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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Pratica del confessore

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CAPITOLO VII - COME DEBBA PORTARSI IL CONFESSORE CON PERSONE DI DIVERSI GENERI

§ I - Come debba portarsi co' fanciulli, giovani e signorine

77. Con i fanciulli bisogna usare tutta la carità ed i modi più dolci che sian possibili. Prima bisogna domandare loro se sanno le cose della fede; e se non le sanno, bisogna con pazienza istruirli per allora, se v'è tempo, o mandarli da alcuno a farsi istruire, almeno circa le cose necessarie alla salvezza.

Quindi, venendo alla confessione, bisogna al principio far loro dire i peccati che si ricordano da loro stessi e poi potranno farsi loro le seguenti dimande: 1. Se han taciuto qualche peccato per vergogna. 2. Se han bestemmiato i santi o i giorni santi, o pure giurato colla bugia. 3. Se hanno lasciata la Messa, o se dentro quella han ciarlato, e se han faticato la festa. 4. Se hanno disubbidito a' genitori, o perduto loro il rispetto con alzar le mani, o detta loro qualche ingiuria in presenza, o han mandate imprecazioni con farcele sentire, o fatte loro beffe. E notisi qui ciò che si è detto al num. 34 del come si ha da


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imporre a' fanciulli il cercar perdono a' genitori. 5. Se han commessa qualche oscenità. Ma in ciò il confessore sia molto cautelato nelle dimande. Cominci interrogando con raggiri e parole generali, e prima se han dette male parole, se han fatte burle con altri figliuoli e figliuole e se quelle burle le han fatte di nascosto. Indi dimandi se han fatte cose brutte o male parole (così chiamano i fanciulli i fatti osceni). Molte volte, sebbene essi neghino, giova il far loro dimande suggestive: E bene, quante volte l'hai fatte queste cose? dieci, quindici volte? Dimandi loro con chi dormano, e se nel letto hanno burlato colle mani. Alle signorine, se han fatto all'amore, e se ci son stati mali pensieri, parole o atti. E dalle risposte s'inoltri alle dimande; sed abstineat ab exquirendo a puellis vel a pueris an adfuerit seminis effusio1. In somma con questi è meglio che si manchi nell'integrità materiale della confessione che si faccia loro apprendere quel che non sanno, o che si pongano in curiosità di saperlo. Si dimandi anche a' fanciulli, se han portate imbasciate o regali di uomini a donne; ed alle signorine se han presi doni da persone sospette, e specialmente da' ammogliati, ecclesiastici o religiosi. Per 6. dimandi se han rubato o fatto danno alle robe d'altri cogli animali o d'altro modo. Per 7. se hanno detto male di qualcheduno. Per ultimo circa i precetti della Chiesa si dimandi se si son confessati e comunicati la Pasqua. Se hanno mangiato carne2 ne' giorni proibiti, vigilie, venerdì, etc.


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78. Circa poi l'assoluzione da darsi a questi fanciulli vi bisogna molta attenzione. Quando consta che abbiano già il sufficiente uso della ragione, come se si confessano con distinzione o pure rispondono adequatamente alle dimande, e si vede che ben comprendono che col peccato hanno offeso Dio e si han meritato l'inferno, allora, se sono disposti, si assolvano; ma se fossero recidivi ne' peccati mortali, debbon trattarsi come gli adulti; onde, se non danno segni straordinari di dolore, si deve lor differire l'assoluzione.

Se poi si dubita del perfetto uso della ragione, come quando essi nell'atto di confessarsi non istessero composti, ma andassero girando gli occhi, burlando colle mani, frapponendo cose impertinenti, allora, se stanno in pericolo di morte o in tempo di adempire il precetto pasquale, debbonsi assolvere sotto condizione, e tanto più se si son confessati di qualche peccato mortale dubbio (6, 432, v. Dico 3.); poiché ben può amministrarsi il sagramento sotto condizione quando v'è giusta causa, come sarebbe questa di liberare quel figliuolo dallo stato di dannazione, se mai v'è incorso (6, 28, v. Licitum). E così deve farsi, sebbene sia recidivo; mentre in tanto deve differirsi l'assoluzione a coloro ch'hanno il perfetto discernimento, in quanto con tal dilazione v'è speranza che ritornino disposti: ma questa speranza difficilmente si ha cogli altri che non hanno il perfetto uso della ragione.

E probabilmente dicono alcuni dd. (6, 432, v. Dico 3.) che questi figliuoli dubbiamente disposti possano assolversi (almeno ogni due o tre mesi) sotto condizione, sebbene portassero soli peccati veniali, affinché non restino


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privi della grazia sagramentale, e forse anche della grazia santificante, se mai avessero qualche colpa grave loro occulta.

Bisogna poi far fare a questi figliuoli l'atto di dolore nel modo più proprio per essi, per esempio: Vuoi bene a Dio, ch'è un Signore così grande, così buono, che t'ha creato ed è morto per te, etc.? Ora questo Dio tu l'hai offeso. Esso ti vuole perdonare, e tu spera che per lo Sangue di Gesù Cristo ti perdoni; ma bisogna che te ne penti. Che dici? Ti penti mo di averlo offeso, etc.? E con queste offese ch'hai fatte a Dio t'hai meritato l'inferno; ti dispiace che l'hai fatte? Mai più, etc.

La penitenza poi a' figliuoli bisogna che sia leggiera quanto si può, e si faccia da essi adempiere quanto più presto; altrimenti o se ne scordano o non la fanno. Procurisi specialmente d'insinuare loro la divozione a Maria ss. con dire il rosario e quelle tre Ave, Maria, la mattina e la sera, sempre colla preghiera: Mamma mia, liberami da peccato mortale3.


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79. Circa poi lo stato che debba eleggersi qualche giovane, non deve porsi il confessore egli a determinarglielo, ma solamente deve regolarsi da' segni della sua vocazione a consigliargli quello stato a cui prudentemente può stimare che Dio lo chiami4. Per coloro che voglion farsi religiosi, procuri il confessore prima di tutto vedere in qual religione vuole il giovane entrare: perché, se mai la religione è rilasciata, generalmente parlando, meglio sarà che resti nel secolo;


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poiché, andando colà, egli farà come fanno gli altri e lascerà quel poco di bene che prima faceva, com'è avvenuto a molti. Onde si faccia molto scrupolo il confessore, specialmente se lo fa ad insinuazione de' parenti, di consigliare ch'entrino in tali sorte di comunità. Se poi la religione è osservante, provi bene il confessore la vocazione del suo penitente con vedere se per quella ha qualche impedimento di salute, di poco talento, di povertà de' parenti; e precisamente esamini il fine, s'è retto, come di stringersi più con Dio o di correggere i trascorsi della vita passata e sfuggire i pericoli del secolo. Che se il fine primario fosse mondano, di star più comodo o di liberarsi da' congiunti di mala condizione o di compiacere a' genitori che l'importunano, non glielo permetta; perché in tal caso quella non è vera vocazione, e senza vocazione farà mala riuscita. Se poi il fine è buono e non v'è impedimento, non deve né può il confessore (né altri, come dice s. Tommaso), senza colpa grave impedirgli la vocazione: benché sarà prudente alle volte differirgli l'esecuzione, per meglio esperimentare s'è ferma; specialmente quando sapesse che il giovin è volubile, o pure se la risoluzione fosse stata fatta in tempo di missione o di esercizi spirituali, mentre in tali occasioni si fanno certe risoluzioni che, passando poi quel primo fervore, vengono meno.

80. Se qualche giovane volesse farsi prete secolare, non sia facile il confessore ad accordarglielo senza un lungo e provato esperimento di scienza o almeno capacità sufficiente e di retto fine. I sacerdoti secolari han certamente lo stesso, anzi maggior obbligo de' religiosi, ed inoltre restano negli stessi pericoli del secolo; onde, per


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riuscire alcuno buon sacerdote nel secolo (in cui rari se ne trovano, per non dire rarissimi), bisogna che prima abbia fatta precedere una vita molto regolata, lontana da' giuochi, dall'ozio, da' mali compagni e data all'orazione ed alla frequenza de' sagramenti (ma quis est hic, et laudabimus eum?); altrimenti si metterà in uno stato quasi certo di dannazione, specialmente se lo fa per secondare il fine de' parenti, ch'è d'aiutar la casa. Già poi s'è detto di sopra al num. 35 il gravissimo peccato che commettono quei genitori i quali forzano i figli a farsi preti o religiosi contro loro voglia.

Per le signorine poi che vogliono consacrare la loro verginità a Gesù Cristo, non permetta loro di far voto perpetuo di castità, se non vede che alcuna è ben radicata nelle virtù e nella vita spirituale e specialmente nell'orazione. A principio può permetterle di farlo solamente per qualche tempo, come da una solennità all'altra.

Per quelli giovani in fine che vogliono o debbono ammogliarsi (dico debbono, come si è provato nel Libro 6, 75, parlando di coloro che fossero incontinenti e non volessero servirsi degli altri mezzi opportuni per contenersi), come peccherebbero i genitori che senza giusta causa impedissero loro un matrimonio onesto (6, 489, v. Conveniunt), così al contrario peccherebbero i figli (e perciò il confessore deve impedircelo) che volessero casarsi con disonore della famiglia, o se, quantunque il matrimonio non fosse indecoroso, volessero però farlo con disgusto e scandalo de' parenti, senz'avere essi figli alcun giusto motivo che gli scusasse. Vedasi come ciò sta dichiarato nel Libro (6, 849).




1 Ma si astenga dal domandare alle fanciulle ed ai fanciulli se c'è stata emissione di seme.



2 Praxis, 90, aggiunge: aut lacticinia.

3 Poiché qui il testo propone un'invocazione che può essere indulgenziata, per risparmiare ripetizioni in seguito si dà ora una sintetica nozione delle Indulgenze e specialmente delle invocazioni pie che più facilmente s'incontrano nel nostro libro.

L'indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele, debitamente disposto e a determinate condizioni acquista per intervento della Chiesa, la quale, come ministra della redenzione, dispensa ed applica autoritativamente il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi (Can. 992).

L'indulgenza è parziale o plenaria secondo che libera in parte o in tutto dalla pena temporale dovuta per i peccati (Can. 993).

Ogni fedele può lucare per se stesso o applicare ai defunti a modo di suffragio indulgenze sia parziali sia plenarie (Can. 994).

È capace di lucrare indulgenze chi è battezzato, non scomunicato, in stato di grazia almeno al termine delle opere prescritte. Per lucrare di fatto le indulgenze il soggetto capace deve avere almeno l'intenzione di acquistarle e adempiere le opere ingiunte nel tempo stabilito e nel modo dovuto, a tenore della concessione (Can. 996).

Le pie invocazioni, per quanto riguarda le indulgenze, non sono più da considerarsi come opera distinta e completa, ma come complemento dell'opera con cui il cristiano nell'adempiere i suoi doveri e nel tollerare i dolori della vita, eleva con umile fiducia l'anima a Dio. È da preferirsi quella invocazione che è più aderente alle circonstanze delle cose e dell'animo; esse possono nascere spontaneamente dall'animo od essere scelte tra quelle che da lungo tempo sono in uso tra i fedeli. Cfr. Enchiridion indulgentiarum, Romae, Typ. Polygl. Vatiacanis, 1986.



4 S. Alfonso credeva che specialmente grande è l'importanza, in questo caso, di cercare la volontà di Dio, che mai è indifferente. Nel Selva, Parte I, c. 10, nn. 13-14, il Santo presenta questa dottrina: "Dio... secondo l'ordine della sua provvidenza, destina a ciascuno lo stato di vita, e, secondo lo stato a cui lo chiama, prepara poi le grazie e gli aiuti convenienti... Se uno erra la vocazione, andrà errata tutta la sua vita; perché in quello stato, a cui non l'ha chiamato Dio, rimarrà egli privo degli aiuti opportuni per ben vivere... Ciascuno... sarà ben atto per adempire quell'officio a cui l'elegge Dio, così al contrario sarà inetto per quell'officio a cui Dio non l'elegge". Quindi dice: "Niuno dunque, quantunque dotto, prudente e santo, può da se intromettersi nel santuario, se prima non vi è chiamato ed introdotto da Dio" (Ibidem, n. 1.) (A. M.).




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