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S. Alfonso Maria de Liguori
L'amore delle anime

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CAPITOLO VI - Del sudore di sangue ed agonia patita da Gesù nell'orto.

1. Ecco come il nostro amorosissimo Salvatore giunto all'orto di Getsemani volle da se stesso dar principio alla sua amara Passione con dar libertà alle passioni del timore, del tedio e della mestizia che venissero ad affliggerlo con tutti i


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loro tormenti: Coepit pavere, taedere et maestus esse (Ex Marc. XIV, 33 et Matth. XXVI, 37).1 Cominciò dunque per prima a sentire un gran timor della morte e delle pene che dovea tra breve soffrire: Coepit pavere. Ma come? non era egli quello che spontaneamente si era offerto a tali patimenti? Oblatus est quia ipse voluit (Is. LIII, 7). Non era egli quello che avea tanto desiderato questo tempo della sua Passione, avendo poc'anzi detto: Desiderio desideravi hoc pascha manducare vobiscum? (Luc. XXII, 15). E poi allora come apprese tanto timore di sua morte che giunse a pregare suo Padre a liberarnelo: Pater mi, si possibile est, transeat a me calix iste? (Matth. XXVI, 39). Risponde il V. Beda e dice: Orat transire calicem, ut ostendat quod vere homo erat.2 Egli l'amante Signore ben volea morire per noi per dimostrarci colla sua morte l'amore che ci portava; ma acciocché gli uomini non avessero pensato ch'egli avesse assunto un corpo fantastico - come han bestemmiato alcuni eretici - o pure che per virtù della sua divinità fosse morto senza provare alcuna pena; perciò egli fece quella preghiera al Padre non già per essere esaudito, ma per dare ad intendere a noi ch'esso moriva come uomo, e moriva afflitto da un gran timor della morte e de' dolori che doveano accompagnar la sua morte.

O Gesù amabilissimo, voi voleste prendere per voi la nostra timidezza per dare a noi il vostro coraggio nel soffrire i travagli di questa vita. Siate sempre benedetto di tanta pietà ed amore. V'amino tutti i nostri cuori quanto voi lo desiderate e quanto lo meritate.

2. Coepit taedere. Cominciò anche a sentire un gran tedio delle pene che gli erano apparecchiate. Quando v'è tedio anche le delizie riescono penose. Or quali angosce unite a tal tedio dovette recare a Gesù Cristo l'orrido apparato che allora se gli rappresentò alla mente di tutti i tormenti esterni ed interni che in quel resto di vita doveano fieramente cruciare il corpo e l'anima sua benedetta? Allora se gli fecero avanti distintamente tutti i dolori che dovea soffrire, tutti i scherni che aveva a ricevere da' Giudei e da' Romani: tutte le ingiustizie che gli doveano fare i giudici della sua causa: e specialmente se


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gli fece innanzi quella morte desolata che far dovea, abbandonato da tutti, dagli uomini e da Dio, in un mare di dolori e di disprezzi. E ciò fu che gli cagionò un tedio così amaro che l'obbligò a dimandare conforto all'Eterno suo Padre. Ah Gesù mio, vi compatisco, vi ringrazio e v'amo.

3. Apparuit autem... angelus... confortans eum (Luc. XXII, 43). Venne il conforto, ma questo, dice Beda, più gli accrebbe che alleggerì la pena: Confortatio dolorem non minuit sed auxit.3 Sì, perché l'angelo lo confortò a più patire per amore dell'uomo e per la gloria del suo Padre. - Oh quanto vi apportò d'affanno, amato mio Signore, questo primo combattimento! Nel progresso di vostra Passione i flagelli, le spine, i chiodi vennero divisamente a tormentarvi, ma nell'orto i dolori di tutta la vostra Passione vi assalirono tutti insieme ad affliggervi. E voi tutto accettaste per mio amore e per mio bene. Ah mio Dio, quanto mi rincresce di non avervi amato per lo passato e di avere posposta la vostra volontà a' gusti miei maledetti! Li detesto sopra ogni male e me ne pento con tutto il cuore. Gesù mio, perdonatemi.

4. Coepit contristari et maestus esse. Col timore e col tedio cominciò insieme a sentire Gesù una gran malinconia ed afflizione d'animo. Ma, Signor mio, voi non siete quello che a' vostri martiri avete data tanta gioia nel patire che giungevano a disprezzare i tormenti e la morte? Di S. Vincenzo, dice S. Agostino, ch'egli parlava con tanta allegrezza nel suo martirio che pareva che un altro patisse ed un altro parlasse.4 Di S. Lorenzo narrasi che bruciando sulla graticola era tanta la consolazione che godeva nell'anima che insultava il tiranno dicendogli: Versa et manduca.5 E come poi voi stesso, o Gesù mio, che donaste un'allegrezzagrande a' vostri servi nel morire, vi eleggeste morendo una tanta mestizia per voi?


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5. O allegrezza del paradiso, voi col vostro gaudio rallegrate il cielo e la terra, ed ora perché vi miro così afflitto e mesto? e vi sento dire che la tristezza che v'affligge è valevole a darvi la morte? Tristis est anima mea usque ad mortem (Marc. XIV, 34). Mio Redentore, e perché? Ah già v'intendo! No, che non tanto furono i dolori della vostra Passione quanto i peccati degli uomini e fra questi i peccati miei che allora vi apportarono quella gran pena di morte.

6. Egli l'Eterno Verbo quanto amava il suo Padre, tanto odiava il peccato, di cui ben conoscea la malizia: onde per togliere il peccato dal mondo e per non vedere più offeso il suo amato Padre, egli era venuto in terra e s'era fatt'uomo, ed aveva intrapreso a soffrire una Passione ed una morte così dolorosa. Ma vedendo poi che con tutte le sue pene pure s'aveano da commettere tanti peccati nel mondo, questo dolore, dice S. Tommaso, superò il dolore che qualsivoglia penitente ha sentito mai per le sue proprie colpe: Excessit omnem dolorem cuiuscumque contriti;6 e superò qualunque pena che possa affliggere un cuore umano.7 La ragione è, perché tutte le pene degli uomini sempre sono mescolate con qualche sollievo, ma il dolore di Gesù fu puro dolore senza sollievo: Purum dolorem absque ulla consolationis permixtione expertus est (Contens. t. II, l. 10, diss. 4).8 - Ah s'io v'amassi, s'io v'amassi, o Gesù mio, al mirare quanto voi avete patito per me mi diventerebbero dolci tutti i dolori, tutti gli obbrobri e le molestie del mondo. Deh, concedetemi voi il vostro amore, acciocché io patisca con gusto o almeno con pazienza quel poco che mi date a soffrire. Non mi fate morire così sconoscente a tante finezze del vostro amore. Propongo nelle tribulazioni che mi occorreranno dir sempre: Gesù mio, abbraccio


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questa pena per amor vostro; la voglio soffrire per dar gusto a voi.

7. Nelle istorie si legge che molti penitenti essendo illuminati dalla divina luce a vedere la malizia de' loro peccati sono arrivati a morirne di puro dolore.9 Or quale tormento poi doveva essere al Cuore di Gesù la vista di tutti i peccati del mondo, di tutte le bestemmie, sacrilegi, disonestà e di tutte l'altre colpe che s'aveano a commettere dagli uomini dopo la sua morte, ciascuna delle quali venne allora come una fiera crudele a lacerargli il Cuore colla sua propria malizia? Onde diceva allora il nostro afflitto Signore colà agonizzando nell'orto: Dunque, o uomini, questa è la ricompensa che voi avete a rendere all'immenso amor mio? Ah s'io vedessi che voi grati al mio affetto lasciaste di peccare e mi cominciaste ad amare, oh con quanta mia gioia anderei ora a morire per voi! Ma il vedere dopo tante mie pene tanti peccati, dopo tanto mio amore tanta ingratitudine, questo è quello che più m'affligge, mi fa mesto sino alla morte e mi fa sudar vivo sangue. Et factus est sudor eius sicut guttae sanguinis decurrentis in terram (Luc. XXII, 44). Sicché al dir del Vangelista questo sudore sanguigno fu così copioso che prima bagnò tutte le vesti del Redentore e poi scorse in copia a bagnar la terra.

8. Ah mio innamorato Gesù, io non vedo in quest'ortoflagellispinechiodi che vi feriscano; e come vi miro tutto bagnato di sangue da capo a piedi? Dunque i peccati miei furono il torchio crudele, che allora a forza d'afflizione e di mestizia spremettero tanto sangue dal vostro Cuore? Dunque io ancora fui allora uno de' vostri più crudeli carnefici, che mi aggiunsi a maggiormente cruciarvi co' peccati miei? È certo, che se io meno avessi peccato, meno allora voi, Gesù mio, avreste patito. Quanto dunque più di piacere io m'ho preso in offendervi, tanto più d'affanno io allora accrebbi al vostro Cuore addolorato. E come questo pensiero ora non mi fa morir di dolore, in intendere ch'io ho pagato l'amore che mi avete dimostrato nella vostra Passione, con aggiungervi tristezza e pena? Io dunque ho tormentato quel Cuore così amabile ed


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amoroso, che mi ha tanto amato? Signore, giacché ora non ho altro mezzo da consolarvi che col dolermi di avervi offeso, sì, Gesù mio, che me ne doglio, e me ne dispiace con tutto il cuore. Datemi voi un dolorforte, che mi faccia piangere continuamente sino all'ultimo fiato di mia vita i disgusti che ho dati a voi, mio Dio, mio amore, mio tutto.

9. Procidit in faciem suam (Matth. XXVI, 39). Gesù vedendosi addossato il peso di soddisfare per tutti i peccati del mondo, si buttò colla faccia a terra a pregare per gli uomini, come si vergognasse di alzare gli occhi in cielo, nel vedersi carico di tante scelleraggini. -Ah mio Redentore, io vi miro tutto affannato ed impallidito per la pena! Voi state in agonia di morte, e pregate! Factus in agonia prolixius orabat (Luc. XXII, 43). Ditemi, per chi pregate? Ah che allora non tanto pregavate per voi, quanto per me, offerendo all'Eterno Padre le vostre potenti preghiere unite alle vostre pene, per ottenere a me misero il perdono delle mie colpe! Qui in diebus carnis suae preces supplicationesque ad eum, qui possit illum salvum facere a morte, cum clamore valido et lacrimis offerens, exauditus est pro sua reverentia (Hebr. V, 7). Ah mio Redentore, come avete potuto tanto amare chi tanto v'offese? Come avete potuto abbracciare tante pene per me, vedendo già voi sin d'allora l'ingratitudine ch'io doveva usarvi?

10. Deh fatemi parte, afflitto mio Signore, di quel dolore che voi aveste allora de' peccati miei. Io gli abborrisco al presente ed unisco questo mio abborrimento all'abborrimento che voi ne sentiste nell'orto. Ah mio Salvatore, non guardate i peccati miei, perché non mi basterebbe l'inferno; guardate le pene che avete patite per me! - O amore del mio Gesù, tu sei l'amore e la speranza mia. Signore, io v'amo con tutta l'anima mia e voglio sempre amarvi. Deh per li meriti di quel tedio e mestizia che patiste nell'orto datemi fervore e coraggio nelle opere di vostra gloria. Per li meriti della vostra agonia datemi conforto per resistere a tutte le tentazioni della carne e dell'inferno. Donatemi la grazia di sempre raccomandarmi a voi e di sempre replicarvi con Gesù Cristo: Non quod ego volo, sed quod tu (Marc. XIV, 36). Non si faccia la mia ma sempre la vostra divina volontà. Amen.




1 Coepit pavere et taedere. Marc. XIV, 33. - Coepit contristari et maestus esse. Matt. XXVI, 37.



2 S. BEDA VENERABILIS, In Marci Evangelium expositio, lib. 4. ML 92-276.

3 Anche il Mansi, Bibliotheca moralis praedicabilis, tract. 60, discursus 17, n. 8, riferisce ex Beda in Lucam queste parole: “Confortatus est, sed tali confortatione quae dolorem non minuit, sed magis auxit. Confortatus enim est ex fructus magnitudine, non subtracta doloris amaritudine.” Però non si ritrovano nel Commentario di S. Beda, in Luc. XXII, 43.



4 “Tanta poena erat in membris tanta securitas in verbis, tamquam alius torqueretur, alius loqueretur.” S. AUGUSTINUS, Sermo 275, in Natali martyris Vincentii, n. 1. ML 38-1254.



5 “Elevans oculos suos in Decium, dixit: Ecce, miser, assasti unam partem, regira aliam et manduca.” Acta S. Laurentii, ex Martyrologio Adonis, n. 11: inter Acta Sanctorum Bollandiana, die 10 augusti. - “Cum, illuso tyranno, impositus super craticulam exureretur: “Assum est, inquit, versa et manduca.” Ita animi virtute vincebat ignis naturam.” S. AMBROSIUS, De officiis ministrorum, lib. 1, cap. 41, n. 206. ML 16-85, 86.



6 “Christus non solum doluit pro amissione vitae corporalis propriae, sed etiam pro peccatis omnium aliorum. Qui dolor in Christo excessit omnem dolorem cuiuslibet contriti; tum quia ex maiori sapientia et caritate processit, ex quibus dolor contritionis augetur; tum etiam quia pro omnium peccatis simul doluit.” S. THOMAS, Sum. Theol.,  III, qu. 46, art, 6, ad 4.



7 “Dolor in Christo fuit maximus inter dolores praesentis vitae.” S. THOMAS, I. c., c.



8 Vincentius CONTENSON, O. P., Theologia mentis et cordis, lib. 10, dissertatio 4, cap. 1, speculatio 1, Tertius excessus.

9 Vari di questi esempi si possono leggere nei Sermones Discipuli de tempore et de sanctis cum exemplorum promtuario, Venetiis, 1598. Molto probabilmente S. Alfonso allude ai due esempi - 20 e 21 - che si trovano a pag. 92 del Prontuario, dei quali il secondo è riportato anche nelle Glorie di Maria.




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