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III. | «» |
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III.
– La tua storia è finita, Orazio; se mi abbia o no dilettato, poco importa ch'io ti dica, meno che tu sappia, favellò Severo; molto poi importerebbe a me conoscere qual sugo se ne possa cavare.
E siccome Orazio stava per rispondere, Eleuterio si levò su lo trattenendo:
– Lascia fare a me; grande costrutto, a mio parere, è da cavarne, e soffri ch'io te lo esponga. La Francia partorì sempre uomini modesti, umani e gentili come il maresciallo Grandmaison, e molti eziandio grossieri e spavaldi che al capitano Vaudemont si rassomigliano; i Francesi tenendo unicamente memoria degli uomini alla Grandmaison, sè troppo a torto millantano, e gli altri troppo ed a torto disprezzano: per lo contrario, gli stranieri serbando conto solo di quelli che arieggiano al Vaudemont, a torto del pari alla rovescia procedono. Guarda spassionato, e vedrai come non ti occorra colpa d'individuo, la quale dalla virtù dello individuo non venga compensata. Così Lafayette paga per lo Choiseul; e sovente accade che la medesima persona medichi la piaga che cagionò: anzi, per non uscire di Corsica, considera il Mirabeau, il quale, comechè contro la libertà dei Côrsi militasse, confessava più tardi al cospetto dell'Assemblea nazionale di Francia, non avere in tempo di vita sua commesso peccato maggiore di quello. La Francia, ancora come aggregato di uomini non si mostra diversa: appena messa in ceppi la Corsica traversa l'Oceano per sovvenire l'America a vendicarsi in libertà.
– Oh! la bisogna non procede spedita così, come a te piace darmi ad intendere, interruppe Severo: ad ogni modo mi parrebbe poterne inferire questo, che la Francia non sa mai perchè si muova, nè dove vada e nè quello ch'ella si faccia.
– Se l'ira ti governasse meno, o Severo, riprese Eleuterio, tu non parleresti così. La Francia imprese l'arduo cammino della libertà quando noi, straziate le membra e l'anima dall'aggirarci per tanto tempo invano, ci eravamo addormentati nell'ombra della morte. Allora, vogli rammemorarlo, Severo, gli stessi principi italiani, preso a schifo il popolo, somiero abbattuto per la melma della pubblica via, adoperavansi a rizzarlo su in piedi, e non ci riuscivano.
Tanto appariva inabissato il popolo nella servitù, che ai principi, vaghezza fosse o pietà, si era appreso il desiderio di farsi maestri del dignitoso vivere civile. La Francia nel periodo della prima rivoluzione stracciò la tirannide e la perfida famiglia degli istituti suoi con le ugne della fiera arrabbiata: nel 1830 rinnovata, la cancellò di un tratto di penna, come il computista stizzoso costuma tirare di frego sul calcolo sbagliato: nel 1848 la disperse soffiando quasi fumo di pipa. Ora se mi domanderai come la Francia dopo averla lacerata una volta abbia sofferto costruirla nuova non solamente pari, ma peggiore delle altre, io ti pregherò considerare come di ogni ragione manovali bastino a distruggere; per edificare poi voglionsi architetti, e dei buoni: nè costruire bene è tutto, quantunque come vedi sia già molto, ma urge eziandio presto: ora fare presto e bene, non voglio affermare che la sia facoltà degli angioli esclusiva (conciossiachè tale dicendo verrei in certo modo a disperare della umane sorti), bensì che riesca infinitamente arduo per gli uomini. Dentro segregati e congiunti in consorzio dei nostri simili, palpita un senso di giustizia, di libertà e di benevolenza testimonio infallibile di origine celeste; e quando le percosse, le quali gli oppressi amano e gli oppressori odiano, e al punto medesimo tremano, chiamate rivoluzioni, battono gli umani cuori impietriti, siffatto senso scintilla come fuoco divino. In parecchi spiriti, e questi sono i tutti gentili, egli sopravvive ai colpi della fortuna e degli uomini! nei più per mancanza di alimento o di premio illanguidisce. Sogliono gli umani consorzii rassomigliare ai fiumi, che bene tu puoi dai letti consueti deviare, al patto però che ne appresti loro subito subito dei nuovi; se questo non farai, ecco dopo breve errore, e non pertanto pieno di molto pericolo, i fiumi divertiti riassumeranno il corso antico, e ciò con tanto maggiore empito, quanto o per più ampio spazio, o per più lungo tempo ne saranno rimasti lontani. Ora rispondimi a questo: i capi dei popoli sommossi, distrutti che furono gli ordini vetusti, si affrettarono a surrogarne altri, dentro i quali la umanità si accomodasse e vivesse? Non li surrogarono, e ciò in parte perchè essi non seppero, in parte perchè non poterono, avendo trovato male la materia disposta: non seppero per molte cause, come a modo di esempio sarieno queste, che compresi intieramente dai pericoli della battaglia, ebbero ad appuntare ogni facoltà loro nella contenzione; ancora, il sacerdozio di Nemesi è benefizio curato, nè patisce cumulo con altro: la mano usa ad acconsentire forte e terribile la bipenne, come vuoi tu che offra libamenti alla Pietà, e alle Grazie? La lira con la quale Anfione edificò Tebe, e Orfeo redense dagli inferi la perduta Euridice, non suona al tocco di dita sanguinose. Si mostrò poi la materia repugnante come quella che, uscita fuori dalle ugne della tirannide con le carni lacere, grondava odio. Il figliuolo di Alcmena, giusta l'antica sapienza, adoperandosi a superare Anteo, lo sbatacchia sul suolo, ma il figlio della Terra quante volte batte il seno della madre, tante si leva rifatto di forze; allora Ercole, divina prole di Giove, e dagli uomini dei tempi vetusti salutato semideo, conobbe che per uccidere i figli della Terra, bisogna separarli dalla terra; però ricinge a mezza vita Anteo, e tanto lo tiene levato in alto e stretto, quanto basta a farlo cadavere. Le anime sciocche dei politici democratici in Francia, dal 1830 in poi, invece di sollevare la tirannide verso il cielo, e costringerla a sentirsi ridurre in cenere dallo approssimato occhio di Dio, non valsero neppure a squassarla: però la natura vinta dal reo costume riprese i vecchi abiti; tornò il giumento ai consueti presepii, e così fe' sempre, perchè necessità vuole che dalle medesime premesse scaturiscano sempre le medesime conseguenze. Parliamo senza ira nè studio di parte; ma come potevasi sperare che le faccende fossero per uscire a bene, duce ed auspice Alfonso Lamartine? Come credere il suo petto asmatico capace di rispondere al tremendo palpito del popolo? Come il suo cervello atto a comprendere gli ardui legati che il secolo moribondo lascia al nascente, ed a trovare la forma nuova dei popoli rigenerati? Difficile cosa è scolpire dal blocco, ma cavare David fuori dal marmo già guasto da imperito scalpello, solo Michelangelo può; e dove lo ingegno di Moisè, di Licurgo, di Romolo e di altri preclari fondatori di stati si sarebbe rinvenuto corto, poteva avanzarne a quel povero, povero, povero gentiluomo? I suoi compagni anche peggio di lui, come quelli che, presuntuosi di subite ed arrischiate dottrine, e non pertanto contrarie spesso, e sempre disformi tra loro, vollero ad ogni modo sperimentarle, e tutte di un tratto, ognuno reputando infallibile la sua: di qui confusione in casa, discredito fuori, anzi odio della bugiarda libertà: non virtù promosse, sebbene vizi blanditi, e sbigottimento per la strada perduta senza speranza di rinvenirla più mai: amarezza di rampogne scambievoli, superbie offese genitrici di non placabili rancori, co' labbri fratelli, nei precordii mortalissimi nemici: consigli incerti ed opposti, impotenza ad operare con senno, con affetto e con effetto, ragione ultima la mitraglia. Il popolo no, bensì la plebe fu tratta fuori dal bordello e dalla taverna per traboccarla lacerata dentro ai sepolcri. Consolati, Severo, la libertà non muore; ella, si rinnova nelle sue stagioni come fa l'anno, finchè non abbia trovato la eterna primavera, il suo Eden, donde per colpa altrui venne bandita, e dove pei meriti suoi e grazia di Dio ha da rientrare. Nulla andò disperso, nè il mimato del tempo, nè l'atomo della materia; la terra fu dissodata intera; nel seno di lei con maggior fiducia era deposta la semenza santa; studiata con alacre assiduità adesso se ne conosce meglio la coltura, come meglio si conosce e il tempo della messe, e il modo di batterla, e le industrie per conservarla, e la ragione di alimentarne quelli che ci succederanno nel tramite della vita. Ora la copre la neve, ed il rigore del verno vi stride sopra, ma le nevi e l'inverno sono necessarii alle raccolte, come le varie, molteplici e tutte immani tirannidi alla libertà. Non istupirti se fra le immagini dei promotori della libertà troverai quella di qualche tiranno: anco Giuda fu apostolo. Noi rinfacciamo alla Francia la colpa di non averci steso la mano: ella potrebbe a posta sua rampognarci di non averle in tempo opportuno sporto la nostra. La fortuna rincorre l'occasione sopra la sua medesima ruota; e noi lasciammo ch'ella fuggisse via, stupidi della vicenda inaspettata, ed improvvidi del come agguantarla, e del come tenerla. Impariamo nel dolore, meditiamo nelle tenebre, assai si confà il bujo ai pensieri profondi: intanto persuadiamoci di questo, che, dove i diversi popoli dello universo, o per lo meno quelli della Europa, non corrispondano convenientemente fra loro accordandosi sia negli ordini interni, sia nella conoscenza e nella osservanza, così dei diritti, come dei doveri scambievoli, i commovimenti non dureranno, nè partoriranno frutti durevoli. La esperienza, maestra suprema della vita, insegna manifesta follia la speranza che la nazione precorsa voglia, e volendo possa tirare a sè le nazioni serotine: al contrario aspettatevi che queste costringano l'altra ad arrestarsi e a stornare: invero le seconde, forti d'inerzia, e pese di consuetudine, si aggravano sopra la prima, debole della contesa durata, e nuova. I despoti adoperando i vecchi istituti sanno corrompere la libertà, come l'animale coi denti anche fracidi mastica. Guai al popolo che, ingaggiando la battaglia contro la tirannide, non caccia dentro i cannoni palle e leggi per fulminarla.
Ecco in verità io ti dico, che la libertà per mantenersi in piedi, e durare contro ogni assalto di tirannide nemica, fa di mestiero che nel mezzo della Europa si levino a sostenerla concordi Francia, Italia, Spagna, Svizzera e il Belgio. Con queste dita vuolsi composta la mano potente a recare nel cuore dei tiranni la piaga, dalla quale non si rileveranno più mai; con queste dita hassi a formare la mano gagliarda che tratterà lo stile capace a incidere sopra le tavole di bronzo i nuovi ordinamenti pel secolo nuovo. In questa mano il pollice è la Francia, l'indice la Italia. Se mai tu temessi che la Francia, per impotenza di romperli, sopporti i nuovi legami, ti inganni a partito. Il cuore della Francia e la pianura dell'Oceano, per poco che si corrughino, quella sbalestrerà l'anima di un tiranno all'inferno, questo un vascello, il leviatan dei mari, al firmamento. La Francia sta, ma avvisa al cammino che ha da seguire quando ripiglierà la via: tre volte sbagliò, ed è ragione che attenda a non errare la quarta: tanto più adesso ella va cauta, quanto che la necessità l'ha fatta esperta, come quando indietreggia il mondo intero retroceda con lei, e quei che vengono dopo, allora si gettano per terra e delusi rimbrottino, o desolati piangano.
Vigiliamo pertanto, teniamo in procinto le anime e i corpi, affinchè quando la Francia affacciandosi di su la cima dell'Alpe manderà giù per la valle il grido: «sorella andiamo!» la Italia le risponda: «va, che ti seguo.» Nè può tardare il tempo: io riconosco i segni...
Allora Severo contemplando la faccia di Eleuterio, la quale accesa dalla fiamma interna sembrava trasfigurata, sghignazzando amaro, così favellò:
– Io per me credo, Eleuterio, che quando la Speranza presentandosi allo Ammiragliato di Genova avrà ottenuto la patente di capitano di lungo corso, in mano ponendoti la ruota del timone della sua nave, ti arruolerà piloto.
– E a me basterà l'animo per condurla, Dio propiziando, in porto di salute, imperocchè io terrò fisso lo sguardo in una stella, ahimè! scomparsa dal tuo firmamento, la stella della fede.
Severo diventato livido pel rovello, diè forte del pugno dentro il ceppo di un albero e con labbra tremanti balbettò:
– Follie, e peggio! che se dai colli, i quali ci dividono perpetuamente dalla terra funesta, scendesse la libertà a noi mandata di Francia, io vorrei con questa mano sagrificarla consacrandola vittima maledetta agli dei infernali... Costei per diritta linea discenderebbe da quella libertà che Nerone restituiva alla Grecia.
– Oh! il soverchio rompe il coperchio, esclamò Mamerto levandosi dall'erba, dove egli si era fino a cotesto punto mollemente giaciuto; e tu incominci ad avere torto marcio, Severo. Uditemi bene, che forse io vi dirò, senza ammannimenti, cose le quali gioveranno meglio dei paroloni vostri. A me la natura fu avara d'ingegno, che rassomigliasse al tuo, Orazio, e ne la ringrazio col cuore, dacchè buono sei, ma dietro i capricci, le civetterie e le ebbrezze dell'arte dubito forte che alcuna particola del tuo cervello svapori; del cuore troppo più. A te, Eleuterio, la musa gettò sul capo un trattato di teologia; e stai serio sempre, ti sembra non essere talvolta matto: l'entusiasmo, io non lo nego, vuolsi tenere per fiamma divina, ma poni mente, ella più spesso arde di quello che illumini: nè profeta tutto, nè tutto argomentatore, presso coloro che ti ascoltano, le ale della tua poesia nuocono al tuo compasso di politico. Quanto a Severo, che dovrò dirti io? Miseria grande è la tua, imperciocchè io ti veda dalle mani medesime dello Amore, stupendo caso! tradito in mano all'Odio. La passione, come si narra che Tetide adoperasse col figliuolo Achille, presoti per una gamba, ti tuffò tre, quattro volte e sei dentro un Acheronte di bile. Lo stesso diavolo, quando s'industria sedurre anime, assume sembianze di angiolo; quale arte o qual consiglio il tuo, di angiolo che veramente sei, farti demonio? Tra voi io sostengo le parti del diritto senso: moneta spicciola che in tasca portano tutti, e si trova così bene sola come in compagnia dei mananghini di oro. Non mi crediate presuntuoso per disprezzarmi; lo so, io sono uomo tagliato con la piccozza: innanzi che lo facciate voi, io mi paragono al contadino, che per le strade maestre incontriamo quotidianamente, sdraiato sopra il mucchio dei sacchi di grano che i bovi lenti portano alla città: però il contadino non dorme, come finge; là sopra, bensì nel tragitto abbaca la maniera di cavarne più danaro che possa. Certo (e su questo io non contrasto, che ne vorrei, nè saprei) certo alcuni scrittori francesi, i giornali quasi tutti, cacciano addosso il ribrezzo della febbre quartana, lo sgomento di ogni cosa che bella sia od onesta; dirò anche più, la vergogna che a cotesta gente turpe fosse largita facoltà di favellare e di scrivere. Ma perchè inviperisci contro la terra che li partorì? tu hai questo giardino in delizia, ed invero dilettabile gli è molto, eppure, mira, queste sono le campanelle della digitale purpurea, più là la belladonna pompeggia coi suoi fiocchi vermigli; ora ti parrebbe giusto maledirlo per tanto, sossopra scombussolarlo? Nè sarebbe giusto, nè tu il faresti. O non devi leggere cotesti scrittori e diarii, e ciò fia meglio, o non bisogna arrovellarcisi sopra. Per me incominciai a leggerli nel modo stesso col quale alle prime lezioni di anatomia assistei, turandomi il naso, poi la consuetudine vinse il naturale raccapriccio, e appresi con l'arte di conoscere i morbi quella del medicarli. Di fatti molti fra gli scrittori paesani, le gazzette quasi tutte spettano alla Francia come le infermità al corpo umano. Se tu conoscessi qual geldra di gente scriva, giudichi e condanni, tu rideresti al pari di Margutte quando mirò la scimia mettersi i suoi stivali. Il concetto che esprimono manifesta la opinione singola dello sciagurato che scrisse, alla più trista, di un collegio di citrulli e ad un punto furfanti di tre cotte: soventi volte aprono bottega di calunnia, o di piacenteria, e dell'una o dell'altra, vendute ch'e' l'abbiano, spediscono agli avventori il conto a casa. Tu hai a figurarti che Lamartine sia per lo appunto il fistolo, Jannin il fignolo, il Débats un tubercolo, il Constitutionnel il canchero, che non istà mai fermo, la Patrie una emorroida, l'Assemblèe nationale il gavocciolo, l'Univers l'ulcera: ecc. inoltre una maniera di vajuolo, che si chiama Revue des deux mondes, gremito di pustole marciose. Intorno a questo tu noterai come il suo impresario e cottimante in Ginevra nascesse e fosse educato: unico polo a tutta bussola elvetica lo scudo, massime ginevrina, onde certo padre tale ammoniva morendo il suo figliuolo: se mai ti incolga, o figlio mio, vedere ginevrino che si butti giù dalla finestra, e tu corrigli dietro addirittura senza nè anche invocare Gesù Maria, imperciocchè guadagnerai di certo.
Lo impresario cottimante della Revue des deux mondes, drizzerebbe negozio di despotismo a Napoli, e venderebbe repubblica a Nuova Jork, per tenersi a galla in Parigi adesso, il dabbene uomo, fa di tutto un po'.
Oh! mirami di grazia l'arguto Ginevrino in cucina a fare la sua fricassea: per compiacere ai repubblicani, che covano e pagano (a lui basta che paghino), ci mette dentro un pugillo di Quinet, o di Esquiros; sentendo poi brontolare i dottrinai, ecco nel fascicolo, o vuoi puntata successiva, ficca un pugno di Saint-Mare Girardin, una fetta di Broglio, mezza libbra di Remusat, e perchè ci piglino gusto, talora anco uno spizzico di Guizot puro, allora i napoleonisti susurrano, e il Ginevrino pronto ecco trinciarci a isonne Forcade, Taillandier, Montégut, ed altri malsani: se i borsajuoli montano sulle furie, e subito muovono alla riscossa il Mazade o il Mars, profeti di tutte le cose accadute; speculatori di casi politici della scuola del biribissolo: ingegni majuscoli, i quali stanno al fianco dei diplomatici come i biscazzieri ai giuocatori di bigliardo per contare i punti, e raddrizzare i birilli. Figliuolo mio, Parigi imbratta molto, però che oltre quello che ci ha di suo, quivi trabocca il fango della rimanente Francia. Che monta ciò? Se molto Parigi imbratta, troppo più ancora forbisce. Se molto giova a noi altri Italiani (ed ai Francesi a fine del conto non meno) che in buon dato si annacqui il vino fumoso, il quale ci viene di Francia, importa eziandio grandemente che i Francesi mescolino il vino loro nelle morte acque nostre. Arruffiamoci sì qualche volta, come succede tra parenti co' quali dobbiamo starci uniti affinchè l'uno renda l'altro migliore, e possano amarsi anche più di quello che facciano, ma rifuggiamo da morderci come nemici. Gli Italiani insomma, e conchiudo, senza i Francesi non potranno tentare cosa che approdi, i Francesi senza gl'Italiani non potranno costruire cosa che duri.
FINE.
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