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Sant'Alfonso Maria de Liguori
Pratica del confessore

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§ III - Circa la mortificazione

123. Circa la mortificazione bisogna avvertire che quando le anime cominciano la vita spirituale, solendo il Signore (come abbiam detto) allora allettarle con consolazioni più sensibili, in quel primo fervore vorrebbero uccidersi con discipline, cilizi, digiuni e simili esercizi afflittivi.

Bisogna pertanto che 'l direttore sia molto parco in conceder loro tali mortificazioni, mentre, succedendo poi il tempo dell'aridità, come d'ordinario avviene, è facile che l'anima, abbandonata dal suo primo fervore sensibile, abbandoni ella tutte le sue mortificazioni e, posta poi in diffidenza, lasci l'orazione e la vita spirituale, come cose che non facciano per lei e così perda tutto. Alle volte anche avviene che quest'anime principianti per quel fervore danno in indiscretezze e cadono in infermità corporali, ed allora per sollevarsi lasciano tutti gli esercizi spirituali, con gran pericolo di più non ripigliarli. Perciò il direttore deve attendere ch'esse prima si assodino nella vita spirituale, e poi attese le circostanze della salute, degli impieghi e del fervore, conceda loro quelle mortificazioni esterne che stimerà loro convenire secondo la cristiana prudenza.

Dico: secondo la cristiana prudenza, poiché, tra i direttori imprudenti, alcuni par che collochino tutto il profitto d'un'anima nel caricarla di digiuni, cilizi, discipline a sangue, scottamenti e simili. Altri poi par che neghino


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affatto tutte le mortificazioni esterne, come cose inutili al profitto spirituale, dicendo che tutta la perfezione consiste nella mortificazione interna; ma questo anche è errore, giacché le mortificazioni corporali aiutano le interne, e sono in qualche modo necessarie (quando possono usarsi) a raffrenare i sensi, e perciò vediamo che tutti i santi, chi più chi meno, tutti però le han praticate.

Non ha dubbio che la mortificazione interna delle passioni è la principale che si deve esigere, cioè di non rispondere all'ingiurie, non cercarepalesare cose di stima propria, cedere nelle contese, condescendere alla volontà d'altri (ma senza danno spirituale): ond'è consiglio talvolta proibire ad un'anima tutte le mortificazioni esterne, fintanto che si vede distaccata da qualche passione che la dominasse, come di vanità, di rancore, d'interesse mondano, di stima propria o di propria volontà. Ma il dire che le mortificazioni esterne niente o poco servono è un massimo errore. Dicea s. Giovanni della Croce56 che a colui che disapprova le penitenze non si deve dar credito, sebbene facesse miracoli.

Sul principio dunque il direttore primieramente imponga al penitente che non faccia niente contra o senza la di lui ubbidienza. Quelli che fan penitenze contro l'ubbidienza, dice s. Giovanni della Croce57, questi van più crescendo ne' vizi che nelle virtù.


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Sia poi, come ho detto, ritenuto a concedere tali mortificazioni, sebbene ne venga importunamente richiesto da' penitenti; basterà che al principio lor conceda qualche picciola e rara mortificazione, come di catenella, disciplina o astinenza, affinché ne prendano desiderio piuttosto che per mortificarsi a dovere; e poi col tempo anderà allargando la mano, secondo vedrà avanzarsi l'anima nelle virtù: poiché, quando ella sarà stabilita nello spirito, non potrà il direttore senza scrupolo negarle quelle mortificazioni che le convengono58. Del resto abbia per regola generale (parlando ordinariamente) di non dare mortificazioni esterne, se non richiesto, perché queste non giovano molto, se non si pigliano con fame; e dandole, sempre dia meno di quel che gli si dimanda, e piuttosto (come dice Cassiano)59 ecceda nel negare che nel concedere.

Procuri specialmente d'insinuare la mortificazione circa la gola, a cui certe anime spirituali poco v'attendono; ma in verità questa è la più dura e la più utile allo spirito e spesso anche al corpo. Dicea s. Filippo Neri: Chi non mortifica la gola, non arriverà mai alla perfezione60. Sia d'altra parte ristretto in concedere mortificazioni del sonno necessario, perché queste facilmente fan danno alla salute corporale ed anche spirituale, essendoché, tolto il sonno bastante, patisce la testa, e, patendo la testa, la persona resta inetta a meditare ed a tutti gli altri esercizi divoti.


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Per qualsivoglia mortificazione poi che concede al penitente, affinché quegli non se n'invaghisca, gli dica ciò non esser niente a confronto di quel che han fatto i santi e delle pene che ha patito Gesù Cristo per amor nostro. Dicea s. Teresa: Tutto è schifezza quanto possiamo fare, in comparazione di una sola goccia di sangue che il Signore sparse per noi (Vida, 39, in Obras, 1, p. 353.).

Ma le migliori mortificazioni, più utili e meno pericolose, sono le negative; per le quali (ordinariamente parlando) non si richiede neppure l'ubbidienza del direttore, cioè il privarsi di vedere o sentire le cose curiose, il parlar poco, il contentarsi de' cibi che non piacciono o mal conditi, privarsi di fuoco nel verno, lo scegliersi le cose più vili, il rallegrarsi quando gli manca qualche cosa anche delle necessarie, poiché in ciò consiste la virtù della povertà, come dice s. Bernardo: Virtus paupertatis non est paupertas, sed amor paupertatis61. Di più non lamentarsi negl'incomodi delle stagioni, ne' disprezzi e persecuzioni che si ricevono dal prossimo, nelle pene dell'infermità che si patiscono. Collo scalpello del patire si formano le pietre della celeste Gerusalemme62. Dicea s. Teresa: Il pensare che Dio ammetta alla sua amicizia gente comoda è sproposito. Anime che da vero amano Dio non possono dimandar riposi63.


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124. Qui si fa un dubbio. Il vangelo in un luogo dice: Risplenda la vostra luce avanti degli uomini affinché vedano le opere vostre buone e ne glorifichino il Padre vostro ch'è ne' cieli (Matth. 5, 16). In un altro luogo dice: Facendo tu la limosina, non sappia la tua sinistra quel che faccia la tua destra (Matth. 6, 3). Or si dimanda se l'azioni di virtù si debbano manifestare agli altri o nascondere.

Si risponde con distinzione: le opere comuni, necessarie alla virtù cristiana, debbono praticarsi in palese, come sono il frequentare i sagramenti, il far l'orazione mentale, il visitare il Venerabile, lo star raccolto ed inginocchiato in sentir la Messa, lo star modesto cogli occhi, l'osservar silenzio in chiesa, il dire che si vuol far santo, il fuggire le ciarle, le conversazioni pericolose, le curiosità e cose simili. L'opere poi che sono di supererogazione straordinaria e che han del singolare, come le suddette penitenze esterne di cilizi, discipline, orar colle braccia in croce, masticar erbe amare etc., come anche il sospirare o piangere nell'orazione, queste debbono occultarsi quanto si può. L'altre opere di virtù, come il servire gl'infermi, il far la limosina a' poveri, l'umiliarsi a chi l'ingiuria e simili, queste meglio è occultarle quanto si può; ma se mai non potessero farsi, se non con farsi in palese, non debbono tralasciarsi, purché si facciano col solo fine di piacere a Dio64.

 




56 Avvisi e sentenze spirituali, 339-340, in Opere, Venezia, Geremia, 1747, 1, p. 271.



57 Noche oscura, 1, 6, 2, in Obras, 2, p. 381.

58 Vedere X Aggiunta. (A. M.).



59 Cfr. J. Cassianus, Collationes sanctorum Patrum, collatio 2, specialmente cc. 16-17 (ML. 49, 549-550).



60 H. Bernabeus, Vita, 275, in Acta Sanctorum maii, 6, Antwerpiae, Cnobarus, 1688, p. 574.

61 Cfr. Epistola C. in Opera (ML. 182, 235): Non enim paupertas virtus reputatur, sed paupertatis amor (La virtù della povertà non è la povertà, ma l'amore della povertà).



62 Cfr. l'Inno del Comune della Dedicazione della chiesa a vespro nella Liturgia delle Ore.



63 Camino de perfección, 18, in Obras, 3, p. 83.

64 Sia qui lecito riportare alcune altre parole di s. Alfonso: Bisogna farsi vedere ad orare in chiesa, a fare il ringraziamento dopo la Messa, a far la visita al santissimo Sacramento ed alla Divina Madre. Alcuni procurano di far queste divozioni di nascosto, per non farsi vedere: no, il sacerdote è bene che in ciò si faccia vedere non già per farsi lodare, ma per dar buon esempio e far che gli altri lodino Dio con imitarlo. In Selva di materie predicabili, Circa il buon esempio, in fine, (in Opere, Torino, G. Marietti, 1847, 3, p. 104.).






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