Luigi Lodi
Alla ricerca della verecondia

ALLA RICERCA DELLA INVERECONDIA (NOVITÀ POETICHE)

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ALLA RICERCA DELLA INVERECONDIA

(NOVITÀ POETICHE)

 

Un arguto e gentile scrittore di questo giornale due settimane fa mi domandava: «Fa il piacere, Lei, d'insegnarmi che cosa è un poeta porco? di darmi i segni caratteristici, o, alla maniera che dicono gli impiegati di polizia, i connotati del poeta porco?» E soggiungeva: «Se si parla del Casti o del Batacchi, quell'aggettivo viene spontaneo sulle labbra anche a me; ma quando siamo in presenza di un artista, il quale crede mostrare serenamente le qualità del suo ingegno, del suo gusto e del suo stile, quando stiamo a sentire un periodo o una strofa magnifica di proprietà, di fantasmi e di armonia, ecc., ecc., come faremo e in che modo dovremo fare per sapere quando comincia la porcheria?» ecc., ecc. Poi, più giù, detto come il poeta da me chiamato porco era Gabriele D'Annunzio, e il libro pel quale io lo avevo chiamato porco l'Intermezzo di rime, assicurava i lettori di aver cercato pagina per pagina, da verso a verso, entro l'elegante volumetto, e di non aver trovato nulla, proprio nulla, di porco, di sporco.

Queste parole io me le sono dovute rileggere più volte per convincermi che c'era proprio scritto quello che ci leggevo. E quando mi sono convinto, ho detto fra me: – Che giova dare al mio egregio contradittore le spiegazioni ch'egli mi chiede? che giova cercare di fargli intendere che cosa sono la decenza e la moralità nell'arte? che giova dargli i segni caratteristici del poeta porco; se, quando io glieli avrò dati, lui, facendomi una risata sul viso, mi risponderà: «To', ma questo è il poeta che io chiamo verecondo»? Posta in questi, che sono i veri suoi termini, la questione è bell'e finita. Non resta che citare i versi pei quali io chiamo inverecondo il poeta che al mio contradittore pare verecondo, e rimettersi al giudizio delle poche persone culte e serie che, come il mio contradittore dice, sono tuttavia in Italia. Apriamo dunque l'Intermezzo di rime, apriamolo non precisamente dove l'aprì il mio contraditore, e citiamo:

Noi ci fermammo. A noi sovra il capo il fulgore
piovea placido e fresco; ne le carni un languore
novo , quasi penetrasse la cute
ammollendo le vene. Ora un desio di acute
voluttà mi pungeva, innanzi a quella bianca
vergine inconsapevole. – Io sono tanto stanca
ella disse, piegando ne la persona...

Oh come
si scoperse la gola tra l'onda de le chiome
e le iridi si persero, fiori ne 'l latte, in fondo
a 'l cerchio de le pàlpebre! Oh come il sen rotondo
sgorgò fuor de la tunica!

Io mi sentii su li occhi
scendere un denso velo; e le caddi a' ginocchi
e. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Adagio a' ma' passi. Certi dibattimenti nei tribunali si fanno a porte chiuse; e qui non ci è porte da chiudere; qui siamo in piazza. No, io non andrò innanzi nella citazione; io debbo rispetto ai miei lettori ed a me; io non debbo contaminare di citazioni immonde l'onesta mia prosa. Ma a tutto c'è il suo rimedio: sèguiti la citazione il mio contradditore; lui, al quale paiono verecondi i versi ch'io debbo per verecondia tacere, non può averci difficoltà: sèguiti dunque a citare fino a tutta la pagina 34; citi, se non gli basta, qualche ottava della Venere d'acqua dolce, fermandosi specialmente alla pagina 65: e, terminate le citazioni, ripeta in cospetto delle poche persone culte e serie che ci sono tuttavia in Italia la sua affermazione, che cioè entro l'elegante volumetto egli non ha trovato niente di porco di sporco; la ripeta, e ripeta poi la domanda: «Che sia io il poco pulito animale

Quando le poche persone culte e serie che sono tuttavia in Italia gli avranno risposto, mi faccia poi sapere la risposta; con la quale rimarrà compiutamente esaurita e risolta, senza disputa nessuna, la nostra questione.

*

*   *

Ma no, veda, mio bravo signor Lodi, nei versi del d'Annunzio che io ho stigmatizzati non è questione di nudità, com'Ella sembrò credere, o volle forse far credere. Il sonetto che Ella riporta, come uno dei più nudi e dei meno belli (anche a me piace assai poco), non mi molta noia: ciò che nei versi del D'Annunzio mi noia, ciò che fece traboccare il mio sdegno, ora, dopo quelle citazioni, lo avrà spero, capito anche Lei: caso mai non lo avesse capito bene, ci torneremo sopra.

Il nudo, quando è fuso in bronzo, o scolpito in marmo, mi tanto poco noia, che io non solo non pensai a scandalizzarmi, com'Ella nota, davanti al Nettuno del Giambologna, ma non ci pensai nemmeno nelle gallerie di Firenze e di Roma, e nel Museo di Napoli, dove del nudo, come Lei sa, ce n'è da cavarsene la voglia. Veda, però, proprio al museo di Napoli, che ebbi la fortuna di visitare parecchi anni sono in compagnia di un illustre personaggio, il senatore Fiorelli che ci accompagnava, dopo che avemmo veduto tutto, trasse fuori da una stanza, chiusa al pubblico, un piccolo gruppo, dinanzi al quale io restai meravigliato: poche opere d'arte avevo vedute di tanta perfezione.

«Oh perchèdirà Lei – se quel gruppo è tanto bello, lo tengono chiuso

E veda, rispondo io, quel gruppo è molto meno nudo delle altre statue, perchè rappresenta una capra, che, come Lei sa, non ha bisogno, per vestirsi, d'incomodare la sarta, e un satiro, che per buona parte del corpo è vestito anche lui, vestito di un abito non lavorato a Parigi, ma insomma vestito. E veda ancora: il satiro la capra non mostrano nessuna di quelle parti per le quali fu inventata la foglia di fico.

«Oh dunque?» Ecco: il satiro però e la capra stanno fra loro in una certa posizione, fanno fra loro una certa faccenda, naturali l'una e l'altra fra maschio e femmina, ma che tuttavia le leggi e le usanze della nostra civiltà non vogliono, per molte buone ragioni, che sieno esposte fatte, vuoi realmente, vuoi per rappresentazione artistica, sotto gli occhi del pubblico.

Qui, vede, proprio qui, mio bravo signor Lodi, sta il punto delicato e culminante della questione: qui, proprio qui, comincia, anzi è cominciata, e ci siamo proprio in mezzo, la porcheria dell'artista che crede mostrare serenamente le qualità del suo ingegno, del suo gusto e del suo stile; qui, proprio qui, io potrei cominciare a darle (se oramai non fosse inutile) i connotati del poeta porco. – Io non sono mica un impiegato di polizia, che non sappia il suo mestiere: lo so almeno tanto bene, quanto sanno il loro gl'impiegati, diremo così, di pornografia.

Mi permetta, mio bravo signor Lodi, Lei che ha fatto tante domande a me, che ne faccia una io a Lei. Ecco: dica, Le piacerebbe, Le parrebbe innocuo, decente, morale, che quel mirabile gruppo della capra e del satiro, riprodotto in terra cotta od in bronzo, stésse esposto nelle vetrine del Janetti a Roma, a Torino, a Firenze, dove fanciulli, giovinetti e ragazze potessero liberamente ammirarlo? Mi risponda schietto e franco, dimenticando, se è possibile, la cattiva causa e il cattivo poeta che ha preso a difendere; mi risponda come farebbe a caso vergine, dopo avere interrogato soltanto la sua educazione e i suoi sentimenti di cittadino onesto, che desidera alla patria una generazione di uomini sani e forti di corpo e di mente, non isfiaccolati e stupiditi dalla venere terrena e solitaria.

Se Lei mi risponde, come credo, di no (e me lo fanno credere i nobili sensi e il forte amor patrio pei quali mi piacquero parecchi suoi articoli del Don Chisciotte), Lei deve anche, per inesorabile necessità di logica, convenire che è tutt'altro che innocua, decente e morale la esposizione che il D'Annunzio ha fatto de' suoi erotismi nell'Intermezzo di rime.

*

*   *

Andiamo, via: descrivere tutte le particolarità più lascive che precedono accompagnano e seguono il congresso amoroso di un giovinotto con una signorina che gentilmente si presta, questo Lei lo chiama malinconie profonde, amori ardenti, nudità candide, nobilmente umane, che non hanno mai offeso la verecondia di alcuno? Andiamo via; queste cose non si dicono nemmeno per ridere: se non sapessi che Lei è uno scrittore onesto e gentile, quasi quasi crederei che, scrivendole, avesse voluto farsi beffe de' suoi lettori e di me.

Lei finge di non capire la cagione del mio sdegno per il richiamo a Virgilio. Ma come! Sentirsi nelle membra i fremiti della libidine per il ricordo di una avventura amorosa, prendere cotesti fremiti per ispirazione poetica, e apostrofare il gentile poeta mantovano: Olà, dammi tu la tua arte, sì ch'io racconti ai bravi giovinetti italiani, ammiratori dei miei versi e frequentatori dei postriboli, come qualmente io mi presi diletto della bianca vergine inconsapevole (fra parentisi le raccomando quella po' po' d'inconsapevolezza)... come! far questo non è per Lei profanare l'arte e Virgilio? Mi scusi, ma non Le credo: e da Lei difensore di una causa sballata m'appello a Lei scrivente senza nessuna causa da difendere.

«Ma se il grande Mantovano, dice Lei, invitava sotto l'ombre compiacenti dei faggi i giovinetti pastori, perchè non potrà il D'Annunzio chiamare nel silenzio odoroso d'un bosco una fanciulla innamorata?» Non confondiamo: io non ho mai negato al D'Annunzio il diritto di chiamare nel silenzio odoroso dei boschi quante fanciulle gli pare; gli ho solamente negato (che è cosa molto diversa) il diritto di raccontare in poesia quel che va a fare con loro, quando va a far cose che non si ridicono fra la gente per bene. Certi amori, abbominevoli per noi, non avevano niente di turpe per gli antichi greci e romani. Anche di ciò va tenuto conto. Tuttavia io non mi ricordo che nelle ecloghe di Virgilio ci sia nulla che faccia arrossire una persona beneducata. Veda: se il D'Annunzio, invece di descrivere i carnosi fiori del petto di Yella, drizzantisi al lascivo tentare delle sue dita, si fosse contentato, come il pastore Coridone apostrofante il formoso Alessi, di sfogare gli ardori suoi parlando di pecore e di capretti, di noci e di corbezzole, di latte e di cacio fresco; o se, magari, si fosse messo a sedere sull'erba, lui da una parte e la sua Yella dall'altra, e , Arcades ambo Et cantare pares et respondere parati, avessero intonato un duetto a uso Coridone e Tirsi (il D'Annunzio, secondo me, sarebbe stato meglio in carattere); io, veda, invece di rinfrescare queste che Lei chiama anticaglie polemiche, e mettere Lei nell'impaccio di domandarmi i connotati del poeta porco, sarei stato zitto zitto a sentire, facendo molto volentieri la parte di Melibeo.

Mi spiego? La questione non è del fatto amoroso, ma della parte di esso che si racconta, e del modo come si racconta. Pare a Lei che in ciò siavi nessun punto di contatto fra le ecloghe di Virgilio e il Peccato di maggio e la Venere d'acqua dolce?

Chiedo perdono agli ammiratori del poeta latino della sacrilega domanda a cui la discussione m'ha condotto.

*

*   *

Io diceva dunque che nei versi del D'Annunzio non è questione di nudità, e che della nudità sola io non sono molto facile a scandalizzarmi. Mi pare d'aver dimostrato e chiarito tanto quanto quel che io diceva: tuttavia se il signor Lodi permette, mi proverò a chiarirlo anche meglio. Aggiungo che, quando la rappresentazione del modo non è fatta a sfogo ed eccitamento di sensualità (che subito si conosce), io non me ne scandalizzo niente affatto; come non mi scandalizzo niente affatto se prosatori e poeti nominano a tempo e luogo, senza reticenze vigliacche, senza impiastricciamenti ipocriti di circonlocuzioni e di metafore, cose e parole che fanno arricciare il naso alle schifiltose damine.

Quando il Carducci mandò al Fanfulla della Domenica la poesia A proposito del processo Fadda, una certa strofe diceva:

Poi se un puttin di bronzo avvien che mostri
Un po' di pipi al sole,
Protesterete con furor d'inchiostri,
Con fulmin di parole.

Il Martini, allora direttore del giornale, pregò con un telegramma il Carducci di levare quel pipi, che avrebbe, si capiva, offeso la verecondia delle schifiltose damine, le quali si può giurare, non si offendono oggi, e non si sarebbero offese allora, delle nudità candide nobilmente umane, come dice Lei, del D'Annunzio. Io son fatto d'una pasta molto diversa, e molto più rozza, s'intende; io non mi scandalizzai niente affatto di quel pipi; e al Carducci che me ne domandava, risposi: Oh lascialo stare! Ma il Carducci lo levò perchè non metteva il conto di scontentare per così poco il Martini, il quale dal suo punto di vista aveva centomila ragioni.

Intende Lei, signor Lodi, perchè io, che non mi scandalizzai di quel pipi, che, senza turarmi il naso, leggo in Dante la parola merda, che non mi scandalizzo al resupina jacens, con quel che segue, di Giovenale, chiamo, peggio che indecenti, oscene e corruttrici certe poesie del D'Annunzio? Se non lo intende ancora, cercherò di farglielo intendere con un esempio. E giacchè ho nominato Giovenale, pigliamo l'esempio da lui. Giovenale dunque e il D'Annunzio (chieggo perdono di mettere accanto questi due nomi) descrivono entrambi il petto ignudo d'una donna. Tunc nuda papillis prostitit auratis, dice con le parole proprie il grande poeta latino, parlando di Messalina: il piccolo poeta italiano, parlando di Yella, dice, come vedemmo, con una similitudine barocca, che le punte del suo petto si drizzavano, come carnosi fiori, ecc. La rappresentazione del poeta latino per me è moralissima; quella dell'italiano è immorale: per le damine, la cui verecondia sarebbe stata offesa da quel po' di pipi del puttino di bronzo, deve, io credo, essere perfettamente il contrario. Lei, signor Lodi, dica, da qual parte si mette? Da qualunque parte si metta, non le farò il torto di spiegarle la differenza che passa fra il fatto del poeta latino e quello dell'italiano.

A Lei parve di cogliermi in contradizione perchè io, denunziante al procuratore del re e alla questura la poesia del D'Annunzio, non denunziai anche quella di altri poeti ai quali dissi mancare il senso della verecondia. Anzi, nota Lei «ch'io promisi di tradurre le Odi amatorie di Orazio»; e noto io che tradussi parecchie poesie del Heine, poeti ambedue non verecondi. Scrissi anche, è vero, com'Ella ricorda, che «la verecondia non entra per nulla nel merito artistico di un poeta e dell'opera sua; che il difetto della verecondia nel Byron, nel De Musset, nel Heine, fu parte della loro sincerità; e che perciò essi rimangono grandi poeti, e la storia del loro cuore c'interessa». Dalle quali mie parole Ella si fa strada a domandare: «Se interessa ai critici di ricercare come i poeti morti sentirono l'amore, perchè sarà negato ai poeti vivi di raccontarcelo essi stessi?»

Adagio un po'. Qui bisogna distinguere: i poeti morti son morti, e i vivi son vivi: i morti non si può fare che non sieno stati ciò che furono: ai vivi, se non ci pare che siano quel che vorremmo, abbiamo il diritto, e in certi casi il dovere, di dirlo.

La sincerità è una bella cosa; l'amo anch'io, non solo nei poeti, come fu notato da Lei, ma in tutti gli uomini; sotto certe condizioni però. Se io, puta caso, conoscessi un giovinetto dedito all'ubriachezza, o al rubare, o allo scrivere cose oscene (io qui considero lo scrivere non come opera di arte, ma come un'altra azione umana qualunque, onesta o disonesta), io non mi sentirei mica di dirgli: – Figliuolo mio, bisogna esser sinceri, fa' quello a che ti porta la tua natura, cioè sèguita ad ubriacarti, o a rubare, o a scrivere cose oscene; – gli direi piuttosto: – Quel che tu fai è male, cerca di correggerti. – Io, critico, studio tutti i fatti e i sentimenti umani rappresentati dalla parola, così le magnanimità di Dante e del Petrarca come le infamie dell'Aretino; ma io, uomo, desidero ai tempi miei (poichè desiderarlo ai passati non giova) dei poeti che si rassomiglino piuttosto agli amanti di Beatrice e di Laura che all'autore dei sonetti illustranti le tavole di Giulio Romano.

*

*   *

Ho detto che bisogna distinguere: e distinguo anche (oh come distinguo!) fra i grandi poeti che dissi mancare di verecondia e il D'Annunzio. E noto che, quando accennai questo difetto in essi della verecondia, lo chiamai difetto, non pregio. In Orazio, nel Heine e nel Byron, quel che c'è di men verecondo sono quasi sempre accenni fugaci, cui spesso scusa od attenua lo scherzo o la satira; e non hanno perciò sul lettore anche giovane alcuna trista efficacia: in ogni modo quelli accenni rimangono come piccole macchie in grandi opere, i cui intendimenti sono spesso nobili ed alti, non mai corruttori; mentre nelle poesie del D'Annunzio di cui ci occupiamo, l'argomento principale, lo scopo unico di tutta l'arte, di tutto il lavoro dello scrittore, è la pittura della sensualità nelle sue manifestazioni più basse. Tutto quel che c'è nel Peccato di maggio, è preparazione, è frangia e cornice alla descrizione del fatto erotico; son pennellate di colori accesi messe nel fondo del quadro per dare risalto agli sdilinquimenti afrodisiaci della coppia in amore.

Quanto al De Musset, non l'ho nominato con gli altri, perchè lui ha veramente la gran colpa di essere un po' il babbo di tutta questa poesia del senso, che, oltre farci schifo e dispetto, ci secca maledettamente con la monotonia dei suoi fantasmi, dei suoi suoni, dei suoi colori. Il linguaggio di essa sta tutto in dieci paginette del vocabolario; il cielo nel quale spazia servirebbe egregiamente di sfondo al palcoscenico di un teatrino di marionette. Ma almeno nel De Musset, oltre i fremiti e gli spasimi del senso, c'è anche il sentimento ed il pensiero, che mancano affatto nei nostri poetini sensualisti. E mi hanno l'aria di giovani scostumati che, avendo qualche suono musicale negli orecchi, e qualche diecina di aggettivi luccicanti nella memoria, ma niente nel cervello e nel cuore, mettono in versi le loro porcheriole e credono fare della poesia. Io inchino molto a credere che questa brutta fioritura di poesia sensualistica sia indizio, non solo di decadenza morale e letteraria come fu sempre, ma fisica. Un medico e scienziato amico mio mi faceva osservare che uno dei segni più certi e costanti di rammollimento cerebrale negli infelici che ne sono minacciati è il mostrare le parti pudende.

Parlando della poesia sensualistica del D'Annunzio, io non ho voluto affatto entrare nel merito letterario di essa e nella questione dell'arte; io l'ho, come dissi, considerata semplicemente come un'azione umana, secondo i criteri dell'onesto e del disonesto. Ciò deve apparire evidente in questa mia chiacchierata; ma mi piace dichiararlo esplicitamente e richiamarci sopra l'attenzione del mio gentile contradittore; perchè, caso mai gli saltasse in testa di rispondermi, e' dovrebbe non uscire dal campo morale, e sforzarsi di mostrarmi, solamente in quello, non dico l'onestà, ma la non disonestà del Peccato di maggio e della Venere d'acqua dolce.

Quanto al merito letterario di queste e delle altre poesie del D'Annunzio, i lettori si saranno accorti ch'io sono molte miglia lontano dagli apprezzamenti e dal giudizio del mio bravo signor Lodi: ma, quando anche lui avesse ragione ed io torto, ciò non farebbe nulla alla presente questione. Le due poesie del D'Annunzio potrebbero, come opera d'arte, essere perfette quanto il gruppo della capra e del satiro; resterebbero sempre, secondo me, due azioni disoneste.

L'arte e la poesia furono sempre uno dei più costanti affetti, una delle più care consolazioni della mia vita; ma dovessero condurmi ad amare, o anche solamente a scusare e tollerare la disonestà, preferirei diventare analfabeta.

Giuseppe Chiarini.

(Dalla Domenica letteraria del 19 agosto 1883, n. 33).

 


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