Michele Amari
Storia dei Musulmani di Sicilia

LIBRO SECONDO.

CAPITOLO X.

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CAPITOLO X.

 

Lo stesso anno, se prima o appresso la espugnazione di Siracusa non si ritrae, Gia'far-ibn-Mohammed fu ucciso in Palermo dai suoi proprii famigliari, per trama di due principi del sangue aghlabita, ch'eran ritenuti prigioni nel palagio dell'emiro, mandativi al certo da Ibrahîm; l'uno, fratel di costui per nome Abu-I'kal-Aghlab-ibn-Ahmed; l'altro, fratello del padre di Ibrahîm, e addimandavasi anco Aghlab-ibn-Mohammed-ibn-Aghlab, soprannominato Khereg-er-ro'ûna, come noi diremmo "La pazzia se n'andò." Aghlab, matto o no, volle raccogliere il frutto dell'omicidio; prese lo Stato, affidandosi in una mano di partigiani; ma non andò guari che il popolo, sollevatosi, lo scacciò con tutti i compiici suoi, e mandolli in Affrica722. Succedea nel governo, per elezione, com'e' pare, d'Ibrahîm, un Hosein-ibn-Ribâh723, che pochi anni addietro avea retto per breve tempo la colonia.

Il quale immantinenti ebbe a combattere aspra guerra coi Cristiani. Uscito la state dell'ottocento settantanove contro Taormina, fu sconfitto più fiate. All'ultimo trionfò in sanguinosa battaglia, e uccisevi il capitano nemico che il Baiân chiama patrizio724; forse quel Crisafi, la cui morte ricorda in quest'anno medesimo la Cronica di Cambridge725: il qual nome gentilizio ricomparisce in un diploma del duodecimo secolo, non che nei ricordi de' tempi successivi, e rimane tuttavia in Sicilia. Da ciò si vede che i Politeisti dell'isola, come il Baiân chiama i cittadini delle terre non sottomesse ai Musulmani, avendo dinanzi agli occhi quello spaventevole esempio di Siracusa, vollero piuttosto affrontar la morte uniti in campo, che perire divisi, ciascuno entro il suo muro. Notevol è che la medesima disperata reazione avvenne già dopo la presa di Castrogiovanni. Or davano animo al resistere anco le discordie dei Musulmani e gli appresti che facea Basilio per cancellare l'onta delle armi sue.

Incalzavan la briga i frati, solito stromento di governo nell'impero bizantino; i quali si fecero agitatori, portatori d'avvisi, anco esploratori; affidandosi nella umiltà di loro stato, nei pretesti che forniva e nella riverenza del popolo musulmano, ch'eracaritatevole verso i poveri di qualunque religione, proclive a tutte superstizioni anco straniere, e uso a tenere in gran conto l'abnegazione monastica. Pertanto veggiamo sopraccorrere in questo tempo in Sicilia un valente , Elia da Castrogiovanni, la cui vita tra non guari avremo a narrare. Lasciata Gerusalemme, ov'ei facea stanza, Elia navigò alla volta d'Affrica; di venne sur un legno carico di mercatanzie in Palermo; vi rivide la madre; e a capo di pochi , appunto quando s'allestiva un'armata nel porto della capitale, ei passò a Taormina; di a Reggio, ove il popolo era tutto sbigottito; lo rassicurò vaticinando la sconfitta degli Infedeli: e dopo i successi che siamo per narrare, Elia ricomparisce a Taormina per pochi ; passa in Grecia; ovpreso per spia dei Musulmani; indi viene in Calabria di nuovo; va a Roma e di nuovo a Taormina. L'intendimento di cotesti viaggi è evidentissimo. Il fatto si deve accettare da una biografia scritta non guari dopo la morte di Elia, e molto accurata nei nomi proprii e topografici, e negli avvenimenti che noi d'altronde conosciamo; verosimile e semplice negli altri; nella quale i miracoli stanno appesi come parati da festa su le mura di un edifizio726.

Il detto vaticinio d'Elia era di quelli che ognuno può fare. Dopo gli avvantaggi riportati dalle armatette bizantine, a Napoli727 sopra i Musulmani d'Affrica e di Sicilia, e in Levante contro quei dell'Asia Minore e di Creta, il navilio capitanalo da Niceta Orifa, per audace fazione, avea distrutto l'armata cretese nel golfo di Corinto; aveala arso, affondato, fatti moltissimi prigioni, e messili a morte con orrendi supplizii; chi scorticato vivo, chi immerso nella pece bollente728. Oltre il terrore di questi fatti, stava pei Bizantini la superiorità del numero; leggendosi che l'armata affricana e Siciliana che s'accozzò in Palermo sommasse a sessanta navi729, ed a centoquaranta la bizantina che le fu mandata incontro730, capitanata da un Nasar, uom di Siria come lo mostra il nome; forse della fiera gente dei Mardaiti che valorosamente combatteano contro gli oppressori Musulmani in patria e fuori731. Come il navilio affricano s'era messo a depredare Cefalonia, Zante e tutte quelle costiere, con animo forse di passare in Calabria, Nasar, raccolte sue forze nel porto di Modone, ristorata la disciplina nei soldati, rinforzatili di Mardaiti e milizie del Peloponneso, uscì improvvisamente contro il nemico. Per aspro combattimento gli bruciò o prese la più parte delle navi, credo io, nei primi di agosto ottocento ottanta, su la costiera occidentale della Grecia propria, Ellade, come allor si chiamava la provincia a settentrione dell'istmo di Corinto. Rifuggitisi in Sicilia quei pochi legni che il poterono, Basilio comandava a Nasar di passar oltre verso Ponente. Così quegli veniva a Reggio; e distrutto, com'e' pare, qualche avanzo dell'armata siciliana che osava far testa, approdò non lungi di Palermo732.

Padroni oramai del mare i Bizantini cominciarono a dar la caccia alle navi mercantili dei Musulmani, e grande copia vi presero di ricche merci, soprattutto d'olio, il quale fu tanto che il venderono a un obolo la libbra733: depredazioni esiziali in quell'anno, in cui era una spaventevole carestia in Africa734, e però molto bisogno delle derrate di Sicilia. Al tempo stesso Nasar mandò torme di cavalli a dare il guasto ai territorii delle città fatte tributarie dei Musulmani: parecchi mesi durò frastornando il commercio della colonia, senza attentarsi ad assalirla altrimenti; finchè andossene in Terraferma ov'era più agevole a fare acquisto di territorio735. Ben ei lasciò una squadra di salandre a Termini, o Cefalù, con soldati che continuassero l'infestagione per terra736; e forse allor fu che Basilio, con intento di ordinare la guerra in Sicilia, fecevi capitano Euprassio737, e poi Musulice. Allora per certo si cominciò a fabbricare o afforzare una città, alla quale i Bizantini poser nome di Città del Re; com'io credo, l'odierna Polizzi738, la quale sorge sopra un colle in mezzo alla valle principale delle Madonie, a brevissima distanza dalle scaturigini dei due Imera, settentrionale e meridionale, o vogliam dire fiume Grande e fiume Salso. Cotesti fiumi, correndo in dirittura opposta, l'uno al Tirreno, l'altro al mar d'Affrica, tagliano la Sicilia d'una linea non interrotta, la quale segnò la divisione amministrativa sotto i Romani, e poi di nuovo nel decimoterzo secolo; e le due provincie si chiamarono la prima volta Lilibetana e Siracusana, poi Sicilia di e di quà del Salso, ossia Occidentale ed Orientale, e l'una rispondea al Val di Mazara, l'altra a quei di Demona e Noto uniti insieme. Da quella fortezza i Bizantini tenendo il passo delle Madonie, poteano dominare l'uno e l'altro pendío; chiudere i Musulmani nel Val di Mazara; e assicurare le popolazioni cristiane di Val Demone e Val di Noto. Con pari intento il conte Ruggiero due secoli appresso affortificava Polizzi, sì che a lui ne fu attribuita la fondazione.

Scambiato per cagion di quelle sconfitte, o forse uccisovi, Hosein-ibn-Ribâh, e rifatto governatore della colonia Hasan-ibn-Abbâs739, i cavalleggieri musulmani prorompeano di Palermo a infestar tutta la Sicilia, l'anno dugento sessantasette dell'egira (11 agosto 880 a 30 luglio 881), nella state cioè dell'ottocento ottantuno; e Hasan col grosso delle genti, attraversata risolutamente l'isola, andava a bruciare le mèssi nel contado di Catania. Di passato in quel di Taormina740, distruggeva le ricolte e tagliava gli alberi: onde uscitogli contro Barsamio, capitano del presidio, uom di Siria come parrebbe al nome, questi toccò una sconfitta, che il biografo di Elia da Castrogiovanni dice predetta dal Santo741. Il vincitor musulmano, tornandosi a Palermo, dava il guasto al territorio di Bekâra, non so bene se Vicari, ovvero un castel distrutto nelle vicinanze di Gangi, che non son guari lontani l'uno l'altro dal luogo ov'eransi afforzati i Bizantini. Questi dal canto loro non intermessero le incursioni ne' territorii dei Musulmani ai quali recarono gravissimi danni742. Così con varia fortuna si combattea.

L'anno appresso, che fu il dugento sessantotto dell'egira (31 luglio 881 a 19 luglio 882), cominciò con atroce sconfitta e terminossi con splendide vittorie dei Musulmani. Narra Ibn-el-Athîr che una gualdana condotta da Abu-Thûr, "Quel dal Toro," come noi diremmo, imbattutasi nell'esercito bizantino, fu tagliata a pezzi; sì che ne camparon sette uomini soli743. Il nome di Caltavuturo744, che significa la rôcca di Abu-Thûr, discosta cinque miglia da Polizzi, addita il luogo dello scontro. La quale notizia accozzata con quel rigo di annali è esempio dei materiali su cui ci tocca ordinariamente a compilare questo nostro lavoro: ragguagli talvolta precisi, ma come iscrizioni sepolcrali; ci dipingono le sembianze, ci rivelano le passioni, i pensieri, tutto quel movimento vitale che piace e giova intendere nella storia. Ma alle memorie storiche come noi le vorremmo, come l'ebbero alle mani i grandi maestri dell'arte, suppliscono un po' le leggende: almeno ci svelano in che modo allor gli uomini delirassero, che è pur segno di vita. Un'agiografia greca ed un'agiografia arabica s'abbattono entrambe, com'e' pare, nel medesimo fatto di Caltavuturo; narrando le visioni di due avversarii in alcuna sconfitta toccata dai Musulmani. Niceta Davidde di Paflagonia, nella Vita d'Ignazio Patriarca di Costantinopoli scritta in greco, novera questo tra i cento prodigii del patriarca: che Musulice, stratego di Sicilia, in un'aspra battaglia contro i Saraceni, sbigottito, sapendo che farsi, invocava l'anima beata d'Ignazio, e che quegli, apparso in aria sopra un possente caval bianco, gli accennava di muover le schiere contro la sinistra del nemico; e così fece il pio capitano, e, contro il solito, vinse745. In luogo di un vescovo che venisse a dimostrare arte di strategia, la leggenda musulmana fa scendere dall'empireo le Huri dai begli occhi negri, per chiamare a novella vita i martiri della fede unitaria. Il narratore è Abu-Hasan-Harîri, siciliano di santissimi costumi secondo sua setta, trapassato il novecento trentuno. «Al tempo, diceva egli in sua vecchiezza, al tempo che questa nostra patria nudriva prodi cavalieri, non trascorsi per anco a lacerarsi in guerra civile, io mossi con gli altri ad una impresa contro Infedeli; nella quale scontratici col nemico, fe' carnificina di noi. Tra i cadaveri trovai semivivo Abu-Abd-Selem-Moferreg, uom virtuoso, dato ad esercizii di pietà, a dura penitenza, e a combattere per la fede; il quale così mi parlò: "Ti giuro," ei disse, "per Dio, che ho visto tante scale drizzate da questo campo infino al cielo, per le quali scendeano giovanette che mai più vaghe non ne conobbi al mondo. Tenendo alle mani uno sciugatoio di drappo verde, ciascuna s'accostò a un dei martiri nostri, e presogli il capo e posatoselo in grembo, gli astergeva il sangue; poi, levando nelle sue braccia il trafitto, se ne risaliva con esso lui in cielo. Ma la donzella che venne a me, addandosi ch'io respirassi, mi volse le spalle tutta sconsolata, esclamando: - Oh sventura, egli vive! Oh vergogna mia appo le compagne! - Ed ella mi lasciò," finiva singhiozzando Moferreg, "ch'io la vidi con questi occhi miei aperti e risentiti. Mi lasciò la dolce sorella: or come mai potrò cessare il pianto finch'io non la ritrovi?"» Da quel in poi Moferreg si profondò tanto più a meditare su la divinità e su l'altro mondo; raddoppiò ogni più strano rigor di vita ascetica; si cibò d'erbe; e quando alcuno gli diceva: "Smetti, o Abu-Abd-Selem746, che hai fatto abbastanza per guadagnare il Paradiso;" ei gli dava su la voce: "Sciagurato ch'io non ho scusa appo il mio Signore;" e ricominciava a piangere: nel qual modo si travagliò per sei anni che gli rimaser di vita747.

Deposto dopo la sconfitta di Caltavuturo Hasan-ibn-Abbâs, e surrogatogli Mohammed-ibn-Fadhl, rinnovava, nella primavera dell'ottocento ottantadue, il disegno di Hasan; spargendo le gualdane per ogni luogo ove i Cristiani non fossero sottomessi; e movendo egli medesimo con lo esercito sopra Catania. Andò seco lui grande sforzo di gente, levatasi in massa alla guerra sacra, com'e' pare dal testo  d'Ibn-el-Athîr748. Dato il guasto alle mèssi in quel di Catania, Mohammed improvvisamente si voltò contro i soldati delle salandre bizantine, i quali non si ritrae se abbiano fatto sbarco nella costiera orientale, o, per terra, tenuto dietro all'esercito musulmano; o se questo sia ito a trovarli su la costiera settentrionale, valicando i monti. Mohammed li combattè e ruppe con molta strage. Poi andò a guastare le ricolte di Taormina; e al ritorno scontrossi con più forte esercito cristiano, accozzato forse dai municipii di Sicilia. Lo sbaragliò; ne uccise tremila uomini, e mandò le teste in Palermo. Usando la vittoria, assaltò poi la Città del Re, Polizzi, se regge il mio supposto; della quale impadronissi per forza d'armi, e messe a morte tutt'i combattenti, e ogni altra persona fe' schiava749. Così erano sgombrati gli avanzi della espedizione di Nasar. Le forze bizantine, bastando appena alla guerra di Calabria, abbandonavano la Sicilia, o forse vi lasciavano pochissimi presidii. Il territorio cristiano pertanto si ristrinse ai monti della Peloriade, all'Etna, e alla valle ch'è di mezzo.

Quella striscia di terreno sarebbe stata poi, con lieve fatica, soverchiata dai Musulmani, se non li avesse arrestato il peggior nemico loro, la discordia. La quale nelle avversità suol trovare nuov'esca; e cova sotterra; e quando poi senta rivoltare la fortuna, s'apre spiragli, e divampa. I segni del tristo fuoco si veggono apparire poco appresso la vittoria di Mohammed-ibn-Fadhl: sono la debolezza e incertezza con che si sciupò la vittoria. Il dugento sessantanove (20 luglio 882 a 9 luglio 883), Mohammed affliggea con saccheggi, cattività, uccisioni i contadi di Rametta e Catania, ma tornava in Palermo tra il giugno e il luglio dell'ottocento ottantatre750, senza offendere altrimenti il nemico tutto quell'anno. Al vittorioso condottiero, se deposto o morto non si sa, era surrogato un Hosein-ibn-Ahmed; il quale morì l'anno dugento settantuno (28 giugno 884 a 16 giugno 885), dopo una scorreria che fe' fare nel territorio di Rametta, con guasti di poderi e preda di roba e d'uomini. Poi, venuto d'Affrica a governare l'isola Sewâda-ibn-Mohammed-ibn-Khafâgia, volendo imitare il padre e l'avolo con gagliarde imprese, desolò non solo il contado, ma forse anco i sobborghi di Catania751; passò a Taormina; combattè quel presidio; guastò le mèssi; e si facea più da presso, quando venuti a chiedergli accordo, com'ei pare, i decurioni della città, fermò la tregua per tre mesi e lo scambio di trecento prigioni musulmani con que' di Siracusa; ridusse lo esercito alle stanze in Palermo752; e spirata la tregua, riassaltò la Sicilia orientale all'entrare del dugento settandue (17 giugno 885 a 6 giugno 886) senz'altro frutto che un po' di bottino753.

Così per due anni allenava la guerra sacra, perchè gli animi s'apparecchiavano alla guerra civile. Alfine, aggiugnendosi alle altre cagioni di mal contentamento le vittorie che riportava in Calabria Niceforo Foca e il disordine che dovean recare dalla Terraferma nell'isola i Musulmani rifuggiti754, si venne in questa al sangue. I Berberi e gli Arabi combatteron tra loro, il appunto non si sa, tra l'autunno dell'ottocento ottantasei e la primavera dell'ottantasette: e Sewâda con un suo fratello e tutti i partigiani, presi dal popolo di Palermo e messi in ceppi, furono mandati in Affrica. Il popolo rifece governatore un Abu-Abbâs-ibn-Ali755; ma par che poco durasse in ufizio, e che il principe aghlabita riescisse a chetare i sollevati; sì che non guari dopo rimandava in Palermo lo stesso Sewâda.

Breve pausa di discordie, ma ben la sentirono i nemici. Morto in questo mezzo Basilio Macedone (1 marzo 886) e venuto l'impero nelle deboli mani di Leone, era chiamato Niceforo Foca a governar la guerra in Asia Minore. I Musulmani di Sicilia allestivano allora l'armata per riassaltare la Calabria, l'anno dell'egira dugento sessantacinque (15 maggio 888 a 4 maggio 889). Allo incontro venne da Costantinopoli a Reggio il navilio imperiale; e passato lo stretto, che già avea preso il nome di Mar del Faro756, trovò il nemico nelle acque di Milazzo, probabilmente in settembre ottocento ottantotto. La battaglia finì con una strage spaventevole: prese tutte le navi ai Cristiani; morti dei loro cinque, forse settemila, tra di ferro e annegati: ed è da credervi, poichè al certo il vincitore musulmano non risparmiò i prigioni, dopo quelle orribili crudeltà di Niceta Orifa. Allo annunzio della quale sconfitta gli abitatori di Reggio e delle altre città e castella della estrema Calabria, fuggivano dalle case loro sentendosi sul collo la spada musulmana. Infatti l'armata vincitrice approdò; sparse gli scorridori all'intorno, e fatto gran bottino si ridusse in Palermo757.

Dopo la espugnazione dell'ottocento quarantatrè, il nome di Messina ricomparisce nelle memorie musulmane in questo tempo, sapendosi che Mogber-ibn-Ibrahîm-ibn-Sofiân fosse mandato a capitanare «l'esercito di Messina e terra di Calabria dopo la battaglia di Milazzo;» queste sono le proprie parole del biografo758. Nel mezzo secolo che corse tra l'uno e l'altro avvenimento, non si fa punto menzione di759 quella città; ma si ricordano, dall'ottocento settantasette in poi, i guasti di eserciti musulmani nel contado di Rametta, picciola rôcca tra i monti, a ponente di Messina ond'è lontana nove miglia in linea retta e molto più pei sentieri tanto o quanto praticabili a tramontana e mezzogiorno. Rametta o Rimecta, terra di nome latino, e però antica, ancorchè non se ne faccia ricordo da storici e geografi innanzi il nono secolo; terra limitata dal sito a mediocre prosperità; forte asilo in tempo di guerra. Così ancora per tutto il corso del decimo secolo il nome di Messina s'udì poco, quel di Rametta fu famoso per battaglie e assedii; finchè la città del Faro, non molto innanzi il conquisto normanno, ripigliava l'antico lustro, e Rametta tornava alla condizione assegnatale dalla natura. Da cotesta vicenda parmi si debba argomentare che dopo l'ottocento quarantatrè i principali cittadini di Messina e gran parte del popolo si tramutassero in quelli aspri gioghi per viver liberi; e che Messina, mezzo abbandonata, rimanesse come porto ed emporio, Rametta divenisse l'Acropoli dell'antica patria.

Mogber, uom valoroso, della nobile schiatta di Sofiân collaterale di casa d'Aghlab760, era stato accetto un tempo a Ibrahîm-ibn-Ahmed, che solea per diletto armeggiar di lancia con esso lui; era stato preposto al governo di Laribus; ma poi, allontanato d'Affrica al par di quanti altri davan ombra al tiranno, ebbe il pericoloso comando dell'esercito a Messina. Dove gli avvenne che andato con poche galee a una correria in Calabria, l'armata bizantina, capitanata, com'ei pare, da un ammiraglio Michele, lo fe' prigione, e sì mandollo a Costantinopoli; ove dopo alquanti anni morì. Per lungo tempo rimase popolare in Affrica il nome di Mogber, recitandovisi da tutti un poemetto ch'egli avea dettato nei tristi giorni della cattività, e mandatolo al Kairewân, del quale abbiamo due squarci: poesia imitativa; versi così così; sensi di carità patria; disprezzo della fortuna, e speranza che confortasse l'animo del prigione colui che avea guardato Giuseppe dalle seduzioni, rincorato Giobbe, liberato Abramo dal furore de' Miscredenti e dato possanza al bastone di Mosè in faccia ai Maghi d'Egitto761.

Ma Sewâda-ibn-Mohammed, tornato in Palermo, movea l'anno dugento settantasei (5 maggio 889 a 23 aprile 890) contro Taormina, e invano l'assediava762; col quale par che Ibrahîm-ibn-Ahmed abbia mandato in Sicilia milizie straniere sotto pretesto della guerra sacra in Calabria, e in verità per mettere un freno in bocca ai coloni. In fatti, leggiamo nella Cronica di Cambridge che di marzo ottocento novanta i Musulmani di Sicilia si levarono in arme contro gli Affricani e uccisero un Tâwâli, del quale altro non si conosce che il nome o soprannome che sia763; ma quella appellazione di Affricani e Siciliani, data qui dal medesimo scrittore che nell'ottocento ottantasette avea parlato di Giund e Berberi, mostra che si combattesse tra le novelle forze venute d'Affrica e gli antichi coloni, non più tra le due schiatte di costoro764. Resse la Sicilia l'anno dugento settantotto (14 aprile 891 a 1 aprile 892) Mohammed-ibn-Fadhl di già ricordato. Il dugento settantanove (2 aprile 892 a 21 marzo 893), il Baiân ripete il nome di costui e lo dice entrato in Palermo capitale dell'isola il due sefer765 (4 maggio 892); la qual data, sì precisa, è indizio di avvenimento non ordinario; forse un moto di fazioni; forse una battaglia. Ne fan certi di ciò i cenni che troviamo in altri scrittori. Leggiamo nella storia d'Affrica del Nowairi, che l'anno dugentottanta (893-894) Ibrahim-ibn-Ahmed, rifatto hâgib, o vogliam dir ciambellano e primo ministro766, un Hasan-ibn-Nâkid, gli conferì inoltre parecchi oficii, tra i quali l'emirato di Sicilia, e che Hasan andò con un esercito a combattere i popoli di Tunis e di tutta la penisola di Scerîk767, come chiamavan la lingua di terra che si termina nel Capo Bon e dritto guarda al promontorio occidentale della Sicilia. Da un'altra mano, tra l'ottocentonovantadue e il novantasei, non s'intende in Sicilia d'impresa contro i Cristiani; anzi si vede fermato un patto tra loro e i Musulmani dell'isola: fermato ai tempi di Abu-Ali, dice la Cronica di Cambridge768; fermato coi Saraceni di Palermo che si ribellarono dal principe d'Affrica, dice Giovanni Diacono napoletano769, alludendo, com'e' par certo, al medesimo accordo. V'ha luogo dunque a due supposti: o che il principe affricano abbia voluto usar la vittoria di Mohammed-ibn-Fadhl, per togliere le franchigie della colonia, e farla reggere dal primo ministro ch'ei si teneva allato; ovvero che i coloni siano rimasi di sopra in alcun altro scontro, e Ibrahim abbia commesso al primo ministro, che, doma la penisola di Scerîk, traghettasse il mare, e andasse a domar la Sicilia, il che poi non si effettuò. Al secondo supposto dan valore le parole di Giovanni Diacono; talchè Abu-Ali sarebbe soprannome del capo della rivoluzione in Palermo.

La pace, chè tal vocabolo adopran qui i cronisti contro l'uso ordinario degli accordi coi Cristiani, non portava ai Musulmani altro avvantaggio, che di liberar mille prigioni di lor gente. Fu stipolata tra gli ultimi dell'ottocento novantacinque e i primi del novantasei. Le fu posto il termine di quaranta mesi; e la colonia diè statichi da scambiarsi ogni tre mesi, una volta Arabi e una volta Berberi770. Tornò dunque a un compenso del riscatto di mille Musulmani col valsente del bottino, schiavi e guasti di ricolte, che i Cristiani avrebbero potuto patire in quattro estati; e gli ostaggi si davano dai Musulmani ai Cristiani, perchè in tal baratto questi pagavan contante, e quelli in credito. Accordo glorioso per quei tre o quattro municipii della schiatta vinta che a mala pena si difendeano, stretti e incalzati in un cantuccio dell'isola; troppo umile pei conquistatori che s'eran lasciati prender tanta gente, sia in Sicilia sia in Calabria, si fidavano di liberarla con la spada. minore scandolo era per loro a confessare in faccia ai Politeisti la profonda scissura della colonia, con quello avvicendare degli statichi: Arabi e Berberi, non più fratelli in Islam!

Pongo termine qui alla narrazione del conquisto. Io non ho voluto arrestarmi all'ottocento settantotto alla espugnazione di Siracusa, proseguire infino a quella di Taormina nel novecentodue, che sarebbero parute l'una o l'altra epoche più esatte secondo i fatti esteriori. Ma il gioco delle forze politiche, al quale vuolsi risguardare piuttosto che agli accidenti delle guerre, cambiò appunto al tempo della detta pace. Allor fu che il principato bizantino lasciò la Sicilia come spacciata. Allora i pochi municipii cristiani independenti cominciarono ad operare dassè. Allora la colonia musulmana, stendendo la mano a quei generosi avanzi della schiatta vinta, gittossi nella lotta di independenza che darà materia al seguente libro.

 

 

 





722  Non enim hoc fas esse, leggiamo nella versione latina. I Musulmani d'altronde non fecero mai sagrifizii umani, come par che pensasse Teodosio; e la legge risparmiava la vita ai preti cristiani.



723  Tutto ciò da Teodosio, l. c.



724  Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43, dice venuto a posta un che ricomprò i prigioni di Siracusa l'anno 6393. Il Rampoldi, Annali Musulmani, an. 886, al solito senza citare, scrive che fossero riscattati 4253 prigioni che si trovavano «nel solo ergastolo di Siracusa,» e quasi altrettanti al Kairewân. Ma Siracusa era distrutta; i prigioni condotti in Palermo, come dice Teodosio, che dovea saperlo; e il numero non potea essere statogrande, che il quinto appartenente al governo sommasse ad ottomila e più, quanti si dice che ve ne fossero tra Kairewân e lo ergastolo di Sicilia. Perciò la compilazione orientale, da cui il Rampoldi par che abbia cavato quelle cifre, o è favolosa o erronea.



725  Il Gaetani, non trovando altra memoria di loro, chè la Cronica di Cambridge per anco non si conoscea, e volendo accrescere il catalogo dei martiri siciliani, suppone che Sofronio e i compagni fossero morti per la Fede.



726  Baiân, tomo I, p. 110. Quivi non leggonsi i gradi della parentela con Ibrahîm-ibn-Ahmed, ma si argomentan dai nomi. Traduco a caso il soprannome, ch'è scritto senza vocali, onde si potrebbe leggere Kherg-er-ro'ûna, "Nugolo di pazzia." ed è suscettivo d'altre lezioni e interpretazioni. Nel Baiân quest'omicidio è scritto dopo la presa di Siracusa. Ma ciò non prova che accadesse dopo: e le conseguenze del misfatto, riferite dal Baiân tutte nello stesso anno, fan supporre o ammazzato Gia'far nei principii, ovvero che l'autore non osservi rigorosamente la cronologia.



727  Baiân, l. c. Quivi si legge Hosein-ibn-Riiâh. Correggo Ribâh per essere famiglia illustre della colonia, e per trovarsi appo Nowairi un Hosein-ibn-Ribâh governatore della Sicilia nell'872, come si è detto a p. 391.



728  Baiân, tomo I, p. 110.



729  Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 15. Il nome nel MS. si trova senza punti diacritici, fuorchè su l'ultima lettera; ma credo che gli editori si fossero bene apposti nel supplire i punti che mancano. Va trascritto Khrîsâf. Il diploma del XII secolo al quale alludo, si legge in Pirro, Sicilia Sacra, p. 390. Nata contesa intorno i confini di un podere nel territorio di Cagliano, re Ruggiero, il 1142, deputò a deciderla un conte Simone e il famoso Giorgio di Antiochia; i quali intesero varii notabili, e tra gli altri un Crisafi di Troina. Fa anco menzione di questa famiglia il Bonfiglio, autore messinese del XVII secolo, e lo stemma gentilizio di quella, presso Burmanno, Thesaurus Antiquit. Siciliæ, tomo IX, p. 117. Un marchese Crisafi e un suo fratello, cavaliere gerosolimitano, usciti di Messina per cagion della rivoluzione contro gli Spagnuoli e rifuggiti in Francia, segnalaronsi dopo il 1691, sotto le bandiere francesi, nell'America settentrionale. Dei quali il cavaliere, audace uom di guerra e di stato, si dice sia morto di crepacuore non vedendosi punto rimeritato dalla corte di Francia; e l'altro governò il distretto delle Trois Rivières, come si legge in Charlevoix, Histoire de la nouvelle France, tomo II, p. 95 seg. Questa famiglia, dopo mille anni di nobiltà, si è estinta in Messina, come mi si dice, verso il 1840.



730  L'autore è anonimo. La leggenda fu tradotta dal gesuita siciliano Fiorito, sopra un MS. greco del monastero del Salvatore di Messina. Pubblicò questa versione il Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 63, seg., e l'hanno ristampato i Bollandisti, Acta Sanctorum, 17 agosto.



731  Epistola di Giovanni VIII papa, di CCXL, data il 19 nov. 879, presso Labbe, Sacrosanta Concilia, tomo IX, p. 184. Il Muratori, Annali, an. 880, confonde questa vittoria con l'altra che siamo per narrare, significata da papa Giovanni a Carlo il Calvo per una epistola del 30 ottobre 880, CCLV (stampato per errore CCXLV).



732  Theophanes continuatus, lib. V, cap. LIX-LX-LXI, p. 298, seg. Queste fazioni e le altre dell'armata bizantina in Sicilia e Calabria son riferite innanzi la espugnazione di Siracusa. Ma l'anonimo compilatore confessa (cap. LXXI, p. 313) non esser punto certo della cronologia. Io l'ho corretto con la scorta delle autorità musulmane e italiane che citerò nelle note seguenti.



733  Theophanes continuatus, lib. V, cap. LXII, p. 303. Che sia la stessa armata veduta da Elia nel porto di Palermo mi par supposizione necessaria.



734  Baiân, tomo I, p. 110.



735  La Continuazione di Teofane il solo nome Nasar. Nella Vita di Santo Elia l'ammiraglio è chiamato Basilio Nasar; ma dubito che il nome di Basilio sia quello dell'imperatore, aggiunto a Nasar per errore del MS. o della versione. Nasar è nome semitico. Da ciò, e dall'avere l'ammiraglio chiesto rinforzi di Mardaiti, argomento che appartenesse a questa gente, così chiamata dagli Arabi perchè si ribellò da loro. Erano Cristiani del Libano, della setta che si addimanda Maronita.



736  Di questa sconfitta dell'armata musulmana d'Affrica e di Sicilia abbiamo testimonianze diverse, che non è difficile a mettere d'accordo.

                La Continuazione di Teofane, l. c., cap. LXII, il numero delle navi africane; il tempo vagamente e con errore; il luogo anche vagamente; ma dice che il nemico scorresse i mari di Cefalonia e Zante, e che Nasar uscisse da Modone, e tornassevi dopo la vittoria, e poi, chieste istruzioni a Basilio, venisse in Palermo. La epistola di Giovanni VIII, del 30 ottobre, 19a indizione (dal sett. 880 al 31 ag. 881), dando a Carlo il Calvo le nuove dei Greci e Ismaeliti, dice: quia Græcorum navigia in mari Israelitarum victorisissime straverunt phalanges; ed è evidente che debbasi leggere Ismaelitarum. Nella Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43, troviamo: «L'anno 6388 ( settembre 879 a 31 agosto 880), i Bizantini presero le navi dei Musulmani in un luogo che s'addimanda Ellada.» Questa voce precisamente si legge, nel MS. con la l raddoppiata e la d con un punto diacritico, con la quale per lo più gli Arabi trascrivono la d greca o latina, perchè la loro d senza punto si confonde spesso con la nostra t. Ellade è appunto il nome del tema della Grecia propria, che stendeasi dall'uno all'altro mare, compresavi l'isola di Negroponte, che sta a levante, ma non Cefalonia e Zante, che giacciono a ponente; e confinava a settentrione col tema di Tessalonica, a mezzodì con quello del Peloponneso. Tal nome è scritto ordinariamente dai Bizantini ̀Ελλας, all'accusativo ̀Ελλάδα, con le medesime lettere e accento della trascrizione arabica. Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 109 verso; e. MS. di Bihars, fog. 49 recto, anno 266 (22 agosto 879 a 10 agosto 889), riferisce la battaglia ne' mari di Sicilia; presa la più parte delle navi musulmane, e salvatisi gli avanzi in Palermo. Il Baiân, tomo I, p. 110, dice portata la guerra dal governatore di Sicilia ai Bizantini, che fecero uscire 140 navi; scontratesi le due armate; prese le navi della musulmana; e passati i vincitori a Palermo. Ciò nel 266. Finalmente la Vita di Santo Elia allestita l'armata in Palermo contro Reggio al tempo dello imperatore Leone; mandato da costui Basilio Nasar con 45 navi; ito Santo Elia di Palermo a Taormina ed a Reggio, ove confortò i cittadini che non fuggissero, e Nasar che fidasse nella vittoria; uscito Nasar contro i Musulmani, cui ruppe, messe in fuga, affondò in mare, o fe' prigioni. In questa narrazione può star la data dell'880, poichè Leone, che regnava solo quando fu scritta la biografia, era già associato al padre innanzi l'880, e probabilmente, come lo accennai di sopra, il nome di Basilio nel testo va aggiunto a quel di Leone, e non dato come nome di battesimo di Nasar. Però non han luogo le conghietture cronologiche del Gaetani, op. c., p. 68, e dei Bollandisti, vol. c., p. 483. Quanto al luogo della battaglia, o fu confuso nella memoria di Elia che vecchio narrava questi casi, o dalla penna dell'agiografo, ovvero seguì un novello scontro di 45 navi bizantine con gli avanzi dei Musulmani, che uscissero di Palermo, vedendosi assaliti nelle case loro.

                Dopo il detto fin qui, i fatti mi sembrano provati abbastanza. Così anche la data, non ostante una difficoltà che non voglio tacere, cioè che Giovanni VIII avesse differito sino al 30 ottobre a significare a Carlo il Calvo una sì importante sconfitta dei Musulmani seguita nei primi di agosto. Ma questa data di agosto 880 calzabene con tutte le memorie; e d'altronde le comunicazioni tra la Sicilia e Roma erano sì incerte, e sopratutto sì poca la voglia di papa Giovanni a dare quella nuova, a Carlo, dal quale sollecitava sempre aiuti contro i Musulmani, che ben si possono supporre passati due mesi e mezzo. Infine è da considerare che il papa non scriveva apposta quest'avviso, ma per incidenza, e rispondendo a Carlo il Calvo che gli avea domandato, forse maliziosamente, che si dicesse dei Greci e dei Saraceni.



737  Theophanes continuatus, lib. V, cap. LXIV, p. 304-305. L'obolo rispondeva a 1/210 del bizantino, ossia circa 0,06 di lira italiana.



738  Ibn-el-Athîr, l. c.



739  Si confrontino: Theophanes continuatus, l. c., e Baiân, tomo I, p, 110.



740  Non mi par dubbio che la divisione di quei legni sottili vi rimanesse dopo la partenza di Nasar. Il porto dovea essere Termini o Cefalù; poichè le schiere si spingeano su la parte delle Madonie che sta a cavaliere a quella spiaggia.



741  Si confrontino: Leonis Grammatici, Chronographia, p. 258, e Georgii Monachi, De Basilio Macedone, cap. XX, p. 845. Secondo quest'ultimo ho soppresso il nome di Musulice, che Leone anche a Euprassio, e che sembra nome del capitano che gli succedette.



742  Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 25 recto, e MS. di Bibars, fog. 62 recto, sotto l'anno 368 (881-882), dice presa dai Musulmani una fortezza «che i Greci aveano fabbricato di recente, e chiamatala la Città del Re.» - "Di recente" qui si deve intendere l'880, perchè prima erano vincitori e padroni i Musulmani in quelle parti. Quanto a Polizzi, oltre il sito ch'è designato da tutte le fazioni di guerra dell'882, accenna a quella città anco il nome, che necessariamente doveva esser greco, Βασιλεόπολις o soltanto Πόλις, e Pólis esattamente si pronunziava nel XII secolo, come il prova la trascrizione arabica di Edrisi. Però è caduto in errore il Wenrich, il quale, lib. I, cap. XI, § 96, p. 128, ha creduto di trovare la "Città del Re" in Castroreale, senza riflettere che il nome non potea essere latino, e senza sapere che Castroreale fu fabbricata dagli Aragonesi nel XIV secolo, come si scorge dal Fazzello, deca I, lib. X, cap. I, e da Amico, Lexicon Topographicum.



743  Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 120 recto; e MS. di Bibars, fog. 59 recto, anno 267; Baiân, tomo I, p. 111; e Ibn-abi-Dinâr, MS. di Parigi, fog. 21 verso, con lo errore di Iliâs in luogo di Abbâs. Questo nome patronimico è scritto El-Miâs in Ibn-Wuedrân, MS. § 6, versione francese nella Revue de l'Orient, déc. 1853, p. 429.



744  Ibn-el-Athîr, l. c.



745  Confrontinsi: Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43; e Vita di Santo Elia da Castrogiovanni, presso Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 68, e presso i Bollandisti, Acta Sanctorum, 17 ag., p. 483. Nella cronica si legge sconfitto a Taormina Barsâs; la Vita di Santo Elia dice Barsamius che mi pare migliore lezione. Infatti il nome di Barsemius, trascrizione del siriaco Barsuma, si trova in Mesopotamia dal secondo al quinto secolo dell'era volgare, com'io l'ho accennato nelle note al Solwân-el-Mota', d'Ibn-Zafer, nota 44 al capitolo V, p. 336. Il Wenrich, lib. I, cap. XI, § 96, dice uccisi 3000 Cristiani; e cita nella nota 144 Ibn-el-Athîr. Così confonde questa fazione con quella che seguì nell'882.



746  Ibn-el-Athîr, l. c. Nel MS. si legge chiaramente Bekâra, che parrebbe trascrizione di Biccarum, come troviamo scritto il nome dell'odierna Vicari nei diplomi latini dell'XI secolo; ed è terra lontana 30 miglia da Palermo, e circa la metà dalla spiaggia del Tirreno. Ma in Edrisi il nome di Vicari è trascritto Bikû, che risponde esattamente al Βοικὸς di un diploma greco dell'XI secolo, pubblicato da Buscemi, Giornale Ecclesiastico per la Sicilia, Palermo 1832, tomo I, p. 212 e 213. Dippiù, Edrisi parla di un altro castello, nelle vicinanze al certo di Gangi, terra a 14 miglia da Polizzi, il nome del quale castello nella Geographia Nubiensis è scritto Mekâra, così anche nel MS. di Edrisi d'Oxford, e Nakâra in uno dei MSS. di Parigi; nell'altro, che è il migliore, Bekâra: varianti, tra le quali è da preferirsi Mekâra, supponendosi con fondamento che fosse appunto presso Gangi la Imacara di Plinio e la Megara di Tolomeo. Posto ciò, rimane in dubbio se vada fatta ad Ibn-el-Athîr la stessa correzione di Mekâra, ovvero debba supporsi che la cronica nella quale ei lesse Bekâra, avesse così trascritto, in modo diverso da Edrisi, il nome di Biccarum. È dubbio insignificante ed impossibile a sciorre, poichè entrambi i siti di Vicari e di Gangi poteano essere occupati dai Bizantini in quella impresa. D'altronde i nomi di Biccaro, Vaccaro, Vico, Bica ec., doveano essere frequenti in Sicilia; e tanto più facilmente si poteano confondere, quanto bekkâr in arabico risponde al greco βοϊκὸς e all'italiano "boaro" e "vaccaro."



747  Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 123 recto; e MS. di Bibars, fog. 62 recto, anno 268.



748  "Kalat-abi-Thûr," in Edrisi; "Calatabutor, Galatabutur, ec.," nei diplomi latini dell'XI e XII secolo.



749  Nicetæ Paphlagonii, Vita Sancti Ignatii, presso il Labbe, Sacrosancta Concilia, tomo VIII, p. 1247.



750  Parlando familiarmente, gli Arabi chiamano più tosto del soprannome che del nome o casato.



751  Riadh-en-nofûs, MS. di Parigi, fog. 79 verso. La versione mia è fedele, non litterale.



752  Egli adopera i due sostantivi, hesced, "ragunata," e gem', "turba."



753  Ibn-el-Athîr, l. c. Il Baiân, tomo I, p, 111, sotto l'anno 268, accenna solo lo scambio del governatore, dando esattamente gli stessi nomi del deposto e dello eletto. La Impresa di Mohammed-ibn-Fadhl si dee riferire all'882, poichè il guasto delle mèssi determina la stagione.



754  Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 135 verso, anno 269; e MS. di Bibars, fog. 72 recto. Questo capitoletto con alcuni altri è stato dato da M. Des Vergers, in nota nell'Histoire de l'Afrique et de la Sicile par Ibn-Khaldoun, p. 132, seg. Vi si sostituisca Rametta a Rita su l'autorità del MS. di Bibars. Così ancora nel capitoletto del 271.



755  Ibn-el-Athîr, con frase vaga o mutilata dai copisti, scrive: «Mosse con grande esercito verso la città di Catania, e distrusse quanto era in quella.»



756  Il Baiân, tomo I, p. 113, i soli nomi del governatore morto e del rifatto; Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 140 recto, e MS. Bibars, fog. 83 recto, anno 271, narra le fazioni di guerra e lo accordo; il Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43, dice del solo accordo. Ecco le parole delle due croniche. In Ibn-el-Athîr leggiamo: «.... e incalzava la città, quando vennero a trovarlo oratori del patrizio dei Rûm, chiedendogli la tregua e lo scambio dei prigioni, ec.» La Cronica di Cambridge ha: «Il ûi ti recò il riscatto, e fe' uscire i prigioni di Siracusa;» come va corretta la versione latina. Quel nome, ove mancano i punti diacritici di due lettere, è stato letto Buliti, e il Di Gregorio sagacemente ha riconosciuto in questa voce la greca Βουλευτις o meglio Βουλευτης), che si pronunziava Vulevtis; dandosi dai Greci il medesimo valore della nostra v alla β e alla υ. Perciò nel supplire i punti diacritici al testo correggo Bûlebtî. Parmi sia questo il plurale Βουλευται, che nella lingua dei mezzi tempi significava Decurioni, ossia, collettivamente, la Curia.

                Parmi che gli annali musulmani abbian mutato cotesti magistrati municipali in oratori del capitano bizantino. Potrebbe essere ancora che il capitano del presidio abbia fermato l'accordo, e alcuni decurioni siansi recati poi in Palermo a togliere i prigioni cristiani, recando i musulmani, che forse non erano a Taormina. In ogni modo, il fatto, e la voce usata da Ibn-el-Athîr, mostrano che si trattasse di scambio, e non di mero riscatto di Cristiani.



757  Confrontinsi: Ibn-el-Athîr, MS. A, tomo II, fog. 161 verso; MS. di Bibars, fog. 85 verso, anno 272; Baiân, tomo I, p. 113.



758  Ibn-el-Athîr e Baiân, ll. cc.



759  La guerra civile tra i Berberi e il giund, ossia le milizie arabe, si legge nella Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43; il rimanente nel Baiân, tomo I, p. 114. In quest'ultimo, con la data del 273 (7 giugno 886 a 26 maggio 887); nella Cronica di Cambridge, del 6395 (1 settembre 886 a 31 agosto 887). Nel Rampoldi, Annali Musulmani, anno 887, si legge: «L'autore del Nighiaristan, dice che in Sicilia ebbero luogo forti combattimenti tra quei Cristiani e i Musulmani, con riportarne a vicenda qualche vantaggio.» Non sarebbe impossibile che il compilatore persiano, o lo italiano, abbia così interpretato i casi della guerra civile; o che il Rampoldi, per errore, abbia tolto questa notizia dalla Cronica di Cambridge, e citato il Nigâristân.



760  lo chiama Erchemperto.



761  Il Baiân, tomo I, p. 114, sotto l'anno 275, dice della «tremenda battaglia» vinta dai Siciliani, e che perissero dei nemici più di 7000 ammazzati, e da 5000 annegati. Forse il compilatore lesse male i testi, che riferissero due tradizioni diverse, ovvero portassero il numero dei morti in battaglia, e poi il totale, compresivi i prigioni; o che so io. Si accenna inoltre la fuga dei Cristiani dalle terre vicine ai Musulmani, che si deve intendere delle Calabrie, e sopratutto di Reggio, secondo le testimonianze della Cronica di Cambridge e di Erchemperto. Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43; ove si porta a 5000 il numero degli uccisi, la battaglia a Milazzo e la data del 6397 (1 settembre 888 a 31 agosto 889). Similmente, Ibn-Abbâr, nello squarcio di cui si farà menzione nella nota seguente, parla della «battaglia di MilazzoErchemperto, Historia, cap. LXXXI, la suppone nello stretto di Messina. Il Rampoldi, Annali Musulmani, anno 888, scrive così: «Terminò i suoi giorni in Palermo l'emir Iakoub figliuolo di Ahmed, della casa di Aghlab, uno dei comandanti generali in Sicilia, e governatore di Messina. Aaroun el Khams gli succedette nel governo dei Musulmani di quella cittàIgnoro donde egli abbia potuto trarre questa seconda notizia. La prima mi pare arbitraria correzione di ciò che scrisse erroneamente il Nowairi.



762  Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, fog. 36 recto.



763  In miglia siciliane secondo la carta geografica. È notevole che Edrisi appunto la stessa distanza in miglia arabiche che rispondono alle siciliane. Nel secolo passato, la distanza si ragionava 13 miglia, certamente per altra strada meno malagevole. In oggi, la strada del corriere, che passa per Spadafora facendo un lungo giro, è di 24 miglia.



764  Ibrahîm suo padre era fratello di Khafâgia emiro di Sicilia, del quale si è detto. Sofiân, ceppo di questa famiglia, era fratello di quell'Aghlab da cui prese nome la dinastia.



765  Ibn-Abbâr, MS. della Società Asiatica di Parigi, l. c. Il nome dello ammiraglio greco si trova nella Vita di Santo Elia da Castrogiovanni, presso il Gaetani, Vitæ Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 72, se pur la vittoria dell'ammiraglio Michele fu riportata nello stesso scontro in cui presero Mogber. Il Conde, Historia de la Dominacion de los Árabes en España, parte II, cap. LXXV, senza citare Ibn-Abbâr, ha dato una versione poco esatta dell'articolo biografico sopra Mogber.



766  Baiân, tomo I, p. 115, anno 276.



767  Chronicon Cantabrigiense, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43. Questa cronica non indica al certo col nome di Siciliani i Cristiani, i quali chiama sempre Rûm, ma sì bene i coloni di Sicilia; come tutti gli scrittori arabi dicono Sirii, Egiziani, Spagnuoli ec., i coloni di lor gente in que' varii paesi.



768  Si conferma questo significato della voce "Affricani" dal seguente passo della Cronica di Cambridge, presso Di Gregorio, Rerum Arabicarum, p. 43: «L'anno 6406 i Berberi assaltarono il giund, e consegnarono agli Affricani Abu-Hosein e i suoi figliuoli.» Gli Affricani dunque non erano i Berberi gli Arabi d'Affrica venuti in Sicilia al conquisto, e scritti nei giund, ma le soldatesche mandate da Ibrahim-ibn-Ahmed.



769  Baiân, tomo I, p. 116, anni 278 e 279.



770  Nell'originale "ministo". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



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