione assoluta era appunto la cosa più ardua, e la mia povera e ingenua capacità di comprendere gli uomini vi si accaniva inutilmente.

Che fare?... Licenziare i dipendenti in massa, o tollerare, tirare innanzi così, diffidando di tutti, senza essere riuscita ad appurare le responsabilità? Vivere senza fiducia, e conseguentemente senza cordialità, senza sincerità, senza amore?

Notaio, avvocato... Sì, li avevo consultati! Ma ben poco potevo attendermi da loro. Professionisti di città, che non conoscevano né la terra né la gente dei campi; legulei, che basavano la loro sapienza sulla conoscenza del diritto, mentre qui si trattava di una scienza assai più difficile: quella di venire a capo dell'omertà, dell'astuzia, della finta semplicità; di tutta la tattica sfuggente del contadino, imbattibile su questo terreno.

E non era assurdo, ignobile, vivere così, unicamente per soffrire e per difendere un pezzo di terra?... Fosse stata per un essere caro, almeno, questa difesa degli interessi materiali; questa battaglia così dura, così meschina, così gretta, di fare l'inquisizione a della gente povera e ignorante che forse non si rendeva neppur conto di essere in colpa; fosse stato per difendere qualche cosa a cui qualcuno, almeno, oltre a me, tenesse!

Ma da oltre un anno egli non tornava alla Marzòla... Così cara gli era stata un giorno, che pareva non potesse vivere altrove; oggi, completamente abbandonata... Una casa, un pezzo di terra, un albero!... Hanno il valore che loro il nostro amore, il nostro attaccamento. E il nostro sentimento, che crea il valore di ciò che possediamo. Stolta ed assurda era la mia lotta per salvare, attraverso alle cose materiali, tutto un patrimonio spirituale che, alla mia scomparsa, il vento avrebbe disperso! Ad amare, oltreché a soffrire, io mi sentivo sola...

... Le cifre mi parevano file di formiche che si muovevano, si spostavano, s'incrociavano sulla carta. Cercavo rincorrerle, non ci riuscivo. Avevo sempre detestato i conti, non m'era mai venuta bene una somma alla prima. Ed ora vegliavo appunto sui conti fin oltre mezzanotte, finché la vista mi si annebbiava, finché un passo timido si avvicinava all'uscio, una mano bussava lievemente.

- Chi è?

Era Bettina, a cui avevo forse dimenticato di dire d'andare a letto: aveva gli occhi piccini piccini, il grembiale bianco tutto spiegazzato, un codino le saltava fuori dalla crocchia; evidentemente si era addormentata attraverso alla tavola della cucina. Col pretesto di chiedermi se avevo bisogno di nulla, veniva a rammentarmi l'ora assurda, incredibile.

- No, va pure a letto, Bettina. Perché ancora alzata? Non ti ho detto tante volte di non aspettarmi oltre le dieci?

E Bettina timidamente: - Venga anche lei, signora; le fa male vegliare così tardi.

Quell'umile sollecitudine mi commoveva. Spesso obbedivo; attraversavo dietro alla ragazza le grandi sale fredde che mi separavano dalla mia stanzetta.

- Hai con te la scatola verde?

- Sissignora.

M'era venuta l'apprensione che qualcuno potesse frugarvi dentro, curiosare, disordinare, disperdere, il lavoro faticosamente compiuto in tre mesi. La mia memoria da qualche tempo subiva così spesso delle parentesi che, se non avessi tutto annotato e segnato, non avrei saputo più nulla; né i crediti né i debiti.

- Mettila al solito posto; chiudi bene; e dammi la chiave.

Dentro nella scatola verde c'era anche il principio di una lettera che dovevo scrivere a lui, e che non avevo avuto ancora la forza di scrivere.

Domani, domani... Ora bisognava dormire.

 

Ma appena a letto, «quell'altra cosa», e la lettera, e infiniti pensieri d'una pungente tristezza, sbucavano dal loro nascondiglio e ricominciavano il loro lavoro.

A Natale egli non sarebbe venuto, lo sapevo, lo sentivo. Da dieci giorni non scriveva. Ah, Signore Iddio...

Il sonno piombava su me improvviso e pesante come una pietra. E allora, deformati e bislacchi come in un incubo, colle teste storte, coi grandi orecchi piantati fuori posto, colle bocche larghe come quelle degli squali, Battagin Parolin Merlo Capuzzo Padovan, si affollavano gesticolando intorno al mio letto. Il muto dei Gatto mi minacciava col pugno... Ma non c'è un bambino laggiù, un marinaretto vestito di bianco, che gioca fra le due magnolie del prato?... Le Pigozze dai grandi corpi sgraziati si curvano su di lui, lo afferrano, fuggono, lo portano via...

- No, no, è mio, è mio! - Gridavo, volevo accorrere, buttavo da parte le coperte, mi slanciavo fuori...

E allora mi svegliavo di soprassalto. Il cuore mi batteva disordinatamente; mi mancava il respiro. Forse avevo la febbre?... No; il polso ora si era fatto così debole che quasi non si sentiva. Balzavo a sedere sul letto, versavo nel bicchiere qualche goccia di camomilla; la trangugiavo; i denti mi battevano...

Non chiamavo nessuno. Che silenzio!... Così profondo da esser quasi tangibile. Il silenzio della Marzòla, dissimile da tutti gli altri silenzi...

Tutto dormiva nella casa e intorno... D'estate, c'era un rosignolo sulle magnolie, o un altro uccelletto, - non so, - che cantava dolcemente durante la notte, e mi confortava.

Ora... avevo dinanzi a me ancora cinque o sei ore prima dell'alba. Mi ributtavo giù e chiudevo gli occhi. Ah, poter dormire!...

Pensiero, non tornare!

 

Ed ecco che un bel giorno era arrivata Alberta. Con due bouillottes di gomma per l'acqua calda, pelliccia e pellicciotti, lampadina elettrica tascabile, una piccola e graziosa rivoltella di cui aveva molta paura, e un bastone colla punta ferrata: come capitasse in selvaggi e perigliosi paesi.

- So che il progresso non ha fatto qui passi da gigante...

Era venuta coll'idea di fermarsi pochi giorni, al massimo due settimane; invece, da un giorno all'altro sempre procrastinando, - forse io le facevo pena ed esitava a lasciarmi sola, - aveva finito per trattenersi un mese e mezzo.

Trascorso il quale, all'improvviso, da un'ora all'altra aveva deciso di partire. Non era da meravigliarsene: questo era nel suo carattere fin da quando eravamo insieme, fanciulle, lei maggiore di me di qualche anno, al Convento del Sacro Cuore.

Sopportava molto; poi, raggiunto un dato grado di sopportazione, le veniva fulminea l'assoluta intolleranza di una cosa, di un luogo, di una persona; e con uno strappo se ne scioglieva.

Il giorno della sua partenza, un giovedì, ricordo, io dovevo accompagnarla fino a Vicenza, e Marco, fiero e zelante, aveva lavato, strofinato, lucidato la macchina, così da farla risplendere come uscita appena dalla fabbrica. Proprio quel mattino, un filo di febbre, un po' di mal di gola, - non un attimo di riposo durante la notte, - cose da nulla, mi avevano costretto a letto.

- Vuoi che resti?... Se non ti senti bene, non parto.

Ma no, non potevo accettare che Alberta si sacrificasse ancora. Quel mese e mezzo doveva già esser stato per lei un vero orrore. Altro che sole sotto grandi alberi!... Pioggie torrenziali, poi freddo intenso, e vento che tagliava la faccia, il vento del Canal di Brenta che quando si sferra pare un cavallo impazzito; i campi lividi, gialli; spettri d'alberi a braccia spalancate lungo fossi gelati; e, tutto questo, senza la morbida ricchezza della neve; la neve s'era arrestata sulla montagna a mezza costa: da noi la campagna era tutta scoperta, vecchia, nuda, raggrinzita nei suoi solchi, nelle sue rughe.

E, nella villa, le stufe accese solo in qualche stanza, con vaste zone gelide da attraversare; l'acqua del serbatoio gelata, - impossibile fare il bagno; - la scala così alta e fredda che per transitare da un piano all'altro Alberta doveva infagottarsi in scialli, mantelli e golfs, e per poco non si metteva in testa il passamontagna.

Ella era giunta quando fortunatamente avevo finito le mie disgraziate scorribande per le fattorie, e avrei dovuto godere, colla sua compagnia, un po' di riposo.

Ma in quel periodo avvenivano alla Marzòla dei fatti straordinari che mi tenevano in grande agitazione.

Rallentato alquanto l'andirivieni per i restauri, capitava ogni giorno l'uno o l'altro dei coloni, spiritato o misterioso, ad avvertirmi che erano stati segnalati dei «magabondi» nei boschi, o che i confini erano stati manomessi, o che c'era «chi» durante la notte lavorava nientemeno che a far deviare il corso d'acqua che alimentava l'irrigazione del fondo, inconvenienti i quali era ben difficile appurare, e tanto meno rimediare d'urgenza, ma che, supposti o reali, mi facevano vivere in continuo batticuore come fossi circondata da bande di briganti.

Avevo avvertito i carabinieri della stazione più vicina; provocato ricerche, interrogatori e confronti, che però avevano dato ben scarso risultato.

E una mattina Lu, il caro e vecchio Lu, che serviva così bene da guardia dopoché sulla Fina, che aveva i cuccioli, non si poteva contare, era stato trovato avvelenato a pochi passi dalla scuderia.

Dolore e costernazione: Lu quella notte non aveva abbaiato mai; doveva esser stato avvicinato da qualcuno che era abituato a vedere. Bettina singhiozzava; Marco giurava che voleva «far la pelle» a Tizio, Caio, Sempronio, a suo padre stesso, se fosse stato il caso.

Alberta era giunta alla Marzòla proprio il giorno dei funerali di Lu, quando l'avevamo appena sepolto, in una bella cassettina bianca d'abete, sotto il grande castagno in fondo al parco, ed era rimasta impressionata, non tanto della gravità dei fatti, quanto della depressione nervosa che in me determinavano.

Messa al corrente del complesso della situazione, aveva espresso il dubbio che le notizie provenienti dai coloni meritassero scarsa attendibilità. Quanto a Lu...

- Questi attentati ai confini e alle acque della Marzòla, mi han l'aria di esistere soltanto nelle fantasie. O che le denuncie rappresentino una gara di zelo per primeggiare nella tua stima, o per... misurare la tua resistenza? Je les connais, ces malins-là! Quanto a Lu, non c'è dubbio. Lu è stato avvelenato da qualcuno ch'egli conosceva bene. Ils tâchent te dégoûter de la Marzola...

- Credi?...

- Senz'altro.

Il sospetto, a dir vero, era venuto anche a me, ma l'avevo respinto per viltà, come si respingono in generale le cose, i pensieri, che fanno un po' male.

Alberta intanto, d'accordo con Bettina che mi si era affezionata, aveva organizzato delle vere e proprie misure difensive, affinché riuscisse difficile e quasi impossibile disturbarmi, ove non fosse per motivo ben chiaro, documentato ed urgente.

Ordine: «I coloni dovranno presentarsi alla villa solo se chiamati, oppure, preceduti da uno scritto che esponga chiaramente il motivo del richiesto colloquio, nei giorni ed ore che saranno loro indicati».

L'ordine era stato nientemeno che affisso all'ingresso secondario della villa. Alberta si era divertita a osservare, non vista, la sfilata degli svariati personaggi che arrivavano, si fermavano, naso all'aria, a leggere l'avviso, e facevano dietro front.

In un batter d'occhio la schiera si era assottigliata, ché il contadino non ama in nessun caso scrivere, - e non soltanto perché sa poco, - e tanto meno ama esser chiaro e preciso.

Di scritti che esponessero... ecc. ecc..., manco l'ombra.

Ma in tal modo, a pochi mesi dall'inizio del mio soggiorno in campagna, il metodo era già totalmente cambiato, ché io mi ero stabilita alla Marzòla con molta fede nell'utilità dei contatti frequenti e diretti, col proposito di avvicinare la mia gente, e colla speranza di raggiungere una cordialità quasi affettuosa di rapporti.

Ahi, - così presto!, - era nata invece in me una vera contrarietà, un'intolleranza quasi morbosa, di quelle teste storte, di quel modo inconfondibile di soffiarsi il naso, di quel «Parloi ben?» che ritornava ad ogni istante, e soprattutto di quella profonda, fondamentale, insanabile diversità, per cui essi e noi parlavamo un linguaggio reciprocamente incomprensibile.

Io, che in passato avevo disapprovato francamente quella che chiamavo la «scarsa umanità» di mia suocera, quella distanza, quel sussiego, quell'incomprensione, - dicevo allora, - che mi pareva metter ella fra sé ed i suoi dipendenti, oggi ero giunta al punto di trasalire di antipatia solo all'udir di lontano la voce di un contadino, e di diventar nervosa, inquieta, quando si presentava la necessità di accordare udienza a qualcuno; e vile così, da architettare i più svariati pretesti per evitarlo.

E, nello stesso tempo, inconsciamente, nei brevi e inevitabili colloqui, avevo imparato a fingere di non capire, ad essere sospettosa, reticente, a star nel vago, a non manifestare mai completamente il mio pensiero, le mie intenzioni.

In una parola, avevo imparato dalla mia gente a difendermi colle sue stesse armi, ma ciò mi era duro e difficile, e vi riuscivo male.

 

Il buio precipitava alle quattro; le strade erano quasi impraticabili per il fango o per il ghiaccio.

E nondimeno Alberta ed io uscivamo ogni giorno per andare alla posta. Alberta, sempre affamata di lettere dei suoi cinque figli sparsi per il mondo; io, per quell'ansia di notizie che si ha specialmente quando si sa a bella prima che, comunque siano, buone non possono essere.

Ma spesso, arrivate all'ufficio postale, intirizzite e col naso rosso, ci si sentiva rispondere che l'uomo della corriera aveva sbagliato sacco, e depositato qui la corrispondenza destinata agli uffici di A. o di B., e viceversa.

Allora ci si avviava con passo meno vivo, e demoralizzate, verso casa, e per la strada non si incontrava nessuno; quando eravamo ben fortunate, qualche ragazzotto in bicicletta, coi lembi della giacca svolazzanti, indizio di suprema eleganza; o la solita donna che sbucava dal solito cortile rincorrendo il solito porcello; qualche villano che tirava dietro a sé un vitello legato per una corda; qualche massaia con un paniere infilato nel braccio e coperto con un tovagliolo bianco.

Poca cosa, come distrazione, per Alberta soprattutto ch'era eminentemente cittadina, e non aveva, per star qui, le buone ragioni che avevo io, né, per sopportare la monotonia di questi luoghi, l'indulgente amore per il «natio suol».

Si passava la sera accanto al caminetto; si stava alzate fino a tardi; entrambe lavoravamo a maglia per i poveri, ma più che tutto si parlava, si parlava.

Io avevo confidato ad Alberta, a cui mi legava amicizia antica e profonda, non soltanto le difficoltà della sistemazione che mi preoccupava in quel momento, ma anche l'altro e più cocente dolore.

Difficile a raccontare e difficile a comprendere; ché qui non si trattava purtroppo di problemi d'ordine materiale, né di un dolore chiaro, diritto, che si conosce, che si misura, che si affronta... Si trattava di un dramma dalle cento facce; e ne aveva di patetiche e di repugnanti, e quella di oggi non era uguale a quella di ieri, e quella di domani non sarebbe stata uguale a quella d'oggi; si trattava della più pericolosa delle malattie, d'una specie di scatenata pazzia ragionante che voleva, disvoleva, amava, odiava, credeva, disprezzava, e si serviva dell'intelligenza come di una raffinata arma di tortura contro se stessa e contro gli altri: qui il male apparteneva a quella categoria per cui le donne, - o almeno le donne come noi, e le madri in genere, - hanno una refrattarietà di comprensione quasi assoluta.

Ho la sensazione infatti che, in quelle lunghe sere, dinnanzi al fuoco, nel silenzio della casa immersa nel sonno, Alberta ed io ne parlassimo colla competenza colla quale avremmo dissertato sul ciclone in Africa o sul maremoto nell'Oceano Indiano...

Alberta soprattutto, che si trovava nelle condizioni dello spettatore sano, equilibrato, posto dinnanzi al tumore maligno o, peggio, dinnanzi a una crisi di origine misteriosa le cui manifestazioni la riempivano di sorpresa e d'inquietudine. Io forse, non foss'altro per il mio tanto soffrire, penetravo un po' più a fondo nella realtà...

E intuivo come possano esistere di tali drammi anche se l'oggetto di essi appaia del tutto sproporzionato al caos che determina, ché il nostro dramma è in noi, e l'amor nostro è quello che noi siamo, e se in noi abbiamo i lampi e le saette, l'amor nostro sarà tempestoso anche se ispirato dalla più mediocre e più innocua delle creature, e se in noi c'è serenità e semplicità, ameremo serenamente e semplicemente la creatura più complicata e più ambigua...

Certo, si trattava di un male che faceva molto soffrire, e chi ne era colpito era l'essere più caro che avessi al mondo; io lo sentivo travolto da una corrente vorticosa, e per seguirlo, per sostenerlo, per rispondergli quando mi chiamava, mi sentivo travolgere anch'io, ma non avevo cuore d'abbandonarlo...

Povera donna che ero, credevo di potere qualche cosa contro il destino!

Alberta mi diceva: - Cerca di non pensarci, o di pensarci meno; o meglio, pensa più a te che a lui.

Davvero, se c'è una disciplina nel soffrire, era urgente impararla, ma io non la conoscevo, e non sapevo far altro che semplicemente, infinitamente soffrire...

E intanto, a furia di star sole, Alberta ed io, l'una davanti l'altra, senza un diversivo al mondo, a parlare quotidianamente delle stesse cose, tutte spiacevoli o noiose, e a vedere innanzi a noi una fila di giorni, l'uno eguale all'altro e a quelli che stavamo passando, avevamo finito per diventare cavillose, permalose, pedanti, a camminare proprio sul filo d'un rasoio per non litigare.

Un giorno, tornando dalla posta, - un giorno appunto che l'uomo della corriera aveva sbagliato sacco e non avevamo trovato nulla, faceva un freddo da lupi, ad Alberta doleva lo stomaco, a me un dente, (ma sarebbe avvenuto egualmente senza tutto ciò), - l'avevo udita borbottare fra sé: - La vie cochonne de la campagne...

Era una citazione qualsiasi, ma io avevo rimbeccato con indignazione, esagerando, naturalmente, ed arrivando a dire nientemeno che: - Tua figlia è assai più umana di te; tu, sei libresca... -, e cose di questo genere, del tutto assurde, ingiuste, e sproporzionate alla causa che le aveva provocate.

Alberta, che sapeva pungere, aveva risposto. Dopodiché avevamo percorso il resto di strada in silenzio, senza guardarci in faccia, sordamente irritate e imbronciate l'una coll'altra.

Tutto il giorno era passato così; la sera, al momento d'andare a letto, ci eravamo abbracciate ridendo e piangendo.

- Perdonami!

Ma insomma era necessario che il sacrificio d'Alberta finisse. Dopo quella piccola burrasca ella era rimasta alla Marzòla altri otto giorni ancora, durante i quali la nostra consuetudine di vita era tornata quella d'un tempo: affettuosa, fiduciosa, senz'ombre; ma chiedere di più alla amicizia, anche ad un'amicizia come la nostra, sarebbe stato chieder troppo.

Eppoi... è inutile illudersi: quando si è proprio tanto tanto infelici, voglio dire quando l'infelicità tocca il più alto vertice, neppure la compagnia d'una persona cara riesce a fare del bene; anzi diventa una sofferenza anch'essa: tutto, tutto, è una sofferenza.

E in fondo si è sempre due; neppur la simpatia, la pietà, la bontà, riescono a fare, di due esseri, uno.

 

Udii i tacchi alti scandire il ritmo del suo passo attraverso la sala, il rumore secco del richiudersi della porta sul giardino, il clacksong ripetere tre volte il suo rauco grido. Alberta era partita.

 

 

Dopo la sua partenza, che feci?... Lo ricordo come una cosa pallida, lontana nel tempo, ed è passato poco più di un anno...

Seduta sul letto, appoggiata a una piramide di cuscini, mi misi a leggicchiare un libro qualunque. Lo prendevo, lo posavo giù subito, aperto, sulla coltre; lo riprendevo. Il rosso dei gigli della serra mi feriva stranamente gli occhi, come una cosa troppo violenta. Guardavo la mia mano, così magra e pallida, colla nervatura visibile; così delicata, che pare non appartenga al mio gran corpo apparentemente fiorente... Guardarla mi turbava, come dicesse cose ch'io non avevo mai dette neppure a me stessa... Tutta la mia capacità di sentire e di soffrire, non era forse scritta , su quella pallida mano palpitante?... Ricordo che mi feci portare la scatola verde, l'apersi, misi in ordine certe carte, sfogliai il piccolo registro, coll'oscuro istinto di mettere delle cifre, delle date, - qualche cosa di preciso, di duro, di materiale, - fra i miei occhi e quella povera mano dolorosa... Ma anche questo mi stancava; riconsegnai la scatola a Bettina.

... Il silenzio della Marzòla...

Pensieri scuciti, senza filo apparente, mi attraversavano la mente... La grande coltura di Alberta, e quell'atmosfera alta, veramente alta e singolare, dove la sua presenza e la sua conversazione trasportavano, atmosfera un po' troppo cerebrale forse, ma ricca di risorse e d'imprevisto... E la malinconia pungente di certi sentieri della Marzòla, sperduti fra le larghe piane, coll'erba gialla, bruciata dal gelo... E come rideva Toto, un tempo, prima che lo aizzassero contro di me, quando mi correva incontro per la campagna agitando la bagolina... Le gengive gli si scoprivano nel ridere, e tra le ciglia bianche gli occhi non si vedevano quasi più... Ora mi odiava... Forse tutti i dipendenti mi odiavano... Perché?... Non avevo fatto del male a nessuno... Ah, meglio non pensarci!... Com'erano belle le due magnolie laggiù, nobili e sole, sul prato immenso! Tra pochi mesi sarebbero tornati gli usignoli. La sera, un tempo, dalla loggia, li ascoltavamo cantare. Si taceva e si ascoltava. Eravamo tutti, allora... La fornace di Lièdolo aveva mandato dei mattoni avariati. L'indomani, anche se non stavo bene, dovevo assolutamente parlare col capomastro... Quei lavori che andavano a rilento...

E, in tutto questo e sopra tutto questo, il pensiero continuamente ritornante dell'incerta sorte di mio figlio, e l'assillo della sistemazione materiale da decidere senza ritardo; due cose che nulla avevano di comune, e si fondevano in un'unica lancinante inquietudine.

 

Come avviene che per una via oscura lungo la quale si è lungamente proceduto tentoni, si accenda all'improvviso una luce, si discerna una traccia?

Come avviene che una soluzione intorno alla quale si è esitato un anno, appaia, - e in un attimo, - chiara, lampante, persuasiva, l'unica possibile?

Non so: così avvenne a me.

Come se una mano avesse afferrato imperiosamente la mia: ma la forza che mi guidava non era fuori di me, era in me: e si chiamava coscienza, o destino. Da oltre un anno seguivo il figlio nello sbaraglio d'un'oscura tormenta misurando ansiosamente il mio passo al suo passo, correndo se egli correva, fermandomi se si fermava, trascinata oggi ad accettare, domani a ripudiare, convinzioni, sentimenti, avvenimenti, dei quali non potevo neppur giudicare, tant'erano da me lontani, smarrendo il senso del vero e del falso, del reale e del fantastico, del meglio e del peggio: facendo molto male a me, senza riuscire a far del bene a nessuno: tutto questo doveva finire.

C'è un momento, quando il figlio viene alla luce, in cui il fragile legame di carne che l'unisce ancora alla madre deve esser troncato perché, uniti, né l'uno né l'altro potrebbero vivere; c'è un altro momento in cui è necessario che la madre stessa, di sua volontà, coscientemente, deliberatamente trovi la forza di disgiungere sé dal figlio: la forza di lasciarlo solo.

Toccava a me questa volta; e in quel fugace attimo ne ebbi piena e chiara coscienza.

Quanto al resto, tergiversare, attendere, ostinarsi a voler conservare tutto, era inutile ed impossibile. Bisognava decidersi al sacrificio, ma questo sacrificio non doveva essere rappresentato dalla Marzòla. Né i boschi, né la villa, né il parco, né le terre... Neppure un fil d'erba della Marzòla doveva essere intaccato.

...Da mesi stavo ripetendomi che sarebbe stato disumano sacrificio stabilirmi in campagna, che tutto quel poco che mi restava di vita ne sarebbe stato sconvolto, che significava iniziare una serie di privazioni di cui era difficile misurar la portata, e tuttavia, e in un solo attimo, la decisione fu presa, e mi parve la fine di ogni trepidazione, di ogni perplessità: la più chiara, la più semplice, la più rapida: la salvezza.

La salvezza della Marzòla... Sì, aspro sacrificio... Ma la Marzòla sarebbe rimasta e durata anche dopo di me. un giorno, indubbiamente, fatalmente, sarebbe tornato il sentimento di chi l'aveva momentaneamente tradita. Quello era il porto...

Sentii il sangue affluirmi al cuore; un senso di liberazione, quasi di gioia, di tumultuosa pienezza di vita. E la fretta, la fretta di far presto.

- Voglio scrivere, - dissi a Bettina. - Dammi tutto, subito.

La carta era piccola, bluastra, gentile. «La Marzòla, dicembre...»

Perché quel giorno scrissi: «Caro figlio», anziché «Caro Giorgio...» come sempre? Perché quel bisogno assoluto, imprescindibile, dominatore di ogni altro pensiero, di scrivere quella lettera proprio quel giorno? In tutt'altro senso un'altra lettera era stata incominciata da tempo, e mai l'avevo finita...

«...Caro figlio...».

Ora sentivo freddo; un brivido per le ossa: che stranezza!

«...Caro figlio... Rimanere in disparte... Tu: solo e libero... Casa di città... La Marzòla...». Lo sforzo era grave.

Quando ebbi finito la malacopia, (era una di quelle sciagurate lettere di cui si fa la malacopia), la mano mi tremava forte. Ma la lettera era scritta. Finalmente. Ah, il rosso di quei gigli!...

Chiusi gli occhi; risprofondai la testa nei cuscini.

 

Un senso di pace, o piuttosto di smarrimento, di grande, infinita stanchezza?...

Forse adesso sarei riuscita finalmente a riposare, a dormire?...

All'orologio della torre suonarono le quattro. Dormire...

 

Fulmineamente, uno scroscio come di torrente dalla parte sinistra del petto. Il cuore... il cuore...

Ebbi la sensazione di qualche cosa di grave? Tesi la mano al campanello senza raggiungerlo?

- Aiuto! - forse gridai?...

E non so con qual voce, né se fui udita, ché non riapersi gli occhi, e non udii entrare nessuno.

 

E come una foglia si stacca dal ramo, senza dolore, senza violenza, la vita si staccò da me.

 

 

Marco era andato all'officina della città per riparare un guasto alla macchina: nella casa eravamo sole, Bettina ed io.

Non so quando Bettina sia rientrata nella mia stanza; forse soltanto alle cinque per portarmi il ?... Credo che, vedendomi com'ero, si sia precipitata fuori urlando, abbia sguinzagliato il padre, i fratelli, a cercare il medico del villaggio, si sia attaccata al telefono chiamando il primario dell'ospitale di città, chiamando Venezia, Roma... Mio fratello, mio figlio...

E fra una telefonata e l'altra correva a me come impazzita, mi scuoteva, mi spruzzava d'acqua fredda, mi faceva il massaggio alle tempie colla Colonia...

- Signora! Signora! Signora!

Frattanto io ero assente; sola; e finalmente in pace.

 

Allora, essi incominciarono ad arrivare. Venivano l'un dietro l'altro correndo su per la collina, attraversavano il giardino, non più coi passi impacciati coi quali di solito percorrevano lo spazio dominato dalle finestre della villa, ma con grandi sgambate sgangherate e storte, facendo ressa alla porta d'ingresso, dandosi l'un l'altro spinte e gomitate per passar primi, per arrivar più presto.

Sul lucido terrazzo alla veneziana della sala, dove di consueto avanzavano circospetti e guardinghi come in chiesa, qualcuno che aveva ai piedi le sgalmare coi chiodi, diede un ruzzolone... Sssst!... La padrona è ... Nella piccola stanza la luce è stata accesa... Attraverso il cancelletto della serra, allungando il collo, si può intravederla... Lunga sul letto, bianca, a occhi chiusi, non più udienza a nessuno...

- Gesummaria Materdomini!

Vengono le spose, coi bimbi in braccio; perfino la Titotta, incinta di nove mesi che le manca sì e no un'ora a partorire; le vecchie, col Rosario in tasca; i bambini piccoli, due a due, tre a tre, tenendosi per mano come i pupi che si ritagliano nella carta, e la Martina che trema e borbotta Ave Marie, secca e nera come un tizzone. Toto saltella su di un piede solo, come fosse morso dalla tarantola... E tutti si assiepano nella serra, e tirano il collo a guardar lei, a bocca aperta e cogli occhi imbambolati, come a uno spettacolo straordinario, e, in fondo, sono stupiti ma anche un po' rassicurati di vederla finalmente a quel modo, che non gira più, che non comanda più, che non ha più vocesguardo per dir «non vi credo»...

Gli uomini parlottano fra loro, e si comunicano le loro impressioni a voce bassa, ancor timorosi, ché, non si sa mai, se lei non avesse a riaprir gli occhi all'improvviso e a dire: - Che fate qui? Chi vi ha chiamati? Così obbedite al mio ordine? Lasciatemi in pace!

- Gesummaria Materdomini! Chi lo gavaria dito? - sussurrano le vecchie.

E le spose notano che alle tempie lei ha i capelli bianchi: quando le son venuti? da ieri a oggi? O che prima fosse così bene aggiustata che non si vedevano?

E forse pensano: - Le siore se fa tante strigarìe, che no se capise gnanca se le sia zoveni o vecie...

E poco a poco, uomini e donne, come nessuno di famiglia è giunto ancora, e i medici neppure, - eh, ci vuoi tempo per arrivare alla Marzòla! - e c'è lei sola, che non più soggezione, ch'è sempre allo stesso modo come non ci sia, immobile, smorta, col respiro soltanto a denotar che non è del tutto passata... poco a poco cominciano ad acquistare una certa disinvoltura, ad alzare il tono di voce, a far commenti, a spostarsi di qua e di a gruppi per l'appartamento, guardandosi curiosamente intorno.

Un capannello sosta nello studio, davanti al vecchio scrittoio dove Bettina poche ore innanzi ha posato la scatola verde.

Sussurra qualcuno ammiccando: - Le carte, le xe tute qua...

Si fa un silenzio: essi evitano di guardarsi l'un l'altro, ma hanno una strana luce negli occhi.

I ragazzi toccano i sopramobili; se li passano da mano a mano; si fermano davanti agli specchi a farsi le boccacce, o li appannano coll'alito e con un dito vi tracciano sopra degli strambi ghirigori.

 

Ed ecco che arriva il prete, trafelato, prima dei medici, prima dei parenti; getta uno sguardo a lei, indossa i paramenti sacri, le la Estrema Unzione.

Ecco i medici, l'uno dietro l'altro, quello del villaggio e quello della città, e le fanno due iniezioni d'olio canforato, la scoprono, la girano, ascoltano il petto, il dorso, picchiano di qua e di .

- Nulla da fare... poche ore... Il ghiaccio, l'ossigeno... È stato avvertito il figlio? i parenti?

Dice il prete: - Un Crocefisso...

Ne trovano uno, piccolo, nero, dimenticato in una pidella dell'acqua santa, e glielo mettono sul petto fra le mani congiunte.

 

Io non so che cosa avrei sofferto se nell'incoscienza apparente avessi avuto coscienza di quel che avveniva intorno a me, di quel che mi facevano, di tutta quella gente soprattutto, che mi guardava.

Pensando alla morte, - e ci pensai spesso fin da quando ero bambina, - il terrore più grande era di quel che sarebbe avvenuto dopo, di quel trovarmi in balìa di qualcuno che mi avrebbe toccata, vestita, spogliata, all'infuori della mia volontà, di quel che sarebbe insomma avvenuto su di me senza di me. E dopo ancora... In una parola, non avevo mai potuto concepire la morte senza un mio orribile, inerte, impotente quasi assistere ad essa...

Sgomento vano... Dio risparmia questa sofferenza. Quando si è morti si è ben morti, non si è veramente più...

 

Ed ecco che due fari d'automobile riempiono il prato di un chiarore abbacinante. La macchina passa fra le due magnolie: lucide, enormi: si avvicina, è qui.

Mio fratello...

I coloni si allineano lungo le pareti della sala, le donne intonano il Rosario.

 

Mio fratello mi teneva la mano. Più tardi pare che io gli abbia detto, senza riaprire gli occhi: - Non mi abbandonare.

E ancora: - Ho tanto sofferto.

Ma non ne ho coscienza, né ricordo. Deliravo: parlavo del bosco, di due cacciatori nascosti fra gli alberi... Le canne dei fucili luccicavano... parlavo della fornace, della fabbrica, davo gli ordini a Bettina...

Di lui e della Marzòla, nulla. I due pensieri dominanti, quelli che mi avevano condotta alle soglie della morte, si erano rifugiati nuovamente nel profondo, dove nessun occhio umano poteva raggiungerli.

 

Quando all'una di notte «mi svegliai», egli era già arrivato, e stava seduto vicino al mio letto. Non ne provai sorpresa. E neppure mi sorprese tutta quell'altra gente intorno a me, quel medico... Io venivo da molto lontano.

Lo guardavo in silenzio, e anch'egli mi guardava. Sentivo i suoi occhi attaccati su di me. L'uscio del salotto comunicante colla mia stanzetta era aperto: il piano a coda, fra i mobili chiari, risaltava scuro e massiccio.

- Suona... - gli dissi.

Sì, gli dissi proprio questa parola da melodramma. «La morente che con voce tremula sussurra: Chopin...». Ah, non era da me. Eppure lo dissi, e dissi proprio questa parola e non altra; e fu così semplice, così spontaneo, così alieno da posa... a meno che non si posi anche alle soglie della morte!

E forse non fu che la ripresa di una cara consuetudine interrotta.

Ricordo chiaramente che egli chiese: - Davvero?... - e la sua voce era sommessa e timida.

- Suona... - ripetei.

- Che cosa?

- Quello che vuoi... - ed avevo già perduto ogni forza.

Ed egli sedette al piano e suonò.

«Che cosa», non ricordo. Dal fondo del mio lettino, colla borsa del ghiaccio sulla testa, il respiro frequente, più che udirlo io lo guardavo: le spalle larghe, quella bella figura che al piano rimaneva ferma, composta, impassibile, mentre le mani agili e sicure scorrevano la tastiera...

... Forse gli mancava la dolcezza: gli era sempre mancata, o non era ancora venuta? Forse un giorno... Ma non per me, allora, certamente.

E come il mio spirito non apparteneva più a nessun tempo, - non riesco a spiegarmi, ma era così, - e fluttuava fra il presente e il passato, senza radici, incerto, com'era forse ancora incerta la mia vita, io mi rividi, - no, mi sentii, anzi fui, - non più quella ch'ero veramente, ormai stanca, finita, coi capelli bianchi alle tempie, ma quella di parecchi anni innanzi, a letto come ora, un mattino del tardo autunno, appoggiata a molti cuscini, ma cogli occhi vivi e ridenti, colle nere treccie strette intorno al capo, quasi bambina, e già madre...

Ed egli entra, il gran personaggio di cinque anni, il marinaretto vestito di bianco, entra portando un mazzolino di fiori, tenuto per mano da suo padre, scortato dall'istitutrice, e si ferma in mezzo alla stanza, a qualche passo dal mio letto, diritto come oggi, serio, composto, - da allora, quanto poco è cambiato! - e, senza sorridere, quasi gravemente, recita:

 

Maman, c'est aujourd'hui ta fête,

Ce jour de joie et de tendresse,

J'ai des fleurs pour orner ta tête,

Un baiser pour charmer ton cœur.

 

Le lagrime mi riempiono gli occhi. Qualcuno dice:

- Bisogna che riposi, che non si affatichi, che non si commuova, che sia lasciata tranquilla...

 

Altro risveglio. Sono venuti due «professori» di Venezia: hanno detto che sono stata molto grave, ma che il pericolo è superato. Hanno parlato a bassa voce di collasso, ad alta voce di intossicazione, di esaurimento nervoso. Oh, il nome importa poco.

E poiché il pericolo è superato, tutti si affrettano a partire. Rimango sola, come prima di ammalarmi. Egli parte prima di tutti; è rimasto qui due giorni nei quali è stato verso di me abbastanza affettuoso, ma è impaziente di tornare laggiù... Naturalmente, non si è parlato di... Io sono inerte, fredda, direi indifferente. Anche il pensiero della sistemazione finanziaria, è diventato meno ossessionante, più lontano, più smorto. Qualche cosa dentro di me mi par rotto, o profondamente mutato. Mi pare che non potrò mai più soffrire come ho sofferto: che qualche cosa, in questo senso, sia nella mia vita finito per sempre.

 

E una mattina chi rivedo?... Alberta: seno pugnace, valigie e valigette, pistola e passamontagna. E i suoi occhi non sono più ironici, ma affettuosi, inquieti, pieni di bontà.

È tornata qui da Ginevra per tenermi compagnia, e poi anche, - mi dice, - perché non può vivere senza Lazzarin, Battagin, Merlo, Capuzzo.

- Sai? - le racconto, - che questa buona gente dice che ho fatto «un colpo»?... L'avessi fatto, pazienza; ma non essendo vero, mi secca...

- Lo smentisco io! - esclama Alberta.

E poiché in quel momento annunciano l'arciprete, (il quale, fra parentesi, ha un sacro terrore di lei e delle sue discussioni), gli corre incontro vivacemente:

- La signora sta benissimo: domani si alza.

- Eh sicuro sicuro, - risponde lui, - de sti colpettini no xe da aver paura; se pol farghene anca sete, oto...

 

Un giorno dico a Bettina: - Dammi la scatola verde.

L'apro, guardo, rovisto: la serratura è intatta, la chiave funziona regolarmente, ma il registrino lungo e stretto a fiorellini gialli, e il «calepino» dei miei appunti, non ci sono più, sono spariti.

Alberta ed io ci guardiamo negli occhi, davanti a Bettina impassibile.

- Va pure Bettina.

- Ma sei proprio sicura... - dice Alberta. - Chi...

- Essi... finché io ero senza conoscenza...

- Ma a quale scopo?

- Se io... non tornavo più in me... chi restava... non si sarebbe raccapezzato... Essi non ignorano che egli non sa nulla di queste note...

Rispondo con tanta stanchezza e tanto sforzo, che Alberta, inquieta, mi prende il polso, ne conta le pulsazioni.

- Non agitarti, pensa solo a guarire...

 

Hanno tolto i cuccioli alla Fina, e tutta notte ha urlato ininterrottamente. Che urli lunghi, umani!... Oggi Marco ha trasportato il suo canile dalla parte opposta della villa, perché io non l'oda, ma è lo stesso, ché mi riesce impossibile, impossibile, riposare un solo attimo.

 

Tortura degli occhi spalancati nella notte. Mi vedo nello specchio di fronte... L'insonnia e la penombra deformano i miei contorni? Una donna vecchia, grassa e pallida... Sono io quella?... Ho paura di me...

 

Ha incominciato a nevicare. A raffiche. Il vento investe la neve, la getta con violenza contro la mia finestra. Dal mio letto seguo ansiosamente la burrasca, e mi pare che in me qualche cosa l'uguagli, che da un istante all'altro nel mio essere possa disfrenarsi lo stesso caos che è nella natura, che da un istante all'altro io possa mettermi a singhiozzare, a gemere, a urlare...

Il limite è impercettibile, lo tengo stretto coi denti...

... No; nulla.

 

Una cosa commovente. La Fina ha improvvisamente cessato di lamentarsi ed è venuta ad accovacciarsi vicino al mio letto. Stamane ha posato il muso sul mio lenzuolo, con quella bella macchia bianca che ha tra gli orecchi, e mi guardava...

 

Continua a nevicare. Un uragano di neve. La linea telefonica interrotta. Stanotte per il mal tempo è mancata anche la luce: la casa, la valle, piombate nell'oscurità. Una candela sul mio tavolino da notte. Che ambascia... Credevo di morire; dicevo: ora muoio, muoio; e non avevo più la forza di reagire, di ribellarmi, mi abbandonavo...

È venuta invece l'alba: una luce che pareva un pallore, è entrata nella mia cameretta. Non nevica più. Mi sono assopita.

 

Giorni orribili. Notti... Né leggerescrivereparlaredormire. Solo pensare, sempre pensare... Dio!

 

Decisa la mia partenza per la Casa di cura più vicina. Rimanere qui è impossibile, e non ho più la forza di sostenere un lungo viaggio.

 

 

È una piccola Casa di cura annessa a un grande Ospedale. Il giardino è comune, e piuttosto che un giardino è un gran brolo, dove passeggiano o seggono al sole i tubercolotici, i convalescenti, quelli che attendono di essere operati.

Ci sono anche i matti tranquilli.

Arrivando coll'auto sono i primi che incontro... Li hanno messi sotto una rustica tettoia a spaccare la legna per le cucine; hanno la scure in mano... Uno di essi, giovane, è senza una gamba, ma non ha stampella, muove saltellando su di una gamba sola. Quando passa la nostra macchina smettono di lavorare, alzano la scure, e ridono... Dietro un alto cancello intravedo anche gli altri, quelli a cui non è più concessa la libertà, i sepolti vivi... Certe facce, teste rapate, cenci...

Alcuni sono immobili contro il muro, altri accosciati per terra si baloccano colla polvere, coi sassolini: i più si aggrappano alle sbarre del cancello. Quando noi passiamo, fanno: - Uh! uh! uh!

 

Una camerina pulita dalle pareti dipinte di rosa. Una grande finestra che guarda su di un giardinetto quadrato cinto da una siepe di bosso. Agli angoli quattro cespugli eguali, simili a grosse palle, carichi di neve.

 

Il mulo dei Battagini arriva col mio sommier, il tappeto grande rosso, una poltrona, un tavolinetto...

Mi hanno permesso di portare tutte queste cose. Il Direttore è un medico ancor giovane, capelli grigi, faccia tormentata, che ha l'unico neo, dicesi, di essere perennemente innamorato. Ma questo forse l'aiuta a essere buono... Alberta è con me. Le suore... Che occhi chiari, sereni! Imparo subito il nome di quella che non dimenticherò: suor Luisa...

 

Qualcuno accosta le tende, rimbocca le mie coperte, una mano lieve si posa sulla mia fronte...

Una campanella lontana...

Fragili rintocchi...

Silenzio.

Chiudono pianamente la porta della mia cameretta...

 

Senso di disorientamento; poi di pace, di distacco dal mondo.

 

 

E qui s'interrompe questa storia senza capocoda, a cui la morte non ha voluto mettere la parola: fine.

Senza capocoda come del resto quasi tutte le storie tolte di peso dalla vita, anche se inventate come questa, ché la vita è un architetto senza piano regolatore, o meglio è un artista impazzito, e fa degli edifici ben bislacchi e li lascia quasi sempre incompiuti.

Ed è raro che metta un solido tetto alla casa di cui ha scavato con gran cura ed amore le fondamenta, e viceversa che scavi delle fondamenta rispettabili, degne di un bel tetto.

Qui ci voleva, secondo un piano regolatore, la mia santa morte, ed invece...

Invece io sono guarita, ho fatto tutto quello che avevo deciso in quel giorno memorando, tutto quello che avevo annunciato nella memoranda lettera, il che significa che quando si sta per perder la testa è il momento buono per decidere delle cose sensate.

O piuttosto significa che tutto, tutto - quello che dico e quello che non dico, - è accaduto perché doveva accadere, perché era già segnato nel libro del destino?

Non so. «Colpettini» non ne ho più fatti; ho rinunciato alla casa di città, ho sistemato i miei affari, non ho ripreso alcun fattore, e mi sono stabilita alla Marzòla.

Il diavolo non è poi così brutto come appare... I miei amici, quelli che mi vogliono bene, vengono a trovarmi senza bisogno ch'io li chiami; degli altri non m'importa; ai coloni, se mi hanno ingannata, ho perdonato senza restrizioni mentali e, quel che più conta, ho rinunciato nei loro riguardi a qualsiasi indagine sul passato iniziando, come si suol dire, un nuovo capitolo della storia, il che è la cosa più saggia che si possa fare nei casi senza rimedio.

Fin dove è possibile, ho imparato a conoscere la mia gente, e a governarla perciò con polso più fermo e in pari tempo con maggiore indulgenza, senza pretendere che somigli a noi, e soprattutto senza perdere di vista che noi, posti nelle sue condizioni, non saremmo forse di molto migliori.

E pur nelle favorevoli condizioni in cui siamo, non è proprio certo che si valga moralmente di più.

Mussolini ha detto che le donne non sanno fare le case?... Modestamente, fra prima e dopo del mio male, ne ho costruite ben tre, e non sono ancora crollate. Stavo per crollare io, invece, quest'è vero, dal che si deduce che nelle donne non c'è la stoffa dei grandi capitani, e se in una regge il cervello, non regge il fisico, e viceversa; ma le mie case reggono: hanno i muri, le porte, le finestre, le tegole: non ho dimenticato la scala, né il camino.

Una la feci per la Martina a cui ho assegnato anche un pezzetto di terra, ché a settant'anni era tempo che la poveretta smettesse di far la cocotte; l'altra per il «missionario», figliolo della Pigozza detta Cavron, il quale, - dopo tragedie degne di Eschilo, - ha finito per sposare «l'americana», e non ha più i foruncoli; la terza, molto graziosa, l'ho dedicata alle mie dodici galline bianche.

Sì, non vi sembri strano: ho un pollaio; e le mie galline sono interessantissime, e differiscono per carattere e per attitudini l'una dall'altra: più interessanti, in questo senso, di qualche gruppo di signore.

In alcuni appezzamenti della Marzòla ho introdotto la cultura intensiva, e lo scorso autunno ho meritato nientemeno che il Premio del grano.

In seguito a questi fatti, io mi do importanza, naturalmente; mi pavoneggio; e discuto con gravità sul prezzo del fieno e sull'avvenire dei porcelli col vecchio Battagin, con Gatto, e con Padovan detto Baretina, che ho elevato al grado di Consiglieri di Stato, senza dimenticar di tanto in tanto gli altri, per non scatenare rivalità.

Nel circondario sono tenuta in considerazione, ed anche la mia gente, - un poco, un pocolino appena, ma insensibilmente ogni giorno di più - va abituandosi a me, ed alla mia volontà in gonnella.

Contenta, dunque?... Ah, questo è un po' difficile da stabilire.

Del passato mi è rimasta come un'inquietudine, una paura del dolore, e l'istinto imperioso di sfuggirlo, ché non si rifà due volte impunemente una certa strada...

E, forse, mi prende talora un po' la stanchezza, o piuttosto l'insoddisfazione, delle cose che sto facendo, di queste mie occupazioni che non possono bastare, - o almeno un tempo pensavo non potessero, - come principale alimento ad una vita intelligente, piena, degna di me: ma quale presunzione, non è vero?

Dovunque e comunque la vita può essere piena e soprattutto dovunque e comunque si può essere felici o infelici.

Bastano una creatura umana, una bestia, una pianta, a creare un mondo; anzi, ciascuno di questi esseri costituisce di per sé un mondo, ed offre una miniera di osservazioni. Non importa davvero che la creatura umana sia un conte, la bestia un puro sangue, la pianta un'orchidea: in un certo senso si differenziano di più tra loro, ed hanno più storia, i cenciosi, i cavalli magri e pieni di guidaleschi, e le erbe dei prati che servono a molti usi: per mangime ai bovi, per far le tisane, e per confortare il nostro occhio a primavera.

Alla Casa di cura, gomito a gomito colla pazzia e colla morte, mai la mia vita fu più conscia, più vibrante, più grata a Dio. Mai salutai, come in quell'anno, con tanto impeto di gioia, il primo fiorire dei timidi fiori d'aprile.

Quanto alla felicità e all'infelicità... Esse sono ospiti che portiamo in noi. Ed io sono persuasa che se la mia vita diventasse a un tratto quella di Josephine Baker, - no, di Mistinguett!, - cioè probabilmente alquanto diversa dalla mia, non mi sentirei più felice né più infelice di quanto sono quando esco colla Fina a passeggiare per i prati della Marzòla, o quando mi riesce bene il budino di mele.

E qui oggi, a tu per tu colla natura, colla possibilità di concedermi il lusso di non aver fretta, e di riflettere sul destino umano, quante cose che un giorno mi sembravano importanti, indispensabili, essenziali, non mi appaiono oggi quasi vuote di significato, scialbe, e soprattutto relative?

Dinnanzi al divino miracolo del ricorrere delle stagioni, all'improvviso zampillar dell'acqua da una sorgente, alla silenziosa immensità di un cielo pieno di stelle, non ho avuto qui, talora, la sensazione fugace, ma folgorante, della nostra piccolezza sia pure, ma anche della nostra appartenenza ad un tutto, a un ordine, a un'armonia, che ha placato in me l'ansia dell'ignoto?

Conclusione... Se c'è qualcuno così antiquato da richiederne una per il mio inconcluso racconto, io non ho che questa da proporre, e gliel'offro:

«Sia fatta la volontà di Dio».




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