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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Pratica del confessore

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Introduzione di Giuseppe Pistoni

Non conosco alcun'opera che possa essere tanto vantaggiosa al sacerdote nel ministero della penitenza quanto la Pratica del confessore di s. Alfonso, libro che è tutto profonda scienza morale, ascetica e mistica, tutto carità, prudenza e moderazione ed insieme ardente zelo per la salvezza delle anime.

Nel Congresso teresiano di Madrid, tenuto nei giorni 1-4 maggio 1923, fu acclamata la seguente conclusione: "Nessun confessore né direttore deve ignorare il trattato Praxis confessarii di sant'Alfonso Maria de Liguori, dov'è compendiata tutta la dottrina - mistica ed ascetica di s. Teresa di Gesù, di s. Francesco di Sales e del medesimo s. Alfonso". (R. Bayon, Come escribió Alfonso de Ligorio, Madrid, El Perpetuo Socorro, 1940, pp. 344-345). E quest'elogio che non dice poco, non indica certo tutti i pregi dell'opera.

Essa non è propriamente un compendio di teologia morale come ne conosciamo tanti, che pare pretendano concentrare in poche formole la inesauribile varietà degli atti umani e la sempre nuova applicazione ad essi dei principi: tocca soltanto quei principi morali e quelle applicazioni pratiche che più frequentemente occorrono nel confessionale o che presentano particolare difficoltà: è un libro pratico e, come tale, è tutto ordinato all'azione, illuminato da studio indefesso e potenziato dalla carità di un santo: non contiene tutta la teologia, ma ne propone i principi con tanta altezza che facilmenle in essi si trova la soluzione delle questioni particolari non esplicitamente trattate.

Non comprende tutta la teologia morale, ma qualche cosa di più: i principi dell'ascetica e della mistica, chiaramente esposti ricordano che compito del confessore non è solo dare o negare un'assoluzione, ma anche consolare, illuminare ed elevare mediante l'uso dei mezzi di santificazione che, secondo le disposizioni naturali ed i doni che Iddio largisce ad ognuno, devon trasformare l'uomo vecchio in immagine vivente di Cristo. È insomma un libro che con frase chiara e suadente vuole richiamare i novelli sacerdoti che già conoscono la scienza sacra a sentire i grandi principi teologici che devono guidarli e ad applicarli alle indefinitamente varie esigenze delle anime: ad essere dotti e santi per illuminare e santificare.

Che questo fosse il fine di s. Alfonso è indicato dalle parole con le quali egli inviando la Pratica a Benedetto XIV, così sintetizza le speranze che l'hanno sorretto nella sua fatica: "Spero che debba riuscire molto utile per l'istruzione de' confessori novelli, circa ciascuno stato e genere di persone, peccatrici e spirituali ". (Lettera 8 giugno 1755 al Sommo Pontefice Benedetto XIV. Lettere di s. Alfonso Maria de' Liguori, Roma, Desclée, 1887, 1, p. 286).

L'opera fin dal suo apparire suscitò tale ammirazione che, come scrisse il servo di Dio. P. BRUNONE LANTERI (Riflessioni sopra la santità e dottrina del b. Alfonso Liguori, Vers. it. Reggio, Davolio, 1825, p. 94): "si giunse a dire da' più savi, che aveva avuto in dettarla una speciale assistenza del suo angelo tutelare".

Il santo Dottore annetteva tanta importanza a questo suo lavoro che lo volle aggiunto, prima nella stesura originale italiana, poi nella versione latina a tutte le edizioni della Theologia moralis dal 1755 in poi.

La certezza di far opera utile al clero italiano mi ha indotto a preparare questa nuova edizione che, con l'assenso di S. E. Rev.ma Mons. Arcivescovo, dedico a voi, cui sovente è andato il mio pensiero durante la diuturna fatica: la tradizione alfonsiana modenese, che si onora dei nomi di G. P. Cavazzuti, di Mons. G. Baraldi e Mons. P. Cavedoni, non deve né interrompersi né indebolirsi.

Ma una seconda speranza mi ha sorretto nel lavoro: quella di contribuire ad una migliore conoscenza di s. Alfonso specialmente tra il clero italiano, promuovendo un più deciso ritorno alle fonti della sua dottrina da parte degli studiosi. Non è ultimo privilegio per noi italiani l'avere tra i nostri santi ed i nostri grandi il maestro più autorevole della teologia pratica, né ultimo onore per la lingua di Dante l'essere stata da s. Alfonso piegata, con uno stile semplice, chiaro ed efficace, ad enunciare le verità teoriche e pratiche della fede ed a guidare i ministri di Dio nell'arte delle arti, la cura spirituale delle anime.

Eppure s. Alfonso, anche tra noi, è poco, troppo poco conosciuto. Il popolo, tra la copiosa produzione a lui destinata dal Santo, conosce appena alcuni opuscoli di ascetica, spesso presentati in edizioni che egli chiamerebbe senza eufemismi: scellerate... che è un vituperio; e gli stessi sacerdoti si contentano in generale di conoscere la Theologia Moralis e l'Homo apostolicus, e per lo più di seconda mano.

Le opere del santo Dottore, che si estendono a quasi l'intero campo della sacra dottrina, dalla morale alla dogmatica, dalla storia all'eloquenza, dall'ermeneutica sacra alla liturgia, al diritto, alla catechetica, all'ascetica e mistica, all'arte sacra, destinate a tutte le classi di persone: vescovi e seminaristi, religiosi e parroci, monache e persone coniugate, campagnuoli e giovani studenti, e, in generale, al popolo, pur con le imperfezioni inseparabili da ogni attività umana, hanno ancora, dopo quasi due secoli, una tale freschezza ed efficacia di espressione, una tale aderenza ai bisogni, alle aspirazioni, ai mali della nostra età, che si crede esser doveroso auspicare un ritorno tra noi della santità e della dottrina del Santo, attraverso la lettura, lo studio, la meditazione dei suoi scritti.

A questa conoscenza del s. Dottore hanno portato eccellente contributo, "mediante la pubblicazione e diffusione delle sue opere, il P. L. Gaudé, redentorista, con la edizione critica della Theologia moralis (Romae, Vaticana 19054912) ed il suo confratello G. M. Blanc che ne completò il lavoro per quanto concerne la Praxis confessarii pubblicata nel 4° volume della Theologia moralis ed a parte (Romae, Vaticana, 1912). Recentemente i PP. Redentoristi hanno iniziata una edizione critica delle Opere ascetiche di s. Alfonso (Isola del Liri, Macioce e Pisani, 1938 s.), edizione pregevolissima, ma tuttora incompleta e certo non diffusa quanto meriterebbe.

A questi tentativi vorrebbe aggiungersi, ultima per la mole e perfezione, questa edizione. Se questo mio duplice intento sia legittimo e se l'attuazione sia adeguata, giudicheranno i lettori.

La Pratica del confessore, da non confondersi con la Istruzione e pratica per un confessore, edita nel 1757 (Napoli, Pellecchia) e successivamente col titolo Istruzione e pratica per li confessori, e la cui versione latina è l'Homo apostolicus (prima ediz. Venezia, Remondini, 1759), fu pubblicata la prima volta nel 1755, "ad usum iuventutis praefatae congregationis", cioè del ss. Redentore, nella seconda edizione della Theologia moralis (Neapolli, De Simone, 1753-1755) e nello stesso anno separatamente col titolo: Pratica del confessore per ben esercitare il suo ministero. Data in luce dal R. P. D. Alfonso de Liguori rettor maggiore della Congregazione del SS. Redentore. Quest'operetta sta già inserita nell'Opera grande di morale ultimamente stampata dal medesimo in due tomi, ma si è posta a parte per maggior comodità de' lettori. In Napoli, MDCCLV. Presso Giovanni di Simone. Con licenza de' superiori. In 24, pp. 191 più 3 n.n.

(…)

La composizione di quest'aurea operetta, almeno per i nove capitoli, è senza dubbio anteriore al 1755 di almeno quattro anni, ché l'approvazione ecclesiastica della seconda edizione della Theologia moralis, in cui essi sono stampali, porta la data del 19 ottobre 1751.

Vivente s. Alfonso uscirono altre due edizioni della Pratica: nel 1760 a Napoli, Migliaccio, in 24, pp. 287 e nel 1771 a Venezia, Vitto, in 24, pp. 298; ma queste due edizioni, come asseriscono i predetti editori della Praxis (p. XI) furono preparale ad insaputa del s. Dottore, od almeno senza ch'egli ne fosse preavvisato, il che, quanto almeno all'edizione Vitto è fuori di ogni dubbio. Infatti il 15 giugno 1772 il Santo scriveva a G. B. Remondini: "Mi ha scritto un certo Sig. Giovanni Vitto, avvisandomi di aver stampata la mia Pratica del Confessore, cioè non la grande, ma quella picciola in un tometto... e mi ha mandato 12 libretti della Pratica... dicendomi che avendo esso stampata questa Pratica, tra pochi giorni ne aveva smaltite mille copie". (Lettere, 3, p. 410). Che poi anche la edizione di Migliaccio sia uscita senza la cooperazione del Santo è quasi altrettanto certo, non solo perché era uso degli editori napoletani stampare le sue opere, per motivo di lucro, senza farne parola a lui, ma perché l'editore, se s. Alfonso avesse curata o riveduta tale edizione, non avrebbe mancato di informarcene nel frontespizio del volumetto.

Gaudé-Blanc (o. cit. p. XI) parlano di una edizione italiana che sarebbe uscita dalla tipografia remondiniana nel 1757, immediatamente dopo la terza edizione della Theologia moralis. Certo tale edizione, se fosse stata stampata, meriterebbe particolare attenzione e dovrebbe essere preferita alle altre, anche perché s. Alfonso aveva dimostrato al suo editore veneto il proposito di "impinguarla di molle altre buone cose... perché ora è molto breve" (Lettere a G. Remondini, 16 e 12 giugno 1756, Lettere, pp. 31, 29).

Ma quest'edizione non fu stampata. Anzitutto le due lettere di s. Alfonso sulle quali Gaudé-Blanc fondano la loro asserzione non danno certezza alcuna, ché in quella del 16 giugno 1756 (Lettere, 3, p. 31) il Santo parla del proposito di ristampare l'opera, non dell'attuazione di esso: "Questa Pratica è stata universalmente piaciuta... se V. S. Ill.ma volesse poi stamparla a parte, anco in italiano... "; nell'altra del 22 luglio dell'anno successivo (Lettere, 3, p. 59) ringrazia l'editore del suo "generosissimo dono... delle 22 Pratiche", ma queste parole possono intendersi riferite alla edizione latina, Praxis, pubblicata dal Remondini in quell'anno 1757. E che la prova a favore della edizione del 1757 ricavata da queste ultime parole sia di nessun valore risulta anche dal fatto che s. Alfonso ripetutamente nelle sue lettere usa la parola Pratica senz'aggettivo, anche per indicare la versione latina (Vedi, per es. Lettere, 3, pp. 39, 40, 46). Inoltre Remondini, nella presentazione della sua edizione della Praxis, uscita nel 1764, scrive: "Praxis haec... non semel italico sermone in lucem prodiii. Nam et secundae neapolitanae editioni Theologiae moralis ab eodem auctore concinnatae adiuncta est et seorsim etiam Neapoli itidem"; ora, non è ammissibile che egli non abbia qui fatto cenno di una sua edizione, se realmente l'avesse data in luce. Si aggiunga che il diligentissimo DE MEULEMEESTER (Bibliographie générale des écrivains rédemptoristes, 1, La Haye-Louvain, Nijhoff-S. Alphonse 1933, p.82, nota 2) afferma: "Nous n'avons rencontré dans aucune bibliothéque une édition italienne de Venise en 1757"; parole che sono appieno confermate dalle mie ricerche.

Possiamo dunque concludere con tutta la certezza possibile in questa materia che, dopo la duplice edizione napoletana del 1755, due sole edizioni, della Pratica furono pubblicate durante la vita di s. Alfonso (Napoli, Migliaccio 1760 e Venezia, Vitto, 1771): l'una e l'altra senza la cooperazione del Santo.

Le edizioni postume, senza contare la presente, sono state tredici, alle quali possiamo aggiungere quattordici edizioni della versione francese, una della versione polacca, oltre a numerose edizioni parziali.

Intanto, verso la metà del 1756, s. Alfonso e Remondini convengono che, data la diffusione della Theologia moralis all'estero, è necessario tradurre in latino la Pratica. Dapprima il Santo, impedito da infermità e da altre occupazioni, prega l'Editore di provvedere lui alla versione (3 luglio 1756, Lettere, 3, p. 33-34) poi si adatta a darne incarico a due suoi religiosi: al p. Girolamo Ferrara (col suo concorso), per i primi sette capitoli, al p. Gasparo Caione dal capitolo VIII a tutto il Regolamento per una religiosa e per l'Assistenza a' moribondi (24 luglio 1756, Lettere, 3, pp. 38-39). Egli si impegna a rivedere il lavoro e scriverà che la traduzione gli è costata tre (altrove sei mesi di tempo (1, 4, 11 e 29 ottobre e 4 novembre 1756, 15 aprile f757, Lettere, 3, pp. 40, 42, 43, 45, 47, 56).

Questa versione latina: Praxis confessarii ad bene excipiendas confessiones, stampata per la prima volta da Remondini a Roma nel 3° volume della terza edizione della Theologia moralis e separatamente a Venezia dallo stesso editore nel medesimo anno, ebbe, vivente il Santo, altre undici edizioni in Italia ed all'estero e 33 postumo.

Ecco con quali criteri ho preparato questa edizione:

1° Ho preferito la redazione italiana alla versione latina, non tanto perché quest'ultima è facilmente reperibile almeno nelle biblioteche, né perché ai miei confratelli sia difficile il latino, quanto perché il testo italiano è opera genuina di s. Alfonso, quand'invece la Praxis, come s'è detto, benché da lui riveduta, è quasi interamente opera d'altri e palesa talora, e non si mancherà di notarlo presentandosene l'occasione, i difetti che accompagnano ogni versione.

2° In mancanza di manoscritti, distrutti od introvabili, base di questa edizione è il testo pubblicato da Di Simone unitamente alla seconda edizione della Theologia moralis e separatamente nel 1775, essendo questa soltanto la edizione curata dal Santo. Si sono tenuti presenti, più che le edizioni Migliaccio e Vitto, già indicate, quei luoghi della Istruzione e pratica in cui sono riportati brani della Pratica. Quanto siano numerosi tali luoghi e brani risulta dalla Tavola di raffronto che si pubblica alla fine di questo volumetto. Le edizioni della Istruzione e pratica consultale sono le ultime cui ha posto mano l'Autore e cioè: Bassano, Remondini, 1764 e 1768 e Napoli, Di Domenico (a spese di Migliaccio), 1765.

Quando si tratta di semplici differenze di lezione (ortografia, modo di esprimersi), ho preferito la lezione di Istruzione e pratica, perché posteriore; ma quando le aggiunte o mutazioni sono notevoli, per il pensiero o per la forma, ho attribuito ciò all'indole particolare dell'Istruzione e pratica e non mi sono scostato dall'edizione di Di Simone. Solo in casi di evidente opportunità ho tenuto conto della seconda redazione nelle note. Non ho riprodotto dall'edizione del 1755 le Propositiones damnatae, ma aggiunto, come s'è fatto ordinariamente nelle edizioni postume e nella Praxis, il trattato: Dall'assistenza a' moribondi.

3° Il testo è stato riprodotto 'con la più scrupolosa fedeltà ed esattezza, introducendo però nella punteggiatura e nella grafia delle iniziali maiuscole i cambiamenti voluti dall'uso odierno. Ho pure introdotto alcune mutazioni conformi ai cartellini coi quali s. Alfonso, diligentissimo anche in questo, raccomandava a Remondini le correzioni da introdursi nelle nuove edizioni dei suoi scritti, come dee anziché deve, in oltre e non inoltre, per li e non per i o per gli. (Cfr. O. GREGORIO, L'edizione critica delle Opere ascetiche di S. Alfonso M. de' Liguori. Estr. da La Scuola Cattolica, aprile 1936, Milano, S. Giuseppe, 19,36, pp. 10-12).

Le voci o frasi che, per essere corrotte o scorrette sono state emendate, vengono indicale (ove non si tratti evidentemente di solo errore di stampa), nell'Elenco ortografico.

Le note, benché non distinte tipograficamente per evidenti ragioni economiche, sono di due generi: pratiche e critiche. Quanto alle note pratiche mi sono limitato per lo più a far notare le modificazioni volute dalla legislazione canonica posteriore a s. Alfonso, riportando o soltanto accennando, secondo mi sembra imposto dall'indole del libro. Per non alterare questa stessa indole non mi sono occupato delle opinioni sostenute da teologi in contrasto con s. Alfonso: basti ricordare che, secondo il decreto della S. Congregazione dei Riti 18 maggio 1803, approvato da Pio VII, fu dichiarato: "Nihil censura dignumn repertum fuisse"nelle opere di s. Alfonso e che la S. Penitenzieria il 5 luglio 1831 rispose al card. de Rohan-Chabot: "Theologiae professores tuto posse sequi ac profiteri opiniones b. Alphonsi, quin tamen ideo reprehendendi censeantur, qui opiniones ab aliis probatis auctoribus traditas sequuntur; nec inquietandum esse confessarium, qui in praxi sacri tribunalis poenitentiae omnes b. Alphonsi opiniones sequitur, non perpensis etiam earum rationibus, hoc solo fundamento, quod a Sede Apostolica nihil in operibus illius censura dignum repertum fuerit" (cit. da J. AERTNYS - C. DAMEN, Theologia moralis, Taurini, Marietti, 1939, 1, 95). Pio X nella lettera al P. Gaudé, stampata al principio della citala edizione della Theologia moralis, ripete, parlando di s. Alfonso: "quem tuto omnes in morum doctrinis sequi possunt". Questi singolarissimi elogi ,della dottrina di s. Alfonso vanno riferiti, per la parte positiva, alla disciplina vigente al suo tempo e non dispensano il maestro o il confessore dall'aggiornarne l'insegnamento alla luce delle odierne leggi e delle attuali condizioni.

Le altre note si limitano ad indicare qualche raffronto, che :ho giudicato utile, tra la dottrina della Pratica e quella di altre opere di s. Alfonso, specialmente tra il testo della Pratica e quello della Praxis oppure, nel maggior numero, ad indicare le fonti cui il s. Dottore ha attinto o in cui son le notizie o parole da lui riportate. Per queste ultime note ho adottato le seguenti norme: - a) Le citazioni che in s. Alfonso già sono chiare ed esatte, sono lasciate nel testo, tra parentesi, come ha fatto spesso lo stesso s. Dottore.- b) le citazioni che sono risultate inesatte o poco chiare sono state corrette, completate o chiarite in nota senz'alcun segno speciale; - c) quando poi s. Alfonso ha indicato solo il nome dell'autore o genericamente: un autore, senza altra determinazione, le note sono contrassegnale da un "*" per indicare che sono dovute esclusivamente all'editore; - d) quando finalmente le parole della fonte citata non corrispondono alla lettera a quelle riportate dal Santo, si fa precedere alla nota: Cfr.

Il lavoro, anche così condotto, difficilmente potrà accontentare tutti i lettori, ma se questa edizione servirà ad entusiasmarvi per lo studio di s. Alfonso e vi stimolerà ad attuarne le massime e gli esempi specialmente nell'amministrazione del sacramento della penitenza e nella predicazione e vi infonderà completa e operativa unione alla Chiesa nelle sue leggi e nei suoi Pastori, mi terrò ricompensato della fatica.

Ai figli di s. Alfonso, cui non fa diletto né competenza né amore, l'onore e l'onere di dare al clero e al popolo una edizione completa delle opere del loro santo fondatore, che saranno tanto provvidenziali in queste ore agitate e decisive.

Modena. 2 agosto 1948, festa di S. Alfonso.

 

Can. Giuseppe Pistoni

in S. ALFONSO M. DE LIGUORI

Pratica del Confessore

per ben esercitare il suo ministero

Tip. Pontificia ed Arcivescovile Immacolata Concezione,

Modena 1948, pp. III-XV

 




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