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S. Alfonso Maria de Liguori
Glorie di Maria

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67. *

Circa l'anno 850 Berengario vescovo di Verdun in Lorena andando una volta in chiesa, dove stava un certo prete chiamato Bernerio dicendo l'Officio di Maria proteso avanti il coro, egli inciampò sopra


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di quello, onde preso dall'impazienza gli diede un calcio. La notte gli apparve la SS. Vergine e gli disse: «E come hai dato un calcio al mio servo, mentre mi lodava? orsù, soggiunse, perché io t'amo voglio che ne paghi la pena». Ed allora gli seccò la gamba. Visse e morì da santo; e dopo più anni fu ritrovato il suo corpo tutto incorrotto, fuorché in quella gamba (Chron. Virdun., ap. P. Rho).




* Esempio 67. - RHÒ, Sabbati del Gesù di Roma, Bologna, 1679, Esempio 14, pag. 86-89. - HUGO, Abbas Flaviniacensis, Chronicon, (detto Chronicon Hugonis, ed anche Chronicon Virdunense o Virodunense, essendo Ugo nato a Verdun e monaco in San Vitone di Verdun, prima di esser abbate di Flavigny), lib. 1 (verso la fine), ML 154-191, 192. - Il fatto successe verso l'anno 970. Berengario fu vescovo di Verdun, e vescovo di grande virtù ed operosità, dal 940 fino ai tempi di Ottone III, dunque almeno fino al 983. Ugo parla più volte di lui, con particolare compiacenza ed anche competenza, essendo stato Berengario, non solo vescovo della sua patria, ma anche fondatore di quel monastero di San Vittore nel quale Ugo fu educato fin dall'età puerile e prese l'abito monacale. Anzi in quello stesso monastero si ritirò Berengario, pochi giorni dopo il fatto qui raccontato, pur continuando a governare la diocesi, giacché né il clero né il popolo volevano altro vescovo, finché lui vivesse. Per altro, l'incontro notturno tra il vescovo ed il pio «praepositus» della chiesa di Santa Maria, e la riprensione di Maria SS., ebbero felici effetti per ambedue: furono più amici di prima e più santi. - Parla Ugo secondo la tradizione tuttora viva tra i monaci: «patrum dicta sequentes explicabimus». Nacque Ugo nel 1065, e quando fece professione in San Vitone, non era trascorso ancora un secolo dalla morte di Berengario (o Berengerio che sia), né poteva mancare qualche memoria scritta. Venne poi avvivata senza dubbio la tradizione da quanto succedette sotto il governo dell'abbate Riccardo, di quel santo abbate di cui dice Ugo (Chronicon, lib. 2, col. 199): «Si quid sumus, cum nihil simus, totum post Deum et sanctos eius adscribendum est meritis ipsius.» Avendo Riccardo restaurata ed ampliata la chiesa, «necessarium fuit ut corpora quorumdam sanctorum pontificum transmutari debuissent... Corpus autem domni Berengerii episcopi et monachi in ingressu claustri, tamen infra monasterium repertum, incorruptum inventum est, excepto pede qui in vita aruit; et casula cum sandaliis ab eius corpore abstracta est, et in thesauris ecclesiae cum reliquiis reposita. Corpus vero eius sanctissimum superius versus cancellos chori transmutatum est, casula nova et sandaliis honeste procuratum, et e regione sepulcri altare sancti Firmini, quod ipsius tempore ab eo inventum est, positum.» (Chronicon, lib. 2, col. 208).




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