Gabriele D'Annunzio: Opera omnia
L'allegoria dell'autunno
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A S. A. R. il Principe di Piemonte

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S. A. R. il Principe di Piemonte

Principe di Piemonte, Altezza,

fra tutti gli italiani, più altamente oggi si rallegra l’esule del 1914 in terra di Francia, che fin da quell’agosto fu soldato volontario della giusta causa e della grande guerra, testimone e celebratore dell’eroismo belgico quando dall’Ardenna gli sembrava sentire dietro di sé la Meuse palpitante non come una fiumana di strage ma come una vena maestra dello sforzo d’occidente, e nella sua propria passione credeva rivivere tutti i secoli di opera e di lotta, quasi scolare di Louvain, quasi battitore di Dinant, quasi tessitore di Liège.

La volontà insuperabile di trarre gli animi d’Italia a rivendicare a combattere a vincere sorse nell’ottobre del 1914 su la riva dell’Yser. E il popolo belgico, che dalla sua severità coraggiosa e laboriosa esprime il più schietto fiore della gentilezza, non ha mai dimenticato il lontano fratello. Quando in un altro agosto, nell’ottavo anniversario dell’aggressione e della invasione barbarica, novamente io fui per giorni e giorni sul limitare della morte, fra le testimonianze di dolore e di amore mi fu più cara di ogni altra quella dei veterani di Ypres e di Charleroi.

Ma oggi, di dalle memorie sanguigne, oso offerire alla Sposa regale un dono di musica e un dono di poesia.

Come la Eletta d’Italia colse nel Poggio Imperiale le più lievi rose della grazia toscana e i lauri della più ardua cultura, così mi piace imaginar luminosa la sua primissima infanzia in Lovanium, tra il Palagio del Comune e la Università degli Studii, tra la biblioteca da’ bei scaffali e la chiesa collegiale di San Pietro. Io credo che per mezzo alle canne del grande organo di Golphus, il monaco Ubaldo e il vescovo Franconi, tuttavia tremanti della lor timida primavera musicale, oggi sorridano nel mandare, dopo tanti e tanti secoli, all’Italia di Claudio Monteverdi una compiuta patrona della Musica.

È fama che la Principessa conosca e pregi la melodia di Claudio. Il «triste sonatore di viola» è uno dei quadrumviri della magnanima arte nostra, col Palestrina con Dante con Michelangelo. Come la sua opera fu per troppi anni profanata e falsata da trascrittori presuntuosi e da stampatori ignoranti, così la sua gloria fu disconosciuta e negletta.

Ma come io fui primo nell’anno 1900 a esaltare «quell’anima eroica di pura essenza italiana» contro gli immemori e gli ottusi, così diedi a me l’onore di raccogliere nel Vittoriale degli Italiani tutte le opere di Claudio Monteverdi, novamente date alla luce da un giovane studioso che, componendo musica, ama la musica: «rarissimo caso tra gli innumerevoli compositori ed esecutori d’ogni specie», come soleva dirmi un altro Claudio, quel di Francia, indimenticabile. Gian Francesco Malipiero con attentissima dottrina ristampa i libri dei Madrigali a cinque voci nella perfetta integrità originale. E se i primi dieci volumi sono già un monumento eterno, ecco che, per una felice concordanza di eventi e di presagi, oggi, proprio oggi, 5 di gennaio, si compie la stampa del volume undecimo ove sono raccolti l’Orfeo, l’Arianna, la Maddalena.

Ne offro il primo esemplare, fresco di torchio, alla gioia di chi, «conoscendo la musica, ama la musica».

Ora nel prologo della favola, appunto la Musica apparisce cantando:

Io la Musica son ch’ai dolci accenti

so far tranquillo ogni turbato core…

Oggi è il 5 di gennaio: Dies genialis.

E il dono di poesia è il mio libro di Alcyone su carta imperiale stampato con l’arte somma del nostro Bodoni; dove la parola suona al confine della musica, e non di rado lo passa come mai non avvenne nella storia d’ogni lingua illustre e d’ogni secolo d’oro.

Poiché Maria Belgica viene a vivere e a fiorire sotto il segno di Dante, ecco ancóra un esemplare molto raro di una mia prosa francese preposta alla cantica dell’Inferno tradotta da René Gutmann e stampata in Parigi da Léon Pichon: Dant de Flourence.

Consentito m’è forse aggiungere, con abondanza di cuore, due imagini del mio tempo lieto: e prego l’Altezza Vostra di offerirne una al Re del Belgio esprimendogli la mia devozione e la mia ammirazione antiche e novelle. È un ricordo della visita che il Re volle fare, accompagnato da Vittorio Emanuele III, alla mia squadra di San Marco in San Nicolò di Lido, quando io esperimentavo il siluro attanagliato sotto la scassa del mio «Caproni».

Forse l’Altezza Vostra rammenta come, giovinetto ardito, un giorno nel mio campo si mettesse con me carponi sotto il velivolo armato per osservare da vicino il novissimo congegno. Nell’imagine si vede il siluro all’ombra delle ali robuste. E io sono quivi, lanciere bianco di Novara, col tenente di vascello Pacchiarotti mio valoroso cooperatore e con gli altri due del mio equipaggio, dinanzi ai Re: molto fiero di aver ricevuto la Croce di guerra dalle mani stesse di Alberto primo, bellissimo esempio di incrollabile prodezza e di affabile semplicità.

Custodisce il tutto un cuoio disegnato e inciso nelle officine del Vittoriale.

Accolga il Principe Ereditario delle nostre nuove fortune l’omaggio e l’augurio non vani d’un granatiere di Ronchi: d’un combattente adriaco che nel silenzio è pur sempre vigile ed allenato.

Dal Vittoriale degli Italiani, 5 gennaio 1930.

Gabriele d’Annunzio

di monte nevoso



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