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XIV. E qui taluni faranno per avventura le maraviglie, e domanderanno: per che cagione adunque queste due tavole, le quali tu lodi supremamente, non furono messe nella facciata, ma lasciate fuori d’opera, in luogo appartato, e di non pubblica veduta? È difficile per lo pochissimo che abbiamo di scritto intorno ai particolari dì Properzia, il rinvenire la cagione di questo fatto così per appunto, che vi si stia fidati pienissimamente; possiamo per altro andare congetturando, qual possa essere stata la più probabile, che è quello tanto che potrà bastare, se non a toglierne affatto d’ogni dubbiezza, almeno a quetare l’animo in qualche parte. Noi sappiamo, che fra gli Scultori che lavorarono a concorrenza con Properzia nella facciata di questo tempio, si trovò pure quel Mastro Amico Aspertini18, che non usò mai di dir bene di persona, per virtuosa e fortunata che fosse: sappiamo ancora, che egli confortò sempre costei su la faccia, e dietro alle spalle, per l’invidia che lo coceva, sempre ne disse male: in fine, ch’ei fece tanto il maligno cogli Operaj, che alla misera donna fu pagato il suo lavoro un vilissimo prezzo. Ora domando io: che altro, di grazia, che altro ci bisogna egli per avere chiaro e incontrastabile, che i lavori di Properzia furono lasciati fuori d’opera per la costui invidia e reità? Strana cosa per vero dire, ma non inaspettata, non nuova: che io so certo, non essere alcun fra voi, o signori, a cui non sia incontrato di mirare più volte la sozza e stomachevole faccia dell’invidia. Ma di questo mostro abominato non altro; che per solo toccarne leggieramente, ogni buono e gentile animo si contrista.