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S. Alfonso Maria de Liguori
Istruzione e pratica pei confessori

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Punto II. Della contrizione, e del proposito.

7. Come di sopra abbiam veduto, e come ha dichiarato il trident.4, tre sono le parti necessarie della penitenza,


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la contrizione, la confessione, e la soddisfazione. Parleremo distintamente di ciascheduna in distinti paragrafi. Parliamo in primo luogo della contrizione.

§. I. Della contrizione.

8. Dove consista la contrizione.

9. Da qual motivo si produca.

10. Quando siam tenuti alla contrizione.

11. Se in punto di morte ecc.

12. Se basti il dolore generale.

13. Se gli atti di fede, di speranza ecc.

14. 15. e 16. Se basti l'attrizione senza l'amore predominante.

17. Se basti l'attrizione per timore delle pene temporali.

18. Se diasi il sagramento valido, ed informe.

19. Se il dolore debba precedere la confessione.

20. Per quanto tempo duri il dolore.

21. Se il dolore debba esser fatto in ordine alla confessione.

22. Chi subito si riconcilia, se abbisogni di nuovo dolore.

23. Del dolore de' peccati veniali.

8. In quanto alla contrizione, il concilio nel capo 4. della suddetta sess. 3. distingue, e dice, altra essere la contrizione perfetta, che nasce dal motivo di carità, altra l'imperfetta, chiamata attrizione, che si concepisce o dalla considerazione della bruttezza del peccato, o dal timore dell'inferno, o delle pene, la quale escluda la volontà di peccare, ed abbia seco la speranza del perdono. Parliamo ora della contrizione perfetta, com'ella debba essere, e quando sia necessaria; ed indi parleremo dell'attrizione. La contrizione si definisce dal concilio: Animi dolor, ac detestatio de peccato commisso, cum proposito non peccandi de cetero. Or qui si dimanda per 1. Se la contrizione consista nel dolore, o pure nella detestazione de' peccati. Altri come Gonet ec., vogliono, che consista nel dolore, il quale presuppone la detestazione. Altri nella detestazione, a cui seguita il dolore; e questa seconda è più vera, e quasi comune con Suar., Navar., Gaet., Holzm., Sporer ed altri con s. Tommaso1, il quale dice: Exigitur ad remissionem, ut homo peccatum detestetur. La ragione è, perché non già il dolore è causa della detestazione, ma la detestazione è causa del dolore. Del resto, come ben dicono Frassen, Vega, Coninc., Holzmann, Spor., e Croix, non dee dubitarsi, che nell'uno esplicitamente si contiene l'altro: mentre chi detesta il peccato, necessariamente se ne duole; e chi se ne duole, necessariamente lo detesta2.

9. Si dimanda per 2. Da qual motivo si produca la perfetta contrizione. Altri dicono dall'offesa fatta a qualunque attributo divino, alla misericordia, alla giustizia ec., e giustamente questa sentenza dicono Lugo e Suarez essere abbastanza probabile, mentre chi ama la divina misericordia, o giustizia, a riguardo di Dio, già ama Dio stesso, giacché la misericordia e la giustizia divina sono lo stesso Dio; e così all'incontro chi si pente dell'offesa fatta alla divina misericordia a riguardo di Dio, già si pente del suo peccato, non già per motivo d'amore a se stesso, ma per l'amore verso Dio. La sentenza nonperò più comune vuole, che la contrizione proceda dall'offesa fatta alla divina bontà, poiché la contrizione (come insegna il tridentino) nasce dalla carità, e la carità (secondo la sentenza più comune) ha per oggetto la bontà di Dio, in quanto ella comprende tutte le divine perfezioni, come dicemmo al capo IV. n. 9.3.

10. Si dimanda per 3. Quando obblighi il precetto della contrizione. È certo, che obbliga per 1. in pericolo di morte. Per 2., quando l'uomo è tenuto a far l'atto d'amore, che (secondo dicemmo al capo IV. n.13.) ciascuno è obbligato a fare almeno una volta il mese. Per 3., sebbene è probabile, che fuori del pericolo di morte non v'è precetto speciale della contrizione, onde disse san Tommaso4, che l'impenitenza finale non è peccato grave speciale; nulladimeno, prescindendo dall'obbligo della confessione annuale, diciamo, che pecca gravemente contro la carità di se stesso chi sta lungo tempo in peccato, (come disse lo stesso s. Tommaso); mentre chi è privo della grazia, non può star lungo tempo senza cadere in nuova colpa grave: Sine gratia iustificante,


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dice il s. dottore1, quod diu maneat absque peccato mortali, esse non potest. Quale sia poi questo lungo tempo, Concina e Roncaglia stimano il tempo d'una settimana in circa; altri nonperò più comunemente, come Castrop. Laym., Lugo, Salm., Henno, Elbel, ec., dicono, esser lo spazio d'un anno; la prima opinione parmi troppo stretta; ma neppure so accordarmi alla seconda, almeno per l'obbligo che v'è (come abbiamo detto) di esercitare l'atto di carità una volta il mese: è vero nonperò che i rozzi difficilmente avvertono a quest'obbligo2. Vogliono poi alcuni, esservi l'obbligo della contrizione a' peccatori in ogni giorno di festa, per adempire il fine di santificar le feste; ma ciò comunemente si nega, perché (come si disse con s. Tommaso al cap. II. n. 28.) il fine del precetto non cade sotto precetto3.

11. Si dimanda per 4. Se in punto di morte chi si confessa colla sola attrizione sia obbligato a far anche l'atto di contrizione. L'afferma la prima sentenza con Suar., Bonac., Concina, ec. Ma la seconda sentenza molto più comune con Lugo, Laym., Conc., Castr., Ronc., Holzm., Salm., Becan., Spor., ec., lo nega, e Suarez la chiama molto probabile, perché, posto ch'è certa la sentenza (come dimostreremo al n. 14.), che basta per la confessione la sola attrizione, chi con quella s'è confessato, già è moralmente certo della divina grazia. Questa seconda sentenza è molto probabile, ma non si può negare, che la prima in ogni conto dee consigliarsi a' moribondi; tanto più che in morte siam tutti tenuti a far l'atto d'amore, al quale non può soddisfarsi se non si detesta il peccato, allorché viene in memoria, come dicono comunemente i dd.4.

12. Si dimanda per 5. Se ad ottenere la giustificazione basti il dolore generale de' peccati commessi. In ciò, checché si dicano alcuni, i quali inettamente vogliono l'atto di dolore particolare per ogni particolar peccato, o almeno (come dicono altri) la memoria attuale di ciascun peccato, è certa la sentenza, che basta il dolore di tutte le offese fatte a Dio; così Scoto, Suarez, Giovenino, Concina, Laym., Gaet., Holzmann, Sporer, Croix, ed altri molti; anzi Gaetano chiama ridicola la sentenza contraria; e la nostra insegnata ancora espressamente da s. Tomaso5, il quale dice: Ad iustificationem non requiritur, quod aliquis de peccatis singulis cogitet, sed sufficit, quod cogitet de hoc quod per culpam suam est aversus a Deo. Recogitatio autem singulorum peccatorum debet vel praecedere, vel saltem sequi iustificationem, cioè (come spiegano il p. Suarez ed altri quel sequi) in ordine alla confessione che si fa dopo l'atto di dolore. Lo stesso insegna il catechismo rom. al §. 3., dove dice, che Dio perdona il peccatore subito che questi universe peccata sua detestatus, quae deinde singula in memoriam reducere, ac detestavi in animo habeat (cioè per confessarsi), ad Deum se converterit. E la ragione è chiara: prima perch'è certo dalle scritture, che 'l peccatore è perdonato subito che si converte a Dio: Impietas impii non nocebit ei, in quacumque die conversus fuerit6. Sicché se nella detestazione del primo peccato l'uomo non fosse perdonato di tutti, verrebbe a ricevere il perdono degli altri; ma ciò è impossibile, perché ne' peccati mortali non può esser rimesso l'uno senza l'altro. Secondo, perché (e questa è la ragione intrinseca) chi si duole di sue colpe per motivo generale, perch'è offesa di Dio, necessariamente si duole d'ogni altro peccato che ha nell'anima, come insegna lo stesso s. Tommaso7, il quale dice, che siccome chi ama una comunità, ama ciascuno di quella, così chi si pente di tutt'i suoi peccati, di ciascuno si pente8. Sin qui si è parlato della contrizione; ma parliamo ora dell'attrizione ch'è necessaria per ricevere l'assoluzione sagramentale.


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Ma vediamo prima degli atti di fede, ec.

13. Si dimanda per 6. Se per ottener la grazia nella confessione si ricerchino ancora gli atti espliciti di fede e di speranza. Altri l'affermano, ma altri più comunemente lo negano; del resto giustamente dicono Lugo ed Escobar, che 'l penitente sempre che ha l'atto di dolore, anche ha esplicitamente (non già riflessivamente, ma esercitamente) gli atti di fede e di speranza, perché allora senza dubbio esercitamente crede e spera, che per lo sagramento in virtù de' meriti di Gesù Cristo gli son perdonati i peccati1.

14. Si dimanda per 7. Se per ricevere il sagramento della penitenza basta l'attrizione, e se in quella si richiede l'amore incoato. Convengono i teologi in affermare l'uno e l'altro; ma la gran question si è, se quest'amore incoato debba essere carità predominante, con cui s'ami Dio sopra ogni cosa. Così vogliono Merbes., Morino, Habert, Giovenino, Concina, Antoine, ed altri pochi, i quali dicono, che tale amore in tanto si chiama incoato o sia iniziativo, in quanto è in grado rimesso; poiché (come dicono) quando il dolore nasce dall'amore intenso, allora è contrizione perfetta, che rimette i peccati anche fuori del sagramento. Ma la sentenza bastantemente comune che noi seguitiamo, tiene che basta l'attrizione (senza la carità predominante), che nasce o dal timore dell'inferno, o dalla perdita del paradiso, o dall'orrore alla bruttezza del peccato, conosciuta per lume di fede: così tengono Gonet, Cano, Petrocor., Tournely, Cabassuz., Wigandt, Abelly, Navarr., Suar., Tol., Lugo, Laym., Castrop., Salm., e altri molti con Benedetto XIV.2, il quale asserisce, che dopo il tridentino tutte le scuole con applauso han ricevuta questa sentenza; onde giustamente dicono Suar., Lessio, Castrop., Filliuc., Carden., Rainaud, Lugo, Prado, Tannero, Viva, e Croix, che questa sentenza oggidì dopo il concilio è moralmente certa, e la contraria non è più probabile. E che le scuole (almeno più comunemente) l'abbiano per moralmente certa, è chiaro dal decreto di Alessandro VII. nel 1667. a' 5. di maggio, dove si proibì sotto scomunica, Ne quis audeat alicuius theologicae censurae, alteriusque iniuriae, aut contumeliae nota taxare alterutram sententiam, sive negantem necessitatem aliqualis dilectionis Dei in attritione ex metu gehennae concepta, quae hodie inter scholasticos communior videtur: sive asserentem dictae dilectionis necessitatem. Attestando dunque il papa, che la sentenza negativa è più comune tra gli scolastici, conseguentemente attesta ancora, che più comunemente nelle scuole ella è tenuta per moralmente certa, mentre ognuno sa, che circa il valore de' sagramenti altre sentenze, che le moralmente certe, non possono seguitarsi. Né col suddetto decreto ha vietato il pontefice, che la sentenza contraria possa chiamarsi improbabile; poiché l'improbabilità non è nota di censura, o di contumelia vietata nel decreto. Tanto più che (secondo diremo appresso) noi non neghiamo, richiedersi nell'attrizione un principio d'amore, ma diciamo solo, non ricercarsi la carità predominante. Ma veniamo alle pruove.

15. Si pruova la nostra sentenza per 1. col tridentino3, dove parlandosi dell'attrizione conceputa dal timore dell'inferno ec., si dice: Et quamvis sine sacramento poenitentiae per se ad iustificationem perducere peccatorem nequeat, tamen eum ad Dei gratiam in sacramento poenitentiae impetrandam disponit. Oppongono i contrari, che il concilio non disse sufficit, ma disponit; dunque (dicono) l'attrizione senza la carità dispone, ma non basta; tanto più che, come riferisce il card. Pallavicino, il concilio dopo una gran contesa tolse la parola sufficit prima scritta, e surrogò la parola disponit. Ma a ciò ben risponde il p. Gonet, che il concilio in tanto surrogò il disponit. in quanto importava necessariamente lo stesso che


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sufficit, perché l'attrizione per timore dell'inferno essendo ella dono ancora divino, come fu dichiarato dallo stesso concilio, anche fuori del sacramento rimotamente sempre dispone alla grazia: dunque nel sacramento poi dispone prossimamente a quella. Ciò apparisce chiaro dalle stesse parole suddette, et quamvis etc.: se 'l concilio avesse inteso parlare della sola disposizione rimota senza il conseguimento della grazia, incongruamente ed inettamente avrebbe detto: E benché l'attrizione senza il sacramento non possa produrre la grazia, nondimeno col sacramento dispone ad impetrarla; ma avrebbe dovuto dire: E benché l'attrizione fuori del sacramento non disponga alla grazia, dispone nonperò col sacramento ad impetrarla. Quando dunque ha detto: Benché senza il sacramento non può l'attrizione perdurre il peccatore alla giustificazione, nondimeno col sacramento dispone ad impetrare la grazia; necessariamente ha inteso parlare della disposizione prossima. Ciò si conferma più chiaramente con quello che soggiunge il concilio nel medesimo capo, dicendo: Quamobrem falso quidem calumniantur catholicos scriptores, quasi tradiderint, sacramentum poenitentiae absque bono motu suscipientium gratiam conferre. Gli eretici con Lutero non mai han calunniato i cattolici che dicevano, darsi la grazia a' contriti, ma solamente coloro, che dicevano darsi gli attriti, per ragione che questi non sono privi di buon moto, ed hanno sufficiente disposizione a ricevere la grazia col sacramento: Tristitia (diceva Lutero) ob foeditatem peccatorum, amissionem beatitudinis etc., facit magis peccatorem, et tales indigne absolvuntur; e perciò riprovava coloro, qui vocant attritionem hanc proxime disponentem ad contritionem. Questi dunque son quelli che dice il concilio esser falsamente calunniati dagli eretici.

16. Per 2. Si prova colla ragione, perché i sacramenti operano attualmente quel che significano; onde si dee verificare (parlando per sé), che quando il sacerdote l'assoluzione, in quel punto si rimettono i peccati: che perciò la penitenza si chiama sacramento de' morti, perché conferisce la vita della grazia a chi n'è privo. Or se nel dolore vi fosse necessaria la carità predominante, il sacramento non mai per sé causerebbe la grazia, perché tutti vi anderebbero giustificati; poiché ogni dolore che procede dall'amor predominante, è vera contrizione, come insegna s. Tommaso1; e ciò avviene (come spiega il santo) sempreché dispiace all'uomo più la perdita della grazia, che d'ogni altro bene; ed essendo quella vera contrizione, quantunque piccolo sia il dolore, cancella i peccati: Quantumcumque parvus sit dolor (parole del santo), dummodo ad contritionis rationem sufficiat, omnem culpam delet. E qui certamente l'angelico parla fuori del sacramento, come lo replica in altro luogo2, dove dice: Per solam contritionem dimittitur peccatum; sed si antequam absolvatur, habeat hoc sacramentum in voto, iam virtus clavium operatur in ipso. Non può parlare più chiaro. Ma che ogni contrizione che nasce dalla carità predominante, cancelli i peccati, si legge nello stesso tridentino3 in quelle parole: Etsi contritionem hanc aliquando charitate perfectam esse contingat, hominemque Deo reconciliare, priusquam hoc sacramentum actu accipiatur etc. Qui certamente non si parla della carità perfetta per ragion d'intenzione, ma perfetta per ragion del motivo dell'amor predominante, poiché il concilio qui la distingue dalla contrizione imperfetta, che non nasce dalla carità, soggiungendo immediatamente ivi: Illam vero contritionem imperfectam, quae attritio dicitur, quoniam vel ex turpitudinis peccati consideratione, vel ex gehennae metu, vel poenarum concipitur. E la ragione è chiara, perché ogni contrizione è atto formale di carità, e la carità non può star col peccato, come si prova da mille scritture: Ego diligentes me


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diligo1: Qui diligit me, diliget eum Pater meus2: Omnis qui diligit, ex Deo natus est3 E l'insegnano comunemente i ss. Padri ed i teologi con s. Tommaso4 che dice: Charitas non potest esse cum peccato mortali. E per carità certamente il s. dottore non intende qui l'intensa, ma la predominante, mentre spiega in altro luogo5, che la carità consiste in amar Dio sopra ogni cosa, dicendo: Actus peccati mortalis contrariatur charitati, quae consistit in hoc, quod Deus diligatur super omnia. vale a dire, che s. Tommaso intende ivi di parlare della carità perfetta, mentre il santo dice in altro luogo6, che la carità imperfetta nell'essenza niente differisce dalla perfetta: Charitas perfecta et imperfecta non differunt secundum essentiam, sed secundum statum. Ciò si fa più certo dalla propos. 32. di Baio dannata da Gregorio XIII., la quale diceva: Charitas illa quae est plenitudo legis, non semper est coniuncta cum remissione peccatorum. Or dimando, qual'è l'amore, che est plenitudo legis, cioè che basta per adempire il precetto della carità? È certamente quello con cui s'ama Dio sopra ogni cosa, come dicono tutti con s. Tommaso, il quale spiegando il precetto, Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo, dice: Cum mandatur quod Deum ex toto corde diligamus, datur intelligi, quod Deum super omnia debemus diligere. Sicché essendo certo, che la carità predominante, quantunque rimessa, non può star col peccato, è certo ancora, che ogni contrizione, la quale formalmente è anche atto di carità, cancella il peccato. Or posto ciò, se si vuole che l'amor incoato richiesto nell'attrizione sia amore predominante, ciò ingiustamente si pretende, perché (come abbiam dimostrato) se fosse questo, ogni peccatore dovrebbe andar giustificato a prender l'assoluzione sacramentale, sicché non mai avverrebbe, che 'l sacramento causerebbe attualmente la giustificazione, la quale è il suo proprio effetto. Se poi nell'attrizione per disposizione a ricever la grazia desidera un amor incoato, che sia un principio d'amore, secondo dice il trident.7, parlando della disposizione di coloro, che ad ottener la giustificazione Deum tamquam iustitiae fontem diligere incipiunt; ciò non si nega, e diciamo, che questo principio già v'è in ogni attrizione, così per ragione del timore de' castighi divini, per quel che si dice nell'ecclesiastico8: Timor Dei initium dilectionis erit; come per la speranza del perdono e della beatitudine, per quel che dice s. Tommaso9: Ex hoc quod per aliquem speramus bona, incipimus ipsum diligere. Ma non già se si vuole un vero atto di carità predominante: questo certamente non è necessario per conseguir la grazia col sacramento. Tanto vero che, come riferisce il medesimo cardinale Pallavicino10, a quelle parole diligere incipiunt alcuni del concilio contendevano doversi aggiungere per actum charitatis; ma il concilio ripugnò, e non si aggiunsero. Si osservi l'opera11, dove le suddette dottrine, che qui stan compendiate, sono tutte distese insieme con altre. Ma passiamo avanti ad altri quesiti.

17. Si dimanda per 8. Se basta l'attrizione conceputa per solo timore delle pene temporali, in quanto elle vengono da Dio? Altri lo negano, dicendo, che il dolore dee nascere dal timore delle pene eterne, perch'essendo eterna la pena del peccato mortale, il penitente dee concepire il dolore de' peccati per timore dell'eterno male; così Cano, Concina, Pasqual., ec. Ma altri più comunemente, come Lugo, Suar., Anacl., Viva, Elbel, Gob., Croix ec., più probabilmente l'affermano dalle parole del tridentino12, dove si dice: Attritio ex gehennae, vel poenarum metu concipitur. Dunque il concilio distingue le altre pene da quelle dell'inferno, nel quale certamente vi sono tutte le altre


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pene. Ma perché la prima sentenza non può dirsi improbabile, in pratica non può seguirsi la seconda1.

18. Si dimanda per 9. Se possa darsi il sacramento valido ed informe. Il caso sarebbe, se taluno avendo due peccati, uno di sacrilegio, l'altro di furto, e ricordandosi del solo sacrilegio, solo di quello si pentisse per la bruttezza sopranaturale di tal vizio: qui si dimanda, se questi validamente riceverebbe il sacramento, sicché, detestando poi il furto, riceverebbe la grazia, e solamente il furto poi sarebbe tenuto a confessare? I dottori sono molto discordi in questa controversia, perché altri dicono, che tal sacramento non solo sarebbe valido, ma anche formato, cioè coll'acquisto della grazia; perché dolendosi il penitente dell'offesa fatta a Dio col sacrilegio, ed avendo il desiderio di riconciliarsi con Dio, questo dolore e questo desiderio fanno, ch'egli virtualmente detesti anche il furto. Ma a questa ragione la risposta è chiara, che costui intanto si pente del sacrilegio, e desidera riconciliarsi con Dio, in quanto vien mosso dalla bruttezza del sacrilegio; ma questo non comprende la bruttezza del furto; talmenteché potrebbe darsi il caso, che se 'l penitente si ricordasse del solo furto, la bruttezza del furto forse non lo movesse al pentimento, onde il motivo della bruttezza del sacrilegio non comprende virtualmente la detestazione del furto. Altri poi dicono, che 'l sacramento non solo sarebbe informe, cioè senza la grazia, ma anche invalido, dicendo, che non può essere materia atta per la penitenza quella che non può causare la grazia. Ma a ciò anche si risponde, che concorrendovi già le parti essenziali, che sono il dolore, la confessione, e l'assoluzione, non può dirsi invalido il sacramento, onde volentieri aderiamo alla sentenza affirmativa, e comunissima de' tomisti, con Suarez, Lugo, e s. Tommaso2, e diciamo, che tal confessione sarebbe valida, ma senza la grazia3.

19. Si dimanda per 10. Se 'l dolore dee precedere la confessione. L'affermano Laym., Castrop., Coninch., ed altri; sì perché il dolore dee esser sensibile, e non si fa sensibile se non per la confessione; sì perché la confessione per esser materia atta dee esser dolorosa, altrimenti sarebbe un semplice racconto de' peccati. Altri poi più comunemente lo negano, come Lugo, Suar., Bon., Conc., Holzm., ec., e loro par che favorisca il rituale, dicendo Audita confessione (confessarius) ad dolorem adducet. E ben rispondono alla prima ragione, dicendo, che 'l dolore non solo per la confessione, ma anche per altri segni e parole può manifestarsi e farsi sensibile. Ma alla seconda ragione non danno risposta convincente; onde per quella dico esser ben probabile la prima sentenza, che perciò dee seguirsi in pratica. Convengono poi comunemente Concina, Viva, Salmat., Holzm. ec., che in ciò basta che 'l penitente dopo l'atto di dolore dica: Io di nuovo m'accuso di tutti i peccati confessati4.

20. Si dimanda per 11. Per quanto tempo duri moralmente il dolore. Altri dicono per lungo tempo, e basta che non sia ritrattato; ma ciò si ributta. Altri per un giorno, anzi La-Croix dice, che in pratica sempre dee rinnovarsi il dolore, quando il penitente per mora notabile s'è distratto in altro. Io per me non dubito col p. Roncaglia il dire, che sempreché la confessione nasce dal dolore de' peccati, sempre moralmente il dolore persevera virtualmente, almeno per uno o due giorni, mentre quella confessione è effetto del dolore. Altrimenti poi, se uno si confessasse per mera divozione, o per soddisfare al voto, o penitenza5.

21. Si dimanda per 12. Se l'atto di dolore debba esser fatto in ordine alla confessione. L'affermano Bonac., Busemb., e Concina, mentre (come dicono) così il ministro come il suscipiente debbono ordinare la materia al sacramento,


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v. gr. la lavanda al battesimo, il tatto all'ordinazione, e così il dolore alla penitenza; onde vogliono questi, che se uno fa l'atto di dolore senza pensare alla confessione, dee rinnovarlo poi quando si confessa. Altri nonperò più probabilmente, come Lugo, Sporer, Moya, Gobat. ec., lo negano; sì perché secondo il trident. basta l'attrizione avuta, sì perché il dolore almeno s'ordina all'assoluzione, quando per mezzo della confessione si manifesta. Ma perché la prima sentenza anch'è probabile, perciò in pratica quella dee seguirsi1.

22. Si dimanda per 13. Quando taluno subito dopo aver ricevuta l'assoluzione si confessa un peccato scordato, se sia tenuto di nuovo a far l'atto di dolore. Lo negano più comunemente Lugo, Anacleto, Roncaglia, Viva, Sporer ec., dicendo, che 'l primo dolore, quando è stato generale, già si stende a tutti i peccati, ed in tal caso senza dubbio moralmente già persevera; e sebbene quelli sieno più sacramenti, ben nonperò una sola materia può costituire più sacramenti, siccome un'acqua può esser materia di più battesimi. Ma l'affermano Vasq., Bonac. e Fil., dicendo, che coll'assoluzione data già è compito il primo giudizio, e 'l primo sacramento, onde per lo nuovo sacramento si richiede nuova materia, e benché il dolore perseveri, non persevera già in ordine alla seconda assoluzione, secondo quel che si è detto nel quesito precedente, poiché quel dolore è stato elicito solamente per la prima. E perché questa seconda sentenza ancora è probabile, perciò ben dicono Croix e Concina, che in pratica questa dee tenersi. S'intende nondimeno ciò prima di ricevere il sacramento, perché dopo averlo ricevuto ben sono probabili tutte le sentenze contrarie degli antecedenti tre quesiti; onde post factum ben possono seguitarsi2.

23. Si dimanda per 14. Come debba aversi il dolore de' peccati veniali. Fuori di confessione, insegna s. Tommaso3, Sufficit aliquis motus charitatis ad eorum remissionem. Ma per ricevere il sacramento della confessione è certo poi appresso tutti, che si ricerca il dolore formale. Ma qui si dubita per 1. Se pecchi mortalmente chi si confessa de' veniali senza dolore. lo negano Genetto, Giovenino, e Natale Alessandro. Dicono questi, che sempreché non v'è animo di profanare il sacramento, il frustrarlo in materia leggiera non è che leggiera irriverenza. Ma comunemente e rettamente l'affermano gli altri dd., e 'l card. de Lugo chiama la prima sentenza affatto falsa, dicendo, che la gravezza dell'ingiuria non consiste nella materia ma nel frustrare il sacramento, col non apporvi la materia atta ed essenziale, com'è il dolore; onde o si frustri per materia grave, o per leggiera, sempre è grave l'irriverenza4. Si dubita per 2. Se nella confessione delle colpe veniali basta dolersi d'una sola, senza pentirsi dell'altre. Alcuni lo negano, ma anche comunemente e giustamente l'affermano Suar., Lugo, Concina, Antoine ec., e la ragione è chiara, perché i peccati veniali non sono materia necessaria, ma sufficiente. Dicono poi Castrop., Sporer, Lugo, Tambur. ec., che basta dolersi della moltitudine de' veniali, senza pentirsi di alcuno in particolare; ma a ciò contraddicono Arriaga e Dicastillo, dicendo, esser necessario il dolore almeno verso alcuno di loro, come abbiam detto. Ma queste sentenze facilmente possono conciliarsi perché è impossibile dolersi della moltitudine delle colpe, senza dolersi delle ultime che costituiscono la moltitudine; e siccome in quanto alla specie basta (come s'è detto) dolersi d'una sorta di peccati veniali, e non di un'altra; così in quanto al numero basta dolersi degli ultimi, e non de' primi; sicché allora il penitente in recto si duole della moltitudine, ed in obliquo si duole di quell'ultime colpe5.


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§. II. Del proposito.

24. Il proposito per I. dee esser fermo. Se chi crede di ricadere ecc.

25. Per II. Dee esser universale.

26. Per III. Dee esser efficace se le ricadute sian segni sempre dell'invalidità delle confessioni. E se il proposito dee esser esplicito.

24. Tre sono le condizioni del vero proposito per la confessione: dee esser fermo, universale, ed efficace. E per I. dee esser fermo, in modo il penitente abbia animo risoluto di non peccare in qualunque caso. Qui si fa il dubbio, se vale il proposito di taluno, che non ha in animo di peccare, ma crede certo, che appresso tornerà a cadere. Suarez, Laym., Nav., Sporer ec., dicono che vale, perché il proposito della volontà ben può stare insieme col giudizio dell'intelletto, che prevede la certa ricaduta per la sperimentata fragilità. All'incontro il p. Concina riprova come infermo anche il proposito di colui che teme probabilmente di ricadere. Questa seconda opinione è troppo rigida, e poco ragionevole, perché il timore di tornare a cadere ben può consistere col proposito il più fermo che si dia. Ma neppure mi piace la prima, almeno praticamente parlando; poiché siccome ben dice La-Croix e non è lontana da ciò Busembao, in pratica chi certamente crede che ha da tornare a cadere, a conoscere che 'l suo proposito non è abbastanza fermo; mentre non è possibile, che uno, il quale già sa che Dio da il suo aiuto a chi lo spera, e glielo domanda, e che non permette, che niuno sia tentato più delle sue forze, proponga fermamente di eleggere prima ogni male, che l'offesa di Dio, e che poi creda certamente di tornare a cadere; onde se costui crede ciò, è segno che 'l suo proposito non è fermo1.

25. Per II. Il proposito dev'essere universale (parlando de' peccati mortali), come insegnano tutti con s. Tommaso2; né debbono sentirsi alcuni aa., i quali dicono, che come vale il dolore particolare, così può valere ancora il proposito particolare; poiché si risponde, che il dolore particolare si ammette perché il dolore riguarda i soli peccati commessi; ma non può ammettersi il proposito particolare, mentre ciascuno ha d'aver la volontà d'evitare tutti i peccati mortali che può commettere; perciò il Tridentino, parlando del dolore, dice, Dolor, ac detestatio de peccato commisso; ma parlando del proposito dice, cum proposito peccandi de cetero. Si è detto de' peccati mortali, perché in quanto a' veniali è certo con s. Tommaso3, che basti il proporre di astenersi da alcuno, senza che si proponga l'astenersi dagli altri4. Del resto (come dicono Suar., Croix ec.) ben l'uomo può proporre di fuggire tutti i veniali deliberati, ed in quanto agl'indeliberati basta proporre di fuggirli per quanto comporta l'umana fragilità, come dice lo stesso angelico al luogo citato.

26. Per III. dev'esser efficace, cioè che l'uomo proponga, non solo di non commettere peccati, ma anche di prendere i mezzi opportuni per evitarli, specialmente di rimuovere le occasioni prossime. Ma qui dee avvertirsi (checché si dica il p. Concina), che le ricadute non sempre son segni che i propositi prima fatti non sono stati buoni, sicché sempre debbano ripetersi le confessioni fatte come invalide, perché la ricaduta non è sempre segno che non v'è stata volontà: ma spesso è solamente segno della volontà mutata, mentre spesso sogliono gli uomini fermamente proporre e poi tornare a cadere; e perciò dice il rituale romano: In peccata facile recidentibus utilissimum fuerit consulere, ut saepe confiteantur; et si expediat, communicent: non dice, che a coloro che facilmente ricadono, non si dee dar l'assoluzione per lo dubbio che v'è del loro proposito, ma che si dee consigliare più presto, che spesso si confessino, e si comunichino: s'intende sempre che si conosce, esservi la dovuta disposizione, come diremo al punto II. del capo ultimo. Ed in quanto al


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ripetere le confessioni passate, ben dice il p. Segneri, che non v'è tal obbligo, se non si ha una moral certezza dell'invalidità delle confessioni fatte, come sarebbe quando si vede, che taluno dopo le confessioni ha voluto sempre ricadere negli stessi peccati subito (1., 2., o 3. giorni appresso) senza resistenza, e senza prendere alcun mezzo, e senza togliere l'occasione. Qui occorrerebbe parlare di coloro che sono nelle occasioni prossime, e degli abituati e recidivi in alcun vizio, ma di questi ne parleremo a parte nel punto I. e II. del capo ultimo. Resta solamente qui a vedere, se per la confessione basta il proposito virtuale incluso nel dolore. Qui vi sono tre sentenze. La 1. sentenza lo nega con Scoto, Cano, Gaetano, Toledo, Conc. ec., e lo ricavano dal trid.1, dove par che si richieda il proposito formale, dicendosi che la prima parte essenziale della penitenza è il dolore, cum proposito non peccandi de cetero. La 2. sentenza che tengono Laym., Nav., Carden., e che la chiama moralmente certa Lugo ec., l'afferma sempre che il dolore sia per motivo universale; ed anche questo si fonda sul concilio, dove si dice, che l'attrizione se esclude la volontà di peccare, già dispone alla grazia. Ed a questa aderì Benedetto XIII. nel concil. rom., in cui approvò l'istruzione ivi posta al popolo, dove si dice2 che chi non ha meno l'attrizione col fermo proposito, almeno implicito, di non peccare più, non riceve il perdono. La 3. sentenza con Suar., Bellarm., Bonac., ed Holzm., il quale la chiama comune, distingue e dice, che se 'l penitente niente pensa al futuro, come facilmente può accadere agl'infermi prossimi a morire, allora basta il proposito implicito. Altrimenti poi dee dirsi di chi pensa al futuro, perché (come dice lo stesso concilio) la contrizione contiene così la cessazione del peccato, come l'incominciamento di nuova vita, secondo quel d'Ezechiele: proiicite a vobis iniquitates... et facite vobis cor novum3. Del resto, perché la prima sentenza è abbastanza probabile, prima del fatto quella dee seguirsi: ma dopo il fatto, se taluno in buona fede s'è confessato col proposito implicito, non è tenuto a ripetere le confessioni, come dicono Bellarm., Suarez, Vasq., Bonac., ed altri comunemente, mentre chi probabilmente ha ricevuto il sacramento valido non è obbligato a ripeterlo, poiché allora cessa il pericolo dell'ingiuria del sacramento di frustrarlo4.




4 Sess. 44. cap. 3.



1 3. p. q. 87. a. 1.



2 Lib. 6. n. 435.



3 N. 436.



4 2. 2. q. 14. a. 2.



1 1. 2. q. 109. a. 8.



2 L. 6. n. 437. dub. 1.



3 Ibid. dub. 3.



4 Ibid. dub. 2.



5 De ver. q. 28. a. 5. ad 4.



6 Ezech. 33.



7 In 4. dist. 17. q. 2. a. 3. q. 3. ad 2.



8 Lib. 6. n. 438.



1 Lib. 6. n. 439.



2 De syn. l. 7. c. 13. ex n. 6.



3 Sess. 14. cap. 4.



1 Suppl. q. 5. art. 3.



2 Quodl. 4. a. 10.



3 Sess. 14. cap. 4.



1 Prov. 8.



2 Ioan. 14.



3 Ioan. 4.



4 2. 2. q. 45. a. 4.



5 2. 2. q. 24. a. 12.



6 2. 2. q. 44. a. 8. ad 2.



7 Sess. 3. c. 6.



8 25. 16.



9 1. 2. q. 40. a. 7.



10 Hist. Trid. l. 8. c. 13.



11 Lib. 6. ex n. 440.



12 Sess. 14. c. 4.



1 Lib. 4. n. 443.



2 In 4. dist. 17. q. 3. a. 4. q. 1.



3 Lib. 6. n. 444.



4 N. 445.



5 N. 446.



1 Lib. 6. n. 447.



2 N. 448.



3 3. p. q. 87. a. 2.



4 Lib. 6. n. 440. v. Dub. 1.



5 N. 449. dub. 2.



1 Lib. 6. n. 451.



2 3. p. q. 87. a. 1. ad 1.



3 Ibid.



4 Lib. 6. n. 451. v. II. Requiritur.



1 Sess. 14. c. 4.



2 P. 440.



3 Ezech. 18.



4 Lib. 6. n. 450.






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