Giulio Bizzozero
Contro la tubercolosi

CAPITOLO V. Gli animali e la diffusione della tubercolosi.

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CAPITOLO V.

Gli animali e la diffusione della tubercolosi.

Diffusione della tubercolosi colle carni degli animali malati. - Più importante la diffusione per mezzo del loro latte. - Grande frequenza della tubercolosi nelle vacche, dimostrata sia nei macelli, sia colle iniezioni di tubercolina. - Il latte di vacche tubercolose può trasmettere la malattia. - La bollitura basta a renderlo innocuo. - Convenienza di combattere la diffusione della tubercolosi negli animali. - Modi e mezzi per raggiungere questo scopo.

Nella diffusione della tubercolosi ha molta importanza il fatto, che la malattia è assai frequente negli animali, i quali possono trasmettercela colle loro carni e col latte.

La diffusione colle carni non è la più temibile, anzitutto perchè nelle città, cioè negli aggregati di popolazione ove si mangia più carne e la tubercolosi è più diffusa, esistono di solito dei macelli pubblici, nei quali le carni che potrebbero essere dannose vengono sequestrate. Inoltre, la maggior parte della carne viene mangiata dall'uomo adulto, ed in questo il tubo intestinale, dove colla carne arriverebbero i bacilli, presenta ben poca predisposizione ad ammalare di tubercolosi. Si aggiunga che la vera carne, anche quando la tubercolosi negli animali è molto avanzata, è sempre assai povera di bacilli, e quanto agli altri organi (come fegato, polmone, intestino, ecc.), se i bacilli vi son numerosi, vi hanno già prodotto tali alterazioni che a nessuno potrebbe venire in mente di usarne come cibo. Da ultimo, e questo è il più, la carne si suol mangiare cotta, e la cottura vi uccide i bacilli.

Il miglior consiglio, ad ogni modo, è di dare l'ostracismo alle cosidette carni al sangue, che possono essere veicolo, non solo di tubercolosi, ma di altre gravi malattie, e di curare che l'azione sterilizzante della cottura arrivi fin nelle parti più centrali del pezzo di carne; il che, se questo è voluminoso, non si ottiene in così breve tempo di cucinatura come ordinariamente si crede.

Nella diffusione della tubercolosi importanza di gran lunga maggiore della carne, ha il latte, e per varie ragioni. In primo luogo è da considerare che il consumo del latte, come alimento, è grandissimo. La Francia, che pure è uno dei paesi al mondo che producono maggior quantità di vino, produce tuttavia meno vino che latte. In luogo è da tener conto del fatto che il latte è usato specialmente dai fanciulli, i quali sono più predisposti degli adulti alla tubercolosi dell'intestino e delle sue ghiandole linfatiche. In terzo luogo convien notare che il latte di cui si fa maggior uso è quello di vacca, e che per nostra sfortuna la vacca è, fra gli animali domestici, quello che più va soggetto alla tubercolosi.

La frequenza della tubercolosi nelle vacche non si può determinare con precisione. Fino a poco tempo fa l'esistenza della malattia non si poteva sempre riconoscere nell'animale vivo, perchè quando essa non è avanzata, può decorrere senza alcuna manifestazione avvertibile dal veterinario.

Si è cercato, allora, di desumerne la frequenza dal numero degli animali trovati tubercolosi all'atto della macellazione, e per questa via si è accertato, che essa varia assai da paese a paese, e che, anzi, può variare di non poco nello stesso paese. Così, per esempio, limitandoci all'Italia, Alessi e Arata al macello di Roma avrebbero trovato che, sopra cento vacche di razza svizzero-lombarda, si conterebbero sei casi di tubercolosi, mentre sopra altrettante di razza romana brada non se ne conterebbe che uno; a Padova il Cappelletti calcola che nel sessennio 1890-95 la tubercolosi tra le vacche macellate si sia riscontrata nella proporzione del 3 per cento; più rara sarebbe a Firenze, a Pisa, a Napoli, a Torino; assai più frequente, invece, in Lombardia. A Civitavecchia, secondo il dott. Croce, si avrebbero differenze grandissime secondo l'epoca dell'anno che si considera: dal maggio all'agosto vi si macellano vacche selvaggie della campagna romana, che danno il 4 per cento di tubercolosi; nei mesi invernali si ammazzano vacche di scarto provenienti dalle latterie suburbane di Roma, che presentano l'enorme proporzione del 30 per cento di tubercolosi; negli altri mesi, infine, si fa uso di giovani vacche toscane, in cui la tubercolosi si riduce al 2 per cento.

E si noti, che in molte località si è trovato, che il numero degli animali riconosciuti malati all'atto della macellazione cresce rapidamente. All'ammazzatoio di Lipsia la proporzione delle vacche tubercolose è salita in 4 anni (1888-91) dall'11,1 al 26,7 per cento, e a Schwerin dal 1886 al 1894 è salita dal 10,7 al 35 per cento.

Se non che, per quanto queste cifre in molti paesi siano così elevate, non ci possono rappresentare in giusta misura il numero degli animali tubercolosi che vivono nelle stalle; il quale deve essere assai maggiore. Si comprende facilmente, infatti, che quando un proprietario è fatto accorto dal dimagrimento e dagli altri sintomi presentati dall'animale, che una vacca è gravemente ammalata di tubercolosi, si guarda bene dall'introdurla nell'ammazzatojo, dove verrebbe in tutto o in parte sequestrata, ma la spaccia al minuto, o la vende nei comuni piccoli, ove non è sottoposta alla visita veterinaria.

Risultati più esatti presentemente si possono ottenere esaminando gli animali ancor vivi.

È ben vero che fino a poco tempo fa, come già dissi, non si poteva raggiungere lo scopo, perchè, se era possibile di diagnosticare la malattia a stadio avanzato, non si avevano mezzi per riconoscerne i casi più leggieri. Ma oggidì le condizioni sono molto differenti, giacchè possediamo nella tubercolina un agente preziosissimo, che ci svela le alterazioni tubercolari anche nel loro inizio.

La tubercolina, preparata per la prima volta da Koch, non è che un estratto glicerico di bacilli tubercolari.

Ognuno ricorda le speranze che essa aveva destato per la guarigione della tubercolosi dell'uomo, e la profonda delusione che seguì alla sua introduzione nella pratica. Ma quanto essa fu impotente a curare la malattia, altrettanto riuscì utile nello svelarcene l'esistenza. Iniettata in determinata quantità e in determinate condizioni in un animale, luogo, se questo è tubercoloso, ad un aumento di temperatura, a un accesso febbrile (accompagnato sovente da perdita di appetito, diminuzione della produzione del latte, tremiti e diarrea) che si manifesta alcune ore dopo l'iniezione, e dura, il più delle volte, da dieci a dodici ore. Questa reazione manca, invece, quando l'animale è esente da tubercoli.

Praticando, dunque, le iniezioni di tubercolina in tutti gli animali di una stalla, si può riconoscere con sufficiente precisione quanti fra essi sieno affetti da tubercolosi.

Dico soltanto «con sufficiente precisione» perchè in un certo numero di casi (è forse molto il dire nel 4 per cento dei casi) si ottengono risultati inesatti; può darsi, cioè, che manchi la reazione in animali veramente tubercolosi; ma appunto il piccol numero di questi casi fa sì, che queste eccezioni perdano quasi ogni importanza nella pratica.6

Finora in pochi paesi si è fatto delle iniezioni di tubercolina tale largo uso, da poterne trarre deduzioni sul grado di diffusione che vi ha raggiunto la tubercolosi. Quel tanto che se ne sa, però, basta ad accertare che le condizioni sono assai più gravi di quello che non apparisse stando soltanto ai risultati ottenuti nei macelli. Il prof. Bang di Copenaghen, che senza dubbio è il più competente in materia e si è acquistate le maggiori benemerenze nella difesa contro la tubercolosi animale, nel giugno 1898 poteva annunciare, che sopra 224969 bovini inoculati in Danimarca, 64707 avevano presentato la reazione della tubercolosi. Si può quindi calcolare che in quel paese, dove l'industria del latte e dei suoi derivati è una delle più produttive, circa il 28,80 per cento degli animali è malato di tubercolosi.

È una proporzione veramente enorme, la quale meglio d'ogni discorso ci fa toccar con mano la gravità del danno, sia rispetto all'uomo, sia rispetto all'allevamento del bestiame. Una consolazione si può trovare riflettendo, che siccome la tubercolina è un reattivo di estrema delicatezza, molte delle reazioni ottenute colla sua inoculazione sono dovute a nodi tubercolari limitatissimi, che non alterano e forse non altereranno mai la salute dell'animale. Ma anche facendo una larga sottrazione a quel 29 per cento, la quantità degli animali tubercolosi rimane pur sempre tale, da costituire un gravissimo pericolo sociale. Si pensi alla quantità di latte che può produrre nel lungo corso della sua malattia una sola mucca tubercolosa, e al numero di ragazzi che, usandone, possono per settimane e mesi introdurre nel proprio intestino i germi del contagio!

E che diffatti i bacilli tubercolari spesso esistano nel latte posto in commercio, è stato accertato in parecchi paesi d'Europa, non esclusa l'Italia. Da noi, per esempio, vennero trovati da Alessi e Arata a Roma, dal Fiorentini nella bassa Lombardia, dal Rondelli a Torino, dal Massone a Genova; non vennero, invece, trovati dal De Rossi in buon numero di campioni del latte di Pisa.

A questa frequenza della tubercolosi nelle vacche s'aggiunge l'aggravante, che il latte può essere già inquinato di bacilli quando ancora l'animale offre le apparenze di una florida salute, e nessun veterinario potrebbe dirlo ammalato, nessun proprietario pensare all'esistenza di un pericolo.

Due anni fa, L. H. Petit riferì la storia di una bambina di Ginevra, che morì di tubercolosi intestinale e mesenterica, senza che si potesse determinare donde le fosse pervenuta la malattia; soltanto una ricerca più diligente mise in chiaro, che la tazza di latte fresco, che soleva bere ogni giorno, proveniva da un podere, nel quale, di cinque mucche apparentemente sanissime, quattro furono riconosciute tubercolose.

Brouardel narra che in un convento, essendo morte di tubercolosi nello spazio di due anni cinque educande, che non avevano alcuna disposizione ereditaria od acquisita alla tisi e non erano state esposte ad alcuna forma di contagio, si esaminò accuratamente la vacca che aveva sempre fornito il latte, e la si trovò tubercolosa.

Alla Scuola d'Agricoltura di Grignon, sopra 23 vacche di bella apparenza e credute sanissime, non meno di dodici, prima coll'inoculazione della tubercolina, poi coll'esame cadaverico, si riconobbero tubercolose.

Da questi esempi s'impari quali dolorose sorprese si possano preparare a coloro che, come succede in tante famiglie agiate che vivono in campagna, illusi dall'aspetto florido di una mucca, usano del suo latte senza precauzione alcuna.

È pertanto d'alta importanza nella prevenzione della tubercolosi di tenersi difesi anche contro i danni che possono provenire dagli inquinamenti del latte, e a questo scopo il mezzo più sicuro è semplicissimo, e si fonda sul fatto, che la bollitura in qualche minuto vi uccide sicuramente i bacilli.

Non si usi, dunque, mai di latte che non sia stato bollito, e nell'osservanza di questo precetto si sia rigorosi specialmente se il latte deve servire per fanciulli.

Se ne trarrà vantaggio, oltre che per la tubercolosi, per altre malattie, che pure sono trasmissibili per mezzo del latte, come sarebbero la febbre tifoide, la scarlattina, e alcune forme di catarri acuti dell'intestino; senza contare, che la bollitura serve a conservare il latte a lungo, anche nella stagione estiva.

A coloro che avversano la bollitura, asserendo che toglie al latte alquanto del suo sapore e del suo profumo, si potrebbe raccomandare un altro trattamento, che è meno spiccio, ma non meno sicuro; tengano, cioè, il latte per una quindicina di minuti alla temperatura di 85° C., poi lo raffreddino rapidamente.

Del resto, se vi ha chi per una lieve questione di gusto, preferisce esporsi a pericoli, si serva pure: le prescrizioni dell'igiene individuale sono fatte per le persone ragionevoli.

Però conviene riflettere, che la carità cristiana insegna a beneficare anche le persone irragionevoli, e d'altra parte, bisogna tener conto di coloro, che non ricorrono alla bollitura per ignoranza, per trascuratezza o per povertà.

Occorre, pertanto, che all'igiene individuale si aggiunga l'igiene pubblica, la quale spande indistintamente i suoi beneficii su tutti. Spetta all'igiene pubblica, non già di rendere innocuo un latte inquinato, ma d'impedire che si smerci un latte che non sia sicuro.

Questo intento si può conseguire sorvegliando accuratamente per mezzo di persone tecniche le stalle onde proviene il latte fornito alla popolazione, ed eliminando dalla produzione tutte le vacche che o coll'esame clinico o colle inoculazioni di tubercolina sieno state riconosciute tubercolose.

In una questione di tanta importanza per la salute dell'uomo non dobbiamo lasciarci impressionare dal numero elevato delle mucche che dovrebbero venire escluse come tubercolose, poichè quanto maggiore risulta tal numero, tanto più grave è il danno che presentemente ne deriva, e tanto più urgente, per conseguenza, la necessità di provvedere.

Nello scorso anno 1898, in una inchiesta fatta eseguire dalle autorità di Manchester, si trovò che sopra 93 campioni di latte presi alla stazione, non meno di 17 (quindi il 18 per cento) contenevano bacilli tubercolari, e che in 14 delle 16 fattorie che avevano fornito questo latte, esistevano una o più mucche che già al semplice esame della mammella apparivano affette da tubercolosi. La municipalità di Manchester si arretrò forse dinanzi a questa grande diffusione della malattia? Esitò forse ad invocare provvedimenti per combatterla? Tutt'altro! Essa chiese al Parlamento che le si concedessero quelle disposizioni regolamentari di cui un Comune modello, quello di Glasgow, gode fino dal 1890, e fra le quali stanno le due seguenti:

1.° Qualora un proprietario fornente latte alla città, dopo che gli venne notificato che una delle sue mucche soffre di tubercolosi o di qualsiasi altra malattia atta a rendere l'uso del suo latte pericoloso o dannoso alla salute, conservi tale vacca nella sua proprietà, si presumerà, fino a prova del contrario, che egli abbia venduto per l'uso dell'uomo il latte prodotto da tale animale, e sarà punito con una multa non eccedente le 125 lire (italiane).

2.° Chi venderà, o farà vendere, o permetterà sia usato per alimento dell'uomo il latte di una vacca malata di tubercolosi o di qualsiasi altra malattia che ne renda il latte pericoloso o dannoso alla salute, sarà punito con una multa non eccedente le 250 lire.7

Queste prescrizioni sono eccellenti, ma non bastano. Infatti, esse procurano il vantaggio di diminuire la frequenza della tubercolosi nelle vacche e dei bacilli tubercolari nel latte soltanto in quelle zone di paese ove stanno le città, le borgate o i villaggi che le hanno inserite nei propri regolamenti d'igiene e le applicano severamente, ma non valgono a sradicare la tubercolosi animale da tutto il paese. Nelle parti in cui le disposizioni suddette non vengono messe in vigore, essa continuerà ad infierire; può darsi, anzi, che vi aumenti di gravità pel concentrarvisi degli animali sfrattati dalle zone risanate.

E ciò porta di nuovo ad un pericolo generale, perchè in queste regioni il latte prodotto dalle vacche tanto sane quanto tubercolose, non venendo venduto a grossi aggregati di popolazione, serve in parte per l'alimentazione dei contadini, in parte per l'industria cosidetta del latte.

Ora, fra i prodotti di questa industria ve n'ha qualcuno, per esempio il burro, che si fabbrica con latte non bollito in precedenza, o non riscaldato fino ad una temperatura sufficiente ad uccidere i bacilli tubercolari, e che quindi può servire di veicolo di diffusione del contagio in tutto il paese. Si noti, che l'esistenza di bacilli tubercolari nel burro del mercato è un fatto tutt'altro che eccezionale.

Conviene pertanto ricorrere ad una misura più radicale, e combattere la tubercolosi animale, non soltanto nelle zone in cui riesce più pericolosa all'uomo, ma in tutto il paese. Il che si può fare con sicurezza di risultato cogli stessi mezzi che si pongono in opera contro i contagi umani, cioè coll'isolamento e colle disinfezioni.

In Danimarca già da parecchi anni, specialmente per gl'incitamenti e sotto la guida del prof. Bang, si è adottato questo sistema, al quale il Governo accorda aiuto morale e finanziario, giacchè oltre all'aver promulgato un'apposita legge, mise in bilancio una somma annua non lieve per venire in aiuto di quei proprietari, che si dichiarassero pronti ad uniformarsi alle disposizioni della legge stessa; e i risultati che se ne sono ottenuti non avrebbero potuto essere più incoraggianti. Hanno, infatti, dimostrato, che delle stalle gravemente colpite dalla tubercolosi possono in qualche anno e con poca spesa essere liberate dalla malattia. L'argomento è di tanta importanza, che credo di dover brevemente esporre come convenga procedere per raggiungere lo scopo, valendomi tanto delle pubblicazioni del Bang, quanto delle Istruzioni pubblicate nel 1896 dal Ministero prussiano d'agricoltura, all'intento di avviare i proprii connazionali a seguire l'esempio della Danimarca.

I bovini della stalla infetta vengono distinti in tre gruppi: il 1.° comprende quelli che hanno reagito alla tubercolina, e possono così considerarsi come tubercolosi; il 2.° quelli in cui la tubercolosi è così avanzata, che si riconosce anche senza la tubercolina; il 3.° quelli che, non presentando apparenze esterne di tubercolosi e non avendo reagito alla tubercolina, si possono considerare come sani.

Gli animali del 2.° gruppo, quelli, cioè più gravemente affetti, si macellano al più presto, e del loro corpo si trae profitto secondo le norme della pulizia sanitaria. Quanto a quelli degli altri due gruppi, si ricoverano in locali separati, in modo che i malati non possano trasmettere la malattia ai sani; epperò se non si possiedono due stalle, l'unica stalla viene divisa in due parti per mezzo di un buon tramezzo che vada dal pavimento al soffitto. Queste stalle o porzioni di stalla, e specialmente quella destinata ai bovini sani, vengono accuratamente pulite e disinfettate prima d'introdurvi i rispettivi animali.

Gli animali del gruppo sano in nessuna occasione di pascolo, di lavoro o d'altro, si trovano con quelli del gruppo malato. Se non si può avere un personale speciale per essi, per lo meno chi attende alle stalle deve occuparsi prima degli animali sani, poscia di quelli malati, a fine di non portare l'infezione da questi a quelli, e finite le sue faccende, si lava accuratamente.

Non si aggiungono nuovi animali al gruppo dei sani se prima non si è accertato colla tubercolina che sono esenti da tubercolosi. Nel gruppo sano la prova della tubercolina si ripete due volte all'anno, a fine di eliminarne gli animali che nel frattempo eventualmente fossero stati colpiti dal contagio.

Gli animali del gruppo sano si adoperano, come di solito, per la produzione del latte, la riproduzione e il lavoro. Altrettanto si fa con quelli del gruppo tubercoloso, pei quali però si consiglia la macellazione appena accada di poterla fare senza perdita, o appena appaiano delle manifestazioni esterne indicanti l'aggravarsi della malattia.

I vitelli partoriti da animali del gruppo tubercoloso si separano dalla madre tosto dopo la nascita, e si portano e si allevano nella stalla del gruppo sano. Essi possono senza inconvenienti venir nutriti col latte materno, quando però si usi in modo assoluto la precauzione di non somministrarlo che dopo avervi uccisi i bacilli tubercolari mediante una buona bollitura.

L'alimentazione con questo latte può cominciare addirittura nel secondo giorno dopo la nascita; nel primo giorno, invece, si fa uso di colostro precedentemente riscaldato a 65° C. Alcune settimane dopo la nascita i vitelli si assoggettano alla prova della tubercolina, e si macellano quelli che reagiscono; i quali sogliono essere in numero estremamente piccolo, giacchè, come vedremo, la tubercolosi ben di rado è ereditaria, e il solo contagio che avrebbe potuto aver luogo, quello per mezzo del latte, venne impedito colla bollitura.

Per la riproduzione non si adoperano che tori che non abbiano reagito alla tubercolina8.

Come si vede, la lotta contro la tubercolosi animale si può fare con mezzi semplici, con poca spesa e poco danno. Dapprincipio non si uccidono che quegli animali che, essendo in uno stadio avanzato di malattia, rendono poco al proprietario e diffondono largamente il contagio.

Quanto agli animali meno malati, essi continuano a dare prodotto sotto forma di vitelli e di latte, ma non possono recar danno, trasmettendo ad altri la malattia, per la triplice ragione, che non sono in rapporto coi sani, che il loro latte viene reso innocuo colla bollitura, e che i vitelli, appena nati, vengono sottratti alle rispettive madri.

Così, aumentando continuamente d'anno in anno il numero degli animali sani, e diminuendo quello dei malati, in pochi anni la stalla si libera da ogni traccia di tubercolosi.

Operando in questo modo, non solo si tutela un interesse igienico di primo ordine, ma si giova grandemente all'economia nazionale, diminuendo le perdite cagionate al bestiame dalla terribile malattia. Conviene quindi che in questa impresa il buon volere dei cittadini venga aiutato dall'autorità, la quale può contribuirvi, sia con regolamenti ed istruzioni, sia con soccorsi più diretti, sostenendo in tutto o in parte le spese per la provvista e l'inoculazione della tubercolina, e in dati casi, magari, indennizzando parzialmente i proprietari per gli animali che devono sacrificare.

Qualche cosa a questo riguardo si era fatto, anni fa, anche da noi, quando l'abolita Direzione di Sanità aveva istituito un Laboratorio per preparare la tubercolina e distribuirla a minimo prezzo; ma, pur troppo, anche questa savia istituzione andò travolta dal turbine distruggitore, che imperversò nel 1896 sotto l'ultimo ministero Rudinì.

Egli è pertanto da augurare che l'Italia rientri risolutamente in questa via, e che, come in Danimarca, una savia legge vi desti, vi diriga, vi aiuti le iniziative private. Non bisogna, però, contare su di un sollecito risultato, perchè da noi le leggi si fanno facilmente, ma non è ancora ben penetrata nei cittadini la convinzione che, essendo esse fatte a vantaggio di tutti, è interesse di tutti il rispettarle.

Quindi, pur caldeggiando l'attuazione di questo programma, per ora convien restar fedeli al precetto, che quando non si è assolutamente sicuri dell'animale onde provengono, il latte, la crema e il burro non si devono usare se prima non sono stati purificati dal calore.





6 Le iniezioni di tubercolina possono condurre in errore: 1) dando luogo alla reazione quantunque l'animale sia sano; 2) non dando luogo alla reazione, quantunque l'animale sia tubercoloso.

Il primo fatto è estremamente raro, e il piccolo numero di casi che ne vennero descritti è certamente superiore al vero, poichè, siccome talora le alterazioni tubercolari dei bovini sono assai piccole, può darsi che si siano creduti sani degli animali in cui non si riuscì a trovare dei piccoli focolai, che invece un esame più accurato o fortunato avrebbe messi in evidenza.

Il secondo fatto, mancanza di reazione nonostante l'esistenza della tubercolosi, può aver luogo: 1) quando gli animali sono strapazzati, p. es. hanno viaggiato lungamente per portarsi al mercato; 2) quando la malattia è in istadio avanzato; e in questo caso il fallire della reazione non è causa d'errore, perchè sogliono esservi altri segni che rivelano lo stato dell'animale; 3) quando l'animale ebbe già, qualche tempo prima, un'iniezione di tubercolina. Quest'ultimo caso è di non poca importanza, perchè può essere larga fonte di frodi: i proprietarii iniettano i loro animali un po' prima di portarli al mercato, e in tal modo, venendo a mancare la reazione nella prova che si fa all'atto della vendita, passano per sani anche gli animali tubercolosi.

Devesi però notare, che non tutti gli animali che ebbero una prima iniezione di tubercolina non reagiscono più alla successiva; secondo l'esperienza del prof. Bang succederebbe soltanto nel 20 per cento degli animali. Tuttavia questa è una frazione abbastanza grande perchè si debba cercar modo d'evitare, o almeno di diminuire la possibilità della frode. A ciò intese p. es. il Consiglio Federale Svizzero, allorchè col suo decreto del 21 luglio 1896, oltre all'autorizzare il Dipartimento Federale dell'Agricoltura a distribuire gratuitamente la tubercolina ai Cantoni che ne avrebbero fatta domanda, prescrisse: 1.° che questa sostanza non possa essere consegnata se non ai veterinari patentati, i quali soli hanno il diritto di fare l'inoculazione, 2.° che i veterinari abbiano a presentare il 14 e l'ultimo di ogni mese un rapporto sulle inoculazioni fatte, 3.° che tutti gli animali che hanno presentato la reazione siano segnati all'orecchio destro, esportando un pezzo triangolare della sua punta.



7 Riferisco come esempio di provvedimenti presi da altri Stati contro la vendita di latte tubercoloso un sunto del Règlement de police sanitaire relatif à l'exploitation des vacheries pubblicato dal Bureau de Salubrité del Cantone di Ginevra.

Art. I. Nessuno può stabilire o esercitare una vaccheria nel Cantone di Ginevra, senza un'autorizzazione speciale del Dipartimento di Giustizia e Polizia, il quale farà eseguire una inchiesta preventiva dall'Ufficio di Sanità...

Art. IV. Ogni mucca prima della sua entrata nella vaccheria deve aver subìta la prova della tubercolina...

Art. VII. Ogni contravvenzione al presente regolamento sarà punita con pene di polizia, e in caso di recidiva potrà essere ordinata la chiusura dello Stabilimento.

Nelle vaccherie esistenti al momento dell'applicazione del presente regolamento tutte le mucche saranno tubercolinizzate. Quelle che reagiranno dovranno abbandonare lo stabilimento entro un periodo di tempo che sarà fissato dal Dipartimento. La vendita di latte proveniente da vacche tubercolose è formalmente proibita.



8 Misure legislative per diminuire l'estendersi della tubercolosi animale vennero già adottate da alcuni Stati dell'Unione Americana, dal Belgio, dalla Francia, dalla Danimarca, dalla Norvegia e dalla Svezia.



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