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SCENA III.
Sol mi volesti, eccomi solo! Ardisti
Sacro rito interrompere, e lo sdegno,
Benchè a stento, frenai. Bada che quanto
Ti accingi a dir, sia retto, e il mio furore
Non cimentar. Se stimi che sostegno
Sien le tue fole al Regal Soglio, pensa
Che pur dal Soglio il poter tuo deriva.
Ove tu insista a provocarmi, trema!
Spezzerò il duro giogo, e il mondo intero
Alfin conoscerà, se maggior forza
Sia nell’infula, ovver nel brando.
E il brando,
Ove pur me ferisca, ei mosso fia
Da forza superior, nè alcuna mano
Lo impugnerà, se non la guida il Cielo.
Forse viver vogl’io? Canuto e raro
Il crin palesa assai, che troppo io vissi.
Troppo! Me lasso! Ah fosser pur dell’egro
Vecchio racchiuse in urna da gran tempo
Le ceneri! Veduto io non avrei
L’empio innalzar l’altera fronte, e stolto
Sfidar l’ira del Ciel! Con man tremante
Or non fora per me versato il sangue.
Se di mia sicurezza alcun pensiero
Preso mi fossi, avrei parlato allora,
Quando a me scudo esser potean ben cento
E cento forti petti, e cento brandi
Potean snudarsi in mia difesa, ov’io
Dato il cenno n’avessi; ma ho voluto
Teco solo restar; solo d’Atride
L’impeto primo e la terribil ira
Affrontar voglio; ed abbi pur la scelta,
O d’obbedire al Nume, ovver di Troja
D’abbandonar l’impresa. Pria m’ascolta,
Poi m’uccidi, se l’ vuoi; ma la mia morte
Non cangerà la volontà del Cielo,
Sol ne farà maggior lo sdegno.
E di che parli or tu? Perchè l’impresa,
A cui chiamava io stesso i Greci tutti,
Abbandonar dovrei, contaminando
D’infamia il nome mio? Che feci al Cielo,
Del tuo cor nel profondo, e di te stesso
Retto giudice sii; chè a me non lice
D’Atride esaminar l’opre e i pensieri.
Impenetrabil vel copre i delitti,
Di che reo ti rendesti; e il Sacerdote
Con ferma voce dee sol dir, che i Numi
Or crudelmente ten puniscon. Sangue
Domandan essi; e quale! Ove si neghi,
Non che cader per noi mai possa Troja,
Colà ne attenda inevitabil, dura,
Terribil sorte, e la total ruina
Degli Achei! Tale fu tremendo il senso
Dubbio mi traggi, e dimmi: tu domandi
Sangue; e di chi?
Ed è?
La figlia tua,
Qual fra gli Dei d’Abisso,
Qual Demone, qual Furia osar può tanto!
E tu l’ardisci, iniquo vecchio, e speri
Ch’ascoltar possa le tue fole, Atride?
Tigre assetata del mio sangue! Atroci
Tu m’apponi delitti; ed i delitti
Sol tu commetter tenti! Il brando, il braccio
Chi mi trattien, che pena tu non n’abbia!
Che favelli d’oracolo! Se brami
Rispettato veder quel bianco crine,
Che in venerando aspetto empia ed infame
Testa ricopre, ah cessa alfin, deh cessa
Dalla cruda richiesta; e un denso velo
Di genitor chi non rispetta! Io quindi
Voglio soffrir gli oltraggi tuoi; del Cielo
Udisti i cenni, e dei compirli. In vita
Se brami Ifigenia, sperar non puoi
Di condur l’oste alle Pergamee rocche.
Tel vieterò, s’io vivo; e la mia morte,
Ove a me tu la dia, da te gli Achei
Tutti allontanerà.
Perfido! E puoi
Tanto abusar del tuo poter su i Greci,
E della mia situazion, che volgi
Contro il sen del tuo Re quelle armi stesse,
Che consiglio regal, del Sacerdote
Nelle mani ripose? Io ti fea grande;
Tu mi calpesti, e men punisci! È tale
La condizione de’ Monarchi! Esulta,
Trionfa or dunque, traditor, chè a dritto
Ben trionfar tu puoi! Con man sicura
Vibra lo stral contro quel petto stesso,
Che già, in difesa tua, s’espose a’ colpi
Delle inimiche spade! Tu lo squarcia!
Sgorgar vedine il sangue, empio, e sorridi
Di sorriso infernal! Celebre rendi
Il Sacerdote, per delitti! Oh rabbia!
Abbandonar l’impresa, o Ifigenia...
A no, che Padre io sono! E fia che Troja...
E l’onor mio, la mia vendetta? Ah tutta
Si scaglierà su te la mia vendetta!
Vedremo or or se salveratti il Nume!
Nell’interno del Tempio, a’ piè dell’ara,
E di polve cosperso, e d’atro sangue,