Francesco Siliprandi
Scritti e memorie
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MEMORIE STORICHE E POLITICHE DEL CITTADINO FRANCESCO SILIPRANDI

VENEZIA

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VENEZIA

Dopo la consegna di Milano fatta da Carlo Alberto al maresciallo Radetzky, un commissario regio giunge in Venezia e vuole consegnare all’autorità la città. Tanto oltraggio risvegliò lo spirito del popolo oppresso dal mortifero reggimento monarchico e, memore delle gloriose tradizioni repubblicane degli avi, mosso da altissimo sdegno, caccia da Venezia il vile regio lenone e proclama di nuovo la repubblica di S. Marco. Venezia scioltasi dai lacci della fusione e daglinsidiosi regi amplessi, si prepara ad una guerra a morte contro l’Austria. Alcuni giorni dopo la sconfitta di Novara, il generale austriaco, annunziando al governo di Venezia la disfatta dell’armata sarda, chiede la sottomissione della città. Il governo della repubblica convoca l’assemblea e questa bandì il seguente decreto:

«L’Assemblea dei rappresentanti dello stato di Venezia

Decreta

«Venezia resisterà all’austriaco ad ogni costo.

«A tale scopo il presidente Manin è investito di poteri illimitati,

«Venezia, 2 aprile 1849».

Sulla medaglia di bronzo, coniata in quei giorni, in una faccia stavano incise le parole del decreto, e nell’altra vedevasi Venezia che impugna con la destra il brando, e la sinistra reggeva la bandiera tricolore: ed in giro alla simbolica figura si leggeva il motto di Dante:

«Ogni viltà convien che qui sia morta».

E non morì per viltà, per tradimento dei suoi capi, dei suoi generali, ma per fame.

Il 10 aprile gli austriaci cominciarono l’investimento della piazza e continuarono i lavori di approccio e di difesa fino al giorno 27. La fame minacciava Venezia, unica risorsa le sortite. Il 20 maggio attaccarono il nemico e gli tolsero 100 buoi, il 22 sortirono da Brondolo e vi condussero in Venezia 300 animali bovini. I parapetti del forte Malghera erano minati e nella notte del 26 Malghera fu abbandonata. L’abbandono di Malghera peggiorava la condizione di difesa della piazza, per natura e per arte fortissima, può cadere solo per fame.

Il 27 giugno la batteria del ponte soffrì gravi danni e vi perdettero gloriosamente la vita il suo comandante Cesare Rossaroli, ed il suo successore Koloz.

La notte del 29 luglio gli austriaci apersero un fuoco con nuove batterie di cannoni da 24, e vi lanciarono giornalmente in città da 450 palle, 130 granate e 400 bombe. Il nemico più terribile era la fame. La gran mendica aveva chiesto l’elemosina a tutti i popoli in nome della libertà e dell’indipendenza, aveva colato gli ori e gli argenti dei privati, esaurito ogni mezzo, unica risorsa la sortita. Questa fu eseguita il primo agosto e gli fruttò 200 buoi, del vino e della farina, deboli risorse, sufficienti per pochi giorni.

Erano esaurite tutte le munizioni di guerra e di bocca e orribilmente infierivano i flagelli, la fame e la peste. Manin quantunque vedesse non venir meno l’eroismo del popolo veneziano, ritenuto impossibile una più lunga resistenza, sentito il voto dell’assemblea, inviò due rappresentanti del municipio al campo nemico per la sera. Il 30 agosto gli austriaci occuparono la città.

Caduta Venezia, la guerra per l’indipendenza d’Italia era estinta.

Le due giovani repubbliche caddero schiacciate sotto il peso della forza brutale dell’Europa reazionaria coalizzata, salvando col loro sangue l’onore italiano. Caddero come l’uragano schianta la quercia, ma non altera la legge della vegetazione, la quale rimane inviolata.

La virtù e l’onestà dei capi rifulgono di una luce pura e incontaminata: ma essi pure furono travolti nell’asfissiante atmosfera monarchica ed incorsero in non lievi errori. Venezia, dopo essersi liberata dalle insidie del governo monarchico e dagli inganni dell’infido re, non dovendo fidare che nelle proprie forze, per imprevidenza, i suoi capi non approvvigionarono la piazza per una lunga resistenza, non aumentarono le forze di terra e di mare, e rimasero inerti fino al momento che Venezia fu attaccata. Roma sacrificò tutto per l’unità, e voleva salvare l’Italia conservando le vecchie istituzioni, i vecchi pregiudizi, il cattolicesimo. In nome di Dio e del popolo, diceva un decreto dei triumviri: «Al primo suon della campana a stormo sarà esposto nelle principali chiesa il Santissimo Sacramento per implorare la salute di Roma, e la vittoria del buon diritto». Il ministro Rusconi in una sua nota alle potenze cattoliche le pregava di sospendere la guerra per non esporre la religione in pericolo. Mazzini diplomatizzava con Lesseps, non insistendo che sulla necessità della rinuncia del potere temporale, dando tutte le guarentigie al pontefice per l’esercizio del potere spirituale.

LA CONGIURA

I tradimenti dei re, dei principi e dei generali; le arti perfide della sette gesuitiche, delle camarille di corte e dei moderati; l’inettitudine dei maggiorati che lasciarono fare ai ministri, ai cortigiani, ai vescovi, e li additavano al popolo come i soli salvatori; l’ignoranza delle masse dei propri diritti e delle proprie forze; la mancanza di un concetto rivoluzionario rigeneratore e dirigente l’azione furono le cause principali della catastrofe delle insurrezioni negli anni 1848 e 1849.

Alcuni reduci dai campi lombardi, da Roma e da Venezia, nel dolore delle patite sciagure della Patria, pensarono alla riscossa, e nel silenzio apprestare i mezzi della insurrezione popolare.

Si costituirono in società segreta ed adottarono il programma mazziniano, l’insurrezione, la guerra, la rivoluzione pacifica dopo. Si ritornava ai primi errori, dopo la guerra, la rivoluzione pacifica, nella quale si sarebbero intesi amichevolmente preti e razionalisti, ricchi e poveri, borghesi e proletari, sfruttatori e sfruttati. Della questione economica, dei diritti dell’uomo non una parola, non un pensiero. Si conservava i vecchi privilegi, le vecchie istituzioni, la schiavitù, l’ignoranza, la miseria del proletariato. I diritti astratti, quelli che non hanno radice negli interessi, non sono per chi soffre i patimenti della miseria, che vane parole, una derisione. La parola libertà, quando non suona uguaglianza, e che non corrisponde a soddisfare i bisogni del proletario è un’ironia ed è disprezzata. L’indipendenza è un bene supremo della politica, l’eguaglianza è il supremo bene della democrazia. Il grido dei contadini, viva Radetzky, non era che una energica protesta contro i signori, contro i proprietari delle terre, loro tiranni. Bisognava soffocare quel grido che equivaleva, viva la nostra morte, e trascinare il contadino ausiliario nella lotta. La mancanza di idee non fece vedere il nemico che si doveva combattere, e si ricadde di nuovo nell’antico errore, e si invocò l’aiuto del sacerdote. Si voleva salvare la patria e si gettava il popolo nelle braccia del prete che non ha patria, famiglia, si aspirava all’eguaglianza ed alla fratellanza fra gli uomini, ed il prete con un linguaggio mistico la trasporta nei cieli; si voleva migliorare la condizione del povero, ed il prete predica la rassegnazione; si voleva la libertà ed il prete predica la autorità e l’ubbidienza; si voleva per mezzo del prete far insorgere le masse popolari, e il prete è alleato di tutti i re, di tutti i tiranni per flagellare i popoli.

Fu deliberato che si avesse ad ammettere nella società anche il sacerdozio, e si concertò di invitare qualcheduno di quei sacerdoti che si erano pronunciati in favore della guerra santa. La scelta cadde sopra il professore don Enrico Tazzoli. In seguito di questo accordo fu incaricato l’autore di queste memorie di recarsi dal Tazzoli, di esporgli l’ambasciata, ed ottenuta la sua adesione, invitarlo ad intervenire personalmente ad un convegno, per stabilire le basi di una associazione segreta. Al patriottico invito, il reverendo sacerdote rispose le testuali parole: «Vi sono grato. L’unirmi a voi per un’opera così santa adempio ad un dovere di cittadino e di patriota; ed è per me una gloria appartenere alla vostra associazione. Ringraziate gli amici, e ditegli che io sono a loro disposizione».

Il convegno era fissato per la sera del 2 novembre, alle sette di sera, e l’incaricato di cui sopra, praticando quelle precauzioni precedentemente convenute, si recò alla casa del Tazzoli e lo condusse seco alla abitazione dell’ingegnere Mori Attilio; ove erano adunati i cospiratori, allo scopo di costituire l’associazione segreta e stabilire le norme principali. Gli intervenuti a questa prima adunanza erano: Mori ing. Attilio, Castellazzi Luigi, Acerbi Giovanni, Chiassi Giovanni, Tazzoli don Enrico, Pezzarossa don Giuseppe, Poma Carlo, Sacchi Achille, Borchetta Giuseppe, Marchi Carlo, Siliprandi Francesco, Borelli Giuseppe, Tassoni Dario, Quintavalle Giuseppe, Giacometti Vincenzo, Rossetti avv. Giovanni. Di guardia sulla pubblica via: Fernelli Domenico, Ferrari Aristide, Verdi-Suzzara Paride.

Marchi prese per primo la parola, ed espose in breve l’oggetto del convegno, e propose che si eleggesse un comitato con incarico di preparare il popolo all’azione, fidando nelle proprie forze. L’associazione era repubblicana. A maggioranza di voti furono eletti membri del comitato Tazzoli don Enrico, Mori ing. Attilio, Marchi Carlo, e a segretario Castellazzi Luigi.

Nella seconda adunanza tenutasi il 12 novembre in casa Poma, fu stabilita l’organizzazione dell’associazione, il modo di estenderla in provincia e fuori, e di inscrivere gli affigliati. Fu stabilito che un membro dell’associazione fosse capo di un circondario, e autorizzato di affigliare in numero indeterminato; che ogni circondario fosse diviso in circoli o sezioni, e ogni sezione avesse un capo. L’affigliato non doveva conoscere che il proprio iniziatore, e così ogni capo sezione fino al capo circondario, il quale solo era in mediata relazione col comitato esecutivo. Gli affiliati erano registrati in cifre o segni convezionali, con indicazione della loro condizione ed attitudine alle armi. I registri consistevano in tabelle, ed erano rimesse dal loro autore, in via gerarchica al comitato esecutivo.

In una terza adunanza si deliberò di nominare un comitato militare con incarico di rilevare militarmente il piano della fortezza di Mantova, e i forti staccati, di abozzare un piano di insurrezione generale, ed indicare i punti principali della fortezza da occupare a tempo determinato.

Occorreva per l’esecuzione del progetto, armi e denaro, e il comitato esecutivo provvide a tutto. Si raccolse denari a mezzo di offerte mensili spontanee, di collette sotto titoli speciali, non esclusi i religiosi da parte dei sacerdoti cospiratori, e sopratutto colla diffusione di cartelle del prestito nazionale emesse dal comitato rivoluzionario residente in Londra. Le armi furono acquistate all’estero ed introdotte a mezzo di veicoli con segreti interni ai rispettivi depositi.

Tutto era disposto. La congiura aveva preso un’estensione del massimo grado. Si era estesa fino alle più piccole borgate, ed abbracciava la classe media intellettuale e l’operaia. Nella piccola borgata di Castellucchio la classe operaia costituiva un nucleo di patrioti ardenti pronti all’azione, e ad affrontare tutti i pericoli. Ciascheduno di loro aveva versato il suo obolo, frutto del risparmio dei suoi lavori, per concorrere all’acquisto di cartelle del prestito mazziniano, delle quali ognuno andava fiero di possedere, e il possesso portava la pena di morte. La provincia di Mantova contava a migliaia gli associati. A Milano, a Venezia, in ogni provincia eransi costituiti comitati in diretta corrispondenza col comitato di Mantova.

La Lombardia e il Veneto erano avvolti in una vasta e coordinata rete di associazione. Ad eccitare maggiormente il popolo all’azione, oltre alla propaganda colla diffusione di giornali e di opuscoli patriotti, specialmente di Mazzini, provenienti dall’estero, il comitato di Mantova infiammava gli animi colla stampa clandestina. Aveva fatto acquisto di un torchio da stampa, improvvisati compositori, e pressochè ogni giorno sortiva un bollettino incendiario, e a mezzo degli associati veniva diffuso per tutta la provincia. Il fermento era al massimo grado. Si era giunti al punto che tutto un popolo cospirava, che agiva pubblicamente. Si spacciavano le cartelle del prestito nazionale, detto mazziniano, come se fossero state cartelle dello stato. Conversando si parlava della prossima insurrezione come di un fatto certo e di un esito sicuro. L’iniziato era fiero, e teneva ad onore l’appartenere all’associazione.

In tanta pubblicità di fatti, il cui solo pensiero costava la vita, nessun nome venne denunziato alle autorità austriache. La forza morale del popolo cresceva in ragione diretta della ferocia del governo austriaco esercitata collo stato d’assedio e coi supplizi. Tutte le arti corruttrici di cui può disporre un governo tiranno, un esercito di spie valsero a scoprire i cospiratori. La congiura durò segreta oltre a 18 mesi.

È necessario avvertire che fin dal 1850 esisteva una società di uomini di parte moderata, le cui aspirazioni se erano quelle della cacciata degli austriaci, era avversaria di qualunque moto popolare. Differiva nel fine e nei mezzi dall’associazione repubblicana. Erano anime fiacche, impastate di ripieghi e di transazione; di natura di quelli stessi che nel ’21 e nel ’31 hanno dato l’insurrezione in mano ai principi traditori; a Milano, nel ’48, mentre il popolo combatteva stavano proponendo al nemico armistizi e patti vergognosi. Erano ciambellani di anticamera che non intendevano che di cambiar padrone, e costoro brigavano per paralizzare l’azione ardente dei cospiratori; spegnere nel popolo quel santo entusiasmo che crea le azioni eroiche, ma furono travolti dalla corrente rivoluzionaria e più non comparvero, se non quando innalzati i patiboli e cadute le vittime, prostrati ai piedi del trono inneggiarono alla miracolosa salvezza del loro sovrano e padrone. Costoro poi, cacciata l’Austria, furono quelli che raccolsero i frutti della vittoria ed i più audaci cacciatori di grassi impieghi e di croci.

In quel frattempo sopravvenne una sciagura che gettò nel più profondo dolore l’associazione e la provincia tutta. Fu arrestato il socio sacerdote Grioli Giovanni e dopo pochi giorni condannato a morte, «per avere nel 27 ottobre – così la sentenza – con parole e denari tentato di sedurre alcuni soldati austriaci alla diserzione e posseduto 18 esemplari stampati di uno scritto rivoluzionario e tendente a rovesciare il governo legittimo di S.M.I.R.A. in Italia».

La crudele sciagura, se immerse in un profondo dolore l’associazione, non l’arrestò un sol momento dall’azione. alcuno concepì il minimo sospetto che il Grioli non avesse tanta forza d’animo di resistere alle seduzioni degli inquisitori, e impaurendo davanti alla morte, rivelasse i compagni per salvare una obbrobriosa e miserabile vita. Si tentò non solo durante la prigionia, usando tutte le arti, per indurlo a rivelare i compagni, si insistette fino agli estremi momenti. Giunto sul luogo dell’estremo supplizio, il commissario austriaco gli andava sussurrando all’orecchio che era ancora in tempo a salvare la vita, rivelando i complici. Al vile seduttore, altero e sdegnoso, il prete cospiratore rispose: Non volere egli comperare la vita coll’infamia. Depose il cappello, si bendò col fazzoletto gli occhi colle proprie mani, ed imperterrito attese la morte. Il sacrificio fu consumato il 5 novembre 1851.

Il Grioli era uno dei più arditi ed attivi capi sezione, e ardente patriota. Teneva presso di un forte deposito di stampati e d’armi, e il comitato subito dopo il sacrificio, ordinò al capo del primo circondario fuori Pradella di recarsi alla casa del Martire, di raccogliere armi, stampati, registri e quant’altro appartenesse all’associazione e introdurre ogni cosa in città. L’ordine fu eseguito con tutta puntualità.

L’assassinio del Grioli aveva esacerbato gli animi e rivolti alla vendetta. Il comitato aveva decretato la morte del commissario di polizia Filippo Rossi, fra gli sgherri dell’Austria uno dei più accaniti persecutori dei liberali, e delegava un membro dell’associazione di eseguire la sentenza. Subito dopo venne chiamato dal Tazzoli chi scrive queste memorie, per comunicargli alcune disposizioni del comitato.

Nella sua camera di studio, le cui finestre erano semi-chiuse, stava seduto sopra un seggiolone l’austero sacerdote; sopra un tavolo eravi un Cristo; qua e vesti sacerdotali ed emblemi religiosi. Io entro e seggo di fronte al sacerdote. Dopo breve silenzio, questi disse: Il comitato ha deliberato di ammazzare il commissario Rossi, ed ha scelto voi per l’esecuzione. All’impensata intimazione, fui colto da brividi, e rimasi silenzioso. Severo in volto, e fisso lo sguardo, il Tazzoli riprese: Rifiutate? Ed io: No, vorrei solo far riflettere che, io... non sono troppo esperto per eseguire simili colpi di mano... abito fuori città... E Tazzoli: Dunque rifiutate? Al che io risposi: No, ... ma come ho detto... Allora il Tazzoli si alzò e troncando il discorso, con accento imperioso, riprese: Ne sceglieremo un altro. Ma ricordatevi che se vi sfugge una parola, quello che si deve fare al commissario, lo faremo a voi. Addio.

Il fermento era generale, i lavori segreti di preparazione compiuti e spinti con alacrità in vista di attesi avvenimenti politici in Europa, i quali avrebbero offerta propizia l’occasione di insorgere, uno dei quali il cambiamento del presidente della repubblica in Francia, e la spinta rivoluzionaria di quel paese; ma per l’accordo preso con le altre provincie del Lombardo Veneto e dei Ducati, si attendeva gli ordini del comitato centrale in Londra per l’insurrezione simultanea e generale.

L’indugio fu fatale, come avviene sovente nelle congiure, massimamente quando sono estese e prolungata l’azione. D’altronde le cospirazioni democratiche sono un controsenso del sentimento pubblico, e le rivoluzioni a tempo determinato o non hanno effetto, o abortiscono, e sovente si manifestano inaspettate ai cospiratori. In questo frattempo avvenne in Francia un avvenimento inaspettato che per la sua importanza politica, sconcertò i disegni dei rivoluzionari e ne paralizzò l’azione, fu l’aggressione bonapartista del 2 dicembre.

Il colpo di stato, come lo chiamano nel loro gergo i politici, non fu che una conseguenza logica dell’assassinio consumato dalla borghesia nelle giornate del giugno 1848 contro il popolo che domandava il diritto al lavoro e dell’aggressione della Repubblica Romana per ristaurare il papato. La lotta fra la presidenza della Repubblica e l’assemblea legislativa riducevasi a disputarsi il potere, ed il Bonaparte col colpo di mano del 2 dicembre ha sconfitto i repubblicani formalisti. I Bruti, i Catoni, nella società moderna sono un controsenso se il popolo sovrano muore di fame. Il colpo di stato ha chiarito gli errori della democrazia colle sue viete teorie della libertà astratta, del suffragio universale senza principi. La libertà consiste nella facoltà di fare o non fare, la quale per una determinazione qualunque, sorte dalla sua inerzia e diventa volontà. Come può la moltitudine esercitare la sua volontà, la libertà del voto, quando è schiava dalla miseria, dall’oppressione dei ricchi, e dall’ignoranza forzata? La libertà sarà vera quando l’eguaglianza sarà penetrata nelle leggi, nel commercio, nel credito, nell’educazione. La libertà senza l’eguaglianza è una derisione. E il colpo di stato fu vittorioso per l’inerzia della moltitudine che disprezzava quella libertà che l’aveva mitragliata. Bonaparte dopo il voto del 10 dicembre era il rappresentante della rivoluzione, come il difensore del suffragio universale, e capo della reazione come alleato dei vecchi partiti, e per la opposizione ai repubblicani formalisti. Egli dominava la situazione, era il dittatore.

Avvennero altri fatti di secondo ordine, che se per se stessi di poca importanza, ebbero conseguenze funeste. Erasi diffusa per la città una poesia satirica contro il maresciallo Radetzky e i suoi sgherri, per un banchetto dato in occasione dell’inaugurazione della ferrovia Mantova-Verona, e la polizia arrestava un tale accusato di averla letta in una bottega da barbiere. Costui d’animo pusillo e codardo confessò il fatto, e dichiarò di avere avuto quel componimento in versi dall’ingegnere Mori Attilio, il quale fu immediatamente arrestato. L’arresto del Mori, uno dei membri del comitato esecutivo, quantunque fosse per un titolo estraneo alla congiura, se non intiepidì gli animi, paralizzò il movimento. Un altro fatto aggravò la situazione. In una perquisizione domiciliare fatta ad un negoziante di provincia indicato come spacciatore di banconote austriache false, fu trovato nell’interno di un portapenne una cartella del prestito nazionale mazziniano ed arrestato palesò di averla avuta dal sacerdote Bosio Ferdinando. E qui cominciarono le dolenti note, foriere della catastrofe.

Il Bosio di carattere debole, di animo codardo, spaventato dalle minacce, dalla tortura del bastone e della morte, lusingato dalla impunità, confessò ogni cosa, e denunciò il maestro ed amico suo il professore don Enrico Tazzoli e quanto sapeva intorno alla congiura. Nella sera del 27 gennaio 1852 fu arrestato il sacerdote Tazzoli, e nella perquisizione domiciliare gli si trovò nel ripostiglio degli arredi sacerdotali in sagrestia, fra le altre carte, il registro in cifre dei soci. Minacciato a sua volta delle bastonate e della forca se non avesse decifrato il segreto dell’alfabeto, il Tazzoli, quantunque sottoposto ai più crudeli tormenti fisici e morali, seppe resistere con stoica fermezza, e vilipendere i suoi accusatori. Al Bosio che sosteneva in confronto di aver ricevuto da lui le cartelle mazziniane, programmi ed istruzioni rivoluzionarie, sdegnato lo sfregiò con uno sputo in faccia, come marchio di infamia al vile delatore. Poco tempo dopo fu arrestata la signora Camilla Marchi, quale depositaria dei segreti del Tazzoli.

L’inquisizione procedeva col terrore. I carcerati erano sottoposti alle più crudeli torture allo scopo di carpire da loro la confessione di un segreto. In aprile fu arrestato sulla pubblica via Castellazzi Luigi segretario del comitato e l’allarme fu generale. Due membri del Comitato ed il segretario erano in potere del giudice inquirente, l’austriaco Krauss, il più feroce degli inquisitori, e quantunque si avesse la convinzione che l’animo loro magnanimo ed il forte carattere avrebbero predominato sui supplizi, si temeva che potessero cadere in quelle insidie infernali, che solo la ferocia dei tiranni sa concepire per spegnere la virtù.

Si venne a sapere da agenti segreti che al Mori, estenuato dai patimenti e dai lunghi digiuni gli fu concesso per intercessione del medico delle prigioni, il tedesco Antonio Heiss, un sorso di vino per prolungargli la vita; che il Tazzoli infermo soffriva rassegnato ed imperterrito; che il Castellazzi, al medico che si presentò per la visita, se era abile alle bastonate, rispose sorridendo le testuali parole: «Non si incomoda, signor Dottore, ho il cullo di bronzo». Il giorno dopo il custode delle carceri inviava alla famiglia la camicia lorda di sangue.

Il 17 giugno si eseguirono arresti in massa in ogni parte della provincia, e successivamente a Milano, Como, Brescia, Venezia, Verona ed in altre provincie, e tutti gli arrestati furono tradotti nelle segrete di Mantova.

Come furono scoperti i segreti dell’associazione? Come il governo militare venne a cognizione di tanti nomi e sparsi in tante provincie? Chi fu il delatore? Non è un mistero se vuolsi considerare le arti, le insidie e le torture adoperate dagli inquisitori per strappare dalla bocca degli inquisiti una rivelazione. Il terrore, i supplizi, le seduzioni, l’inasprimento a gradi delle pene si usavano con arte diabolica. L’isolamento ed il digiuno prima dell’interrogatorio, poi le minacce del bastone e della forca. Il carceriere Casati faceva in questa crudele tragedia la parte di Mefistofele. L’inquisito veniva trascinato carico di catene e affranto dai patimenti dinanzi all’auditore Krauss, il quale, con piglio feroce e beffardo, cominciava a dire che il delitto era accertato, che si avevano le prove, che i compagni avevano confessato ogni cosa; che altro non rimaneva che la confessione sincera per ottenere la grazia sovrana, o la forca, e conchiudeva se Lei non confessa domani sarà impiccato.

Nella notte si presentava a fare la visita nella segreta del prigioniero, come uno spettro di leggenda, il Casati, di figura truce, gialla e nera, e con simulata bonomia esortava a confidare in lui, e confessando ogni cosa esser certa la grazia sovrana, e di abbracciare libero i suoi cari. E sempre simulando benevolenza soggiungeva: da una parola può dipendere la salvezza della sua vita e di sua madre, la quale incessantemente domanda di abbracciarlo. Tutte scuoteva, il seduttore, le fibre che muovono gli affetti di figlio, di padre, di sposo. E se nella terribile lotta sorgeva vittorioso il sentimento del dovere e della virtù, e sdegnoso e fiero si fosse chiuso nel silenzio, allora lo sgherro con rabbia feroce soggiungeva: ebbene, lei vuol persistere a negare, domani sarà impiccato. E queste scene si rinnovavano dall’auditore, dal carceriere, dal generale comandante la fortezza, e dal maggiore Reikenau, feroce d’animo quanto era deforme di persona.

L’anima di costoro non conosceva altro piacere che quello d’insultare gli sventurati, e si dilettavano a tormentare, opprimere colla loro presenza coloro che non potevano uccidere ancora.

Tornati infruttuosi i tormenti, le seduzioni, le promesse di libertà, i più delicati a caste affezioni tentati colla gelosia, i più saldi col confronto, usarono lo spionaggio occulto. È certo il fatto che intorno a certi cameroni del Castello, ove stavano vari prigionieri insieme, eravi mezzo di sentire, non veduti, le loro conversazioni. Non si può spiegare altrimenti come certi fatti, certi particolari, non mai stati confessati rivelati da alcuno potessero essere a cognizione del giudice inquisitore. In alcuni prevedendo che niuna forza di patimenti sarebbe superiore alla loro virtù, amministravano farmachi dementatori onde provocare il loro delirio, durante il quale, raccogliendo qualche parola, strappandogli confessioni necessarie alle loro condanne e a quelle dei compagni.

Ritornato il demente allo stato normale e rammentate le fatte rivelazioni, ricadeva nel delirio, in quello della disperazione, e allora tracannava la tazza dell’infamia fino alla feccia.

La forza dell’animo crea gli eroi ma se questo vien meno per una potenza superiore, l’infelice deve subire eterna infamia? Certo che sortendo vincitore dalla terribile lotta tocca il sublime dell’eroismo, si approssima alla natura divina.

Lettere del Tazzoli e di Speri, dalle carceri dirette ai loro cari, pubblicate dal De-Castro e di cui noi riproduciamo alcuni frammenti, rivelano le nequità, e le astuzie infernali degli inquisitori del processo di Mantova.

Tito Speri scriveva: «Ora le dirò in pochi tratti, come suolsi procedere contro di noi. Uno, anche sopra un vago indizio, anche sopra un semplice sospetto, viene arrestato. Ebbene lo si conduce in Castello ammanettato, senza dirgli parola, ove subisce una piccola esortazione dal carceriere Casati, che fingendosi tenerissimo di cuore giurando pel suo onore, per sua moglie defunta, e per tutte le sacre cose, gli narra che tutto è scoperto, una via di scampo essere l’acquistare merito colla spontaneità della confessione, essere cosa assicurata da Sua Maestà, che ai confessanti sarà ridotta metà la pena, e per quanto grave la colpa, mai il supplizio: e qui informato appositamente del processo, espone con arte maligna tutte quelle circostanze che gli sono note, le quali senza illuminare il reo della sostanza della sua accusa e da che dipende, lo mette in grande imbarazzo, in terribili dubbi. Se il reo si mostra commosso e persuaso ad essere ragionevole colla sua posizione (parole del Casati), viene condotto in una delle più tetre prigioni; dove è caricato di ferri, sopra un letto di paglia per dormire sul nudo terreno, e dove Casati preso il tono serio, s’ingegna di accrescere colle parole l’orrore di quel luogo; ove non avrà che pane per cibo, acqua per bere, e poca paglia per dormire, quelle catene per compagni di giorno e di notte, a meno che, ostinandosi a non dar prova di vera sincerità, egli non sia costretto con suo gran dolore ad aumentare le misure di rigore, accrescendo il peso dei ferri, ponendolo in prigione a pian terreno e finalmente colla prova estrema... il bastone. Frattanto nessuna corrispondenza coi suoi di casa, nemmeno un saluto della madre o della moglie, nessun provvedimento pei suoi interessi, nessuna parola con anima vivente nell’atto di vestirsi o svestirsi, unico momento che sarà senza ferri (tre minuti). Lo si lascia così vari giorni, secondo le circostanze; durante i quali Casati, con in bocca un ben acceso sigaro d’avana, lo visita parlando misteriosamente, raccontando circostanze qua e raccolte dai detenuti, dai costituti e dalle informazioni della polizia; parla delle delizie che godono i confessi in grazia dell’autorità, certi di clemenza illimitata, viventi in compagnia, fra libri, calamai, vivande e corrispondenze personali coi propri parenti; ed in mezzo a questo, sventure di alcuni restii bastonati, quasi morenti e riservati al supplizio. Come sembra tempo, e pare che il detenuto sia dimagrato, e ischeletrito dalle sofferenze sia maturo, lo si conduce dall’auditore, che subito parla di clemenza a nome dei Feld-Maresciallo per i confessi. Egli dice apertamente avere nelle mani quanto basta per farlo impiccare, non una, ma due, dieci volte, dover egli quindi non confessare il proprio fallo, ma piuttosto narrare le circostanze a sua cognizione. Incomincia quindi verbalmente e sommariamente l’interrogatorio, senza dire nemmeno di che cosa si tratta, senza far altra domanda che questa: Dica ciò che sa. Non c’è modo di cavarne di più, e se il detenuto risponde, esita, o dice non a proposito, l’auditore tronca il discorso scuotendo la sciabola e grida: Signor Casati, questo signore ai ferri, e fra 24 ore alla Mainolda, se non si farà annunziare per dir ciò che è a sua cognizione. Se il detenuto tien duro, si va alla Mainolda realmente, spendendo sei lire per il trasporto; e colà viene gettato in un umido carcere, dove lo si lascia sprovvisto d’ogni cosa necessaria, e più della luce e dell’aria; non ha che la visita di Casati verso sera una volta per settimana, visita suggestiva, diabolica, che vi pianta il coltello nel cuore ad ogni parola; la catena ed il digiuno sono un nulla al confronto di questa visita. Poi ogni quindici giorni viene l’auditore in persona con una solenne strapazzata, colla quale vi dichiara che il vostro alto tradimento è provato, e che per la vostra resistenza, togliendovi il diritto di aver ricorso alla difesa ed alla clemenza, è ormai tempo di prepararsi alla forca; cosa per lui poco affliggente, giacchè a lui poco importa condannar uno di più od uno di meno alla morte».

In un’altra lettera parlando della progettata missione del commissario Rossi scrive: «...Ella sentirà in questa condanna parlare anche del tentativo contro Rossi; e sventuratamente fra i nomi dei correi v’è il mio».

«La prego di non isgomentarsi per questo, ed a non volermi ritenere men degno della sua amicizia. Non ho tempo di dare le giustificazioni per questo atto; in quanto a quelli che lo progettarono la nota d’infamia spetta a chi ha confessato! Sappia solo che il colpo fu impedito e il progetto ridotto a male per la mia opposizione».

«Ciò non pertanto il signor auditore mi assicurò che io non potevo a meno di non essere notato come correo».

«Le raccomando mia madre... Mi ami».

«In caso sopravvivessi, potrei sperare una loro visita? Oh! Come sarei felice. Le ho detto le arti più subdole, più vili, più illegali sonosi adoperate per strappare qualche parola alle labbra dei miserabili, che o non volevano per dovere parlare sul conto degli altri, o non potevano parlare, perchè nulla sapevano. Casati, svisceratamente astuto, è il gerente fanatico del processo, in cui l’auditore, giudice inetto, altro non mette del suo che il rumore della sua sciabola, i costituti immaginari di altri detenuti, le promesse, le lusinghe e finalmente i ferri e la forca.

Se io tutto le dicessi, ella finirebbe forse a non credermi più, tanto è esagerata la barbaria, l’ingiustizia, il brigantaggio militare entro questi soggiorni di martiri.

Del Consiglio poi non ne parliamo; è una ridicola formalità, un sanguinoso insulto alla sventura, un delitto inespiabile, umanamente parlando, per tutti coloro che in qualità di graduati vi fanno parte. In poco più di tre ore vi si fa il giuramento, vi si leggono i costituti, mutilati a discrezione completa dell’auditore. Di diciassette detenuti, come avvenne in questo momento al castello, il detenuto ammesso alla lettura non può parlare, il maggior numero dei militari raccolti non conoscono una parola d’italiano; il costituto viene letto in massima fretta, senza le domande, con tale precipio e scorrezioni di lingua che appena il detenuto può intendere qualche cosa. Dopo ciò, l’auditore propone egli stesso la condanna che è per certo di morte. Il voto si ponendo la mano sulla sciabola e si sa bene che tutti quei poveri soldati croati, e quei bassi ufficiali ignoranti, ubbidiscono all’auditore.

In questo momento mi viene annunciata la sua visita in compagnia della povera madre mia: quindi io non posso proseguire perchè la commozione mi trattiene la mano.

Sia benedetta mia madre e lei; io la scongiuro di farle coraggio; e ciò che mi preme è di farla partire prima che si leggano le sentenze. Ella poi mi visiti se le il cuore, perchè ella non sa che gioia sia per me il veder lei, ed il mio Achille.

Mi ami, e potendolo – e lo potrà se vorrà – mi visiti. Sarà per me una gioia insuperabile. Mi ami, accetti un bacio che lo assicuro non è profano.

Mi ami – glielo ripeto – mi ami; mi baci il mio Achille».

Ora vediamo il racconto di uno dei carcerati che fu bastonato:

«Dunque vuol fare l’ostinato, risponde l’auditore. Bene, la vedremo – e fece un certo cenno al carceriere, il quale venne a me, mi pose le manette, e disse di seguirlo. Quando fui al numero della mia prigione mi volli fermare, ma il carceriere disse: «Avanti, faccia la scala che trova». Infatti salii e mi trovai alla segreta N. 12, la più alta di tutte, dove credo si possa morire gridando senza che nessuno oda i lamenti. Maravigliato da questo cangiamento, stava attendendo cosa era per succedere, quando poco dopo sentii il rumore di molti passi che si avvicinavano, e pel primo entrò Krauss, indi un altro individuo che conobbi più tardi; a questo tenevano dietro due guardie carcerarie, una delle quali portava una panca lunga due metri, indi un caporale e due soldati. Al vedere la panca mi sentii gelare il sangue, poscia mi venne uno sdegno che mi infiammava, lo stomaco mi si rivoltava; insomma non posso esprimere con parole quanto sentii; mi venne in pensiero di far testa con quei manigoldi e farmi piuttosto uccidere; ma come mescolar le mani con essi, se le aveva legate da due manette grossissime? A quell’idea mi voleva scoppiare il cuore. La panca venne deposta nella segreta, mi venne intimato di pormi sulla medesima, al che rifiutai recisamente. Krauss mi disse con piglio feroce: «Ubbidisca e sarà meglio per lei». Io risposi con molto risentimento, e diedi in un’escandescenza anzi direi furia decisa. Il carceriere colla sua rauca voce ed abbominevole fisonomiaripetè quanto aveva detto Krauss, ma io non transigeva; allora mi presero le guardie carcerarie, come fanno i macellai coi vitelli e mi posero sulla panca, voltandomi col ventre in giù, e stretto il ferro che è piantato nella panca e che corrisponde ai fianchi del paziente, mi trovai talmente stretto che non mi poteva muovere. Indi mi tolsero le manette e mi fecero distendere le mani in tutta la loro lunghezza al di sopra della testa stringendole nuovamente ai polsi con le manette, il collo dei piedi chiuso fra due ferri. Il caporale cominciò ad eseguire il suo incarico, ed al primo mi sentii oscurare la vista, dopo tre colpi Krauss si avvicinò e mi disse: «Dunque vuol confessare la sua colpa ed il nome dei suoi compagni?».

Io non potevo rispondere, perchè preso da una terribile convulsione, mi si erano chiusi i denti e non mi usciva che spuma dalla bocca. Quello fu la mia fortuna, imperocchè mi scampò dal commettere una viltà: sa il cielo se sino alla fine mi fosse bastato il coraggio di resistere a tanto strazio, imperciocchè sono dolori morali e fisici, che travolgono la ragione dell’uomo. Non sentendo nessuna risposta, Krauss fece continuare l’operazione, ed ormai non sentivo più nemmeno il tormento fisico delle batitture e finii per cadere in perfetto deliquio. Mi riebbi non so dopo quanto tempo, e mi trovai avvolto in un lenzuolo che putiva d’aceto, sul giaciglio, nella mia segreta».

Tazzoli nelle sue lettere narrò gli strazi, le brutali violenze, le torture fisiche e morali sofferte nei 300 giorni della sua prigionia; e la crudeltà dei carnefici che si dilettavano a insultare e martoriare le loro vittime.

Altri molti seppero con stoica virtù sopportare ogni sorta di tormenti. E duolci il non potere rammentarli tutti, e rendergli quella giustizia che meritano.

Gli arrestati furono centodiciannove.

I membri componenti la società segreta rivoluzionaria mantovana, furono tutti condannati: due, fosse caso od altro, rimasero liberi e non soffrirono molestia alcuna. Undici furono condannati a morte, trentasei condannati alla galera, sessant’uno amnistiati, undici dimessi dalle carceri, trentatrè condannati in contumacia per alto tradimento.

Sorgeva l’alba del giorno 7 dicembre 1852, e il cielo era coperto da fittissima nebbia, come parato a lutto. Dal confortatorio di Santa Teresa lento moveva il tristo convoglio dei martiri: Poma dr. Carlo, Zambelli Giovanni, Scarsellini Angelo, De-Canal Bernardo e Tazzoli don Enrico, percorrendo le vie della città deserta e angosciata da tanta sventura. Erano state innalzate cinque forche: cinque erano le vittime che lo straniero sacrificava per avere esse amato la Patria e desiderato di redimerla da obbrobriosa servitù. Tazzoli fu l’ultimo strozzato, e morì come morirono i martiri del cristianesimo, entusiasta nella fede del risorgimento della Patria.

Non era ancora sazio il barbaro di sangue e nel successivo 3 marzo furono strozzati Montanari Carlo, Grazioli don Bartolomeo, Tito Speri che sempre gaio ed ilare andò al patibolo abbigliato da nozze.

Ultimo fu il popolano Frattini, ferito da palla francese alla difesa di Roma. Fu fatto morire tre ore prima che fosse pubblicato il decreto di soppressione del processo ed il proclama di grazia 19 marzo 1853. Il Frattini fu condannato per essersi lasciato affigliare alla congiura; di avere, per ordine del Comitato, preso a pigione in Mantova una casa, per la quale ne pagava l’affitto il Comitato stesso, destinata a dar ricovero clandestino ai cospiratori; di aver tenuto nascosto in detta abitazione per qualche tempo il torchio; di avere nel carnevale 1852 in propria casa ricoverati i due sicari, condotti da Tito Speri, per l’assassinio dell’I. R. Commissario Rossi Filippo, i quali avevano seco i pugnali e le pistole destinate alla perpetrazione del delitto; che nella propria abitazione vennero fatti i preparativi per l’effettuazione dell’assassinio, e che dopo la partenza dei sicari, tenne nascosto nel proprio domicilio le armi micidiali.

I sacerdoti Tazzoli, Grioli e Grazioli, seguaci delle dottrine di Cristo, interpreti e continuatori dell’apostolato di Huss, di Savonarola, di Bruno e di altri riformatori, colla parola e coll’esempio educavano il popolo alla morale evangelica e ad amare l’umanità. Tali erano le idee inspiratrici dei sacerdoti cospiratori, e morirono come il loro Cristo.

Poma, Zambelli, Scarsellini, Montani, De-Canal erano anime romane dell’epoca dei Gracchi; austeri, di animo forte, aborrenti d’ogni tirannide, cospirarono per la libertà della Patria, e come Spartaco e Bruto ebbero il loro cattivo genio, e caddero vittime della ferocia austriaca,

Tito Speri, l’eroe di Brescia, tradito dai regi cospiratori, d’animo gentile, dotto, dopo il sacrificio prende la via dell’esilio; ma l’esule ha sempre la Patria in core e ritorna; si slancia nella congiura, è uno dei cospiratori più attivi, e termina il suo martirio a Belfiore. Frattini, il popolano animoso e ardente come Balilla, non smarrito l’animo dopo le sconfitte regie di Custoza e Novara porta il suo braccio a difesa della Repubblica romana. Ferito, storpio, non potendo più combattere in campo, congiura e muore a Belfiore.

Il sacrificio è consumato. Morirono per un’idea, si sacrificarono per la libertà, l’inspiratrice delle grandi anime, la madre degli eroi. Morirono e si acquistarono il più bello dei templi, il cuore del popolo. La morte li rese immortali, il loro sepolcro è un altare. La congiura e i processi di Mantova precedono i moti del 6 febbraio in Milano, del Cadore e di Sarzana, l’attentato di Orsini, la spedizione dei Mille, la rivoluzione.

Le provincie Lombardo-Venete presentavano in quei giorni un tetro spettacolo; era un popolo che fiero dei suoi diritti, soffriva con forte animo tanti dolori. Era già morto in lui il sentimento che per redimere la patria dall’obbrobriosa schiavitù straniera bisognava essere d’animo virile, gagliardi di volontà e lottare fino alla morte. L’aristocrazia briosa delle sue memorie e i suoi titoli medioevali, attaccata ai suoi privilegi e più ancora alle sue ricchezze, senza affetto di patria, odiava la democrazia che con pensieri arditi spingeva il popolo all’azione. Era sempre quella stessa che applaudiva alle vittorie della Santa Alleanza, alla restaurazione del dominio austriaco, e patteggiava con Radetzky a Milano, mentre il popolo si batteva e moriva per affrancare la Patria, e voleva un re, qualunque fosse, e si era rivolta a quello di Sardegna. La borghesia aspirava non tanto agli onori, quanto alle ricchezze, e voleva un re costituzionale per regnare, dominare nel parlamento, occupare le cariche più lucrose, avere il monopolio degli affari dello stato, delle rendite nazionali, del commercio, dell’industria e del credito. Odiava il popolo perchè nella sua miseria, nella sua ignoranza, nella sua schiavitù vedeva la sua propria condanna, perchè ella sapeva di meritare il suo odio, e gli metteva paura. Per amore del potere e delle ricchezze, per odio e per tema del popolo si era data anima e corpo alla monarchia sabauda. Le due caste, rivali nel disputarsi il potere, ma concordi nel fine, potenti per ricchezze, ed ambidue cortigiane della monarchia, assoldarono il giornalismo per calunniare gli uomini d’azione e di parte repubblicana, sviare la moltitudine dalla rivoluzione quale delirio di pochi e rovina della patria. La democrazia militante, forte nel pensiero che le rivoluzioni si fanno col popolo e pel popolo, che solo per sua virtù si acquista la libertà, e ammaestrata dalle antiche e recenti sciagure, che non si deve prestar fidanza dell’aiuto dei re e dei suoi servitori, radunava le file degli animosi, sconcertate per i supplizi di Mantova, e ritentava la prova. I disastri della rivoluzione non avevano fiaccato l’animo del popolo, perduta la fede nell’avvenire, guardava sdegnoso le sue catene, e sentiva che l’oppressione ha qualche cosa di grande, e mette paura all’oppressore, quando è sostenuta con dignità e forza d’animo.

Il Comitato nazionale residente in Londra, d’accordo col comitato rivoluzionario europeo, il cui concetto era vasto quanto l’intendimento degli uomini che lo componevano, pensò di tentare un colpo in Milano. Il moto insurrezionale doveva partire dal centro alla periferia. Da Milano doveva estendersi alle provincie limitrofe ed unirsi ai comitati centrale di Bologna, Ancona ed altri. Il piano era architettato con arte e studio e prese intelligenze a mezzo di incaricati segreti con l’Italia tutta e con l’emigrazione rifugiata alle frontiere della Svizzera e del Piemonte.

A Milano gli animi erano impazienti, volevano fare. Mazzini spedì emissari per sincerarsi dello stato delle cose e questi riferirono esser d’uopo di far presto, inutile ogni consiglio d’indugio. Mazzini dubitava ancora della sincerità delle relazioni, ma infine eccitato dai suoi emissari, acconsentì, e fu fissato il 6 febbraio 1853 il giorno della rivolta.

A conferma dell’esposto riportiamo uno scritto dello stesso Mazzini a sua difesa contro la stampa venduta che lo accusava, dopo l’esito infelice dell’audacissima impresa, di sacrificatore, di utopista e lo caricava di basse ingiurie.

«L’impulso era dato, scriveva Mazzini, il popolo in fermento, e disse: faremo da noi. M’era noto il disegno, e braccia di popolani bastavano a compierlo. Nondimeno, scrivendo e parlando, il mio linguaggio fu sempre, fino agli ultimi, questo: vi sentite tali da eseguire il disegno? Siete convinti, colla mano sul cuore, di poter convertire la prima battaglia in vittoria? Potete darci, in una, il frutto delle cinque giornate? Fate e non temete la guerra. Se vi sentite mal fermi, se vi stanno contro forti probabilità, arretratevi: sappiate soffrire ancora. Quando ebbi risposta: facciamo, non vidi che un solo dovere: aiutare, e aiutai. Diedi quella parte d’opera che mi fu chiesta; scrissi un proclama che domandano: provvidi perchè il moto, appena si mostrasse forte, fosse seguito altrove. E rifarò dove occorra le stesse cose. Altri, fra i miei colleghi, fece lo stesso; e rifarebbe, è conforto il dirlo, occorrendo.

«Perchè non fu eseguito il disegno, confessato certo nell’esito anche da chi dissentiva? Perchè una sola frazione di popolo oprò, mentre l’altre non si mostrarono? Nessuno, spero, fra gli onesti, s’aspetta ch’io, per compiacere a gazzettieri di corte, od a ciambellani in aspettativa, tradisca segreti che involgono vite e speranze future. Basta a me, al mio collega e a quanti fra gli esuli si adoprano con noi, l’aver dichiarato, senza timore d’essere smentiti da quei che all’interno guidavano, che noi seguimmo e non provvenimmo, che demmo aiuti e non cenni a chi voleva fare; che per noi si fece ciò che ci parve fosse debito nostro, e non s’impose ad altri di fare il loro».

Fu decisa l’azione immediata. Un nucleo di oltre 200 arditi popolani avevano convenuto di riunirsi all’alba del 6 febbraio in piazza d'armi, e di introdursi alla spicciolata nel Castello. Erano armati di lunghi chiodi triangolari. Entrarono da diverse parti, si sparpagliarono fra i diversi scompartimenti, ed al segnale convenuto si scagliarono sui sorpresi nemici. I soldati si svegliarono in mezzo al sangue e spaventati dalla tremenda sorpresa. Riavutisi dallo sbalordimento, e fatti animosi dalla paura, prendono le armi e si difendono, erano dieci, venti contro uno. La lotta s’impegna corpo a corpo e i cospiratori non cedono; ma sopraffatti dal numero ognor crescente, sono costretti a ritirarsi, e si precipitarono giù dalle scale incalzati da tutte le parti. Nel sanguinoso conflitto caddero numerosi croati, e trentaquattro degli insorti – gli altri poterono porsi in salvo.

Frattanto gruppi di animosi si erano sparsi per la città, eccitando il popolo a guerra contro lo straniero – ed ammazzando quanti soldati incontravano. Era pensiero di quei audacissimi popolani, evocando l’esempio dei siciliani, tentare novelli Vespri. Era temeraria l’impresa in quei tempi di inerte dolore e di generale scoramento: – il popolo non si destò, e quei generosi furon sacrificati. Oltre ai molti caduti nella terribile lotta, sedici furon consegnati al carnefice; un gran numero condannati a marcire negli ergastoli delle fortezze tedesche, pochi poterono salvarsi in terra straniera, condannati a perpetuo esilio.

Nello stesso tempo, alla frontiera del Piemonte e del Canton Ticino, la emigrazione, in parte quella che era sfuggita dalle forche austriache, stava pronta a slanciarsi in soccorso agli insorti di Milano, caso che la lotta perdurasse, ovvero a sparpagliarsi per le provincie della Lombardia, promuovendo l’insurrezione ed eccitando il popolo a guerra generale.

Il comitato insurrezionale, composto di esuli e di patrioti delle provincie limitrofe, residente al confine di Pavia, di concerto con Mazzini, che si era recato sul luogo, aveva predisposto ogni cosa per entrare in azione. Aveva organizzato squadre di combattenti, provveduto ad oltre mille fucili e armi diverse da guerra. Tutto era pronto e si stava origliando se udivasi un grido di guerra dall’insorta Milano.

Alla frontiera del Canton Ticino, le cose procedevano altrimenti. Il governo elvetico aveva dato avviso alla polizia austriaca dei cospiratori e sino d’alcune pratiche che s’erano introdotte in Milano24 e gli esuli dissidenti avevano stornato ogni preparativo di movimento. In Milano avanti sera non rimaneva altro segno della sommossa che il terrore. Seguirono le solite viltà. Le congregazioni comunali e provinciali, ogni ordine dello stato, i maggiorenti, la nobiltà feudale, tutti i servili mandarono felicitazioni e ringraziamenti al maresciallo Radetzky per avere salvato, mediante la sua energia, Milano dagli orrori di una plebe feroce, ebbra di rapine e di sangue. Si convertì in vituperio il sacrificio della vita per amor di patria. L’arcivescovo ordinò pubbliche preci in ringraziamento di Dio vindice per la vittoria riportata dall’austriaco maresciallo Radetzky sopra i ribelli e colla stessa solennità cantò il Tedeum, come lo cantò dopo le gloriose cinque giornate per la vittoria riportata dal popolo contro lo straniero, per la causa santa della libertà della patria. Vili schiavi.

Il moto del 6 febbraio, succeduto immediatamente alla cospirazione mantovana, di cui Mantova era sede principale e centro, poteva riescire se i capi della congiura avessero saputo predisporre l’opinione pubblica, e se uomini di slancio e di genio si fossero posti alla testa degli insorti e percorrendo le vie di Milano, incitare gli uomini a rinnovare i fatti eroici delle cinque giornate. Ma i capi non osarono, e vista muta la città si affrettarono a porsi in salvo. Il movimento che fu sublime nel suo nascere, ebbe una fine tragica per difettosa direzione dei capi. L’audacissimo tentativo spaventò tutti i tiranni. Il Piemonte per codarda servitù verso l’Austria, inferocì contro gli esuli militanti, li vituperò a mezzo della stampa stipendiata, li perseguitò ferocemente, dando loro la caccia come più che malfattori, li arrestava nei caffè e nelle pubbliche vie. E dopo una non lunga prigionia, gli si intimava di sortire dagli stati di S. M. il re, e se il profugo invocava a sua difesa l’atto di fusione ed il plebiscito, che conferivano il diritto d’asilo, il poliziotto con piglio sbirresco rispondeva che tale era l’ordine del governo del re, che tutto al più gli si concedeva ventiquattro ore di tempo, in caso contrario sarebbe stato condotto alla frontiera dai reali gendarmi. E l’esule bandito da ogni terra, andava misero e ramingo pel mondo, portando con le proprie sciagure e quelle della patria. A coloro poi ai quali era concesso di dimorare nei regi stati, era a loro fissato un luogo e sottoposti all’immediata sorveglianza della polizia. Inoltre era loro obbligo di presentarsi alla fine di ogni mese, ed ogni qual volta cambiavano di stanza, ed in questa circostanza erano ricevuti da quei poliziotti in modo più che inurbano e spesse volte con parole villane. Era il rospo che svillaneggiava l’aquila.

Mentre il Piemonte seguiva le vecchie tradizioni di governo, e confondeva il dispotismo con la libertà, e il parlamento sommessamente cianciava di riscossa, i repubblicani d’azione, sopraffatti ma non vinti, si agitavano e nel silenzio preparavano nuovi moti, onde trascinare le assopite popolazioni a guerra generale contro lo straniero.

Mazzini, il grande agitatore, da Londra diramava agli agenti segreti del partito queste norme:

Centro d’azione

25 luglio 1853

Il lavoro del partito che crede nella possibile iniziativa italiana e nell’obbligo di prepararvisi è entrato in ultimissimo stadio che ha norme proprie e condizioni speciali di vita e successo.

Due vizi principali, inevitabili un tempo, caratterizzarono fin ora il lavoro; l’idea che fa dipendere esclusivamente l’azione dai pochi grandi centri nazionali, dalla capitale; ed il contatto molteplice intersecato fra le menome sezioni del partito organizzato.

Il primo è una conseguenza del principio monarchico che avvezza gli animi ad ingigantire l’importanza di una corte, d’una città nella quale ha seggio il governo, o d’un dato individuo. Il secondo è sorto dalla temenza in ogni nucleo che il lavoro non procedesse attivo al di fuori della propria circoscrizione.

Il primo diminuisce considerabilmente le possibilità d’azione costringendola in tre o quattro punti importanti e nei quali ogni vittoria riportata riesce decisiva, ma dove il concentramento delle forze, dello spionaggio, delle attività del nemico, rende più difficili i preparativi e tronca spesso nel nascere le imprese meglio ideate, perchè costrette ad abbracciare una moltitudine di elementi accessibile alle scoperte.

Il secondo fu e sarà sempre fatale in un lavoro prolungato. Gli esempi son troppi perchè si debba citarli. Quasi tutte le scoperte che popolarono e popolano le prigioni, originarono da contatti fra comitati e sotto-comitati, di viaggiatori spediti all’interno da un punto all’altro e invigilati dalla polizia, dall’essere il segreto del lavoro e del personale d’un punto in mano di dieci altri punti.

Se non si muta – se non si cancellano i due vizi indicati dalla cospirazione – la cospirazione sarà sempre inefficace e tradita.

L’ossatura del partito è fatalmente nota o facilmente sospettata dai governi. I tre anni 1847, 48 e 49 dando occasione continua agli uomini patrioti di rivelarsi, i processi frequenti in tutti i punti, la semi-libertà che incita in Piemonte gli esuli di tutti i paesi ad una spesso imprudente facilità di parola, cagioni analoghe operanti nell’emigrazione raccolta in paesi stranieri, hanno dato e danno occasione alla polizia d’ingrossare i loro registri. Gli individui notati come sospetti sono invigilati, agguantati. I loro viaggi quando segnatamente hanno luogo da località secondarie a centri di popolazione, dove lo spionaggio è più attivo, sono argomento di subiti imprigionamenti. E quando, anche senza certezza alcuna, una polizia imprigiona subitamente un numero d’uomini di località diverse in contatto gli uni con gli altri, è raro che un frammento di lettera, che una parola imprudente, o la debolezza di taluno fra gli individui non guidi a induzioni tremende.

Il partito ha oggi, con sacrificio di molti, acquistato certezza della propria universalità. I patrioti di ogni località sanno che in tutte le altre località sono uomini che compiono più o meno potentemente, più o meno attivamente lo stesso lavoro: sanno di non essere soli, sanno che nessun elemento importante alla causa è negletto. Non hanno bisogno di verificazioni pericolose.

D’altra parte è tempo che ogni località italiana acquisti coscienza di e della propria importanza. La credenza tradizionale che un moto nazionale non possa iniziarsi che in Roma, Milano, Napoli e Palermo, è fatale, e non fondata. Concentra su quei punti una responsabilità che dovrebbe essere ripartita su tutti. Perpetua un’abitudine di concentramento pericolosa nell’avvenire. Indica al nemico pochi punti che deve guardare. Pone sopra un solo evento incerto la salute del paese. Accresce per le capitali stesse le difficoltà del successo.

L’insurrezione ha due metodi egualmente certi, se bene e arditamente applicati: l’azione dal centro alla circonferenza, e quella che va dalla circonferenza al centro.

Le insurrezioni del 1820 e 21 cominciarono in provincie; le insurrezioni della Spagna, della Grecia, ed altri paesi, operarono da località secondarie al centro. Se il 6 febbraio, invece di attendere il trionfo da Milano per sorgere, Brescia, Bergamo o qualunque altra città lombarda insorgeva senz’altro, Milano tornava all’assalto.

Quando un paese è preparato – quando su tutti i punti s’è disposti a seguire – poco importa da dove venga la prima mossa. Quando avete davanti uno stato di materie combustibili, poco importa il punto a cui si applichi la fiamma che deve generalizzare l’incendio. Ogni città d’Italia, ogni località ha in pugno le sorti italiane e deve considerarsene rappresentante.

I grandi centri devono essere specialmente curati da chi dirige; nessuna occasione di produrvi un fatto che possa tornare in decisiva vittoria deve essere negletta. Ma fare della loro iniziativa condizione assoluta di moto, è colpa e follia. Il grande scopo di collocare il nemico fra due pericoli, di smembrarne le forze, d’obbligarlo a svelare il suo piano di difesa, si raggiunge tanto coll’insurrezione del nord della Lombardia quanto con quella di Milano – tanto col moto delle provincie del centro quanto con quello di Roma – e via così.

Sulle precedenti considerazioni deve fondarsi l’ordinamento del partito d’azione.

La cospirazione deve localizzarsi.

Il contatto regolare fra nuclei di città diverse, interrompersi, eccettuata una relazione cauta fra le diverse città ed un individuo del centro provinciale; o del centro d’azione. La Valtellina può serbare contatto col commissario del centro d’azione in Milano, ma non coll’altre circoscrizioni lombarde. Treviso può serbarlo con Venezia: non è che mantenga contatto con tutte le altre città del Veneto; così delle altre.

Ogni località, secondo gli elementi nemici ch’essa contiene, secondo i propri elementi e la natura speciale delle sue condizioni geografiche, politiche, amministrative, deve determinare l’operazione ch’essa può compire. Dalla distruzione d’un distaccamento nemico all’arresto d’una cassa o d’un individuo importante, operazione siffatta deve esistere per ogni punto. I patrioti di quei punti devono cautamente, instancabilmente, rapidamente studiare quella operazione e mettersi in grado di compirla ad un dato segnale.

Oltre quella operazione da compiersi sul luogo, ogni località la cui popolazione lo comporta, deve scegliere fra i suoi i più robusti giovani del partito, e formare un nucleo di 50, di 25, di 15 mobilizzabili a un cenno, e armati di fucile e pugnale.

Lasci del resto la cura al centro d’azione e ai suoi fratelli delle altre località. È tempo di fiducia reciproca e di disciplina. L’anarchia, la smania di una esagerata indipendenza individuale in un partito che soggiace a tutte le tirannidi, ha prodotto i disastri del 2 dicembre e del 6 febbraio. Se gli italiani sapessero rassegnarsi a seguire con fiducia per lo spazio d’un mese la direzione degli uomini nei quali hanno riposto affetto e giudizio favorevole, sarebbero liberi. Spezzino il dopo, se vogliono, gli strumenti che possono giovare al paese, ma se ne giovino prima; e imparino che non si vince se non a patto d’essere soldati.

Ogni località abbia una cassa; l’abbia, e fatta una prima offerta alla cassa del centro d’azione, la serbi. Importa che si raccolgano i mezzi per compiere le varie operazioni locali interne; e acquistata la certezza che sono raccolti, il centro d’azione non ha bisogno d’altro. La prima offerta basterà alle spese d’alcuni uomini militari scelti fra gli esuli.

Scrivete il meno possibile: confinate il lavoro nelle diverse località, tutto può essere verbale.

Accogliete e preparate queste poche norme. Non rispondete a proposte che vi verranno da organizzazioni complesse, d’elezione di comitati e simili. Condurrebbero a scoperte inevitabili ed a lavori lunghi dieci volte iniziati, dieci volte disfatti. Il partito non deve condannarsi a rotolare indefessamente il sasso di Sisifo: deve o rinunciare ad ogni lavoro, o copiare per fare, prefiggendosi un disegno positivo, definitivo e prossimo. E l’Italia è matura. La sua insurrezione darebbe il segnale a tutta una zona di nazionalità congiurata. L’elemento ungarese basta a disfare la coesione dell’esercito nemico. Le circostanze europee sono le più favorevoli al sorgere di un popolo. Gli italiani guardino virilmente il problema in faccia, e si intendano per agire. Tutte proposte diverse spettano ad un popolo di fanciulli, noi siamo uomini e dobbiamo pensare e operare da uomini.

Pel centro d’azione

firm. Giuseppe Mazzini

Nel periodo di tempo che corse dal ’53 al ’60, gli avvenimenti precipitavano. Da una parte i replicati tentativi di sommossa del partito d’azione; dall’altra le brighe diplomatiche del governo sardo per accaparrarsi il favore delle potenze, caso che si presentasse favorevole l’occasione di romperla con l’Austria, nell’intento di soffocare ogni tentativo di sommossa popolare, ed ottenere un ingrandimento di territorio del Piemonte in Lombardia.

È politica tradizionale di Francia di tenere legata l’Italia ai suoi destini quando non possa assoggettarla; ed il Bonaparte dopo di avere assassinata proditoriamente la repubblica, ed addormentati i vanitosi francesi con parole di libertà e fantasmi di gloria, e acclamata la Francia fautrice di civiltà ed arbitra dei destini d’Europa, e dovendo consolidare il potere e assodarsi in trono, disegnò di prostrare l’Austria e farsi protettore d’Italia. L’occasione di manifestare i propri disegni si presentò favorevolmente; allorquando il re Vittorio Emanuele andò, dice l’Anelli, a fargli riverenza. Il Bonaparte si dimostrò interessatissimo delle cose d’Italia, e richiese al re d’una memoria. E siccome la politica chiama onesta o delittuosa una azione secondo i propri interessi, il Bonaparte dichiarò che la Francia è sempre pronta a scendere in campo e dare il sangue dei suoi figli ogni qualvolta si trattava di difendere una causa giusta. Vittorio Emanuele se ne ritornò a Torino tutto festevole per le lusinghiere promesse, e lodandosi delle accoglienze ricevute. Ciò che però affliggeva il re era il divieto di parlare, e di comunicare ad altri le confidenze dell’imperatore.

Grandi erano i disordini, grande il malcontento in tutta Italia per le efferratezze dell’Austria, e dei principi a lei vassalli, e tutto faceva ragionevolmente credere che non tarderebbe a seguire nuovi tentativi di sommosse. Intanto Mazzini, instancabile, da Londra a mezzo di agenti viaggiatori, istituiva nuovi comitati in tutte quelle località che offrivano elementi generosi, raccoglieva denari, dava istruzioni, ed eccitava all’azione. All’amico nostro Cavalli Gaetano e ad altri scriveva: «Bisogna fare e faremo. Per tutto ove non v’è speranza d’iniziare, bisogna accendere gli animi, e raccomandare che si preparino ad agire rapidamente. Il partito deve tentare l’azione prima d’ogni altro, e conquistarsi il diritto di organizzarsi ed armarsi. Bisogna pensare seriamente a questo. Bisogna far onta agli incodarditi. Bisogna parlar alto ai dissidenti. Bisogna che una sola parola da mille bocche suoni azione. Bisogna prepararsi a promuoverla. Bisogna lasciare i vasti piani impossibili e organizzarsi a piccoli gruppi allestiti e pronti ad entrare in azione. Milano ha ora novemila uomini di truppa; metà dei quali ungaresi; il fare e riescire sarebbe nulla; ma per i nostri ex-amici è di molto, ed i dottrinari del partito intiepidiscono il popolo ch’è pronto, sia pure. Milano in quel caso riceva la chiamata d’altrove. L’insurrezione combinata nel nord della Valtellina sino al Friuli e al Cadore avrebbe lo stesso effetto; renderebbe inevitabile il moto della pianura e avrebbe il vantaggio di costituire il partito repubblicano in armi accampato all’Alpi».

Avevasi disposto di tentare un moto a Sarzana e nella Lunigiana e quindi estendersi sugli Appennini, e l’iniziativa era stata affidata ad Orsini; ma mancati gli uomini ed i mezzi, la spedizione fu impossibile. Il mancato tentativo fu causa di dissidi insorti fra i capi del partito; che d’altronde non ebbero conseguenze.

Strozzata una congiura, fallito un tentativo, imprigionati, perseguitati i cospiratori, si raccoglievano tosto le file e continuavasi l’opera incompiuta. Era così potente lo spirito di indipendenza e di libertà, così profondo l’odio contro l’Austria, che, per persecuzioni per condanne si desisteva dal lavoro di preparazione di nuove sommosse. Da Mazzini e da Quadrio fu concertato un moto nella Valtellina, e fu affidato l’incarico a Orsini di organizzare la spedizione. Ricevuto istruzioni e denari, partì per la Svizzera, aspettando che giungessero gli uomini che dovevano discendere dai Grigioni nella Valtellina. Mazzini, Quadrio ed i capi giunsero sul luogo dell’appuntamento, ma non comparvero gli uomini che dovevano venire da diverse parti. Poco dopo la polizia cantonale, venuta in sospetto che da gente straniera preparavasi qualche movimento – d’altronde facile ad indovinare, perchè gli attori di simile imprese, per quanto cercano di simulare, portano scolpito sul volto il pensiero che li domina, e il fuoco che gli arde nel petto – faceva arrestare Orsini e qualche altro. Mazzini ingannava la sorveglianza della polizia cambiando nome e passaporto, nel mentre che a Basilea arrestavasi certo Philips, credendo di avere nelle mani il grande agitatore, che fuggiva nella diligenza stessa in cui conducevasi prigioniero uno dei suoi complici25.

Una delle cause per cui andarono falliti tanti tentativi, che tornarono infruttuosi tanti sacrifici, era la deficenza dei mezzi. «La piaga mortale, scriveva Mazzini da Londra ai compagni, è il denaro». I ricchi non davano un soldo, e gli esuli, privi di ogni mezzo, perchè sequestrate le rendite dal governo austriaco, perseguitati da tutte le polizie d’Europa, costretti a nascondersi, emigranti di paese in paese lottanti colla fame, non potendo dar altro, offrivano la loro vita. In quelle anime fiere ed indomite non veniva mai meno l’ardente amore di patria e di libertà e sfidavano la fame, le persecuzioni, la prigionia e le forche.

Non appena fallita la spedizione della Valtellina, già si apparecchiava una insurrezione nelle provincie lombarde; e Mazzini concepì il pensiero di una diversione nel Veneto, ed accendervi l’insurrezione nelle montagne del Cadore. Comunicò il progetto a Demetrio Mirowich, veneziano esule rifugiato a Torino, per sentirne consiglio e al caso tenerne parola a Calvi, il prode difensore del Cadore nel ’48, come colui che pratico del paese, poteva mettersi alla testa dell’ardita impresa. Calvi, sentito il progetto, come quello che lusingava il suo amor proprio, memore delle lotte, delle glorie, e del patriottismo degli alpigiani nella guerra del ’48, accettò di buon grado, e si cacciò con animo risoluto nell’impresa.

Con mezzo sicuro scrisse ad un vecchio amico, don Bastiano Barozzi, comunicandogli il progetto, e richiedendo di aiuto. Ogni cosa era stata concertata in casa del Mirowich, e siccome si discorreva con confidenza, così tutto era noto alla moglie del Mirowich, Felicita Buonvecchiato. Costei d’animo iniquo e mal sopportando i patimenti e la povertà dell’esilio, abituata com’era ad un lusso signorile e a soddisfare ogni capriccio, donna orgogliosa e vana, concepì il più esecrando dei delitti, il tradimento. Simulando un ardente patriottismo, intraprendeva spesso viaggi fra Torino e Venezia, e giovandosi della circostanza si mise in relazione colla polizia austriaca, e si vendette. Si abboccava col famigerato Krauss, e gli comunicava quanto sapeva dei progetti degli esuli, della spedizione e dei suoi piani e denunciava i nomi.

Disposta ogni cosa, Calvi e i di lui compagni Luigi Morati, Roberto Marin, Francesco Chinelli, e Oreste Fontana da Coira, valicando le Alpi giunsero in Val di Sole, e stanchi del lungo e faticoso viaggio si ricoverarono in un’osteria a Cogolo. La polizia austriaca informata di ogni particolare li pedinava. Avuto avviso dall’oste dei cinque forestieri alloggiati, dispose immediatamente dell’arresto, e sorpresili mentre dormivano, furono tutti e cinque arrestati, e tradotti alle carceri di Mantova. Il 4 luglio 1855 sulla spianata del forte S. Giorgio, Fortunato Calvi, strozzato dal boia, spirava mormorando Viva Italia.

I patrioti mantovani il luglio di quest’anno [1881], sul luogo ove cadde il martire, che antepose la morte alla grazia del tiranno, innalzarono un modesto monumento a ricordo e ad ammaestramento ai posteri.

Finita la guerra in Oriente, la quale costò agli alleati quattro miliardi, alla Francia cento quaranta mila uomini, al Piemonte quindici mila, e senza vera gloria, fu stabilito il congresso della pace da tenersi a Parigi – che doveva dar forza di solenne trattato ai preliminari di pace comandata da Napoleone. Il Piemonte, chiamato come alleato a prender parte al Congresso, dietro i consigli dell’imperatore, doveva, con destrezza diplomatica mettere in campo la quistione italiana, e attaccare l’Austria senza offenderla.

Il conte di Cavour forte dell’appoggio dell’imperatore, e non mancandogli materia di dire, girando la quistione, rappresentò gli stati pontifici, retti da una amministrazione in nome del papa, ma che in fatto comandarvi un generale austriaco, con leggi di guerra, causa di sanguinose sommosse, di agitazione permanente, e di pericolo agli stati tutti d’Italia. Dovere quindi la corte di Roma persuadersi che la pace mantenuta con le armi straniere e coi patiboli rivela il disordine interno, e che occorrono sagge riforme. E il Congresso che ha già sciolte gravi quistioni d’ordine generale, non poteva disconoscere che in quelle sono avvolte le cose d’Italia, e non tralasciare d’interessarsi dei destini della penisola, dall’esito dei quali dipende la pace generale.

A quel improvviso attacco il negoziatore austriaco conte Buol si sdegnò e disse, che le presenti conferenze non avevano altro obiettivo che la quistione orientale, e il Congresso sortirebbe dalla sua attribuzione qualora si discutesse delle cose d’Italia. La discussione s’impegnò e fu animatissima, e quantunque non venisse presa alcuna determinazione, la quistione italiana fu posta sul tappeto della diplomazia, e dichiarata d’interesse europeo. La cospirazione di Mantova aveva preso proporzioni così vaste e profonde, aveva così estese le sue file, che si era fatta permanente e tentativi di sommossa si succedevano gli uni agli altri. Il partito repubblicano rivoluzionario, quantunque decimato dalle apostasie dei più influenti, che preferirono l’interesse al dovere, la livrea dello schiavo alla libertà del cittadino, dalle persecuzioni di tutti i governi, dagli arresti e dagli impiccamenti, con animo forte non cessava di tenere, colle continue agitazioni, deste le asservite popolazioni, rispettata la bandiera del partito, e fare l’Italia centro di una rivoluzione che non tarderebbe a sconvolgere tutta la vecchia ed incadaverita Europa, e ridare nuova vita ai popoli. Mazzini n’era il capo. Le precauzioni, le diserzioni degli amici, le calunnie e le beffe dei gazzettieri venduti, dei lacchè di corte, della setta dei moderati, non smossero il grande agitatore un sol momento dalla sua idea, non lo distolsero dalla sua missione, di tener acceso il fuoco sacro, di liberare il popolo a mezzo del popolo, e fare l’Italia libera, una e indipendente. L’Italia era la terra del fuoco rivoluzionario; ma per ottenere una esplosione simultanea e con effetto, occorreva riordinare tutti gli elementi ignei, e Mazzini affidò la delicata missione cospiratoria ad Orsini, e lo incaricò di recarsi a Milano, centro d’azione, di fare una ricognizione delle forze del partito e dei comitati, e una giusta estimazione delle probabilità di riuscita in caso fosse deciso di tentare un fato, e di iniziare il moto ove egli lo credesse opportuno; e gli diede istruzioni e l’indirizzo di uno dei capi milanesi. Orsini si recò a Milano e compiuta la sua missione, partì alla volta di Vienna nell’intendimento di far le pratiche per entrare come ufficiale nell’armata austriaca, allo scopo, come scrive egli stesso nelle sue memorie politiche, di prender parte alla guerra contro i francesi, per mettere in pratica gli studi militari fatti, e fare propaganda fra l’ufficialità. Respinta la domanda, si recò in Ungaria, dove fu arrestato, e tradotto a Mantova nelle carceri del Castello e accusato di mene rivoluzionarie, di trasmettimento di istruzioni da lui scritte per la rivoluzione di Milano; viaggio nelle provincie tedesche, e pratiche per prender servizio nell’armata austriaca, che doveva considerare come nemica.

Dal risultato degli interrogatori, e dai colloqui segreti tenuti coi prigionieri, Orsini seppe che un certo Bideschini di Palmanova, ad insinuazione della polizia era entrato in confidenza con alcuni dei membri del comitato, e dimostrando attività ed entusiasmo, riescì di essere nominato capo del comitato, e portata la cospirazione al grado di scoppiare, denunciò i nomi dei cospiratori e depositò ogni carta relativa alla cospirazione. Ciò fatto la polizia arrestò in un attimo un gran numero di cospiratori, e li tradusse subito nelle carceri di Mantova, ove erasi istituita una Corte Speciale di Giustizia.

Orsini soffriva la delazione del Bideschini che aveva svelato ogni segreto, l’impiccamento di Calvi, e i patimenti della prigionia lo avevano spossato e cadde in una profonda malinconia. «Quando andrò al patibolo, diceva fra , griderò Viva l’Italia! la serenità si leggerà sul mio volto; darò l’ultimo respiro vitale colla mente rivolta a Dio, alla Patria ed ai miei bimbi. Oh! se potessi salvarmi dai miei nemici. Chi sa? sono ancora vivo; il mio cuore palpita ancora, come nei giorni di combattimento e di patrio ardore: morto non sono pur anco: coraggio, volontà ferma e costanza, ed uscirò; sì, lo voglio, lo giuro!... Mi batterò ancora per l’Italia, e se morrò sarà almeno con un ferro alla mano».

Da quell’istante fantasticò il modo di evadere – e si mise all’opera. Omettiamo di narrare i preparativi, le pratiche, i tentativi, gli incidenti sopravvenuti, le astuzie usate per deludere la vigilanza dei carcerieri, il come abbia segato le inferriate, e sia disceso dalla finestra della segreta nella fossa. Rimandiamo il lettore alle memorie politiche da lui scritte, e pubblicate dall’ex-prete Ausonio Franchi, nelle quali egli racconta minutamente il fatto ed ogni suo particolare nell’impresa della meravigliosa sua fuga. La narrazione dell’Orsini ci induce ad accettare le cose da lui esposte, non potendosi mettere in dubbio che un uomo d’onore e che ha tanto fatto e sofferto per la redenzione della sua patria, possa mentire. A togliere poi ogni dubbio, si aggiungono le perizie e le osservazioni praticate dal consesso giudiziario sul luogo nella stessa mattina dopo la fuga, come risulta dal protocollo depositato presso l’Archivio di Stato, e da testimonianze di onorevolissimi cittadini.

Conosciuta la fuga d’Orsini, la polizia si mise in movimento perlustrando e frugando in ogni angolo; e in castello si radunava un consesso giudiziario, allo scopo di constatare la fuga e rilevarne le prove e gli indizi per scoprire i colpevoli e dalle perizie e dalle osservazioni risultò:

«La ferriata interna è tagliata inferiormente dal lato destro in sei punti, essendo stati levati con taglio nettissimo due pezzi delle spranghe verticali ed uno dell’ultima spranga orizzontale. Tali pezzi in due gruppi si trovano nel vano fra una ferriata e l’altra, e messi a posto, combacciono perfettamente e tanto su di essi quanto sull’estremità della ferriata si scorge appiccicata una materia attaccaticcia nerastra; del resto in niun luogo si scorgono tracce di limature di ferro.

Nello spazio intermedio fra l’una ferriata e l’altra si trovano dei mattoni e del calcinaccio, levato dall’angolo destro esterno fino a quanto si addentrano nel muro inferiormente le spranghe di ferro verticali, una delle quali soltanto è tagliata. Il taglio ed il pezzo di spranga presentano le medesime tracce di quelli superiormente descritti, e tutti questi vengono presi in giudiziale custodia. Il foro esterno è più alto che largo, e viceversa l’interno; ambedue però si presentano atti a lasciar passare una persona di ordinaria corporatura. La rete di filo si mostra rotta e smossa all’infuori.

Nella stanza e presso la finestra si trovarono, nell’atto dell’ispezione, tre pezzi di lenzuolo fortemente assieme annodati per la complessa lunghezza di circa metri sette, non tenendo calcolo della parte perduta per nodi. Ciascuno di quei pezzi è della lunghezza di circa due metri e mezzo, e della larghezza da trenta a quaranta centimetri.

Affine di proseguire nell’ispezione portavasi il consesso nella fossa. Il terreno della medesima è umido e molle; ma però nella località sotto la finestra del carcere n. 4 è cosparso di rottami di tegole e di mattoni.

In quel luogo si trovarono un paio di calzoni di tessuto di lana color grigio a piccoli quadretti, laceri in vari punti, e portanti tracce di sfregamento contro muro; una camicia di tela grossolana da detenuto, ed un’altra fina di bucato ed un foglio dell’opera: Memorial d’Etat Major. Diligentemente ricercato fra l’erba ed i rottami, fu dato di rinvenire presso i suddetti indumenti due pezzetti al tutto uguali di finissima lama d’acciaio a minutissimi denti ad uso sega, ed una tanagliuola a punte acute. Tutti questi oggetti vengono presi in giudiziale custodia.

Esaminato il filo di rame del parafulmine sopra ricordato, lo si vede essere composto di due fili assieme attortigliati, ed essere tenuto fermo lungo la parete della torre da vari occhielli di ferro nella medesima infissi. Il filo stesso cessa alla distanza di circa tre o quattro metri da terra per rottura che non sembra recente; ma è da osservarsi che, circa in quel punto, cominciava la base della torre; che viene quindi a formare un piano alquanto inclinato. Nel fossato si riscontravano troppe orme di piede umano, perchè si possa dalle medesime arguire da qual parte l’Orsini sia dal medesimo evaso. Le rive però del fosso medesimo, sebbene perpendicolari e rivestite di muro, pure non possono offrire in vari punti gravi difficoltà a chi voglia salire sulla pubblica via, essendone la media altezza da cinque a sei metri con vari appoggi nel muro e sul terreno.

Previa lettura venne il presente protocollo firmato da tutti gli intervenuti, e chiuso alle ore due pomeridiane».

Seguono le perizie fatte nel giorno susseguente dalle quali risultò che i fori praticati nelle inferriate sono più che sufficienti per il passaggio di un uomo di ordinaria corporatura. Che dalla praticata ispezione locale, si può ragionevolmente dedurre che la persona fuggita, dopo essere sortita dalla prigione per quei vani tenendosi con una mano attaccata alla corda del lenzuolo, abbia approfittato della scabrosità del muro per avvicinarsi a poco a poco all’angolo verso la torre, e siasi poi, sempre scivolando, avvicinato al filo del parafulmine; e riuscito di afferrare con l’altra mano il filo conduttore, discendeva con minor pericolo, approfittando dei molti aiuti già accennati. Dai suddetti brani ricavati dal suddetto protocollo risulterebbe che Orsini ha segato le ferriate, ha rotto la rete di ferro, ha appeso le lenzuola tagliate e si è calato a basso.

Ora narreremo altri particolari sui quali Orsini si tacque per non compromettere famiglie ancora soggette al dominio straniero. Dirimpetto alla finestra della segreta d’Orsini abitava la famiglia del custode del teatro, e la ragazzina soleva passare alcune ore lavorando alla finestra di faccia a quella del prigioniero. Un giorno ella vide discendere dalla finestra della segreta un filo, e poscia udì una voce che gli domandava se vi era acqua nella fossa: alla qual domanda la ragazzina rispose: no. Un altro giorno ella vide gettar fuori dalla detta finestra un piccolo involto, ed udì la medesima voce che gli disse: Andate a prenderlo.

La ragazza, per una scala interna, scese nella fossa, raccolse l’involto e nell’interno vi rinvenne un pezzetto di carta sul quale eravi scritto queste parole: Se bramate la mia morte, parlate26. Da quel giorno si chiusero le finestre e non si fece vedere più alcuna persona della famiglia. Venti giorni dopo all’incirca fu osservato che era stata scassinata la grata di ferro della finestra spinta in fuori, e smossi i mattoni del davanzale. Allora si sospettò che Orsini avesse tentato di evadere, ma che per accidenti sopravvenuti non abbia potuto dar effetto al suo disegno.

Il pensiero che potesse venire scoperto il tentativo della fuga, immerse tutta la famiglia del custode in una profonda angoscia. Quando alla mattina, del 30 [marzo] si udì nella fossa un insolito mormorio: erano la polizia, i gendarmi, i giudici che andavano di qua e di rovistando ogni cosa, e perquisendo ogni luogo. Era tolto ogni dubbio. Orsini era fuggito.

Da un protocollo municipale in data 8 ottobre 1867 rileviamo i seguenti particolari che seguirono dopo la discesa dalla finestra della prigione.

Giuseppe Sugrotti, detto Tofin, di professione pescatore ed uccellatore, nel giorno 29 marzo, mentre si dirigeva fuori della porta S. Giorgio per esercizio del suo mestiere verso le ore cinque e mezza alle sei antimeridiane, giunto vicino alla fossa rimpetto alle finestre terrene del castello, udì una voce che gridavaEhi, buon uomo!Avvicinatosi al labbro della fossa, vide un uomo con folta barba che pregava di aiutarlo a salire dalla fossa gettandogli in così dire un pezzo di corda. Il Sugrotti si provò a tirare, ma non sentendosi abbastanza forte, richiese l’aiuto di un villano che di passava, ma non gli venne fatto di riuscire nell’intento, ma vi pervenne coll’aiuto di un terzo che casualmente di transitava. I due sconosciuti, avuto per mancia un pezzo da 20 lire se ne partirono tosto. Richiesto come poteva fuggir presto, rispose che bisognava camminare. Allora egli soggiunge che non poteva perchè aveva i piedi e le mani assai malconcie. Lo prese sulle spalle e lo portò fino alla prima Lunetta di S. Giorgio, percorrendo l’intero ponte. Proseguendo il cammino e attraversando a guado la fossa detta Stoppone, lo depositò sopra un curotto e lo fece sedere su un fascio di canne. In quel luogo gli palesò essere Felice Orsini e gli raccontò le sue avventure, e si raccomandava di salvarlo. Ritornato in città gli fece pervenire a mezzo del suo amico Carlini Domenico un rasoio per radersi la barba, pane, formaggio, acquavite e vino. Dopo ciò l’Orsini consegnava al Carlini quattro pezzi da 20 franchi onde gli procurasse un mezzo di trasporto per portarsi al più presto fuori di pericolo, e fu accaparrato il vetturale Efrem Begatti, detto Piznin. Alla sera verso le 10 il Sugrotti si portò col vetturale Begatti sul luogo convenuto; ma non potendosi colla carrettella arrivare fino al nascondiglio dell’Orsini, e siccome il Begatti si rifiutò di prestare più oltre la sua opera per timore di essere scoperto, il Sugrotti dopo di averlo minacciato se avesse tradito, prese la briglia del cavallo con , si recò al nascondiglio, prese di nuovo sulle spalle Orsini e lo portò sulla carrettella. Rifiutavasi di nuovo il vetturale di partire, quante volte non gli si avesse pagato altri dieci pezzi d’oro da 20 franchi, alla qual domanda l’Orsini si levò di tasca il denaro e gli contò i dieci pezzi da 20 franchi. Dopo di ciò rivolgendosi al Sugrotti gli disse: Tu non sarai mai più povero, e nello stesso tempo gli offriva un rotolo di marenghi, e che egli rifiutò facendogli riflettere che se sventuratamente venisse scoperto, quel denaro gli potrebbe essere di giovamento. Lo baciò, lo chiamò il suo salvatore, e gli chiese il nome e cognome; ma il timore, caso che fosse arrestato, di compromettersi, gli disse chiamarsi Tofin, e il vero cognome glielo dirà il vetturale giunto al luogo convenuto. Si baciarono di nuovo e si separarono. Il vetturale lo condusse a Marmirolo, ed ivi mancando ai patti, lo consegnò al vetturale Bertolini Carlo, che a sua volta lo nascose in casa di Spada. Dopo otto giorni, il signor Folli di Codogno, venne a prenderlo e lo condusse in salvo al di della frontiera. Giuseppe Sugrotti, detto Tofin ebbe in compenso per avere salvato una vittima dell’Austria, il merito dovuto agli uomini onesti, quello di avere fatto una buona e generosa azione. Egli rimase povero ed onesto come prima.

Per le concepite speranze di una prossima guerra contro l’Austria aumentavano gli aderenti al Piemonte; e dalle provincie lombarde e dai Ducati si mandavano denari per la compera di dieci mila fucili, e di cannoni da mettere in miglior difesa la cittadella d’Alessandria. Era mente del ministro Cavour di valersi di tutti gli elementi nell’impresa di ingrandire il Piemonte. L’unità italiana la considerava un’utopia; e gli accordi di Plombiéres mostrano che egli faceva mercato di popoli, e piegandosi alla volontà del Bonaparte, metteva l’Italia ai piedi di colui che aveva spento nel sangue la libertà di Francia.

Il ministro di Piemonte vantavasi della libertà come condizione di miglioramento economico, e le moltitudini la tenevano per contrario una ipocrisia, un vasto campo agli ambiziosi; e dalle promesse di un migliore assetto di cose, non vedevano che un accrescimento d’imposte e di miserie. Ma il ministro finanziere, uomo del passato, riteneva che i pochi fossero destinati ai godimenti, e i molti condannati a patire, calpestava i più legittimi e santi diritti della libertà. Per sopperire alle dilapidazioni del denaro pubblico non bastando le imposte ordinarie, inaugurò un sistema di balzelli, che divorava gli scarsi guadagni del popolo, e per avidità fiscale erasi convertito in ladrerie. Le entrate si traevano non dai ricchi, ma dal lavoro e dalla povertà. Le tasse di consumo erano a tal grado che si erano convertite in una rapina fiscale. Tutti i mezzi erano tenuti buoni per cavar denaro, anche se turpi e immorali, erano tassate le case da gioco, le meretrici, i postriboli.

Alle enormi spese d’amministrazione devesi aggiungere le sfondate dilapidazioni, prodigando favori e denaro al servidorame di corte, ai cortigiani, agli adulatori, alle prostitute, scrive lo storico Anelli, per sostenere, ormai resosi necessario, un sistema di corruzione. Smunti i contribuenti, divorati i frutti del povero e vuote le casse dello stato, si ricorreva al rovinoso sistema dei prestiti. Le usure dei prestatori, le mance dovute ai sensali, e le propine del ministro, assorbivano gran parte del capitale, e il debito pubblico aumentava. Per di più, per servile compiacenza erano commessi a società straniere i più grandiosi lavori pubblici, le quali ingoiavano tutti i capitali, per cui languivano le industrie nazionali, era negletta l’agricoltura, mancava il lavoro e cresceva la miseria. E il parlamento che doveva essere custode delle ricchezze del paese, e mettere freno alle pazze dilapidazioni dei ministri, davagli mano. È vizio comune di tutti i parlamentari, e proviene che i deputati, ottenuto che hanno, per cabale e bassi maneggi, il voto degli elettori, per soddisfare alla loro ambizione, e ai propri interessi, si prostituiscono al potere, e accordano tutto quanto gli si domanda. Se poi è un ministro abile e sfrontato come Cavour, sa maneggiarli in modo che diventa l’arbitro d’ogni cosa.

Cavour salito in potenza dal vantarsi di cacciare l’Austria, e arridendogli la fortuna, poneva ogni suo studio a dominare il docile e servile parlamento, e spillar denaro al popolo, beffandosi delle sue miserie. Imbevuto dalle vecchie tradizioni, e dalle teorie egoistiche degli economisti inglesi, non aveva compreso che il genio della presente civiltà risiede nella ricerca, a mezzo delle scienze sociali, del benessere generale, e nel risolvere la questione economica, che sovrasta sopra tutte, e tutte le domina. si interessava di proporre quelle riforme, che con voce moderna son dette civili, e armonizzanti collo Statuto. Erano tuttora in vigore avanzi di leggi feudali, già abolite in altri Stati sotto l’impero dell’assolutismo. L’istruzione pubblica retta da discipline gesuitiche e tenute da maestri ignoranti e dai clericali. L’amministrazione provinciale e comunale sotto l’immediata autorità governativa, che la dirigeva a suo senno, in modo che ogni deliberazione era sottoposta ai capricci e ai cavilli del governo, sempre in sospetto d’essere esautorato. Nella giustizia sussistevano costumanze che deturpavano la magistratura. Nel fisco la crudeltà d’opprimere, e nei giudici la docilità ai voleri del governo, e più vaghi di punire quello che di conoscere la verità. Si riordinò l’esercito, e si preparava ad accrescere la forza, siccome era ferma la determinazione di cacciare l’Austria d’accordo col Bonaparte, che ne voleva abbassata la potenza. I concerti erano presi; Bonaparte a preparare materia di rottura e Cavour ad abbattere, colle persecuzioni e colla stampa stipendiata, i repubblicani, prepararsi alla guerra, farsi iniziatore del movimento italiano e guidare la rivoluzione. Cavour fu abile ministro di casa Savoja e cattivo cittadino.

Ferdinando di Napoli, tiranno di stirpe e per educazione di re, e feroce per indole, non tenendo a lui superiore che Dio, infieriva contro coloro che volevano limitare il suo potere, e ancora di più contro quei forti che, non curanti delle pene, respingevano sdegnosi la seduzione del perdono, e di pronunciare una sola parola che suonasse viltà. Pel tiranno era delitto comporre i volti a mestizia per supplizi inflitti a cittadini per delitti politici, o per pubbliche preci a cittadini morti per la Patria. Reggevasi colla forza, coll’impostura e colla corruzione. L’odio del popolo contro il tiranno era profondo, valeva a scemarlo una simulata clemenza, e tanto era feroce che un soldato, Agesilao Milano, quantunque certo del sacrificio della vita; volle spegnere il tiranno. In un giorno di comparsa militare esce dai ranghi, appunta il fucile al petto del re, parte il colpo e falla. Il giorno dopo, Agesilao Milano fu strangolato per tentato regicidio. E il poeta Marjira cantò in un’ode:

Il regicida è un eroe
. . . . . . . . . . . .
O popolo d’Italia
Viltade è ormai il perdono
Sorgi gigante, e l’ultima
Ora prescrivi ai re.

Le condizioni dei popoli d’Italia continuavano ad essere miserissime, e l’incrudelire feroce non scemava la fede e la costanza dei patrioti. Bentivegna Francesco, uscito di poco dal carcere, tenta un moto in Sicilia; ma l’elemento rivoluzionario non era ancora ordinato, e la fiammella si spense.

Il partito repubblicano d’azione perseguitato, profugo, dannato a morte, colla costanza di chi combatte per una grande idea non cessava, con l’usato ardore e con un meraviglioso ordine, di tentare nuovi moti, e nuove rivolte. Mazzini, d’accordo coi comitati rivoluzionari, aveva disposto che da Genova, da Livorno e da Napoli partisse contemporaneamente il segnale della rivolta, che questa si estendesse con tutto il vigore nelle provincie napoletane, centro Napoli. La polizia del Bonaparte che per i suoi tenebrosi disegni e per la tema che il fuoco rivoluzionario si estendesse fuori d’Italia e svegliasse l’assopita Francia, vegliava, e trapelò che i repubblicani avevano ordito un moto rivoluzionario nel centro d’Italia, e s’affrettò di rivelare quanto sapeva ai rispettivi governi. Questi, spaventati come chi si sveglia in mezzo al fuoco, impazzirono e arrestarono a casaccio. Non si turbarono i cospiratori, e Pisacane con un pugno d’arditi monta sul Cagliari, e giunto in alto mare fa prigioniero il capitano, e dirige il legno a Ponza, allo scopo di liberare i prigionieri politici. Approdato a Ponza e tratti da prigione i più audaci, volse verso Sapri. Sbarcato su quella terra, s’interna nella provincia tentando di insurrezionare il paese e marciare su Napoli, centro dell’insurrezione; ma il governo borbonico, avvisato dalla polizia di Bonaparte, stava sull’avviso, e potè con celerità spedire forze imponenti sul luogo e stringere da ogni parte gli insorti. L’infelice fine della spedizione, la morte del suo capo, il prode Pisacane, per virtù, per ingegno, e vastità d’idee onore d’Italia, ed i valorosi di lui compagni caduti combattendo, o fatti prigionieri e condannati alla galera, immerse in un profondo dolore i patrioti liberali tutti d’Italia. L’ardore e la grandezza del concetto inspirarono, negli animi generosi, imprese magnanime, e per le gesta eroiche che ne seguirono, rese immortali. Il sacrificio di Sapri ha dato l’epopea di Marsala.

Il 14 gennaio 1858 Orsini, costante nel pensiero di liberare l’Italia dal dominio austriaco, e persuaso che il dispotismo dell’imperatore dei Francesi fosse un ostacolo, attentò alla vita del tiranno, con istrumenti di morte da lui inventati, ai quali gli fu dato il nome di bombe Orsini. Il 13 marzo fu ghigliottinato, lasciando in testamento una domanda ed una preghiera in uno scritto diretto all’imperatore. «L’Italia domanda, diceva in quello scritto, che la Francia non intervenga contro di lei; domanda che la Francia non permetta alla Germania di sostenere l’Austria nelle lotte, che stanno forse fra breve per impegnarsi. Ora è appunto ciò che Vostra Maestà può fare, quando voglia. Da questa volontà dipendono il benessere o le sciagure della mia patria, la vita e la morte di una nazione, a cui l’Europa va in gran parte debitrice della sua civiltà.

Tale è la preghiera, che dal mio carcere oso dirigere a Vostra Maestà non disperando che la mia debole voce sia intesa. Io scongiuro Vostra Maestà di rendere alla mia patria l’indipendenza, che i suoi figli hanno perduta nel 1849 per colpa appunto dei francesi».

Tale fu la morte d’Orsini. L’ultimo suo pensiero fu rivolto verso la sua patria, per la quale tanto operò e soffrì. Il suo contegno non smentì mai quella sua fierezza patriottica, quella forza d’animo, quel sentimento d’amor patrio che crea gli eroi.

Gli impiccamenti, la galera, le sevizie e le persecuzioni poliziesche anzichè spegnere nelle popolazioni della Lombardia e Venezia il sentimento di libertà, concitavano gli animi, e lo spirito di rivolta erasi manifestato universale ed indomabile. L’Austria, spinta dagli eventi, assai più che dalle sollecitazioni dell’Inghilterra, che la consigliava a calmare i popoli, e ponesse fine ad un odiosissimo governo, abbandonò il pensiero di più oltre inferocire, e ricorse alle blandizie, e confondendo il dispotismo con la libertà, cominciò a mostrarsi con larghe promesse generosa e benefica verso le moltitudini. Decise che l’imperatore scendesse in Italia, che ridonasse ai prigionieri di stato la libertà, agli esuli il ritorno in patria e la restituzione dei loro averi, e promettesse quei miglioramenti che le circostanze richiedessero.

All’annuncio che S. M. si degnava di scendere in Italia a ricevere gli omaggi e il giuramento di fedeltà dai vassalli, ed il plauso delle plebi, i nobili, i magistrati, i ricchi, gli adulatori, i ruffiani e tutti i bordellieri di corte, e quella turba di servi, insetti di cloaca, facevano un baccano da schiavi, e si affannavano per fargli riverenza.

La congregazione municipale di Mantova pubblicava il seguente manifesto:

Mantova, 4 marzo 1857.

«Questa città ebbe l’onore di accogliere anch’essa fra sue mura le loro Maestà I. I. R. R. gli Augustissimi Sovrani Francesco Giuseppe I ed Elisabetta Amalia.

Un sole splendidissimo accresceva l’esultanza di un giorno tanto desiderato da questa devota popolazione».

Al confine della provincia, fra Bozzolo e Calvatone, era stato eretto un grandioso arco di trionfo con magnifiche gallerie.

Quivi l’I. R. delegato nobile Ignazio Carpani, alla testa della Congregazione provinciale, umiliava i suoi omaggi alle L.L. Maestà presentando nello stesso tempo all’Augusto Monarca un quadro sinottico statistico tipografico di questa provincia. Intanto le bande musicali eseguivano il suono dell’inno nazionale.

Nei pressi di Bozzolo, San Martino dall’Argine, Marcaria e Castellucchio erano stati innalzati archi trionfali con analoghe iscrizioni, e parate a festa le vie per le quali passava la augusta coppia imperiale. A Bozzolo le autorità locali stavano adunate in un apposito padiglione onde porgere i loro ossequi agli adorati Monarchi, nel mentre si effettuava il cambio dei cavalli.

In vicinanza alla linea dei forti presso Mantova sorgeva un altr’arco con padiglione ove si trovava una I.R. compagnia di granatieri, con una guardia d’onore. Quivi il Podestà di Mantova, dr. Antonio Pernetti, con gli assessori municipali ed i consiglieri comunali porgeva gli ossequiosi omaggi della città, tenendo a S. M. l’imperatore il seguente indirizzo:

«Sacra Maestà

«La città di Mantova a mezzo delle qui unite sue rappresentanze umilia a V. M. i rispettosi suoi omaggi.

«Dopo il vostro avvenimento al trono, o Sire, questa è la seconda volta che Mantova è onorata, dall’Augusta presenza del suo Sovrano; ma questa volta l’esuberanza dei cittadini può dirsi maggiore, poichè alla fortuna di rivedere la M. V. si unisce quella di ammirare al fianco Vostro e di umilmente ossequiare l’Augustissima Imperatrice vostra consorte.

«I recenti atti di clemenza e magnanimità della M. V. hanno profondamente commosso i mantovani, i quali sono ansiosi di manifestare la reverente loro riconoscenza. Aggradite, o Sire, le dimostrazioni di gioia di questa fedele città, che interamente confida nel paterno cuore della Maestà Vostra».

Al quale indirizzo l’Altefatta M. S. degnavasi di rispondere colla più benevole espressione.

Indi il prefato Podestà presentava a S. M. l’Imperatrice un elegante album accompagnandolo colle seguenti parole:

«Augustissima Imperatrice,

«Quale tributo di ammirazione e riverenza verso la M. V. il municipio di Mantova osa supplicarvi a voler accettare il presente album contenente lavori di devotissimi artisti e dilettanti mantovani».

Alle 12 e minuti 30 pomeridiane le loro Maestà I. I. M. M. fecero il solenne ingresso in città fra il rimbombo delle artiglierie ed il suono delle campane, accompagnate da lunga fila di carrozze di nobili e cittadini.

Le finestre, i poggi, le vie, le piazze, lungo il detto stradale erano accalcate di gente avida di beare lo sguardo sugli Augusti Monarchi, a cui faceva le più vive acclamazioni27.

A tanta viltà manifestata dai maggiorenti, dai nobili e dalla classe abbiente aggiungasi gli inni, le odi ed ogni sorta di componimenti in versi, che inneggiavano, ancora palpitanti le vittime, al carnefice di Belfiore e San Giorgio, fra i quali emerge, per bassezza d’animo, e per codarda adulazione, l’ode dell’I. R. professore G. B. Intra, ora prefetto dell’Accademia Virgiliana e cavaliere, una delle più brillanti gemme che adornano la corona di casa sabauda.

Dopo la partenza delle Altefatte M. M. la Congregazione municipale ha pubblicato il seguente avviso:

«Sua Maestà I.R.A. prima della sua partenza si è degnata esprimere ripetute volte al Corpo municipale la Sovrana sua soddisfazione per quanto venne eseguito onde festeggiare il suo arrivo e soggiorno in questa città; ed ha dichiarato di essere stato assai contento dei Mantovani.

Queste benevoli dichiarazioni dell’Augustissimo Monarca vengono con vera compiacenza portate a pubblica notizia, onde ognuno conosca che le seguite dimostrazioni di gioia e di riconoscenza, ottennero il precipuo loro scopo, l’aggradimento cioè delle Altefatte S.S.I.A. cui erano dedicate.

Mantova, 7 marzo 1857.

Il Podestà: Pernetti

Gli Assessori: Negri - Di Bagno - Caffuzzi - Cavriani.

Galeotti, segretario».

Mentre l’imperatore a Milano gioiva fra le feste ed i tripudi dei cortigiani, in Mantova avvenne un triste fatto che conturbò quel baccano di servi. L’odio fra i cittadini e l’ufficialità austriaca era profondo, e si manifestava di tratto in tratto ed in ogni circostanza. Al teatro un ufficiale austriaco, certo Myrca, insolentì il cittadino Bianchi Antonio e questi gli mandò un cartello di sfida; ma la polizia s’interpose e vietò al Bianchi di sortire dalla città. La sera susseguente, nello stesso teatro, il Myrca insultò di nuovo il cittadino Bianchi, il quale dopo alcune parole di rimando, esce dal teatro e si reca al solito convegno al caffè Partenope. Il Myrca lo segue e giunto in caffè, lo affronta e con piglio beffardo ed insolente gli dice: Ah! ah!, niente Bosco Fontana – ti porca taliana, si ti porca taliana. Il Bianchi avvampa d’ira, alza il braccio e lascia cadere sulla guancia dell’insolente ufficiale un potente schiaffo. L’ufficiale traballa, barcollando, gli riesce di sfoderare la sciabola ed appuntarla al petto del Bianchi, che si schermisce, s’avventa sull’assalitore l’afferra e lottando, perduto l’equilibrio, cadono entrambi. Il Myrca riesce di liberare il braccio destro e tenta di ferire il Bianchi alla gola. In un attimo la sala si vuota, solo resta Montecchi Luciano, il quale visto il pericolo che correva l’amico, s’avventa sull’ufficiale, lo disarma e spezza la sciabola. In questo istante un drappello di ufficiali si presenta alle vetrate, e minaccia di entrare; il Montecchi corre alla porta e fa forza per impedirlo, è respinto; gli ufficiali entrano colle sciabole sguainate, e s’avventano sul Bianchi. Il Montecchi si rifugia dietro il banco e prende a difendersi colle bottiglie, ed il Bianchi incalzato si ritira nella sala del biliardo, e dato mano alle stecche, e manovrando attorno al biliardo, si difende parando i colpi che venivano da ogni parte; quando rotte tutte le stecche, tenta d’uscire, e giunto sull’uscio, un ufficiale che stava appiattato gli vibra un fendente alla testa e cadde. Contemporaneamente a questa scena di sangue entrò in caffè un commissario di polizia, e intimò l’arresto al Montecchi Luciano, e rivoltosi agli ufficiali, che da valorosi Maramaldi, continuavano a sciabolare il Bianchi, ferito mortalmente, gli riprese con queste parole: Ma signori, cessino, vogliono uccidere un morto?

Il Montecchi, liberato dalla guardia che lo teneva in arresto, corre in traccia dell’amico, inseguito da un ufficiale si rifugia in corte, e s’impegna una seconda lotta, nella quale il Montecchi riesce a disarmare l’avversario, rompergli la spada e gettarne i pezzi nella latrina. È nuovamente arrestato e chiuso in un camerino, dal quale potè facilmente fuggire. Il Bianchi fu portato all’ospedale agonizzante.

Questo fatto di prepotenza e di barbarie soldatesca destò un’indignazione generale, e sempre più invelenì l’odio nel popolo contro gli austriaci. Nella sera susseguente certo Corbellini, caldo patriota e d’animo forte, entrò nello stesso caffè della Partenope, gridando: «Ove sono queste carogne d’ufficiali che hanno ucciso un uomo disarmato?». Alle grida del Corbellini s’unisce una moltitudine di popolo, e dirigendosi al caffè di convegno degli ufficiali, si presenta alla porta e grida: Fuori, carogne fuori. Gli ufficiali non si muovono, allora egli entra in caffè rovesciando tavoli e sedili. Gli ufficiali fuggono dalla parte opposta, il Corbellini li insegue gridando: Carogne, avete paura, carogne. Poco dopo numerose e forti pattuglie di fanteria e cavalleria percorrono le vie della città e tornò la calma.

I fatti di Mantova conturbarono i baccanali dei cortigiani, ma era tanto inveterato il servaggio in quelle anime servili che quel turbamento fu momentaneo, e tornarono alle allegrie. Quella svergognata aristocrazia, poco dopo, voltata casacca per codarda servitù rendeva omaggio alla casa Savoia, calpestando quella democrazia che tanto aveva operato e sofferto per la Patria. Quegli schiavi coglievano ogni occasione per manifestare al loro padrone e signore la loro codarda servitù, e s’affrettarono a genuflettersi e porgere ai piedi del trono le felicitazioni per la miracolosa salvezza di Sua Maestà dal vindice pugnale di Libeny. Agli schiavi è virtù l’obbedienza, ai forti la vendetta. «L’uccidere il tiranno, scrive Gioja, è giustizia santa, ma non è salutare se non quando spezza il trono, lo scettro e la corona. L’Asia ha pugnalato molti despoti, i monarchi sono ancora despoti nell’Asia».

Era ormai certa e vicina la guerra contro l’Austria, e Mazzini ne pubblicava i patti stipulati fra Cavour e l’Imperatore nel luglio 1858 a Plombières: «Per l’Italia, scriveva Mazzini il 15 dicembre 1858, una subita pace rovinosa, fatale agli insorti, a mezzo la guerra, un Campoformio.

Non appena Luigi Napoleone avrà conquistato l’intento, accetterà la prima proposta dell’Austria, costringerà il monarca sardo a desistere, concederà una zona di territorio, abbandonerà tradite le provincie venete e parte della Lombardia».

E parlando dei volontari scrive: «Sarete al campo in qualche angolo di Lombardia, probabilmente fra francesi e sabaudi regi, quando la pace che tradirà Venezia, sarà a vostra insaputa segnata».

E nel febbraio scriveva nel giornale Pensiero ed Azione: «Perchè sommuovono con le loro agitazioni la Venezia, già freddamente, deliberatamente abbandonata al nemico? La monarchia sarda non s’accinge a combattere che per un limitato ingrandimento territoriale. Il matrimonio della principessa Clotilde col principe Napoleone è il pegno dell’accettazione. Gli austriaci non ripasseranno le Alpi, Venezia è statuita nella questione. Importa chiamar l’attenzione sui germi di un dissidio preparato probabilmente ad arte fra Francia e Piemonte, da un lato per poter dire al paese insorto: noi non possiamo mantenere il nostro programma, la Francia si oppone; dall’altro per poter dire: io non intendeva trascorrere fin dove la vostra ambizione vorrebbe costringermi».

Il mercato di popoli era convenuto. Nizza e la Savoia alla Francia, la Venezia all’Austria; la Lombardia ed i Ducati al Piemonte; la Toscana si ordinerebbe secondo gli eventi; ma era mente di Bonaparte di fare dell’Italia centrale e meridionale due regni a favore dei Napoleonidi. Debellata l’Austria erano questi i patti convenuti fra l’imperatore ed il ministro Cavour a Plombières nel luglio del 1858. Ma contro i disegni preconcetti dei due trafficanti, stavano le aspirazioni del popolo italiano, il quale educato alle dottrine unitarie di Mazzini, consacrate da continue cospirazioni e da tanti sacrifici di sangue, voleva l’Italia una, indipendente e libera.

Già si avvicinava prossimo il giorno delle battaglie, e Vittorio Emanuele l’annunciava nel discorso in occasione della cerimonia dell’apertura del Parlamento, col manifestare di non essere insensibile al grido di dolore che si leva da tutte le parti d’Italia. Quel grido lo mandava dalla tribuna francese il girondino Isnard, e suonava guerra e rivoluzione; la Francia improvvisava un milione e duecentomila combattenti contro l’Europa coalizzata.

Fu un fremito generale e tutta l’Italia avvampò. Dalla Lombardia e dalla Venezia i patrioti e la gioventù bellicosa, sfidando le minacce della polizia, passava la frontiera a drappelli, ed accorreva ad arruolarsi nell’esercito del Piemonte e nel corpo dei volontari comandati da Garibaldi. Mantova, già sede del comitato centrale d’insurrezione, che aveva sacrificato i migliori suoi cittadini al carnefice austriaco, che aveva udito i gemiti dei prigionieri ed assistito sofferente a tanti supplizi, fremeva. La gioventù, se ne togli quella parte che va in cerca d’una posizione, senza ideale, codarda e vendereccia, che corse ad occupare i posti degli emigrandi, accorse entusiasta ad ingrossare le file dell’esercito e del corpo del volontari, fu minore lo slancio nelle campagne, e tale che Mantova e provincia diedero un contingente di volontari superiore a qualunque altra città in ragione di popolazione.

La guerra che il Piemonte e Francia avevano concertato di fare all’Austria era giusta e legittima, ma i mezzi adoperati per intraprenderla furono indegni della magnanima idea. Usarono le arti della diplomazia, che altro non conosce che l’ipocrisia. Era palese che Bonaparte voleva cacciare l’Austria dall’Italia per subentrarvi, ma per nascondere il suo pensiero faceva divulgare dai suoi gazzettieri che l’Impero voleva la pace e l’imperatore non desiderare che la quiete d’Italia a mezzo di riforme. Nel medesimo tempo suggeriva al ministro Cavour di fomentare gli animi, e di invelenire gli odi contro l’Austria anche nelle provincie non soggette al suo dominio, ed a mezzo dei suoi gazzettieri ed agenti, maneggiare l’agitazione in modo che non prorompesse in rivoluzione in sommossa. Per vieppiù nascondere il recondito pensiero e gli accordi di Plombières, e mostrarsi propenso alla pace, aderì ad un congresso proposto dall’Inghilterra, e tanto per acquetare ed ingannare l’Austria, che d’altronde non vi prestava fede alcuna, e continuava a prepararsi alla guerra che vedeva inevitabile, e che lo stesso imperatore la desiderava nella speranza di domare il Piemonte e l’Italia, ed umiliare la Francia. Ordinò al ministro Buol di notificare al re di Sardegna che se entro tre giorni non levava i campi, disarmava e rinviava i volontari, dichiarava la guerra e ordinò che l’armata avanzasse verso il Ticino. Il ministro Buol scrisse la nota, e il 19 aprile la inviava al ministro sardo chiedendo che disarmasse e rinviasse i volontari, limitando a tre giorni di tempo la risposta. L’ultimatum, equivalente ad una dichiarazione di guerra veniva presentato a Torino il 23 aprile, e il 26 avendo il governo sardo risposto negativamente, fu ritenuta dichiarata la guerra. Il giorno seguente Vittorio Emanuele pubblicava un proclama all’esercito, ed il 29 un manifesto ai popoli del Regno e d’Italia, che così diceva:

«Popoli del Regno!

«L’Austria ci assale col poderoso esercito che, simulando amor di pace, ha adunato a nostra offesa nelle infelici provincie soggette alla sua dominazione.

Non potendo sopportare l’esempio dei nostri ordini civili, volendo sottomettersi al giudizio di un congresso europeo sui mali e sui pericoli dei quali essa fu sola cagione in Italia, l’Austria viola la promessa data alla Gran Bretagna e fa caso di guerra una legge d’onore.

L’Austria osa domandare che siano diminuite le nostre truppe, disarmata e data in sua balia quella animosa gioventù che da tutte le parti d’Italia è accorsa a difendere la sacra bandiera dell’indipendenza nazionale.

Geloso custode dell’avito patrimonio comune d’onore e di gloria, io do lo Stato a reggere al mio amatissimo cugino il principe Eugenio e ripiglio la spada.

Coi miei soldati, combatteranno le battaglie della libertà e della giustizia i prodi soldati dell’imperatore Napoleone, mio generoso alleato.

«Popoli d’Italia!

L’Austria assale il Piemonte perchè ho perorato la causa della comune patria nei consigli d’Europa, perchè non fui insensibile ai vostri gridi di dolore.

Così essa rompe oggi violentemente quei trattati che non ha rispettato mai.

Così oggi è intero il diritto della nazione, ed io posso in piena coscienza sciogliere il voto fatto sulla tomba del mio magnanimo genitore! Impugnando le armi per difendere il mio trono, la libertà dei popoli, l’onore del nome italiano, io combatto pel diritto di tutta la nazione.

Confidiamo in Dio e nella nostra concordia, confidiamo nel valore dei soldati italiani, nell’alleanza della nobile nazione francese, confidiamo nella giustizia della pubblica opinione.

Io non ho altra ambizione che quello di essere il primo soldato dell’indipendenza italiana.

Viva Italia.

Vittorio Emanuele»





24 L. Anelli, Storia d’Italia, cit.



25 L. Stefanoni, Giuseppe Mazzini. Notizie Storiche di L. S., Milano, 1863.



26 L’autografo lo tiene l’arciprete di Goito.



27 Cfr. la Gazzetta di Mantova, n. 19 del 6 marzo 1857, e n. 20 del 10 marzo 1857. (L’ode scritta da G. B. Intra, su tale avvenimento, è pubblicata in un numero s. d. della Gazzetta).



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