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S. Alfonso Maria de Liguori
Evidenza della Fede

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CAP. V. Contrassegno quarto.

Testimonianza delle profezie.

Il quarto contrassegno della credibilità di nostra fede sono le profezie registrate nelle divine scritture e poi avverate col tempo con tutte le loro circostanze. Diceva Isaia: Annunciate quae ventura sunt in futurum, et scietis quia Dii estis vos3. E per lo stesso profeta disse altrove il Signore: Quis similis mei... quae futura sunt annunciet eis4. Chi è simile a me, dice Dio, prenunzii se può le cose che avverranno. Possono le menti create prevedere, o per meglio dire conghietturare gli effetti futuri di qualche causa naturale a quelli determinata, come per esempio i frutti che nasceranno da un albero, la procella che cagionerà un certo vento; ma il prevedere gli effetti totalmente contingenti, ciò compete solo a Dio, poiché la sola sua volontà è la causa di tali effetti. Narransi dagli scrittori varj oracoli che riceveano i gentili da' loro idoli; ma questi oracoli o erano menzogne inventate da' sacerdoti idolatri,


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o pure erano detti ambigui, o pure eran di cose non ignote in quel tempo a' demonj. All'incontro le profezie divine son già precedute agli avvenimenti tanti secoli prima; e di più si sono poi adempite così individualmente, che non potea prenunziarle, se non chi chiaramente le prevedeva.

Tutte queste profezie stanno registrate nelle sagre carte, così del vecchio, come del nuovo testamento. Tra i maomettani v'è stato chi ha detto che tali profezie furono inventate o falsificate da' cristiani. Ma primieramente dopo che tali profezie sono state tenute per vere comunemente per tanto tempo, e prima di venir Maometto al mondo, tal supposta falsità costui avrebbe dovuto provarla. In oltre diciamo che le divine scritture non era possibile adulterarle; perché se mai fossero state adulterate, l'una parte di esse non corrisponderebbe all'altra siccome al presente si vedon corrispondere; poiché sebbene molti sono stati gli scrittori della bibbia, uno con tutto ciò n'è stato l'autore, cioè solo Iddio; sicché sarebbe stato necessario falsificarle tutte, così quelle del vecchio testamento, come del nuovo. Ed in ciò cresce l'impossibilità; poiché gli esemplari dell'uno e dell'altro testamento sin da principio della chiesa furono divulgati per tutto il mondo, e furono trasportati in molte lingue diverse, greca, latina, caldaica, siriaca, arabica, armena, etiopica e schiavona: di più furono continuamente letti in pubblico, quando congregavansi i cristiani a far le loro divozioni. Come era possibile dunque falsificar tante copie, che già prima andavano per le mani di tutti: oltreché non mai può supporsi, che la divina provvidenza abbia voluto permettere che restasse offesa la verità di quei libri, ne' quali c'insegna Iddio il modo di onorarlo, e la via di conseguire il nostro ultimo fine.

In oltre dimando, parlando del vecchio testamento, di qual religione dobbiam dire che sieno stati i falsificatori di quello? Non certamente i gentili, perché questi non poteano avere un tal impegno. Non gli ebrei, giacché in quei libri vi sono molte cose di lor vitupero; ed in oltre vi sono tante profezie (di cui qui appresso parleremo), le quali provano chiaramente la venuta del Messia, ch'essi sì ostinatamente negano; sicché non poteano mai gli ebrei essere autori di ciò ch'eglino con tanta forza riprovano. Quindi a tal proposito scrisse s. Agostino: Si quando aliquis paganus dubitaverit, cum ei dixerimus prophetias de Christo, quas putaverit a nobis esse conscriptas, de codicibus iudaeorum probamus, quia totum ante praedictum est. Videte quemadmodum de inimicis nostris confudimus inimicos1. Con questa testimonianza de' profeti così indubitabile, che si ha nei libri degli ebrei, san Giustino da filosofo gentile si fe' cristiano, come egli medesimo attesta nel suo dialogo con Trifone. Oltreché, essendo state disperse per tutta l'Asia le tribù del popolo ebreo, la sagra scrittura venne ad essere tradotta in diverse lingue, e fu conservata in tanti diversi scrigni, quante eran le sinagoghe; ond'è che agli stessi ebrei era impossibile l'adulterarla, benché l'avessero voluto. Così neppure da' cristiani poteano le scritture essere adulterate, poiché gli ebrei, da cui queste scritture a noi son pervenute, ben sarebbero stati accorti a pubblicare le aggiunzioni o mutazioni, se queste fossero state fatte dai cristiani; e così risponderebbero agli argomenti che noi ricaviamo contro di essi dagli stessi lor libri, per provare la venuta del Messia; gli ebrei all'incontro non già negano, ma con tutto il loro valore difendono la genuinità di tali scritture. E perciò Iddio, come ben riflette il p. Segneri, non ha voluto estirpare affatto gli ebrei dal mondo, ma ha disposto che ne restasse un competente avanzo, acciocché essi medesimi confermassero la genuinità di queste stesse carte, che dimostrano ed insieme condannano la loro ostinazione in negare il Messia,


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che tali carte accertano esser già venuto. Sicché gli ebrei moderni non negano che le scritture son vere, ma solamente le interpretano a lor capriccio per la venuta non del Messia, ma d'altre persone: contrarj per altro in ciò ai rabbini che furono prima di Gesù Cristo, i quali rettamente intesero tutte le profezie fatte del Messia nell'antico testamento secondo appunto l'intendiamo noi cristiani; siccome dimostrano il Calmet nella sua dissertazione del Messia, e l'Oezio nel suo libro Demonstrat. evang.

Posto dunque che non possono dirsi false le divine scritture senza una manifesta calunnia, passiamo a vedere le profezie che furono fatte di Cristo e della chiesa nell'antico testamento, le quali appariscono così chiare, che come riferisce s. Agostino1 i gentili nel leggerle non poteano persuadersi che non fossero invenzioni dei cristiani dopo i fatti avvenuti; onde diceano loro che non già quelle erano state predette, ma ch'essi cristiani l'aveano scritte come predette, dopo che i fatti erano già avvenuti: Vidistis ita fieri, et tanquam praedicta sint, conscripsistis2. Ma già si è provata di sopra la genuinità ed antichità delle divine scritture, dove primieramente fu predetto il tempo del venturo Messia, cioè dopo la caduta dello scettro di Giuda, con quelle parole: Non auferetur sceptrum de Iuda, et dux de foemore eius, donec veniat qui mittendus est: et ipse erit expectatio gentium3. Il Messia venne appunto quando mancò il regno di Giuda; poiché Pompeo prima impose il tributo a' giudei, indi il senato romano stabilì Erode per re de' giudei, ed allora appunto venne Gesù Cristo. Erode fu già straniero, mentre fu idumeo, come scrisse Giuseppe ebreo4. Di poi morti che furono Erode ed Archelao suo figlio, Cesare ridusse la Giudea in provincia dell'impero romano. E benché gli ebrei per qualche tempo ritennero una certa potestà, nulladimeno dopo la morte di Gesù Cristo Vespasiano e Tito distrussero affatto la città di Gerusalemme, e tutto il regno de' giudei. Più particolarmente poi questo tempo della venuta del nostro Redentore fu prenunziato da Daniele con circostanze più speciali, come si legge in Daniele5, dove il profeta parla così chiaro di questa venuta, che Porfirio ardì di negare che tal profezia fosse mai stata scritta da Daniele, come scrive s. Girolamo parlando di Porfirio: Cuius impugnatio testimonium veritatis est; tanta enim dictorum fides fuit, ut propheta incredulis hominibus non videatur futura dixisse, sed narrasse praeterita6.

Fu predetto ancora che il Messia doveva nascere da una vergine: Ecce virgo concipiet, et pariet filium, et vocabitur nomen eius Emmanuel7. Fu predetto anche il luogo della nascita: Et tu Bethlehem Ephrata, parvulus es in millibus Iuda; ex te mihi egredietur qui sit dominator in Israel; et egressus eius ab initio a diebus aeternitatis8. Ecco il Messia prenunziato per Dio; mentre dicesi ch'egli fu sin dall'eternità. Fu predetta l'adorazione de' magi: Reges arabum et Saba dona adducent et adorabunt eum omnes reges9. Fu predetto il precursore: Vox clamantis in deserto: parate viam Domini10. Fu predetta la passione acerbissima di Gesù Cristo con tutte le sue circostanze: che doveva esser tradito da un discepolo suo amico11, venduto per 30 denari: et appenderunt mercedem meam triginta argenteos12: flagellato crudelmente sino a comparire come un lebbroso colle carni tutte lacerate: Et nos putavimus eum quasi leprosum. Ipse autem vulneratus est propter iniquitates nostras, attritus est propter scelera nostra13; forato da' chiodi nelle mani e ne' piedi: e talmente stirato sulla croce, che potessero numerarsi tutte le ossa: Foderunt manus meas et pedes meos; dinumeraverunt


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omnia ossa mea1; annoverato tra' malfattori: Et cum sceleratis reputatus est2; abbeverato di aceto e fiele: Et dederunt in escam meam fel, et in siti mea potaverunt me aceto3; Fu predetto che le sue vesti dovevan dividersi tra' manigoldi: Diviserunt sibi vestimenta mea, et super vestem meam miserunt sortem4; che doveva finalmente essere sagrificato qual vittima per pagare i nostri peccati: Vere languores nostros ipse tulit, et dolores nostros ipse portavit... et posuit Dominus in eo iniquitates omnium nostrum5. Fu predetto che dopo la sua morte il popolo ebreo doveva restare senza re, senza sagrificio, senza altare, senza sacerdoti e senza profeti; Sedebunt filii Israel sine rege, et sine sacrificio, et sine altari, et cephad, et sine theraphim6.

E qui deve ammirarsi la cecità degli ebrei, che vedendo adempite così individualmente le profezie delle loro scritture intorno alla venuta del Messia, pure ostinatamente non vogliono crederlo venuto. Fu già predetto dal profeta Aggeo, che la gloria del secondo tempio sarebbe stata maggiore del primo, perché il secondo sarebbe stato onorato colla presenza del desiderato da tutte le genti, cioè dal nostro Salvatore: Veniet desideratus cunctis gentibus, et implebo domum istam gloria, dicit Dominus exercituum; magna erit gloria domus istius novissimae plus quam primae, et in loco isto dabo pacem7. Dunque se il secondo tempio doveva esser l'ultimo e più glorioso del primo, perché doveva essere visitato dal Messia desiderato; essendo questo tempio già distrutto dopo la morte di Gesù Cristo, è evidente che questo Messia è già venuto. Che 'l tempio poi insieme colla città di Gerusalemme dovevano essere disfatti da' romani e da Vespasiano lor duce: e che indi dovea succedere la desolazione di tutto il popolo ebreo, come già si vede avvenuto, fu predetto chiaramente da Daniele: Et civitatem et sanctuarium dissipabit populus cum duce venturo, et finis eius vastitas, et post finem belli statuta desolatio8. Lo stesso fu predetto da Isaia: Posuisti civitatem in tumulum, urbem fortem in ruinam domum alienorum, et non sit civitas, et in aeternum non aedificetur9. Alle quali predizioni ben fece poi consonanza l'altra fatta da Gesù Cristo, allorché mirando da lungi la città di Gerusalemme, pianse su di quella: Videns civitatem flevit super illam, dicens: quia venient dies in te, et circumdabunt inimici tui vallo, et ad terram prosternent te et filios tuos, et non relinquent in te lapidem super lapidem10, come già si vede oggidì, che i miseri ebrei non hanno più né tempiopatria, ma vanno raminghi per lo mondo, odiati e maltrattati da tutte le nazioni. E con tutto ciò sono ostinati in voler credere che il Messia ancor ha da venire: e dove bisogna distinguere le due venute di Cristo nel mondo, l'una da redentore soggetto a' patimenti ed alla morte, la quale venuta, com'è stata predetta, è stata già adempiuta; l'altra da giudice glorioso, e questa rimane a compirsi: gli ebrei voglion confondere la prima colla seconda, non volendo riflettere a ciò che sta scritto di Cristo povero, umile e perseguitato qual redentore, ma solo a quel che sta predetto di lui glorioso qual giudice.

Le predizioni poi della nuova chiesa della riprovazione del popolo ebreo, e dell'elezione delle genti, son mille: Vos non populus meus, et ego non ero vester11. Populus quem non cognovi servivit mihi12. Convertentur ad Dominum universi fines terrae, et adorabunt in conspectu eius universae familiae gentium13. Adorabunt eum omnes reges terrae, omnes gentes servient ei14. Ecce dedi te in lucem gentium, ut sis salus mea usque ad extremum terrae15. Tralascio qui di addurre gli oracoli pronunziati dalle


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sibille intorno alla stessa venuta e regno di Cristo; giacché alcuni li negano, ma non li negano s. Agostino1, Clemente Alessandrino, s. Giustino, Lattanzio, Arnobio, e prima di tutti s. Clemente romano2. E s. Giustino di più riferisce3 che i demonj, temendo che i gentili non venissero da tali oracoli in cognizione del vero Dio e di Gesù Cristo Redentore, procurarono che fossero bruciati i libri in cui tali oracoli stavano scritti, e che fosse vietato dai magistrati, a chi li tenea scritti, di leggerli e di tenerli sotto pena di morte.

Si son vedute anche predette le profezie fatte nel nuovo testamento da Gesù Cristo, e poi avverate, del suo risorgimento, della conversione de' gentili, e del martirio degli apostoli. Né può sospettarsi che tali predizioni sieno state scritte dopo il fatto, poiché i vangeli sin dal principio della chiesa furono scritti in diversi idiomi e sparsi per tutto il mondo, e gli avvenimenti successero molti anni appresso. Onde non era possibile (come si disse di sopra delle scritture dell'antica legge) falsificare tanti esemplari sparsi per tutta la terra. Da tutto ciò bisogna concludere che chi considera queste profezie così del vecchio come del nuovo testamento, dee farsi più forza a rifiutare la credibilità della nostra religione, che ad ammetterla.

Questo spirito di profezia ben è durato poi ne' figli della chiesa di Gesù Cristo, come predisse Gioele: Et erit in novissimis diebus, dicit Dominus, effundam de spiritu meo super omnem carnem, et prophetabunt filii vestri et filiae vestrae4. E ben ciò si è avverato, come ci attestano uomini prudenti e pii, ed anche santi canonizzati dalla chiesa. S. Atanasio attesta le predizioni di s. Antonio abate, san Basilio di san Gregorio Taumaturgo, san Gregorio Magno di s. Benedetto, s. Bernardo di s. Malachia, s. Bonaventura di s. Francesco, s. Raimondo di s. Caterina da Siena. S. Brigida fra l'altre predizioni prenunziò la soggezione de' greci a' loro nemici nel 1350., che cent'anni dopo si avverò, quando Maometto II. prese Costantinopoli. S. Idelgarde (come attesta il Taulero) predisse già nel secolo XII. le ruine della Germania, che avvennero nel secolo XVI. per opera dell'empio Lutero. Lascio poi di notare qui mille e mille predizioni che si leggono avverate nelle vite de' santi, ed attestate da scrittori pii che le hanno registrate in quegli stessi tempi in cui viveano ancora le persone che eran nominate. Se taluno poi volesse negare tali fatti avvenuti, potrebbe anche negare che Cartagine fu distrutta da Scipione, che Roma un tempo fu repubblica, e così negare ogni fede a tutti i pubblici annali. Ma se è temerità negar questi fatti scritti da autori gentili, maggior temerità è il negare le cose scritte da' santi, come da un s. Atanasio, da un s. Basilio, da un s. Agostino, da un s. Bernardo, che gli stessi novatori gli hanno per testimoni veraci. Troppo è difficile tenere ingannati per lungo tempo tutti i popoli. Cercarono i discepoli di Apollonio di promuovere il credito a' di lui finti miracoli; ma il popolo poi non ha riputato Apollonio che per un mago e falso profeta. Maometto e Lutero anche si vantarono d'esser profeti; ma troppo male si avverarono le loro profezie. Predisse Maometto che il suo corpo appena morto doveva essere portato in cielo, ma il fatto fu che appena poté tenersi per tre giorni sopra la terra, tanto fu insoffribile la puzza che mandava. Lutero predisse che sarebbe morto in Vittemberga, e poi morì in Islebio, patria infelice di questo infelice mostro d'inferno. Predisse ancora che nell'anno 1583. doveva avvenire il giudizio universale, tanto che molti dei suoi seguaci in quell'anno lasciarono di seminare; ma poi ebbero a pentirsi d'aver dato fede a tal menzogna. Il medesimo Lutero nell'epitaffio che egli formò a se stesso, predisse audacemente


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così: Pestis eram vivus, moriens tua mors ero, papa. Ma ora dall'inferno, dove sta sepolto, ben sa che tal predizione, non si è avverata né si avvererà giammai sino alla fine del mondo.




3 Isa. 41. 27.



4 Isa. 44. 7.

1 In psal. 53.

1 Serm. 67. de divin.



2 S. Aug. loc. cit.



3 Gen. 49. 10.



4 L. 14. c. 27.



5 9. 24.



6 Proem. in Daniel.



7 Isa. 7. 14.



8 Micheae 5. 2.



9 Psal. 71. 20.



10 Isa. 40. 3.



11 Psal. 54. 14.



12 Zachar. 11. 12.



13 Isa. 53. 4. et 5.

1 Psal. 71. 17.



2 Isa. 53. 12.



3 Psal. 66. 22.



4 Psal. 21. 19.



5 Isa. 53. 4. et 6.



6 Oseae 3. 5.



7 Agg. 2. 8.



8 Dan. 9. 26.



9 Isa. 25. 1.



10 Luc. 19. 41.



11 Oseae 1. 9.



12 Psal. 17. 45.



13 Psal. 21. 28.



14 Psal. 71. 11.



15 Isa. 49. 6.

1 L. 8. de civ. c. 23.



2 L. 5. constit. apost. c. 8.



3 Orat. ad Anton. Pium apud Salmer. tr. 19.



4 Ioelis 2. 28.




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