Octave Mirbeau
I cattivi pastori
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OTTAVIO MIRBEAU

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OTTAVIO MIRBEAU

La prima volta che vedemmo Ottavio Mirbeau, o, piuttosto, che lo udimmo, tra il brusìo d'una pubblica riunione, fu nel periodo dell'«affare Dreyfus». Presiedeva un comizio. Ci diede l'impressione di un energico e di un solido. Le sue sopracciglia pronunciatissime, le mascelle possenti, il collo taurino, i baffi enormi spioventi che gli adombrano la bocca stretta; tutto un insieme di lineamenti rigidi gli compongono una fisionomia burbera di vecchio capitano in riposo o di lottatore da fiera. Aggiungasi a ciò l'accento brutale con cui parla ai suoi uditori, i gesti convulsi, le sue asprezze...

Ottavio Mirbeau ci apparve, quella sera, come un rude, coraggioso e forte combattente.

L'abbiamo incontrato dopo parecchio tempo, in differenti luoghi e in diverse occasioni. Non era più il baldo combattente; ci apparve, al contrario, stanco e come un disilluso. Sembrava trascinasse penosamente il peso di qualche vecchio e invincibile dolore. Ed abbiamo creduto sorprendere, ne' suoi occhi chiari, sotto il velo delle ciglia, una espressione di indicibile sofferenza, come un riflesso di scoramento e di irrimediabile nostalgia.

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E in quelle due attitudini ci è apparso il vero Mirbeau. Battagliero, certo, è; ed i suoi avversari lo possono testimoniare un poco. Ma è pure un essere fatto di sensibilità e di debolezze. Questo polemista formidabile che si getta a corpo morto nella mischia, che si precipita sui suoi nemici e distribuisce colpi furiosi a destra ed a sinistra, ha timidezze da fanciulla, tenerezze infantili. Adora i fiori: ha il culto degli uccelli. Ah! soprattutto degli uccelli, ai quali non vuole assolutamente si manchi loro di rispetto. Vi ricordate Isidoro Lechat che, appena si presenta, fa cacciare dal suo parco un povero uccello? In questo gesto Mirbeau volle simbolizzare tutta la malvagità e tutta la meschinità umana. Per lui un uomo che non ama gli uccelli è un bruto, un criminale capace di ogni misfatto. Mirbeau ama pure i cani – salvo, forse, l'orribile bestiolina del Calvario. Infine, ama gli uomini benchè li conosca troppo bene e sappia presentare i loro vizi e le loro traversie magistralmente: ma li ama quando sono deboli, meschini, miserabili; quando possono incitarlo alla pietà fraterna; quando si annoverano tra i vinti della vita.

E tutta questa tenerezza che conserva in fondo al suo cuore, tutta questa sensibilità che dissimula accuratamente – forse per il timore del ridicolotraspare, malgrado tutto, nelle sue opere; tutta questa riservatezza di sentimenti, di aspirazioni, di desideri umani, fraterni, che comprime e respinge ostinatamente; tutto ciò ha una subitanea esplosione: ed è collera, indignazione, veemenza. Ed allora è una di quelle pagine meravigliose di chiarezza e di precisione, in cui tuonano le imprecazioni, turbinano gli anatemi; in cui le frasi colleriche o sprezzanti si succedono impetuosamente: è il torrente scatenato che straripa, travolgendo nelle sue acque tumultuose le invettive feroci, le metafore ardite, i paradossi audaci. È il capolavoro in cui si sente che l'autore vi ha infuso il suo sangue, i suoi nervi; ove ha versato tutto l'amore e la pietà di cui il suo cuore è capace.

L'epoca, particolarmente ignominiosa in cui viviamo, conosce pochi scrittori di questa tempra. La domesticità letteraria ed artistica riflette fedelmente i nostri tempi di democrazia e di suffragio universale. Letterati ed artisti, altre volte servi e cortigiani, sono oggi gli adulatori e i sostenitori della borghesia trionfante.

In questo gregge di timorati e di piaggiatori, fra questi accattoni di adulazioni, l'uomo di genio si sviluppa penosamente: lo scrittore di carattere dura molta fatica a manifestarsi. Appena balbetta qualche cosa il gregge inquieto si volge verso di lui e cerca di soffocarlo. Ma se egli persiste, s'egli affronta gli avversarî, se risponde con pari e maggior energia, allora si organizza il boicottaggio, e lo si soffoca... nel silenzio: lo si lascia dibattersi nel vuoto facendolo morire d'inazione.

Due scrittori robusti, due caratteri, hanno saputo resistere in Francia: Ottavio Mirbeau e Leon Bloy. Mirbeau ha saputo subito imporsi e scuotere l'indifferenza. E fu giuocoforza accettarlo. Il suo genio apparve in modo così chiaro che è stato impossibile negarlo.

Solamente, ha suscitato degli odî che non perdonano. Ha detto delle verità scottanti, allorchè non si trascurava nessuna occasione per avvolgerlo nelle spire della menzogna. S'è mostrato audace e valoroso allorchè lo volevano vinto. È stato una lezione vivente di virilità, d'energia, di rivolta, per il gregge belante attorno a lui.

Perciò senza osare attaccarlo apertamente, bisogna vedere come sordidamente lo si dilania, come si sforzano con i denti e con le unghie di sminuzzarlo; come si segnalano i suoi errori, le sue fantasie, i suoi difetti; come si cerca di diminuirlo, rimpicciolirlo, ridurlo al livello degli altri.

I suoi errori, i suoi difetti, certo noi li conosciamo e possiamo segnalarli. Ma, è d'uopo confessarlo, noi amiamo Mirbeau anche ne' suoi difetti ed anche a causa di questi, perchè rivelano così bene il suo temperamento e sono, forse, le sue migliori qualità: e li constatiamo senza rammarico, per eccesso d'imparzialità, perchè ci permettono di prendere l'uomo in blocco e di erigerlo su d'un piedistallo.

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Ottavio Mirbeau è nato il 16 febbraio 1850 a Trévières, nel Calvados; è compatriota di Flaubert; lo è pure di Barbey d'Aurevilly.

La sua famiglia – dal ramo paternoera una vecchia famiglia di tabellioni, di cui uno, sotto Luigi XIII, fu, non si sa per quale delitto, decapitato a Mortagne. Suo padre era medico a Regmalard, nell'Orne, ove il giovane Ottavio trascorse la sua infanzia. Sua madre – ch'egli adorava e di cui, verosimilmente, ha ereditato la sensibilitàera una donna graziosa e gentile. Mirbeau annoverava pure, nella sua famiglia, uno zio, quel terribile abate Giulio di cui lo scrittore ci ha raccontato la storia.

Mirbeau, d'altronde, ci ha dato l'istoria della sua famiglia e de' suoi primi anni ne' suoi romanzi. Noi troviamo suo padre nel Calvario e nell'Abate Giulio con la descrizione delle vallate dell'Orne, dei campi e delle foreste del Besnin d'Isigny, «avec des pommiers, des peuplíers et la mer comme fond de tableau

L'infanzia dello scrittore trascorse, dunque, in mezzo agli alberi, in piena natura: ed egli se ne sovviene più tardi. Poi con Sebastiano Rock, noi lo troviamo dai gesuiti di Vannes ove ci mostra come si avvizzisce l'intelligenza di un fanciullo.

Uscito dal collegio, esita per qualche tempo. Doveva avviarsi al diritto o alla medicina? Finalmente optò per il diritto e si recò a Parigi.

Scoppiò la guerra del 1870. Mirbeau servì come luogotenente nell'armata della Loira... Se ne rammentò di questo periodo, e, ancora nel Calvario, si trova un capitolo meraviglioso in cui Mirbeau ci dice il suo orrore per la guerra e pei massacri.

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I suoi primi anni a Parigi furono abbastanza movimentati. Il giovane non aveva ancora trovato la sua via. Cercò famigliarizzarsi con la letteratura. Dugué de la Fauconnerie, amico della sua famiglia, lo fece entrare nell'Ordine, da lui fondato. Il primo articolo di Mirbeau fu un articolo lirico su Manet, Monet, Cézanne, zeppo di ingiurie sanguinose dirette contro gli accademici. Quell'articolo gli fece semplicemente togliere l'incarico delle critiche per la pittura. Passò allora a quella teatrale. Ma in pochi mesi, dopo aver coscienziosamente fustigati numerosi artisti, mandò in collera talmente tutti i direttori di teatro, provocando numerosi dissensi col giornale.

Allora – come narra Edmondo de GoncourtMirbeau passò quattro mesi a fumar l'oppio: «Egli ha incontrato qualcuno di ritorno dalla Cochinchina il quale gli disse che ciò che scrisse Beaudelaire sui danni dell'oppio è una pura fandonia; chè l'oppio, al contrario, procurava un delizioso benessere. E il lusingatore gli regala una pipa e una vestaglia cochinchinese. Ed eccolo per quattro mesi avvolto nell'ampia vestaglia a fiorami, a fumare delle pipe, delle pipe, delle pipe, consumandone perfino cento ottanta al giorno e non mangiando più, o bevendo solamente un uovo à la coque ogni ventiquattro ore. Infine egli giunge ad un annientamento completo, confessando che l'oppio conferisce una certa ilarità dopo averne fumato un piccolo numero di pipe; ma che, passato ciò, la fumerie causa un vuoto, un malessere, accompagnati da tristezza; una tristezza impossibile a concepire. È allora che suo padre, a cui aveva scritto che era in Italia, lo scopre, lo spoglia della vestaglia, lo trae dal suo alloggio, e lo conduce per qualche mese a viaggiare con in Ispagna

Ristabilitosi, Mirbeau – che, a quell'epoca, era francamente reazionario, e derideva e combatteva i repubblicani, – fu nominato sottoprefetto a Saint-Girous, il 16 maggio. Ma quale sottoprefetto fu!... Con le sue asprezze e i suoi paradossi azzardati, giunse a scandalizzare tutta la sua amministrazione. Non tardò ad abbandonare questo posto e ritornò al giornalismo: entrò nel Gaulois.

In quel tempo fu soggiogato da una terribile passione per una donna. Volle guadagnare del danaro e si fece «borsista». La fortuna sembrava dovesse arridergli, perchè riescì a guadagnar fino a dodicimila lire all'anno. Ma ben presto fu disilluso: dopo una crudele decezione, acquistò un battello da pesca in Bretagna e, per diciotto mesi, si mise a navigare, fuggendo il mondo, fuggendo le donne.

Poscia ritornò alla letteratura. Nel 1882, pubblica nel Figaro un articolo, il «Commediante», che gli valse delle polemiche rumorosissime. In seguito fonda, con Grosclaude e Paul Hervieu, Grimaces; e attacca soprattutto i repubblicani; non trascurando di mettere in ridicolo anche i suoi colleghi.

Seguirono duelli con Deroulède, Etienne, Bonnetain. Dopo, Mirbeau non ha più voluto sentir parlare di duello. Rifiutò di battersi con Bernstein, giudicando che si era battuto già abbastanza per avere il diritto di non battersi più.

Nel 1886, Mirbeau pubblica il suo primo volume: Lettere dalla mia capanna; serie di racconti e di novelle, delle quali qualcune possono bene sostenere il paragone con le opere di Maupassant, suo amico. Nel 1887, vede la luce il suo primo romanzo, un vero capolavoro il Calvariopercorso da un soffio di passione e d'agonia, con gridi di rabbia e di sofferenza. Il Calvario! il migliore dramma d'amore che ci fu dato di leggere: la passione di Jean Mintié, la perversità e l'incoscienza di Juliette Roux, un'eroina, un po' meglio accampata e più vivente che le sue compagne: Sapho e La Glu.

Nel 1888, ecco l'Abate Giulio. È la storia di suo zio, un curato refrattario e vizioso, che è il disonore della famiglia e muore dei suoi vizi, miserabilmente, in uno spasimo e in un ultimo tentativo di oscenità.

Nel 1890: Sebastiano Rock, la storia di un fanciullo allevato dai gesuiti, pervertito moralmente e fisicamente, che si ribella contro la tirannia imbecille de' suoi maestri.

E quello che bisogna più apprezzare e lodare in questi libri, oltre alla passione traboccante, il vigore e i coloriti dei paesaggi, è la chiarezza, la limpidezza di uno stile abbondante, scorrevole come un fiume maestoso o precipitantesi come un impetuoso torrente. E quel che bisogna pure lodare è la realtà e la precisione dell'osservazione, la profonda verità de' suoi personaggi che soffrono, piangono, vivono....

Dopo, Mirbeau affrontò il teatro con i Cattivi Pastori, dramma rivoluzionario d'intenso romanticismo. Ha continuato con Epidemia e il Portafoglio, in cui si rivelano le sue qualità di ironista e che fanno pensare ad Aristofane. Pubblicò pure Il giardino dei supplizi, Le memorie di una cameriera, I ventun giorni di un nevrastenico, La 628-E8, il suo ultimo libro, quello in cui si scoprono più chiaramente i suoi difetti e le sue qualità; in cui Mirbeau si dimostra quello che è: mordace, mutevole, sentimentale, amaro, impetuoso, ingannandosi perfino, sovente anche, ma sempre in buona fede.

Fece rappresentare infine, dopo Scrupoli, dopo il Portafoglio, dopo Gli amanti, il suo capolavoro teatrale, che è pure uno dei capolavori del secolo: Les affaires sont les affaires. In questo lavoro, come sempre, vi sono dei difetti e delle straordinarie qualità di stile e d'osservatore.

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Goethe scriveva: «Tutto quello che non si dice con un partito preso appassionato non vale la pena d'esser detto».

Non si potrà fare a Mirbeau il rimprovero di non mettere del partito preso appassionato in ciò che scrive. Fors'anche ve ne mette troppo; ed è così che risaltano quelli che si chiamano suoi difetti. Con la medesima sincerità tanto nell'odio che nell'amicizia, parte in guerra. Mirbeau non tiene conto delle circostanze, delle contingenze, dei moventi. Giudica aspramente; condanna od esalta. Ha degli ardori subitanei ed inesplicabili; delle passioni fulminee; poi dei disgusti, delle asprezze.

E ci fa comprendere meravigliosamente questa frase di Maupassant, che si direbbe scritta espressamente per lui.

«In certi giorni, provo orrore di ciò che è, fino a desiderare la morte; in certi altri, al contrario, ne gioisco, come un animale

E quando s'è messo in cammino più nulla lo trattiene; marcia speditamente, con la sua bella arditezza. Qualunque casa avvenga, nel dominio dell'arte o della politica, egli vi apporta la medesima feroce intransigenza, pronto a mutare di parere in seguito, senza cessare pertanto d'essere sincero. È per questo che fu altre volte antisemita, e che lo si è visto assumere, più tardi, le difese di Dreyfus.

È vero che il suo antisemitismo è giustificato, come lo ha spiegato lui stesso, dal contatto avuto con A. Meyer.

***

Mirbeau ha spezzato molte lancie in favore di certi artisti, di cui molti raggiunsero la celebrità. Ma non è critico d'arte: giudica con troppa passione. Non sa analizzare freddamente, esaminare i dettagli. Un'opera la sente: ne apprezza le qualità, e sa maestrevolmente esprimere ciò che sente.

In una lingua meravigliosa di semplicità e precisione, egli ci dipinge «les ciels legiers, joyeusement respirables de Giveruy et de Vetheuil; les atmosphères translucides et les pesantes mers de la Mediterranée».

Ma allorchè s'inganna, come rimane tutto così eccessivo, l'impressione è penosa.

Nel «628-E8», il lavoro in cui Mirbeau si palesa interamente, perchè questo libro è concepito senz'ordine e senza metodo scrive alla va-que-je-te-pousse, con una verve indiavolata e perchè il suo talento di polemista ha trovato materia per esercitarsi meglio ancora che nelle Memorie di una cameriera, meglio che nel teatro, meglio che nelle sue cronache di giornale. In questa «628-E8», dunque, Mirbeau, ci racconta tranquillamente che dopo aver ammirato per tutta una giornata Rembrandt, non ha potuto trovare che un solo pittore adatto di essergli posto immediatamente accanto: e fa il nome di Van Gogh. È andare un po' lontano, soprattutto quando si pensa che ciò non è detto per il vano piacere di sembrare paradossale. Altrove egli oppone Mayol, pallido erede degli etruschi, all'immenso Rodin, e lo pone al disopra. Come scrive per la critica d'arte, così è per il romanzo, per il teatro, per la stampa: esagera. Gli amanti, il breve lavoretto contro la commedia dell'amore, cade nella farsa da caffè concerto, per voler essere troppo possentemente comico. Le memorie di una cameriera, I ventun giorni di un nevrastenico, soprattutto, contengono dei passaggi sconcertanti, degli apprezzamenti enormi. Così pure è nella «628-E8», quando giudica dell'intelligenza degli animali secondo la diligenza che spiegano a difendersi dall'automobile e allorquando attribuisce il premio alle oche salvatrici dei Capitoli.

Ecco i difetti di questo scrittore vibrante ed entusiasta anche nello scetticismo e nel disgusto. Ecco i suoi difetti che sono enormi come le sue qualità e che noi amiamo perchè sono i difetti di Mirbeau; perchè Mirbeau bisogna ammirarlo o respingerlo interamente.

***

Limitiamoci. In questa breve presentazione dell'autore di Cattivi Pastori noi non abbiamo l'intenzione di scrivere una pagina di critica letteraria e neanche di fare la psicologia dello scrittore di cui presentiamo una delle sue opere. Ci limitiamo a dire la nostra ammirazione e di tracciaresinteticamente – il carattere tormentato, brutale, ma pur così attraente di Ottavio Mirbeau.

Il quale è il solo temperamento audace – con Leone Bloy, come dicemmodopo Jules Vallès, a cui rassomiglia sotto tanti punti di vista: la sua infanzia sventurata, la sua selvatichezza, la sua verve feroce, le sue indignazioni. Ma è soprattutto – per ora – il solo romanziere di genio, il solo che i francesi possono opporre al grande Tolstoi, di cui non è lontano d'esserne il discepolo, filosofia a parte. Mirbeau nutre, del resto, per Tolstoi la più profonda ammirazione; e si può osservare nella sua camera un ritratto del grande scrittore russo con una dedica entusiastica scritta di proprio pugno dall'apostolo della rassegnazione.

È inoltre, malgrado le sue bizzarrie, le sue brutalità volute, il suo esteriore rozzo affettato, lo scrittore il più sensibile e il più umano. Si sente passare a traverso le sue pagine un dolore immenso che si trasforma sovente in collera, talvolta in ironia. Tutto quello che è debolezza e sofferenza lo interessa e lo commuove. Ed è ancora lo scrittore il più chiaro, il più deliziosamente poeta e il più brutalmente verista.

Ecco perchè abbiamo tentato questa presentazione, che altri troveranno senza dubbio eccessiva, ma che ci sembra esprima debolmente ciò che sentiamo. La nostra giustificazione la si troverà nella difficoltà dell'impresa qualora si pensi che per dire di Mirbeau bisognerebbe avere a propria disposizione la penna dello stesso Mirbeau.

VICTOR MERIC.


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