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Principiava la guerra, e Cavour secondo gli accordi di Plombières, mise in pratica tutte le arti per addormentare le passioni, e usare le apparenze e non le forze della rivoluzione. Garibaldi fu nominato generale nell’armata regia e comandante il corpo dei volontari, come richiamo della gioventù bollente, imbrigliato dal comandante supremo, e subordinato ad un generale della camarilla.
Il 29 aprile il generale austriaco Giulay, comandante in capo delle prime mosse, passò il Ticino con 80 mila uomini, ed il 30 e 1° maggio con tutto l’esercito, estese le sue forze sopra una linea di circa trenta miglia da Novara a S. Nazzaro. Questa prima mossa fece credere che il maresciallo minacciasse Torino, e potesse giungere a tempo ad impedire la congiunzione delle truppe francesi provenienti dal Cenisio con quelle provenienti da Genova; disegno che non avrebbe incontrato ostacolo, stante che il nerbo delle truppe sarde era steso dietro il Po e la Sesia; ma l’asineria del maresciallo austriaco era di molto superiore a quella dei suoi avversari e sostò nella Lomellina lasciata senza difesa. Il maresciallo austriaco non aveva un piano prestabilito, e manovrava da destra a sinistra tastando il terreno come un cieco. Il 20 maggio il generale austriaco ordinò al generale Stadion di fare una ricognizione su Montebello, spingendosi fino a Voghera; ma fu respinto dalla brigata Porcy e da ripetute e brillanti cariche della cavalleria piemontese comandata da De Sonnaz.
Dopo il combattimento di Montebello, i due eserciti stettero inoperosi per diversi giorni. Il generale austriaco era fermo nelle sue previsioni di essere assalito fra il Ticino ed il Po e lasciò aperto il passo della Lombardia da dove poteva essere girato da un esperto capitano. Garibaldi vide l’errore e ottenuto il permesso di operare a suo senno, si spinge sulla destra dell’esercito austriaco, passa la Dora ed il Lago Maggiore ad Arona, scaccia i presidi austriaci e giunge il 25 maggio a Varese alle spalle dell’esercito nemico. Il giorno seguente è attaccato in Varese da un corpo di 6000 uomini comandati da Urban. La città era stata barricata, gli austriaci sono respinti ed inseguiti per più miglia e si ritirano su Como, parte alla Camerlata e parte a S. Fermo. Garibaldi assale il 28 maggio e dopo un accanito combattimento, li caccia da quelle posizioni ed entra in Como. Crea la guardia nazionale, cambia il Municipio e spedisce i vapori sul lago a riprender gente; il 29 esce da Como e si dirige verso Laveno e tenta di espugnare quel forte; ma presidiato da più centinaia di austriaci con molti cannoni, dopo replicati assalti dovette abbandonare l’impresa. Garibaldi si trovava in quel momento in una difficile situazione, ma il suo genio che gli è di guida in ogni sua impresa, con sapienti marce inganna il generale austriaco Urban che cercava di circondarlo e costringerlo a ripararsi in Svizzera, ripiglia Varese ed il 2 giugno rientrava in Como. Garibaldi coi cacciatori delle Alpi rinovò le eroiche gesta di Roma, sempre davanti al fianco sinistro dell’esercito e incalzando gli austriaci. L’armata alleata era alla Sesia, ed egli entrava in Lombardia, prima che entrasse a Milano egli era a Lecco, prima che varcasse l’Adda era a Bergamo, e subito dopo a Brescia. Ora di fronte, or sui fianchi, or da tergo, appariva là dove era meno aspettato.
Il 30 maggio la divisione Cialdini dirigevasi su Palestro, la divisione Durando su Vinzaglio e la divisione Fanti a Castelborgo, passando da Coralino e Coffenza per appoggiare il movimento di Durando, che a sua volta doveva attaccare Palestro, che gli austriaci occupavano con circa due mila uomini sparsi nei villaggi di Robbia, Candia, Cofienza e Vinzaglio. Obbiettivo dell’armata sarda era di tagliare la ritirata agli avamposti austriaci, e mascherare il passaggio della Sesia del corpo di Canrobert e la marcia sopra Buffalora. Palestro fu occupato, e per trofeo due cannoni e 150 prigionieri, ma il piano fallì. Le divisioni piemontesi che dovevano attaccare Robbio, attaccate da Zobel con quattro brigate, che aveva ordine di riprendere Palestro e Vinzaglio e dal generale Dorndorf che si rivolse sui fianchi, furono respinte. Nello stesso tempo una colonna austriaca proveniente da Rosasco, attacca e scaccia gli avamposti sardi dal ponte della Brida e prende la cascina S. Pietro.
La posizione dell’armata sarda assumeva un aspetto critico, era gravemente compromessa. Era necessario impiegare le riserve, e fu chiamato il terzo reggimento Zuavi. La brigata Szabo si avanzava sulla strada da Rosasco a Palestro, gli Zuavi si trovavano sul fianco della colonna nemica, separati da qualche centinaio di metri con dinanzi il canale della cascina, derivazione della Sesia. Suonato l’attacco proruppero all’assalto con tale slancio che stordì amici e nemici. L’assalto fu così rapido e violento che non vi fu tempo di difendere i cannoni, che caddero in potere degli Zuavi. Gli assaliti tentano fuggire, ma serrati in colonne e col ferro alle reni si agglomerano, e nella mischia sono trucidati. Sopraggiungono un battaglione di Bersaglieri ed un reggimento di fanteria sarda, e non si combatte più, si ammazza e chi riesce a salvarsi dalla rabbia delle baionette affoga nel canale.
L’armata austriaca era in ritirata ed il suo movimento retrogrado aveva cominciato nella notte del 2 giugno, e ripassò il Ticino a Vigevano. Il 4 le due armate belligeranti si trovavano di fronte. Gli austriaci occupavano la linea Robecco, Magenta e Buffalora spingendosi sulle strade che mettono a Turbigo, da dove attendevano l’attacco. Alle due pomeridiane incominciò l’attacco, dalla parte di Turbigo dal generale Mac-Mahon, e dal ponte di Buffalora dalla divisione della guardia granatieri. Alle 4 le cose non volgevano propizie, non era giunto il terzo corpo proveniente da Novara e la posizione di Pontenuovo era fortemente minacciata, quantunque difesa eroicamente da un pugno di granatieri. Cinquemila contro cinquantamila.
In questo momento Mac-Mahon aveva ripreso l’offensiva. Secondo le disposizioni prese precedentemente, il corpo di Mac-Mahon doveva essere seguito dall’intera armata sarda, destinata a riserva dell’ala sinistra, ed al caso fare un movimento di fianco sulla destra degli austriaci; ma il fatto che essa non comparve sul teatro della guerra, fu causa di un momentaneo rovescio dell’armata francese, e mosse una viva indignazione tanto al quartier generale, quanto all’armata francese. La divisione del generale Fanti non comparve sul campo che alle ore sette, a vittoria compiuta, quantunque avesse ricevuto replicati ordini di accelerare la marcia. A sua giustificazione il Fanti scrive nella sua relazione, che il ritardo fu in causa dell’ingombro sulla strada dei bagagli francesi, in forza dei quali fu necessità di avanzare uno per volta. La Motterouge formava la colonna a destra, la divisione Espinasse la sinistra. Tosto che la divisione Motterouge fu in linea di battaglia, fu dato il segnale di marciare su Buffalora. L’attacco fu simultaneo a quello dei granatieri, e Buffalora fu abbandonata.
Presa Buffalora, Mac-Mahon mosse verso Magenta, ove stavano concentrate le forze nemiche. I primi attacchi non furono coronati dal successo. Espinasse a sinistra è battuto, e la sconfitta è attribuita all’assenza delle truppe sarde. Giulay annuncia a Vienna la vittoria e l’avrebbe ottenuta se non avesse assottigliato la sua fronte. Mac Mahon approfitta dell’errore e riprende l’offensiva. Frattanto giunge la brigata Picard spedita dall’imperatore, in seguito Niel e Canrobert, ed il combattimento si accende con accanimento. Innumerevoli sono gli incidenti avvenuti nell’intervallo di due ore. Alle 7 gli austriaci abbandonano Magenta e sono in piena rotta.
Il giorno 8 l’imperatore ed il re entrano in Milano come in trionfo in mezzo a un popolo sinceramente festante. Le grida più clamorose partirono dalla nobiltà, dai pubblici impiegati, dagli affamati d’impieghi e di onori, i quali cambiata livrea e nascoste le insegne austriache, si sbraitavano fra il popolo, e facevano ressa per rendere i dovuti omaggi alle Loro Maestà. La borghesia, vigile custode delle sue ricchezze, assunse l’incarico della Polizia: si armò, si fregiò dei tre colori, e un cartolino sul cappello sul quale era stampato le parole: ordine e sicurezza sorvegliava il popolo minuto, quello stesso popolo che nelle cinque giornate combatteva e moriva sulle barricate, e si affrettava a versare nel tesoro pubblico i preziosi ed il denaro rinvenuto durante il combattimento.
Il giorno 10 ebbe luogo la battaglia di Melegnano vinta dalle armi francesi.
La notte del 23 l’armata austriaca forte di circa 190 mila uomini, aveva ripassato il Mincio, ed era accampata da Pozzolengo a Ceresara per la lunghezza di circa 30 miglia. L’armata alleata forte da 140 a 150 mila uomini estendevasi da Lonato a Carpenedolo. Non era preveduta prossima una battaglia generale.
Il piano degli austriaci era audace, e nello stesso tempo presentava molti pericoli. Base Mantova, i colli di Pozzolengo, Madonna della Scoperta, Solferino e Cavriana, quattro baluardi, posizione formidabile della natura, punto tattico per l’offensiva e difensiva, e fronte di battaglia: cinque corpi d’armata giranti da Goito a Guidizzolo, da Casatico, Ceresara e Medole sul fianco sinistro dell’armata nemica: punto obiettivo Castiglione, base dell’armata alleata.
Il 24 alle tre del mattino l’armata francese muove da Castiglione mirando al Mincio, e s’incontra impensatamente contro l’austriaca. Non aveva alcun piano prestabilito, avvenne più tardi, scorgendo che le chiavi delle posizioni erano Solferino e Cavriana, e stabilì quindi concentrare tutti gli sforzi contro queste formidabili posizioni, scacciarne il nemico, sfondare il centro dell’armata austriaca, dividerla in due, ributtando l’una su Mantova, l’altra impedirgli il passaggio del Mincio.
Dalla presa di Solferino dipendeva l’esito della giornata campale. Verso il 12 fu disposto per un assalto combinato. Le colonne d’attacco si avanzarono, e gli assalitori con una rapidità quasi incredibile, furono in pochi minuti sulla cresta delle alture. Il cimitero e la chiesa erano difesi accanitamente. Verso le due fu preso S. Cassiano, ed il il Corpo si avanzava verso Cavriana. Gli austriaci si trovavano in una posizione imbarazzante. Erano le tre. La perdita della posizione di Solferino decise della giornata. Ora ogni sforzo fu diretto ad impedire che i francesi si avvicinassero a Cavriana onde poter effettuare una ritirata in ordine. Le alture di S. Cassiano furono prese e riprese più volte. Alle cinque gli assalitori entravano in Cavriana, e gli austriaci erano in piena ritirata.
Alla destra si combattè una seconda battaglia in pianura, che se fu meno brillante, fu splendido il successo. Alla sinistra l’armata sarda sostenne forti e brillanti combattimenti e contribuì alla riportata vittoria. Alle sette l’armata austriaca era in piena rotta: un si salvi chi può. Bastavano poche truppe fresche per impedire a quella torma di fuggiaschi di riparare nel quadrilatero, e stipulare la pace all’Alpi. Ma nella mente dell’uomo tenebroso del 2 dicembre v’era del putrido; una pace vergognosa, Venezia tradita, il compimento dei patti di Plombières, l’Italia ai piedi del Bonaparte. E la pace fu firmata a Villafranca quale era stata fissata nel convegno a Plombières.
Correvano tempi in cui i popoli si erano educati a severi principi di libertà: e riconoscendo che ciascheduno ha diritti e doveri, e quindi il diritto di ribellione contro gli oppressori, s’opposero alla prepotenza del Bonaparte, che intendeva di fare un mercato di popoli, di tenere ognora l’Italia divisa e serva, di sostituire ai principi vassalli all’Austria, una confederazione di principi della famiglia dei Napoleonidi vassalli all’impero francese, e fare presidente della confederazione l’eterno nemico d’Italia, il Papa. Il gagliardo ed il severo contegno dei popoli, fermi nel voler l’indipendenza e l’unità civile e politica della patria, sventò gli intrighi della diplomazia che voleva un congresso, le arti subdole del Bonaparte, nè valsero le minacce, nè le codarde sottomissioni dei commissari regi, nè la perfidia di Ricasoli che ordinava l’arresto di Mazzini, nè il divieto a Garibaldi di passare la Cattolica, l’Emilia, la Romagna e la Toscana con voto popolare affermarono l’unità e l’annessione al Piemonte.
Cadde il ministero Rattazzi, inviso ai Lombardi per smania di mutar tutto, e improntare leggi ed ogni cosa di piemontesca ignoranza, ed accusato quale arruffianatore di lascivie, inetto come uomo di Stato, timido, incerto, pauroso; e risorse Cavour, dotato di molti pregi come uomo di Stato, genio d’intrighi, bugiardo e sleale.
Come abbiamo accennato Cavour aveva venduto Nizza e Savoia, e teneva occulto il turpe contratto; ma già se ne bisbigliava, quando inquietandosene i popoli venduti, interrogarono il governo, ed egli negò francamente ogni cosa. Frattanto gli emissari napoleonici aveva invaso le provincie vendute per disporre gli animi al mercato, e Napoleone ordinava a Cavour di far presto. Cavour stretto dal fatto, atteggiandosi a mestizia, annunzia il trattato dei trafficati popoli, e addolcì la pillola dicendo che saranno chiamati a scegliere liberamente quale preferire dei due padroni; eragli concessa la libertà di scegliere di qual morte morire. I governi di mezza libertà non si sorreggono se non coll’inganno, colla finzione e colle corruzioni e usano, falsando, i santi principi di libertà per fondare la schiavitù. Il suffragio universale, che è il diritto, il grande principio della sovranità popolare in atto, l’hanno cambiato in un turpe mercato. Luigi Bonaparte lo usò collo stato d’assedio, colla deportazione, colle fucilazioni in masse per essere eletto dittatore, chiamando il popolo a pronunciarsi pel si o pel no. A Nizza e Savoia si praticò le stesse violenze. Nizza era già occupata dalle truppe francesi, ed il nuovo governatore notificava con bando, essere intendimento del re che i cittadini si dessero alla Francia, si ordinò ai sindaci di tener nota degli oppositori, si sciolsero i consigli comunali che si mostravano renitenti, minacciati di carcere gli oppositori, profusero denaro e oferte d’impiego ai prostituti. Questo il suffragio universale, questo il libero esercizio della sovranità popolare. Mancava il voto del Parlamento, ultimo atto della turpissima farsa, e Cavour se ne incaricò. Apertasi l’adunanza parlamentare Garibaldi, esempio vivo di virtù romane e moderne, denunziò le arti inique che si adoperarono per carpire il voto dei cittadini, e dimandò che fosse differito il giorno della votazione. Cavour avvampò d’ira alle severe parole dell’illustre patriota, ma fidando nella docilità del Parlamento, composto in maggior parte d’anime fiacche e servili, prese ardire e con parole e sofismi si guadagnò il voto del Parlamento che statuì l’iniquo mercato dei popoli di Nizza e Savoia.
Francesco II re di Napoli, giovane nato da stirpe tirannica, educato da re e in corte dispotica, fiacco d’animo e di senno, docile alla madre ed al confessore, e per natura inclinato al dispotismo, aveva in odio ogni concessione che tendesse a scemare il suo potere, e disprezzando i consigli che gli veniva dalle corti interessate a soffocare la rivoluzione, e dallo stesso Cavour, che reputava un’utopia funesta l’unità d’Italia, e che altro non concepiva che un Piemonte ingrandito, calcò la via degli avi. Già l’idea rigeneratrice ed il concetto dell’unità erasi fatto potente e agitava tutto il regno. Cavour colle arti e Bonaparte colle minacce aveva impedito a Garibaldi di passare la Cattolica, e tentavano con ogni mezzo di spegnere l’idea, quando i repubblicani d’azione rivolsero tutta la mente alla Sicilia. Cambiarono piano, e poichè non si voleva che la rivoluzione procedesse dal Nord al Sud si adoperarono in modo che procedesse dal Sud al Nord.
Mazzini incaricò Crispi di fare un viaggio in Sicilia per conoscere la disposizione degli animi e suscitare la rivolta. L’ora della riscossa era suonata, ed il 4 aprile in Palermo dal convento della Gancia dei frati minori fu dato il segnale dell’insurrezione. Subito dopo il comandante della piazza pubblicò che Palermo era in stato d’assedio, e mosse numerose soldatesche con le artiglierie contro il convento. Dopo una disperata difesa il convento fu preso, ed i pochi che poterono salvarsi si ritirarono sui monti. Nel medesimo tempo insorsero tutti i villaggi dell’agro palermitano, ed il nucleo della rivoluzione si concentrò sulle alture di Corleone, e fu stabilito un governo provvisorio.
La Sicilia avvampò e la campana dei Vespri suonò da un capo all’altro dell’Isola. A Messina il popolo prese le armi e impegnò una forte zuffa con le truppe la quale non cessò che dietro ordine del comitato rivoluzionario, il quale aveva disposto di concentrare le forze insurrezionali, di occupare i punti principali e di combattere in campo aperto. In questo stato di cose Palermo soffriva tutte le prepotenze e le brutalità di una soldatesca allorchè impera lo stato d’assedio. I tredici cittadini fatti prigionieri la mattina del 4 nel convento della Lancia furono fucilati fuori porta San Giorgio e i loro cadaveri lasciati insepolti. Questo fatto di crudeltà selvaggia saputosi al campo degli insorti, fece sorgere un grido di vendetta, e distaccata una colonna, assalirono la guarnigione di Carini, e fucilarono ventisei prigionieri.
L’ardire degli insorti inferocì gli uomini del governo, e comandarono la distruzione della città. Per tre giorni consecutivi si combattè con rabbia feroce. Da una parte era stimolo l’odio, la vendetta e la disperazione; dall’altra sete di sangue e cupidigia. I rinforzi ognor crescenti dei regi e le numerose artiglierie costrinsero gli insorti a ripiegare, e per ultimo ad abbandonare le posizioni e ritirarsi sopra Alcamo e Castrogiovanni. I regi entrarono trionfatori in Carini non come uomini, ma come belve. Uccisero bambini strappandoli dalle braccia delle madri, assassinarono vecchi ed infermi, donne fatte ludibrio d’una bestiale lussuria, e dopo il saccheggio gli assasini e gli stupri, nessun luogo inviolato, per ultimo diedero la città alle fiamme.
La Sicilia chiedeva soccorsi: ogni indugio era una sconfitta, era disposta ogni cosa, e Garibaldi assunse il comando della spedizione ed incaricava l’amico Bertani di:
«Raccogliere quanti mezzi sarà possibile per coadiuvare l’impresa;
«Procurare di far capire agli italiani, che se daranno aiuti dovutamente, sarà fatta l’Italia in poco tempo e con poche spese;
«Che l’Italia libera d’oggi, in luogo di centomila soldati, deve armarne cinquecentomila. Con tale esercito non avrà più bisogno di padroni stranieri che se la mangiano a poco a poco col pretesto di liberarla;
«Che l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma dovunque sono nemici da combattere;
«Non aver egli consigliato il moto di Sicilia, ma venuti alle mani, ha creduto obbligo di aiutarli;
«Il grido di guerra sarà Italia e Vittorio Emanuele!».
All’amico Caranti dirigeva la seguente:
«È quasi certo che partiremo questa sera per il Mezzogiorno. In questo caso io conto con ragione sull’appoggio vostro. Bisogna muovere la nazione – liberi e schiavi. Io non consigliai il moto della Sicilia, ma credetti dover accorrere dove italiani combattono oppressori. Io sono accompagnato da uomini ben noti all’Italia, e comunque vada, l’onore italiano non sarà leso.
«Ma oggi non si tratta del solo onore: bensì di rannodare le membra sparse della famiglia italiana, per portarla poi compatta contro più potenti nemici.
«Il grido di guerra sarà Vittorio Emanuele ed Italia.
«Io assumo la responsabilità dell’impresa, e non ho voluto scrivere al re nè vederlo, perchè naturalmente mi avrebbe vietato di operare.
«Vedete tutti i nostri amici, che vi aiutino a dare al popolo italiano la sublime scossa di cui è capace certamente, e che deve emanciparlo.
«Oro, uomini, merci, l’Italia tutto possiede.
«Presto avrete notizie di noi».
Alla compagnia dei vapori nazionali scriveva la seguente:
«Dovendo imprendere un’operazione in favore d’italiani militanti per la causa patria – e di cui il governo non può occuparsi – per false diplomatiche assicurazioni – ho dovuto impadronirmi di due vapori dell’amministrazione da LL. SS. diretta e farlo all’insaputa del governo stesso e di tutti.
«Io attuai un atto di violenza: ma comunque vadano le cose – io spero che il mio procedimento sarà giustificato dalla causa santa servita – e che il paese intiero vorrà riconoscere, come debito suo da soddisfare, i danni da me recati all’amministrazione.
«Quando che non si verificassero le mie previsioni sull’interessamento della nazione per indennizzarli – io impegno tutto quanto esiste di denaro e materiale appartenente alla sottoscrizione per il milione di fucili, acciocchè con questo si paghi qualunque danno, avaria o perdita a LL. SS. cagionata.
Il nome di Vittorio Emanuele misto a quello d’Italia, non fu, nè era il grido dell’insurrezione siciliana, fu posto accanto come grido di unità nazionale, aspirazione da secoli di tutti gli italiani. Non era quistione di monarchia o di repubblica, di forma definita di governo, ma di indipendenza e di unità, e il programma Italia e Vittorio Emanuele fu accettato da tutti i patrioti.
Era una splendidissima sera di maggio. Il cielo, il mare benigno sorridevano alla ardita impresa. A drappelli, giovani baldi con la gioia in cuore e sereni in volto si adunavano in silenzio sulla spiaggia di Quarto.
Garibaldi stava in mezzo a loro sorridente, calmo e sereno come un astro. Verso l’alba i novelli argonauti alla conquista della libertà della Sicilia e d’Italia salirono a bordo, e i legni mossero verso il mezzogiorno.
Garibaldi prese il comando del piroscafo Piemonte, e Bixio del Lombardo. La mancanza di un barcone carico di munizioni e d’armi, per opera del governo, il quale attraversava la spedizione, li costrinse a fermarsi a Talamone, ove poterono avere dal comandante di Orbetello, colonnello Giorgini, qualche arme e poche munizioni da guerra. A Talamone Garibaldi ordinò al colon. Zambianchi di operare una diversione sul territorio pontificio. Il Zambianchi partì con 64 uomini, ebbe una scaramuccia sul confine coi papalini, indi rientrò e scomparve per sempre dal teatro dell’azione. Da Talamone, Garibaldi diresse la spedizione verso la Sicilia, e giunta che fu davanti a Marsala, si è avveduta che era inseguita dagli incrociatori delle squadre borboniche; fu allora che spinse i vapori a tutta forza e manovrando giunse con una celerità incredibile a toccar terra a Marsala. Soprarrivati i vascelli nemici aprirono il fuoco per impedire lo sbarco; ma due vascelli inglesi giuntivi due ore prima, comandarono di sospendere il fuoco finchè avessero imbarcato i suoi che trovavansi a terra. In quell’intervallo, Garibaldi condusse a compimento lo sbarco di uomini, e di ogni materiale di guerra. L’undici maggio sul meriggio Marsala salutava fra l’esultanza di tutto il popolo i suoi liberatori.
Il repentino avvenimento suonò terribile all’orecchio del Borbone, sbigottì la Corte, e il ministro degli esteri s’affrettò a rimettere ai rappresentanti delle potenze europee una circolare del seguente tenore: «Un fatto della più strana pirateria si è consumato per parte di un’orda di briganti, pubblicamente arruolati, organizzati ed armati in uno stato non nemico sotto gli occhi del governo e malgrado le promesse che aveva fatto d’impedirlo».
E fatta l’esposizione del fatto conchiudeva pregando Sua Eccellenza di informare il governo perchè qualunque siano le conseguenze di questo attentato la responsabilità ricada sugli istigatori e complici. E Garibaldi indirizzava ai siciliani il seguente appello:
«Io vi ho guidato una schiera di prodi, accorsi all’eroico grido della Sicilia – resto delle battaglie lombarde – noi siamo con voi! – e non chiediamo altro che la liberazione della nostra terra. Tutti uniti, l’opera sarà facile e breve. All’armi dunque! chi non impugna un’arma è un codardo e un traditore della patria. Non vale il pretesto della mancanza d’armi. Noi avremo fucili, ma per ora un’arma qualunque ci basta, impugnata dalla destra di un valoroso. I municipi provvederanno ai bimbi, alle donne, ai vecchi derelitti. All’armi tutti! La Sicilia insegnerà ancora una volta come si libera un paese dagli oppressori, colla potente volontà d’un popolo unito».
Colla rapidità dell’elettrico si sparse la notizia per tutta la Sicilia. I comitati di Palermo, di Messina, e d’altri luoghi pubblicarono calorosi programmi. I capi dell’insurrezione, e gente armata accorsero d’ogni parte ad unirsi a Garibaldi.
La corte di Napoli. spaventata dalla notizia, tentò da prima, come sempre fanno nel momento del pericolo, di ricondurre i ribelli all’ubbidienza con menzognere concessioni; ma risoluta di reprimere col sangue l’insurrezione, decise la resistenza, e nominò il generale Lanza commissario straordinario in Sicilia con pieni poteri. Questi messo il piede in Sicilia dirigeva ai siciliani in nome del re un manifesto di simulata mansuetudine, e promettendo ampio e generoso perdono a tutti quelli che or traviati, faranno la loro sommissione alla legittima autorità. Frattanto ordinava al gen. Landi di marciare contro Garibaldi onde impedirgli la sua marcia su Palermo. Garibaldi da Marsala erasi diretto verso Palermo, e giunto a Calatafimi si incontrò colle truppe regie che stavano accampate sulle colline più avanzate a difesa della città. Garibaldi li attese di piè fermo, e dopo tre attacchi consecutivi li caccia da quelle posizioni. Nella successiva notte le truppe regie si ritirano da Calatafimi, e all’alba del giorno 16 vi entrarono i garibaldini.
La vittoria di Calatafimi aperse non solo a Garibaldi la via di Palermo, ma crebbe potenza all’insurrezione, e numerose bande di insorti, fra le quali una con un frate alla testa, si unirono ai vincitori. Primo pensiero di Garibaldi fu quello di organizzare le sue forze per un colpo di mano su Palermo; di disporre ogni elemento rivoluzionario, consigliandosi coi capi più influenti dell’insurrezione; deputò La Masa all’organizzazione dell’interno, nominò Crispi segretario di Stato, e una commissione di difesa e di pubblica sicurezza; infine tutto dispose con tali provvedimenti che ogni cosa procedesse con ordine e di comune intelligenza.
Il generale borbonico, come uomo di guerra, non fu d’avviso di cimentare le sorti dell’arma in aperta campagna, già in potere degli insorti, e risolse di attendere Garibaldi a Palermo, difesa, oltre la flotta, da venticinquemila soldati. Garibaldi si diresse su Monreale, punto strategico da occupare prima di tentare l’attacco di Palermo; ma trovata quella forte posizione difesa da un poderoso corpo nemico, pensò di indurre i regi a sortire dalla città, distrarli dal centro delle sue operazioni; ingannarli sulle sue intenzioni, e a tempo opportuno assalire la città. A tal fine lasciato un piccolo corpo d’osservazione, con abili manovre eseguite con una celerità impareggiabile, riesce a trar fuori da Palermo una colonna di regi, e fingendo di ritirarsi la trascinò su per i monti. Mentre i borbonici credevano di inseguirlo alle calcagna, e gli sorridea la speranza di farlo prigioniero, Garibaldi deviando il cammino e girando a destra si presentò alle porte di Palermo. Era d’uopo entrare a qualunque costo, l’esitare era una sconfitta, e con un ardire senza esempio, attacca i regi che stavano di fronte, e respintili penetra in Palermo, e stabilisce il suo quartier generale al palazzo Pretorio.
In questo frattempo il popolo palermitano era insorto, e si combatteva con rabbia feroce e con pari valore d’ambe le parti. Garibaldi non perde tempo, dispone di scacciare i regi da tutti i posti, e dopo impetuosi assalti, sostenuti con energica resistenza, si impadronisce del palazzo delle finanze, e costringe i regi a rinchiudersi nella reggia e nel castello. Il gen. Lanza disperando ormai di riconquistare la città, ricorse all’ultimo espediente, e cominciò un terribile bombardamento dai forti e dalla flotta. Dopo due giorni di fiero bombardamento fu forza cessare, e il generale borbonico prima d’arrendersi, domandò un armistizio. L’abboccamento fra Garibaldi e il generale Lanza fu stabilito sul vascello Hannibal, alla presenza dei comandanti i legni da guerra delle nazioni straniere e fu convenuto un armistizio di 24 ore onde avere il tempo di raccogliere i feriti e seppellire i morti avanti di incominciare le ostilità. Garibaldi annuncia al popolo il risultato dell’abboccamento con queste parole: «Il nemico mi ha proposto un armistizio, io ne accetto quelle condizioni che l’umanità dettava di accettare; cioè ritirar famiglie e feriti, – ma fra le richieste una ve ne era di umiliante per la brava popolazione di Palermo, ed io la rigettai con disprezzo; il risultato della mia conferenza d’oggi fu dunque di ripigliare le ostilità domani. Io e i miei compagni siamo festanti di poter combattere accanto ai figli del Vespro una battaglia che deve infrangere l’ultimo anello di catena con cui fu avvinta questa terra del genio e dell’eroismo».
Nello stesso giorno indirizzava alla Sicilia il seguente manifesto:
«Siciliani! Oggi la Sicilia presenta uno di quegli spettacoli che giganteggiano nella vita politica delle nazioni, che tutte le generazioni ricorderanno con entusiasmo e reverenza e che incidono immortale il marchio di sublime virtù ad un popolo grande e generoso. L’Italia abbisogna di concordia per essere potente e la Sicilia sola dà il vero esempio della concordia. In questa classica terra il cittadino s’innalza sdegnato della tirannide, rompe le sue catene e coi ferrei frantumi trasformati in daghe, combatte gli sgherri. Il figlio dei campi accorre al soccorso dei fratelli della città, ed esempio stupendo, magnifico, edificante in Italia, il prete, il frate, la suora marciano alla testa del popolo, alle barricate, alla pugna! Che differenza fra il dissoluto prete di Roma, che compra mercenari soldati per ispargere il sangue dei suoi cittadini ed il nobile e venerando sacerdote della Sicilia, che si getta nella mischia, dando la vita al suo paese! È veramente immortale il cristianesimo... e lo provano al mondo questi veri ministri dell’Onnipotente».
La Rivoluzione aveva vinto. Tutta la Sicilia era insorta. Era forza cedere. Si rinnovò l’armistizio per altri tre giorni onde prender tempo per trattare i patti della resa. Si venne alle condizioni e Garibaldi le concesse ampie ed onorevoli e trattò i prigionieri quali fratelli sventurati.
Il Borbone aveva perduto ogni potere, i magistrati ed il popolo plaudente acclamarono Garibaldi il liberatore d’Italia e gli conferirono la signoria di Palermo, ed egli accettando si proclamò dittatore in nome di Vittorio Emanuele. Raccolti intorno a sè gli uomini più influenti per intelligenza e patriottismo del paese, provvide ai più urgenti bisogni e nominò ministri, aprì il debito pubblico, ordinò le amministrazioni, organizzò tutte le forze militari e dispose di muovere le armi contro Messina, ultimo baluardo del dispotismo Borbonico in Sicilia.
I trionfi di Garibaldi avevano persuaso Cavour che la Sicilia era perduta per Francesco II, e pensò di trarne il miglior vantaggio possibile, di imbrigliare la rivoluzione, di troncare i trionfi di Garibaldi, prima che inorgoglito della vittoria e dell’affetto del popolo, potesse essere indotto a mancare alla data fede. A tal fine mandò La Farina, uomo accetto a Cavour per le sue doti speciali, un misto di energia e di servilismo, pronto d’ingegno, di parola e di menzogne, destro in ribalderie diplomatiche con incarico di far proclamare dai siciliani l’annessione. La Farina si presentò a Garibaldi quale amico e fu accolto benevolmente; ma tosto che egli chiese di essere a parte agli affari dell’isola e della guerra e si palesò qual mandatario di Cavour con incarico di unire la Sicilia al Piemonte, il cui scopo palese era quello di arrestare la rivoluzione e salvare il trono di Napoli a Francesco II, Garibaldi gli rispose con un formale rifiuto. Allora La Farina persuaso dell’inutilità di poter smuovere Garibaldi dai suoi disegni e tentare la sua virtù, cominciò a praticare tutte quelle ribalderie di cui era capace, e quale emissario pagato. Divulgò che il dittatore aveva sinistri intendimenti, che era circondato da uomini tristi, che tutto poteva andare a ruina, unico mezzo d’immediata annessione al nuovo regno di Piemonte. Siccome era uomo che godeva buon nome nell’isola e per i molti emissari ai suoi ordini, molti vi prestarono fede, ed in special modo i patrizi e la ricca borghesia, i quali per ambizione e per interesse, erano monarchici ed avversi ad ogni libertà popolare. Questi ribaldi maneggi produssero un malo umore e non tardò che un buon numero di questi ambiziosi e d’ingannati si presentassero al dittatore chiedendogli l’immediata unione al Piemonte. Garibaldi, con quel contegno calmo e dignitoso suo proprio, non disgiunto di una certa fierezza, con nobili parole li acquetò e ricondusse la calma.
Non procedevano propizie alla dinastia borbonica nemmeno le cose di Napoli. Ogni speranza era perduta di poter mantenere il regno col reggimento degli avi, e la necessità piegò Francesco II a concedere le libertà costituzionali. Comunicò il suo divisamento al corpo diplomatico e chiese consigli. Cavour gli rispose che solo colle riforme e coll’alleanza col Piemonte poteva salvare il regno dalla rivoluzione. Non v’era tempo da perdere e sebbene con ripugnanza e contro i voleri della madre e dei cortigiani, il 25 giugno pubblicò il decreto della concessa costituzione. Nel manifesto prometteva larghe riforme ed annunziava le pratiche di un’alleanza col Piemonte. Le parole del re furono accolte dal popolo con diffidenza conoscendo a prova quanto sono infide le promesse dei Borboni e solo dettate dalla paura. Ad accendere maggiormente gli animi ed accrescere lo spirito di ribellione, davano forza le parole di Garibaldi, già salito in alta fama e potenza presso i popoli, che la dinastia borbonica era decaduta da ogni diritto, siccome avversa ai destini d’Italia. Francesco II, minacciato da ogni parte rivolse tutte le speranze nell’alleanza col Piemonte, massime che Cavour accusava Garibaldi di infedeltà, e mandò ambasciatori a Torino per negoziare i patti. I negoziatori furono ricevuti con tutti gli onori diplomatici, e Cavour simulando accordi li tratteneva con promesse che farebbe ogni sforzo per impedire a Garibaldi dal passare sul continente, e fece spargere la voce e pubblicare dai giornali ministeriali la pattuita alleanza.
Durante questi turpi maneggi, Garibaldi maturava il disegno di liberare definitivamente la Sicilia, passare sul continente e marciare su Napoli; ma gli dava pensiero il lasciare in Palermo La Farina che gli si era dichiarato nemico, e temendo che potesse suscitare, durante la sua assenza, gravi disordini, lo sfrattò. Frattanto che Garibaldi disponeva le sue forze per muovere contro Messina, Bertani, secondo il piano concertato fra Mazzini e lo stesso Garibaldi, aveva raccolto a mezzo dei Comitati di provvedimento, dieci mila uomini sotto il comando di Pianciani, nello intendimento di invadere gli stati pontifici contro le truppe di Lamoricière, mentre il generale Garibaldi, passato sul continente, marcerebbe su Napoli.
La spedizione fu sviata con artifici ribaldi per opera del ministro Farini. Quella di mare, da Genova fu costretta a ridursi in Sardegna, a Terranova, e di là a Palermo. Quella di terra fu da Bettino Ricasoli, governatore della Toscana, insidiosamente disarmata e Nicotera, che ne era il comandante, imprigionato. Era palese che il governo del Piemonte s’opponeva con tutti i mezzi al progredire della rivoluzione, personificata da Garibaldi. Dopo avere attraversato la spedizione dei Mille, la subì e tentò con arti subdole di soffocarla in Sicilia. Subito dopo impiantò a Napoli un comitato detto dell’ordine (cavouriano) il quale aveva la missione di promettere molto, e persuadere le masse di non riporre la propria salvezza che nelle forze altrui. A paralizzare il comitato addormentatore dei moderati, Mazzini vi aveva istituito un comitato d’azione, il quale raccolse in breve gli elementi necessari per estendere la rivoluzione nelle provincie, di facilitare lo sbarco di Garibaldi sul continente e preparargli l’entrata in Napoli. Falliti i tentativi di controrivoluzione in Sicilia, il governo dei moderati, personificato in Cavour, tentò l’alleanza col Borbone per arrestare la marcia vittoriosa di Garibaldi. Sviò la spedizione contro gli stati pontifici, e colle circolari del ministro Farini ai prefetti impedì che partissero i volontari alla volta della Sicilia. Proibì a Garibaldi, con lettera scritta da mano del re, di varcare lo stretto di Messina. Brigò col Bonaparte per indurre l’Inghilterra di opporsi colle squadre riunite allo sbarco sul continente del ribelle alla volontà regia28. Tentò di prevenire Garibaldi con una rivoluzione militare, un pronunciamento conforme ai rivoluzionari di palazzo in Spagna, affidandone il governo al principe di Siracusa. «Che ove il re Francesco II o il corpo diplomatico desiderasse di sottrarre Napoli all’occupazione di Garibaldi si accettasse di occupare i luoghi più muniti della città coi soldati piemontesi che erano nelle navi ancorate nel porto»29. Cavour aggiungeva queste istruzioni: «Caso che la rivoluzione (quella dei moderati) non si effettuasse prima dell’arrivo di Garibaldi, l’ammiraglio Persano si impadronirà dei castelli e del porto e farà che essa presti tosto giuramento di fedeltà al Re e allo statuto. Poi vedremo».
L’unità d’Italia non entrava nella mente dei politicanti del carciofo, accusavano Garibaldi di fellonia e giudicavano l’impresa un disastro nazionale. Frattanto che il governo dei moderati brigava in mene antirivoluzionarie, Garibaldi mosse contro Messina e attaccò i regi in vicinanza di Milazzo. I primi attacchi non furono coronati dal successo, Cosenz e Medici furono malmenati; ma Garibaldi non si sgomentò, e con un pugno di valorosi decise di assaltare la batteria che gli impediva il passo. L’eroismo di Garibaldi è noto alla storia, ma in questo fatto fu sublime. Accompagnato da Missori, da Statella e da cinque o sei soldati, slanciasi in mezzo la via contro un corpo di cavalleria che si avanzava al galoppo e gli intima la resa. Il capitano borbonico gli risponde con un fendente, Garibaldi para il colpo, e coltolo di rimando lo rovescia a terra estinto. S’accende fiero il combattimento e sul capo di Garibaldi balenano i ferri borbonici; egli intrepido para i colpi e Missori con replicati colpi di rivoltella, stende a terra gli assalitori. Garibaldi, liberatosi dagli assalitori, rannoda i pochi soldati che si erano riparati tra le siepi di fichi d’India e s’avventa sui nemici con tanto furore che li mette in fuga e li singue fin sotto le batterie dei forti. Già alcuni erano entrati in città, e Garibaldi stava sul suo vascello in atto di comandar l’assalto, quando d’improvviso comparve in mezzo ai combattenti e animando i suoi colla parola e coll’esempio, si avventa sui nemici con tanto furore, che scompigliati, domandano di uscire dalla città cogli onori di guerra.
Dopo la vittoria di Milazzo si dirigeva a Messina e accampava al Faro, disponendo ogni cosa per lo sbarco nelle Calabrie. Missori con trecento giovani arditi vi era entrato da giorni e teneva le alture di Aspromonte. La notte del 18 Garibaldi leva le ancore da Taormina, sfugge alla vigilanza degli incrociatori napoletani ed alle due del mattino approda sull’estremità delle Calabrie a Capo dell’Armi. Compiuto lo sbarco in poche ore e abbandonato il vascello, il Torino, che si era arenato, senza perdere un momento di tempo presero tutti la via dei monti e scomparvero. Il 21 Bixio assalta fieramente i napoletani accampati dinanzi a Reggio. Il combattimento durava da molte ore e accanito d’ambo le parti, quando sopraggiunge Garibaldi con Missori e la vittoria è decisa. I napoletani si ritirano nel forte e lasciano libera la città. I generali Melandes e Briganti depongono le armi, tutti i forti del lido spalancano le porte ed i borbonici ripiegano su Napoli e lasciano libero lo sbarco di tutte le forze garibaldine. Il generale Ghio capitola a Tiriolo e Caldarelli a Cosenza. A Salerno stavano trincerati 12 mila uomini comandati da Bosco, all’avvicinarsi di Garibaldi spariscono come per incanto e Garibaldi vi entra il mattino seguente. Le Calabrie e le provincie napoletane erano insorte. La rivoluzione preceduta da Garibaldi avanzava vittoriosa ed egli procedeva tra popoli entusiasti ed ardenti di libertà e per la fama delle sue gesta idolatrato e rispettato; e ove egli si presentava i regi scomparivano, come la luce dissipa le tenebre.
I trionfi di Garibaldi turbavano gli animi dei moderati, che vedevano sfumare i loro disegni, compromessi i loro interessi e deluse le loro speranze e le loro ambizioni. «Se egli entra in Napoli, dicevan essi, come trattenere il fiero vincitore, potente per fama, esperto in guerra e con esercito valoroso? Associato a Mazzini, se gli sfugge il potere, che diverrà del Piemonte?». Udiva le querele il ministro Cavour ed attendeva il momento che si maturassero i suoi disegni per togliere il potere dalle mani del Dittatore. Di rinforzo al Comitato d’ordine, Cavour aveva mandato in Napoli numerosissimi emissari e profondeva denari perchè occultamente corrompessero i soldati a disertare e consegnare i forti della città ai cospiratori. Era pensiero di far decretare dal Parlamento decaduta la dinastia, e il generale Nunziante, già consigliere e ministro tra i primi il più crudele di Ferdinando, per amor di guadagno, tradisce l’antico padrone30. Francesco II, inetto a reggere lo stato, in tanto imperversare di avvenimenti contrari, di maneggi e di tradimenti, spaventato, decide la fuga prima che Garibaldi entrasse in Napoli. Avuta notizia i napoletani che Garibaldi era a Salerno, inviarono una deputazione per invitarlo a venire nella Capitale del regno. Alle 10 di mattino, Garibaldi con alcuni ufficiali partiva da Salerno ed alle dodici entrava in città salutato da un immenso popolo entusiasta e delirante. Fu acclamato il liberatore e l’esultanza fu indescrivibile.
I moderati non potevano darsi pace e continuarono la guerra, fomentata dal governo sardo, di intrighi iniqui contro il liberatore di Napoli. La stampa meretrice ed infame insinuava che Garibaldi era traviato da pessimi consiglieri e con inique insinuazioni ed accuse fomentava la discordia. Agenti pagati promossero una dimostrazione contro Mazzini, colle grida di morte a Mazzini. Garibaldi va al balcone, parla al popolo e gli dice che Mazzini è suo amico e si doveva rispettarlo per quel che aveva fatto e faceva all’Italia. Mazzini dal canto suo non pronunciò una sola parola che fosse contraria al programma da lui accettato d’Italia e Vittorio Emanuele; ma lavorò con tutte le sue forze alla liberazione ed unità d’Italia senza forma definita di governo. Le accuse principali contro Garibaldi erano l’amicizia dei repubblicani e l’imperizia di governo delle cose politiche e ne desumevano le prove dalla confusione che regnava nelle provincie, rette in parte da uomini inetti, ambiziosi e smaniosi di rifare ogni cosa. Queste ed altre accuse erano diffuse dai cavouriani, a mezzo della stampa salariata, e solo rimedio non poter venire che dal Piemonte. Con questi turpi maneggi e con l’oro si mise insieme una turba di tumultuanti che con urli e schiamazzi domandavano l’immediata annessione al Piemonte.
Era disegno di Garibaldi di vincere al Volturno, andare a Roma e marciare al Mincio, e se favorevoli gli eventi, firmare la pace a Vienna. Inflessibile nei suoi proponimenti, a chi gli sussurrava all’orecchio di cedere ai voleri della maggioranza, rispondeva: «Cavour voleva l’annessione quando io era a Palermo, per chiudermi il passaggio dello stretto la vuole oggi per fermarmi al Volturno».
Falliti i turpi maneggi suscitati in Napoli per abbassare la potenza del Dittatore, e strappare la rivoluzione di mano della democrazia vittoriosa, Cavour, d’accordo col Bonaparte, risolse, tradendo la data fede ed i patti internazionali, di invadere l’Umbria e le Marche, di presentare il re vittorioso a Napoli, metterlo a fianco di Garibaldi, ed occorrendo dargli battaglia. Non v’era tempo da perdere, bisognava fare e far presto, e un esercito di quarantamila uomini, sotto il comando dei generali Fanti e Cialdini, non imperiti di guerra, dice lo storico Anelli, ma stoltamente superbi di bravura soldatesca, invase gli stati pontifici. Fu facile la vittoria. A Castelfidardo combatterono con forze quintuple e il generale del Papa Lamoricière, cordialmente si diede a vergognosa fuga e si rinchiuse in Ancona.
Era prossima, inevitabile, una battaglia decisiva, e con probabilità di successo dalla parte dei borbonici, attesa la superiorità tripla del numero, la prevalenza delle armi e soprattutto delle artiglierie e il concentramento delle loro forze in posizioni formidabili. L’armata garibaldina numerava circa ventimila uomini, dei quali quindicimila in azione. Occupava una linea di dodici miglia, la sinistra a S. Maria, il centro a S. Angelo, la destra a Maddaloni, la riserva a Caserta. All’alba del 1° ottobre l’armata borbonica comandata dal generale in capo Ritucci, forte di quarantacinquemila uomini, passò il Volturno ed attaccò su tutti i punti l’armata garibaldina. L’urto contemporaneo e vigoroso dei borbonici infranse le difese dei garibaldini che indietreggiarono. I particolari di questa gloriosa vittoria della democrazia militante sono narrati dallo stesso Garibaldi: ecco le sue parole: «All’alba del 1° ottobre io giungevo in S. Maria da Caserta, per la via ferrata. Al montare in carrozza per Sant’Angelo, il generale Milbitz mi disse: Il nemico ha attaccato i miei avamposti a S. Tommaso. Subito fuori di S. Maria, verso Sant’Angelo, udivasi una viva fucilata e giunto ai posti di sinistra della detta posizione li trovai fortemente impegnati col nemico. Un cocchiere ed un cavallo delle vetture del mio seguito furono ammazzati. Potei passare però liberamente grazie al valore della brigata Simonetta, divisione Medici, che occupava quel punto, e che respinse coraggiosamente il nemico. Giunsi così all’incrocicchio delle strade di Capua e S. Maria, centro della posizione di Sant’Angelo, e vi trovai i generali Medici ed Avezzana che col solito coraggio e sangue freddo davano le loro disposizioni per respingere il nemico incalzante su tutta la linea. Dissi a Medici: Vado sull’alto ad osservare il campo di battaglia: tu ad ogni costo difendi la tua posizione. Procedevo appena verso le alture che si stavano alle spalle, quando mi accorsi esserne il nemico padrone. Senza perder tempo, raccolti quanti soldati mi capitarono alla mano e ponendomi alla sinistra del nemico ascendente, cercai di prevenirlo. Mandai nello stesso tempo, una compagnia di bersaglieri genovesi verso il monte S. Nicola per impedire che il nemico s’impadronisse. Quella compagnia e due altre della brigata Sacchi, ch’io avevo chiesto e che comparivano opportunamente sulle alture, arrestarono il nemico. Movendomi io poi verso destra sulla mia linea di ritirata il nemico principiò a discendere ed a fuggire. Solamente dopo qualche tempo io venni a sapere che un corpo di cacciatori nemici, prima del loro attacco di fronte erasi portato alle nostre spalle per un sentiero coperto, senza che nessuno se ne accorgesse. Intanto la pugna fervea nel piano di Sant’Angelo, ora favorevole a noi, ed ora obbligati di ripiegarci davanti al nemico assai numeroso e tenace. Da vari giorni non equivoci indizi mi annunciavano un attacco e perciò non m’era lasciato allettare dalle diverse dimostrazioni del nemico sulla destra e sulla sinistra nostra, e ben ci valse, perchè i regi impiegarono contro di noi, nel primo ottobre, quante forze disponibili avevano, e ci attaccarono simultaneamente su tutte le posizioni. A Maddaloni dopo varia fortuna, il nemico era stato respinto. A S. Maria parimenti; ed in ambi i punti aveva lasciato prigionieri e cannoni. Lo stesso avveniva a Sant’Angelo dopo un combattimento di più di sei ore; ma essendo le forze nostre in quel punto inferiori d’assai al nemico, egli era rimasto con una forte colonna padrone delle comunicazioni fra Sant’Angelo e S. Maria; di modo che per portarmi alle riserve che io aveva chiesto al generale Sirtori, da Caserta su S. Maria, io fu obbligato di passare a levante dello stradale che da Sant’Angelo conduce a quell’ultimo punto. Giunto in S. Maria verso le due pomeridiane vi trovai i nostri, comandati dal bravo generale Milbitz che aveva valorosamente respinto il nemico su tutti i punti. Le riserve chieste da Caserta giungevano in quel momento. Le feci schierare in colonna d’attacco sullo stradale di S. Angelo. La brigata Milano in testa, seguiva la brigata Eber, ed ordinai in riserva parte della brigata Assanti, spinsi pure all’attacco i bravi calabresi di Pace che trovai nel bosco sulla mia destra, e che combatterono splendidamente. Appena uscita la testa della colonna dal bosco, verso le tre pomeridiane, fu scoperta dal nemico, che cominciò a tirare delle granate, ciò che cagionò un po’ di confusione allo spiegamento dei giovani bersaglieri milanesi che marciavano avanti.
«Ma quei bravi militi, al suono di carica delle trombe, si precipitarono sul nemico che principiò a piegare verso Capua. Le catene dei bersaglieri milanesi furono tosto seguite da un battaglione della stessa brigata, che caricò impavidamente il nemico senza fare un tiro. Lo stradale che da S. Maria va a Sant’Angelo, forma colla direzione di S. Maria a Capua, un angolo di circa quaranta gradi, in guisa che procedendo la colonna sullo stradale lo spiegamento di essa doveva essere sempre sulla sinistra ed alternare in avanti.
«Quindi, impegnata che fu la brigata Milano ed i calabresi, io spinsi al nemico la brigata Eber, sulla destra della prima. Era bel vedere i veterani dell’Ungheria marciare al fuoco colla tranquillità di un campo di manovra e collo stesso ordine. La loro impavida intrepidità contribuì non poco alla ritirata del nemico. Col movimento in avanti della mia colonna, e nella destra, io mi trovai ben tosto a congiungermi colla sinistra della divisione Medici che aveva valorosamente sostenuto una lotta ineguale per tutta la giornata. I coraggiosi carabinieri genovesi, che formavano la sinistra della divisione Medici, non aspettarono il mio comando, per ricaricare il nemico. Essi, come sempre, fecero prodigi di valore. Il nemico dopo aver combattuto ostinatamente tutta la giornata, verso le 5 pomeridiane rientrò in disordine dentro Capua, protetto dal cannone della piazza. Reduce la sera del 1° in Sant’Angelo, io ebbi notizia che una colonna nemica da 4 a 5000 uomini trovavasi a Caserta vecchia. Ordinai per le due del mattino ai carabinieri genovesi di trovarsi pronti, con 350 uomini del corpo di Spangaro ed una sessantina di montanari del Vesuvio. Marciai a quell’ora su Caserta per la strada della montagna e S. Leucio. Prima di giungere a Caserta il prode tenente colonnello Missori, che aveva incaricato di scoprire il nemico con alcune delle valorose sue guide, mi avvertì che i regi si trovavano schierati sulle alture, da Caserta vecchia a Caserta, ciò che potei verificare io stesso poco dopo. Mi recai a Caserta per concertarmi col generale Sirtori, e non credendo il nemico sì ardito da attaccare quella città, combinai collo stesso generale di riunire tutte le forze che si trovavano alla mano e di marciare al nemico sul fianco destro; cioè di attaccarlo per le alture del parco di Caserta, mettendolo fra noi e la divisione Bixio, a cui aveva mandato l’ordine di attaccare dalla sua parte. Il nemico teneva ancora le alture; ma scoprendo poca forza in Caserta aveva progettato di impadronirsene, ignorando senza dubbio il risultato della battaglia del giorno antecedente; e perciò lanciava circa la metà delle sue forze su quella città. Mentre adunque io mi trovavo marciando al coperto, sul fianco destro del nemico, questo attaccava di fronte Caserta, e se ne sarebbe forse reso padrone, se il generale Sirtori, colla consueta sua bravura ed una mano di prodi, non lo avessero respinto. Coi calabresi del generale Stocco, e quattro compagnie dell’esercito settentrionale io procedevo intanto nel nemico che fu caricato, resistè poco e fu spinto quasi alla corsa, sino a Caserta vecchia. Ivi un piccolo numero di nemici si sostenne per un momento facendo fuoco dalle finestre e dalle macerie, ma presto fu circondato e fatto prigioniero. Quei che fuggirono in avanti, caddero nelle mani dei soldati di Bixio, il quale dopo aver combattuto valorosamente il 1° a Maddaloni, giungeva come un lampo sul nuovo campo di battaglia. Quelli che restarono indietro capitolarono con Sacchi, a cui aveva dato ordine di seguire il movimento della mia colonna; di modo che, di tutto il corpo nemico, pochi furono quelli che poterono salvarsi. Questo corpo pare esser quello stesso che aveva attaccato Bronzetti a Castel Morone e che l’eroica difesa di quel valoroso col suo pugno di prodi, aveva trattenuto la maggior parte del giorno ed impedito quindi che, nel giorno antecedente, ci giungesse alle spalle. Il corpo di Sacchi contribuì esso pure a trattenere quella colonna al di là del parco di Caserta, nella giornata del primo, respingendola valorosamente».
A battaglia finita, Garibaldi pubblicò il seguente bollettino:
«Oggi fu una giornata tremenda di sangue e di gloria, e noi vincemmo; riposate per pochi istanti le vostre deboli membra, e mangiate un pane ma in fretta, mentre io dando mano ai piani che far dobbiamo, vi chiamerò all’appello avanti l’oscurità della notte».
Nella giornata del 2 ottobre seguì il seguente:
«Combattere e vincere è il motto dei valorosi che vogliono ad ogni costo la libertà d’Italia e voi l’avete provato in questi due giorni di pugna. Ieri su tutta la linea la vittoria vi coronava. Oggi in Caserta e sulle alture si compiva uno di quei fatti d’arme che la storia registrerà tra i più fortunati.
«I prodi e disciplinati soldati del settentrione, comandati dal valoroso maggiore Luigi Soldo hanno mostrato oggi di che è capace il valore italiano riunito alla disciplina».
La vittoria del l° ottobre al Volturno riportata dall’armi garibaldine senza l’intervento di un soldato dell’armata piemontese, infranse la corona dei Borboni; ma la rivoluzione non aveva raggiunto l’alto suo concetto. Era pensiero di Garibaldi, sbarazzato il regno dei Borboni, di marciare fulminando Roma, e di là al Mincio. L’aureola delle passate e recenti glorie, l’alta fama e le virtù stesse di Garibaldi, non distolsero il ministro Cavour dal pensiero di abbattere il suo rivale ed arrestarne i trionfi. Ricorse alle usate macchinazioni, moltiplicò i suoi emissari, profuse denaro, fu largo di promesse, di grassi impieghi e di onori ed acquistò aderenti anche di parte contraria e furono convocati i comizi per l’immediata annessione al Piemonte.
Gli uomini del passato e le classi privilegiate tripudiarono. Il giorno del plebiscito fu festeggiato con pompa comica ed oscena. Magistrati in abito di gala, guardie nazionali con bandiere spiegate e bande musicali, salariati di ogni risma ed aspiranti, ed i faccendieri tutti della nuova monarchia, con gran baccano trascinavano le moltitudini, inconscie dei loro destini, al sacrificio di quella libertà che avevano riacquistato al prezzo del proprio sangue, per l’unità della monarchia borghese. «Non pensavano le stolte, dice lo storico Anelli, che il governo tutto prometteva, propositi contrari serbando nell’animo. Il voto universale in mano del forte senza leggi che puniscono le insidie seduttrici, è strumento opportuno a qualunque dispotismo perchè le moltitudini, mentre esultano del proprio avvilimento e delle rovine ch’elleno, crudeli contro se stesse, menano della loro vita morale, fanno sgabello ad una tirannide duratura quanto le generazioni che le diedero nascimento».
Proclamata l’immediata annessione, era finita la dittatura di Garibaldi; ed egli con lealtà e magnanimità di animo, pari al suo eroismo, consegnò il regno da lui liberato in mano del re Vittorio Emanuele. Rifiutò il cordone della santa Annunciata, e partì umile in tanta gloria alla volta della solitaria Caprera, non portando seco che l’amore dei popoli e l’alta fama delle sue virtù e delle sue gesta.
Partito Garibaldi e comparsa la bandiera regia in Napoli, fu intimato a Mazzini lo sfratto; ed egli rassegnato, ricalcò la via dell’esilio. Durante il suo soggiorno in Napoli, presago dell’avvenire e consapevole della codardia dei nuovi governanti, aveva iniziato una sottoscrizione di una lira al mese in favore del fondo necessario per l’emancipazione di Roma e Venezia a compimento del programma nazionale. La sottoscrizione fu aperta in breve tempo da più migliaia di firme e dallo stesso Garibaldi.
Saliti al potere gli uomini della monarchia, rivolsero tutta la loro mente, destreggiando fra i partiti contrari, a volgere a profitto della monarchia la rivoluzione.
Falsando il concetto dell’unità e volendo tutto impiemontizzare, portarono il disordine nelle amministrazioni, dilapidarono il denaro pubblico, immiserirono le moltitudini. Servitori di Luigi Napoleone che voleva reggere a suo senno le cose d’Italia, tenerla ubbidiente ai suoi voleri e vendere a caro prezzo i suoi benefici, come nel 1855 per la concessione della parola nei complotti del re, volle sacrifici di denari e di uomini in Oriente; nel 1860 Nizza e Savoia, e pretendeva la Toscana a beneficio della famiglia dei Bonaparte ed il possesso du petit pays aux pieds des Alpes; presentemente violentava che si rinunciasse a Roma e alla Venezia e si soffocasse la rivoluzione; resero l’Italia serva del despota di Francia, acconsentirono che fosse spogliata dalle sue provincie e vituperata dal papa.
In tante menzogne e codardi maneggi, i rappresentanti dei comitati di provvedimento, creati da Mazzini, avvertendo che i ministri della monarchia smentivano coi fatti le promesse colle quali tenevano gli italiani in varie speranze e che per viltà non si voleva andare a Roma, nè armare la nazione per la futura guerra contro l’Austria, si adunarono in Genova per deliberare che, ove il governo continuasse nel proposito di smentire e starsene inerte, farebbero appello al popolo, e s’appiglierebbero a quel partito che virilmente s’addice ad una nazione che vuole essere grande e libera. Pel loro numero, organizzazione e l’alta mente che li dirigeva, erano saliti potenti presso le moltitudini. Mazzini cooperava d’accordo nel pensiero di liberare Roma e la Venezia; ma considerando che il suo nome darebbe ombra agli uomini di parte moderata, mentre era necessario di unire tutte le forze della nazione, con una risoluzione degna di un gran cittadino, che altro non ha per scopo che il bene della Patria, si trincerò nel silenzio per accrescere potenza alle associazioni politiche.
Il 9 marzo si riunirono tutti i rappresentanti della democrazia italiana in Genova nel teatro Paganini e per acclamazione Garibaldi è eletto presidente. Deliberarono che l’associazione si chiamasse, Associazione emancipatrice italiana, e Mazzini proclamato benemerito dell’associazione e d’Italia, e viene incaricato Garibaldi di chiedere il richiamo dell’esule. In quelle anime generose e bollenti di amor patrio, l’emancipazione d’Italia non era il solo obiettivo, essi amavano l’umanità, e fu proposto che l’associazione si estendesse all’emancipazione delle classi lavoratrici, schiave dell’ignoranza e della miseria.
Garibaldi, commosso da questo appello, si alza e dice con accento ispirato: «Io sono lieto di aver trovato chi interpreti i miei sentimenti. Sì, o cittadini, lo scopo dell’associazione emancipatrice debbe rivolgersi con cura particolare all’operaio, all’uomo della gleba». Queste parole sono interrotte da applausi prolungati. Erano tutti d’accordo di voler redimere Roma e Venezia, di armare e mostrare al mondo che l’Europa non avrà pace finchè l’Italia non avrà la sua capitale, ma differenziavano nei modi. Alcuni erano di pensiero di portare la guerra nelle provincie orientali dell’Austria, altri d’assalire Roma. Mazzini afferrò la quistione e dimostrò che tanto il primo modo, quando il secondo erano pericolosi, e gli effetti potevano essere funesti. Che in quanto a Roma, siccome era manifesto che il Governo non vi voleva andare, non pertanto, non si doveva abbandonare il pensiero, ma non coll’armi, ma con una continua agitazione, tale da creare una necessità; e frattanto rivolgere tutte le forze al riscatto della Venezia, base l’Italia, campo d’operazione, l’Alpi. «L’Austria, disse Mazzini, assalita da noi alle spalle, si troverà in mezzo a due nemici, a noi ed alla rivolta magiarica e la nostra guerra sarà principio alle guerre nazionali». Era questo il concetto di Mazzini, agire d’accordo Italia e Ungheria per annientare l’Austria. Fu accettato il disegno, ma gli si oppose l’azione immediata, ragione principale quella che si difettava di uomini e di denari. Mazzini si rassegnò. Ne nacquero dissensi, e in questo agitarsi degli animi, Ricasoli fu sbalzato dal potere.
Rattazzi, anima piccina di leguleio, vano, servile e che altro non comprendeva che un Piemonte ingrandito, inviso a tutta l’Italia e a tutti i partiti, riprese il potere per volontà di Bonaparte d’accordo col re, e coll’appoggio di Garibaldi, anima onesta che non crede agli inganni, il quale gli sussurrò certe speranze, che vi prestò fede, mentre aveva nell’animo il tradimento di disfarsi di lui e dei suoi compagni. Gli diede denari per accorrere in aiuto della Grecia insorta; ma frattanto che si disponeva ogni cosa, fu troncata la rivoluzione. Spenta la rivoluzione della Grecia, Garibaldi accettando il disegno di Mazzini, rivolse tutto il pensiero contro l’Austria. Imprese il suo viaggio in Lombardia, scopo apparente la istituzione di tiri al bersaglio ed andò a Trescorre. Pubblicò un manifesto col quale eccitava gli italiani ed in special modo i veneti ed i trentini ad agire pel riscatto delle provincie ancora soggette al dominio dell’Austria e compiere il patto nazionale.
Rattazzi aveva due vie da percorrere, l’una segnata dalla mano del Bonaparte, l’altra della rivoluzione; s’appigliò alla prima, e s’unì ai suoi alleati naturali, ai moderati. Comprese che era venuto il momento di perdere Garibaldi e non indugiò. Fece di notte tempo arrestare Cattabeni nella stessa casa di Garibaldi a Trescorre, Nullo ed altri amici del generale. A Brescia si arrestò alla rinfusa, fu sciolta una dimostrazione coll’armi, e si versò il sangue cittadino. Il ministro per adonestare l’atto ignominioso di Sarnico si trincerò dietro la legge, e alterando i fatti dichiarò che solo al governo spetta il diritto di far la guerra e la pace, e con pompose parole fu largo di promesse. Alle accuse di Garibaldi che proponeva una inchiesta segreta, Rattazzi rispose con pallide denegazioni ed un reciso rifiuto. Sarnico fu la prefazione di quell’orribile dramma, il cui scioglimento si chiama Aspromonte. Rimaneva tuttavia insoluta la quistione di Roma. Bonaparte si ostinava a contenderne il possesso, il Papa a sostenere i diritti medioevali della chiesa, e il governo con sfacciate menzogne temporeggiava per addormentarla. Garibaldi e con esso il partito nazionale, indignati dei turpi e codardi maneggi del governo e ritenuto che senza Roma l’Italia non può sorgere a nuova vita, di comune accordo risolsero di fare quello che il governo per servilismo allo straniero, e timoroso del papa, negava di fare, e confidando nella santità della causa e nel concorso del popolo rivolsero tutta la loro mente al riscatto di Roma, e Garibaldi salpò per la Sicilia. Giunse a Palermo la sera del 29 giugno e prendeva alloggio al palazzo reale che diveniva il quartier generale dell’armata garibaldina e il domani arringava il popolo e lo eccitava a prendere le armi. Era ferma convinzione in tutti che il governo fosse connivente, e la sua impresa eminentemente nazionale ed avvalorava questa convinzione il percorrere le vie di Palermo le rosse assise, l’organamento senza mistero, il silenzio e l’inerzia del governo. Il ministero quando si vide sicuro di abbattere il suo avversario, e anche uccidere, fattosi ardito, chiese dal Parlamento e dal Senato l’autorità di reprimere il moto coll’armi. Il deputato Ferrari s’oppose con tutta la potenza del suo ingegno alla fratricida domanda; ma il Parlamento servile e ligio al potere accolse favorevolmente la domanda ed il ministero Rattazzi-Depretis presentarono al re come il generale avesse inalberato la bandiera della rivolta, e chiesero d’urgenza il fatale decreto. Il re Vittorio Emanuele firmò il decreto, e comandò di abbattere il ribelle coll’armi.
Garibaldi risoluto di riscattare Roma, a Marsala levò il grido di Roma o morte e raccolti a Ficuzza i volontari formò una legione e s’avviò verso il continente, ed in ogni paese che traversava era salutato con dimostrazioni le più entusiastiche. Giunto a Catania seppe che il generale Mella prendeva delle disposizioni ostili e Garibaldi non volendo consegnare la città ed i suoi amici senza difesa, ordinò che si difendesse la città ad ogni costo. Le campane suonarono a stormo, e la città fu irta di barricate. All’indomani giunge nuova che il generale Ricotti con quattro mila uomini stava per congiungersi col generale Mella. Quantunque la popolazione assicurasse il generale della sua devozione e risoluzione di difendersi, egli non era tranquillo, voleva evitare una lotta fratricida e decise d’affrettare la sua uscita da Catania e dall’isola. Frattanto una fregata inglese era giunta in porto, e poco dopo fu avvertito che erano giunti due vapori mercantili, il Dispaccio e 1’Abatucci. Garibaldi senza perder tempo scese alla marina, e con una cinquantina d’uomini si impadronì dei due piroscafi. A mezzodì fu dato l’ordine d’imbarco. La fregata regia guardava e taceva.
Era notte ancora quando i due piroscafi toccarono, non molestati dai regi, la spiaggia nelle Calabrie al di sopra di Capo dell’Armi. Quasi 1500 uomini rimasero a terra. Allora il governo spiegò tutte le sue forze, fu straordinariamente attivo ed infaticabile. «Navi, eserciti, telegrafi, spie, messaggeri, ogni cosa in moto, scrive lo storico Anelli, Napoli governata a legge di guerra, bloccata la Sicilia, Cialdini a Messina, le Calabrie piene d’armati, alcuni deputati imprigionati, altri fuggitivi, il Parlamento decretava la patria in pericolo».
Garibaldi nell’intento di sfuggire una lotta fratricida, fece un nuovo sacrificio alla concordia, evitò Reggio e si diresse ai monti. Intraprese di piena notte una marcia faticosa fra dirupi e sentieri, che erano letti di fiume, con soldati scalzati ed affamati. Precedeva la colonna garibaldina una comitiva di nove giovanetti inermi, e giunti ad un casolare stanchi ed affamati si misero a mangiare, conversando sui destini della patria e della futura grandezza di Roma. Una compagnia del 5° reggimento circonda la casa, li arrestano tutti nove, e legati ai polsi li trascinano alla spiaggia del mare. L’apparato era di morte. In questo estremo momento, uno dei prigionieri, fatto ardito dalla paura, slacciati i nodi, fugge e salta disperatamente in mare e si salva a nuoto. Un altro, Mondelli, vuole imitarlo, si slancia, ma fatti pochi passi, i soldati fanno fuoco e lo colpiscono in un piede. Rovesciato a terra, trova il coraggio di rialzarsi, e chiede in grazia la vita. «Finitelo!» comanda il feroce capitano. I soldati ubbidienti al comando, gli cacciano altre palle nel corpo. Il martire respira ancora: e il capitano di nuovo comandava «Finitelo!». E un soldato gli pianta la daga nel petto. Il soldato di mestiere non è che uno strumento per ammazzare.
Garibaldi aveva stabilito il suo accampamento sull’erta di Aspromonte. Aveva disposto i suoi a difesa ed aveva dato ordine di non far fuoco; ed egli si collocò sopra una prominenza in prima linea al centro, in vista dell’inimico, ed attese colassù, scrive Mario, romanamente la morte.
I reali bersaglieri, avanzando, incominciarono il fuoco mirando all’altura dove stava Garibaldi, immobile, scrive il sullodato Mario, ritto, solenne, statuario. «Fermi, non fate fuoco, si gridava da tutti i ranghi, viva l’Italia, viva Garibaldi».
I bersaglieri s’avanzavano inoffesi, e ripetendo il grido – viva Garibaldi. Giunti d’appresso, comandarono, abbasso le armi. A quella inaspettata intimazione, fu generale lo stupore, e no fu la risposta, le armi deponetele voi.
L’istante era supremo. Un pensiero cupo, funereo ottenebrò la mente dei garibaldini, e vi fu un momento di esitazione e di dispetto. Alcuni picciotti spararono contro gli assalitori, e Menotti ordinò una carica. I bersaglieri retrocessero. Si gridò di nuovo, non fate fuoco. I bersaglieri si avanzano, ed una palla colpì Garibaldi nel malleolo del piede destro e cadde salutando col cappello i feritori col grido di Viva l’Italia. Fu trasportato a Scilla e tradotto in prigione alla Spezia nelle carceri di Varignano, e sottoposto a giudizio regio per troppo amor di patria. L’intimazione di deporre le armi fu umiliante, ed i prigionieri trattati barbaramente e coperti di sarcasmi e di villanie. Giunti alla Spezia subirono per cinque giorni la condanna dei pontoni, e ad ogni istante dai sgherri del governo minacciati di fucilazione.
Il sacrificio volontario di Garibaldi e dei suoi per amor di patria evitò una nuova sciagura all’Italia, la guerra fratricida. Il governo voleva disfarsene, e Pallavicini aveva ordini segreti di distruggerli. L’armata non ha principi politici: essa è dalla parte di colui che la paga. Paga, avanzamento sono i loro numi. Questi soldati mercenari sono ubbidienti alla consegna, quanto sono crudeli nell’eseguirla.
Dopo Aspromonte, Fantina. Il 2 settembre alcuni volontari della colonna Traselli, lasciata da Garibaldi in Sicilia, giungevano, stanchi, affamati e pressochè inermi al villaggio di Fantina, e mentre si affacendavano presso quei contadini a raccattare viveri per sfamarsi, furono sorpresi dalle regie truppe, e tutti fatti prigionieri. Era il comandante di quel distaccamento il maggiore De-Villata, del 47° reggimento fanteria, il quale, dopo d’essersi assicurato dei prigionieri, si diede premura di ritrovare i disertori, e si presentarono sette militari insieme a un certo Grazioli di Milano, borghese, che trovato con piume da bersagliere sul cappello, era preso come militare, e come tale trattato. Il maggiore De-Villata ordinò al capitano Rossi che facesse eseguire immediatamente la fucilazione. Non valsero le proteste contro la violazione del codice penale militare e la dimanda di un consiglio di guerra, non valsero le preghiere ed i pianti, nè mosse a compassione il giovinetto Balestra, studente, che aveva preso la via dell’esilio per farsi soldato di Vittorio Emanuele, a smuovere la ferocia brutale del De-Villata, e sette furono fucilati senza processo, violando la legge, e fra le vittime il Grazioli di Milano che non era soldato.
La famiglia De-Villata fu sempre infausta all’Italia, ora soldati di ventura al soldo di armate straniere contro l’Italia, ora commissari di polizia. Il maggiore De-Villata studiò nell’accademia di Neustadt presso Vienna ed è proveniente dall’esercito austriaco; e dopo l’assassinio di Fantina fu promosso dal governo del re a tenente colonnello, e decorato degli ordini cavallereschi della monarchia.
Sorgeva l’anno 1864 fosco di politiche nubi temporalesche. Un nemico più fiero, più implacabile di Garibaldi stava contro il papato. Le scienze, il progresso, la civiltà dei popoli, le esigenze dei tempi hanno di mira il benessere materiale e morale dell’uomo, hanno dato il bando a tutte le fantasticherie del soprannaturale, a tutte le autorità del cielo e della terra. I ministri della monarchia per grettezza di mente e servilità d’animo avevano confidato il maneggio delle cose a Luigi Napoleone, e lo supplicavano che fosse benigno anche verso Roma, senza la quale l’Italia non poteva avere pace; e questi con parole or benigne, or aspre e sempre oscure, rispondeva, garantite l’indipendenza del Santo Padre, e la questione sarà risolta. D’altra parte Napoleone aveva mestieri di tenersi amica, se non soggetta l’Italia, sia per dar compimento ai suoi disegni, sia per le complicazioni germaniche e volendo mostrarsi benevolo stipulò con Vittorio Emanuele un’alleanza difensiva ed offensiva, qualunque volta l’uno o l’altra fossero assalite. Riguardo a Roma pensò il modo di ingannare il papa e l’Italia e l’inganno fosse di tal natura che avesse sembianza di lealtà. Compose gli articoli di una convenzione e li fece accettare dal re. Gli accordi erano: 1) che l’Italia non molesterebbe coll’armi il territorio della Chiesa, nè soffrirebbe che altri il facesse; 2 ) che il papa sarebbe libero di mettere insieme a difesa propria un esercito, soldando anche stranieri; 3) che l’Italia s’aggiusterebbe col papa dei giusti compensi a lui dovuti per gli interessi del debito pubblico ch’ei continuava di pagare come se tutti ritenesse gli antichi domini; 4) che la Francia nel giro di due anni dalle formali rettifiche leverebbe di Roma le sue guarnigioni. L’annuncio degli accordi, che presero il nome di Convenzione del 15 settembre 1864, fu considerata come una rinuncia formale a Roma, e i chassepots lo provarono a Mentana, turbò profondamente gli animi e Torino protestò. Il governo spaventato da quella dimostrazione incrudelì, e ordinò di reprimerla con le armi. La sbirraglia aggredì all’improvviso con rabbia feroce gli inermi dimostranti, e massacrò uomini, donne e fanciulli.
In Parlamento i più arditi accusarono il ministero di avere colla convenzione conculcati i nostri diritti su Roma, riconosciuto il principato del papa, disprezzato i voleri della nazione, tradita la rivoluzione. I ministri arzigogolando risposero, che il governo non aveva rinnegato le aspirazioni nazionali, che il suo impegno era unicamente di non entrare in Roma per la forza delle armi e che era di nessuna importanza il trasferimento della capitale. Al contrario affermava il ministro francese essere volere dell’imperatore che fossero rispettati i domini del santo Padre e gli interessi della cattolicità, che la Francia saprebbe far osservare la convenzione; e concludeva che l’imperatore poteva riprendere Roma quando gli piacesse di farlo. Re e ministri non sanno che mentire e ingannare, e colla stampa venale divulgare il falso, insolentire, impaurire le moltitudini, e quando questa non basta, usare la violenza delle armi.
I nostri ministri, tutti figli naturali della setta dei moderati-costituzionali, setta che si compone di nobili decaduti di credito e di ricchezze e della borghesia grassa, senza virtù, povera d’ingegno, tenace del passato e ne raccoglie gli avanzi per costruire il nuovo sotto mostra fallace di libertà, nemica delle rivoluzioni e devota per lucro alla monarchia, hanno dissipate le ricchezze nazionali ed immiserite le plebi; hanno disordinato le amministrazioni e viziate con istituzioni, leggi, e ordinamenti stranieri, insozzate di imbrogli, di baratterie e di truffe, deturpate da alti impiegati, sottoposti a giudizio per peculato e ladrerie d’ogni genere. Da questo caos di mali sorse la pianta venefica della camorra burocratica, designata sotto il nome di consorteria. Sotto uomini astuti e corrotti, di nessuna opinione politica, e servitori devoti a qualunque ministero, legati fra loro e con estese ramificazioni, s’impongono in tutti i dicasteri, serpeggiano in ogni ramo d’amministrazione, non tollerano nessun competitore e per soppiantarlo adoperano arti infernali e le più vituperevoli calunnie. Il parlamento, i più per lusinghiere speranze di favore, di onorificenze o di lucro, servili al ministero; anime sozze ed imbrattate di vizi, che simulando amor di patria non curano che il loro interesse; altri per fiacchezza d’animo starsi silenziosi e seguire la corrente. Alcuni onesti della democrazia svelarne le turpitudini delle varie amministrazioni; ma pochi e non concordi, le loro proteste, i loro consigli furono di nessun giovamento.
Erano queste le condizioni d’Italia quando cadde l’aspromontino ministero Rattazzi e sorse Minghetti, già ministro del Santo Padre. Il Minghetti con parole melliflue, con frasi sonore seppe ingannare il volgo, che egli avrebbe ricomposto le disordinate amministrazioni. Ma l’arte del ben dire non è che un ausiliare secondario delle idee e dei fatti, e dopo avere annunciato un pomposo avvenire, in un breve periodo di tempo, il debito pubblico cresceva e si dovette impegnare tutti i beni nazionali; si limosinò dai cittadini il censo del successivo anno, si vendette le strade ferrate, e si dovette ricorrere di nuovo al ruinoso sistema dell’imprestito del banchiere, re degli usurai, il barone Rothschild.
Con amministrazioni ladre e tanto disordinate e dilapidazioni delle ricchezze nazionali, lo Stato pericolava ed in tanta urgenza si ricorse ad ogni sorta di balzelli, che un governo rapace non rifugge ad emungere dalle viscere del popolo, perfino al prescritto del numero delle righe e delle parole da tracciarsi nei fogli di carta bollata, e tutti a carico della classe povera e laboriosa, la più misera ed abbandonata dalla società, e schiava della prepotente aristocrazia del denaro, laddove dovrebbe essere la più rispettata e benemerita, perchè la sola produttrice delle ricchezze, con tutto ciò il disavanzo cresceva e continuava il vuoto ognor più rovinoso. E queste non erano le peggiori cose. Gli interessi della nazione furono affidati a ciurmadori e barattieri esteri e nazionali patteggiando coi ministri e coi deputati i turpi baratti. Il ministro Bastoggi appaltava l’impresa delle strade ferrate calabro-sicule con l’assicurazione del 34 per cento; ed egli stesso comperava l’appalto ed a denari il voto dei deputati e dei membri della commissione. Appalti iniquissimi, contratti gravosissimi allo Stato, strade ferrate, solfature, illuminazioni notturne delle città, canali, le banche, la regìa, tutti i beni, tutti i monopoli dello Stato dati in mano a bande di ladri, cointeressati ministri, senatori e deputati.
Il governo per servile ubbidienza a Luigi Bonaparte, e per fiacchezza d’animo se ne guardava di molestare l’Austria; e dall’altra parte volendo pure far credere di essere forte e preparato, con simulati apparecchi, e piagnucolando sui dolori della Venezia ci faceva credere dai sciocchi (sic), che egli veramente si preparava agli ultimi cimenti. Colle ciance, colle menzogne, colle simulazioni e colle invereconde declamazioni di gazzettieri da postriboli, credeva il governo di moderare l’ardore dei patrioti, di fiaccare le forze popolari, e ne riceveva al contrario il biasimo universale. Mazzini e Garibaldi, anime indomite e di forti propositi, impresero di fare quello che il governo per codardia non valeva fare, e istituirono comitati allo scopo di raccogliere denaro, armi e uomini e per tali mezzi incoraggiare i veneti alla rivolta. Impaurito il governo da quell’agitarsi e risoluto di non fare, conformemente ai comandamenti del Bonaparte, si propose di contraminare quel movimento, e specialmente la potenza morale dei comitati, col mezzo della stampa salariata, i cui comandamenti sono quelli di falsare il vero, oscurare l’intelletto e di cretinizzare le moltitudini che si abbeverano a quelle fonti di menzogne, di imposture e di calunnie. L’implacabile persecuzione del governo contro i comitati, gli arresti arbitrari, la violazione del domicilio, i complotti di questura, i processi penali, e tante altre nequizie poliziesche indussero Garibaldi a cercare armi e denari in Inghilterra. Preparavasi in quel frattempo la guerra contro la Danimarca e l’Inghilterra, inclinando a difenderla coll’armi, vi fu chi propose d’invitare Garibaldi, ed egli accorse all’invito. Le virtù di Garibaldi non erano ignote al popolo inglese, e fu ricevuto ed onorato più che da re. Visitò Mazzini, ne parlò pubblicamente di lui con affetto di amico e con rispetto di discepolo, e lo onorava come tale che giustamente meritava la venerazione universale. Strinse la mano fratellevolmente a Louis Blanc, a Ledru Rollin e ai più chiari proscritti. Portato a tanta potenza morale da travolgere i popoli a suo senno, la diplomazia se ne adombrò, impaurì il governo della regina, e di soppiatto gli fece capire che il clima d’Inghilterra non gli conferiva alla sua salute. Comprese il generale il poliziesco artificio e ritornò a Caprera portando seco la memoria di essere stato festeggiato dal popolo come una divinità, e dal governo rimandato alla sbirresca. Frattanto Mazzini continuava nei suoi progetti e disponeva ogni cosa per una insurrezione nel Trentino, la quale estendendosi nel Cadore abbracciasse tutta la parte montuosa del Veneto. Furono spedite armi che in parte giunsero al loro destino, in parte sequestrate. Nel 16 ottobre del ’64 si formarono due bande della forza di oltre 300 uomini, l’una capitanata da Tolazzi, l’altra da Andreuzzi, le quali dopo aver sorpresi e disarmati alcuni posti di gendarmeria s’avviarono alla montagna. Contemporneamente si fecero altri attruppamenti sul limitare del comune di Belluno, ma il moto fu tosto soffocato. Mazzini, anima onesta, non credeva che nella schiatta umana vi potesse [essere] tanta perfidia da tradire una causa tanto santa, e che al suo fianco avesse uomini prezzolati da governi fedifraghi in sembianza di amici intenti a vegliare e tradire. Prima che giungesse il giorno prefisso, i ministri della monarchia fecero arrestare i capi del movimento nella Val Trompia, e diedero tosto avviso all’Austria dei preparativi insurrezionali nel Veneto, e denunziarono i repubblicani, e questa bestialmente inferocita proclamò lo stato d’assedio in 14 distretti nel Friuli, ed arrestò la moglie dell’Andreuzzi, che d’animo virile e fiero, agli sgherri che l’arrestarono rivolse queste parole: «Arrestatemi pure, non importa, i martiri fecondano la causa della libertà». Contemporaneamente si fecero arresti a Padova, e fra questi lo studente Pietro Catone Ferrari di Mantova iniziato nei moti. L’Austria, l’impiccatrice, istituì corti speciali di giustizia e mandò il giudice inquisitore Donà Guglielmo, e costui mandava egregi cittadini alla galera rei di troppo amore di patria. Il Donà, giudice inquisitore dell’Austria contro i patrioti, in benemerenza ebbe dal governo del re d’Italia croci e promozioni, fu presidente del Tribunale civile e correzionale di Mantova, ed ora consigliere alla corte d’Appello a Brescia.