Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Regolamento S. d. C. - 1910
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REGOLAMENTO DEI SERVI DELLA CARITÀ (1910)

Parte PRIMA

Capo III. DEGLI ASPIRANTI

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§ I. Indirizzo per moltiplicare gli aspiranti

§. II. Dei difetti nei Servi della Carità

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[- 1257 -]

Capo III.

DEGLI ASPIRANTI

 

<< <   > >>§ I.

Indirizzo per moltiplicare gli aspiranti

 

[51]Si premette che l'istituto dei Servi della Carità deve essere quasi calamita che attragga a sé i cuori delle vocazioni. La calamita attrae con desiderio di moltiplicare intorno all'istituto fratelli di lavoro; è calamita di preghiera, per mezzo della quale prega Iddio e i santi del Signore, e fra i santi in particolare S. Giuseppe perché moltiplichi le famiglie religiose, le quali sono destinate a crescere in conformità della stessa Sacra Famiglia.

 La carità dell'istituto dev'essere calamita che trae indefessamente per la virtù che ha in sé, virtù che nei Servi della Carità è di dilezione e di sacrificio.

La carità dell'istituto dei Servi della Carità è calamita che trae qualunque sorta di ferro, purché sia ferro atto ad essere lavorato e a lavorare.- 1258 -

Le vocazioni degli aspiranti fra i Servi della Carità devono essere ferro abile, cioè possedere[52] le attitudini per avere poi il buono spirito religioso.

Gli aspiranti almeno abbiano le tre qualità seguenti in aggiunta al buono spirito suddetto: virtù, scienza, salute.

Il buon criterio in un intelletto aperto può supplire in parte le virtù di orazione e di salute fisica.

Uno spirito ingenuo di preghiera e di elevazione può supplire al manco di ingegno e di salute corporale.

Una salute ferrea di corpo può pure supplire al difetto dell'ingegno e della virtù di pietà, purché ingegno e pietà siano almeno in grado sufficiente.

Parimente quanto alla chiarezza di vocazione si possono notare tre gradi.

Il primo è di chi entra quasi trascinato dalle circostanze e quasi a malincuore; il secondo grado è di chi entra tuttavia titubante ed a passi quasi vacillanti per timore reverenziale e per diffidenza di sé; il terzo grado e più benemerito è di colui che, superate non poche e non leggere difficoltà da parte della carne e del sangue, entra nell'arringo della vita religiosa quasi soldato che ha già in pugno la palma del trionfo.

Come è evidente, al cospetto della fede la vita continente e religiosa è tanto superiore alla vita propria della carne e del sangue, quanto il cielo è superiore alla terra.[53] Sono dunque da corroborare i deboli, da confortare i titubanti, da spronare i già gagliardi.

Sono pure da notare due indirizzi, che sembrano opposti, ma che sono ambedue eccellenti secondo le circostanze.

Si danno delle guerre che si possono ingaggiare e combattere a preferenza con i corpi di un esercito compatto e perfettamente disciplinato, ma si danno anche delle circostanze per le quali conviene improvvisare soldati per una battaglia campale e commettere tosto la battaglia, perché urge e non è tempo per allevare una truppa disciplinata.

Il venerabile don Bosco era di parere, contro il consiglio dello stesso venerabile Cafasso20, che la società attuale abbisogna - 1259 -di una falange di soldati improvvisati.

Così egli, colla energia della sua volontà, improvvisò una falange di soldati ministri di Dio, togliendoli dalla campagna, dalle arti meccaniche, dalle arti professionali ed anche dalla magistratura, a qualunque età, di ogni grado di salute fisica, di ogni grado di salute morale, di ogni grado di ingegno intellettuale.

 Con questo indirizzo il venerabile don Bosco con sorpresa e con meraviglia universale seppe improvvisare eserciti di sacerdoti religiosi, con a fianco reggimenti di religiosi laici per le arti e pei mestieri, e con questo nello spazio di mezzo secolo[54] egli ed il suo successore don Michele Rua21 seppero estendere più che trecento case collegiali di studi, di arti e di mestieri nelle quattro parti del mondo.

E ciò che egli seppe fare con il ministero dei religiosi suddetti, lo stesso seppe pure ottenere improvvisando un esercito di suore, che chiamò Figlie di Maria ausiliatrice, e che pur diffuse in collegi di studio o di professione femminile.

Il venerabile Giuseppe Cottolengo aveva prevenuto l'indirizzo del venerabile don Bosco e lo continuava di fianco allo stesso, mediante l'opera della Piccola Casa della Provvidenza in Torino, la quale dessa sola, nello spazio di circa tre quarti di secolo, è cresciuta ad una città di settemila ricoverati.

Istituzione ammirabile, alla quale guardava già con sorpresa Pio IX e la salutava piccola città dei santi.

In questi due venerabili servi del Signore e nell'indirizzo di queste due grandiose istituzioni i Servi della Carità, piccini, piccini, devono guardare con occhio di grande ammirazione e con affetto di emulazione santa.

Per altro va sempre inteso che, mentre i Servi della Carità confidano in Dio, devono pure mettere in opera tutti quei mezzi che suggerisce la prudenza umana.

I Servi della Carità, benché[55] agli inizi della loro istituzione si vedono circondati da centinaia e centinaia di fanciulli e di ricoverati di ogni condizione ed età, specialmente nelle due case maggiori di - 1260 -Como e di Milano, vi studino e vi lavorino dentro, perché ivi dinanzi ai loro occhi è un campo ubertoso nel quale nascono e crescono le vocazioni religiose.

Lo stesso si dica delle altre case minori.

Ed i sacerdoti, i quali di preferenza si applicano alla vita apostolica, predicazioni, missioni di quaresimali, mesi sacri, si adoperino per addivenire davvero pastores quaerentes oves, per ottenere colla salvezza dei popoli anche l'aiuto di buone vocazioni, che strappate dal mondo servano a Gesù Cristo ed alla sua Chiesa.

Oh, quante vocazioni si potrebbero guadagnare da quelli che sono penetrati dallo spirito della propria fondazione e sanno diffonderlo nei cuori altrui ! Quando poi avvenga che in casa una vocazione, benché bambina, si dimostri, è da segregare prima che il contagio del rispetto umano o il turbine di una bufera di scherno e di persecuzioni schianti e disperda un prezioso germe di vocazione religiosa.

Quanto alle vocazioni che vengono da fuori, bisogna riflettere che la tristizia dei tempi cresce a dismisura, che le vocazioni religiose si fanno[56] sempre più rare, che però cresce la necessità di coltivare tutti quelli che in qualsiasi circostanza di tempo, di luogo, di persone si presentano.

Il gran dovere di ogni cristiano è di non tremare davanti al pericolo, ma lavorare con tutte quelle forze e nei modi tutti che la divina Provvidenza suggerisce.

 Con queste norme piaccia al Signore che anche l'istituto dei Servi della Carità cresca di numero e non solamente di numero materiale, che sarebbe meschina cosa ed illusoria, ma che nel medesimo tempo cresca nelle virtù morali e nel fervore di zelo religioso.

Amen, amen! Fiat, fiat!

<< <   > >>§. II.

Dei difetti nei Servi della Carità

 

I difetti possono essere di mente, di cuore, di corpo; possono trovarsi negli aspiranti al sacerdozio ovvero nei semplici aspiranti alla professione laicale.

I difetti di mente possono essere certa quale deficienza - 1261 -di criterio e di conoscenza delle persone e delle cose, da rendersi poco capace a trattare le persone e le cose; ovvero possono essere difetti eccessivi di una semplicità che confina colla dabbenaggine; ovvero difetto di instabilità[57] e di volubilità, per cui si rendono meno capaci a trattare imprese di qualche importanza.

Evidentemente, se questi difetti si possono tollerare nei laici, è molto più difficile sostenerli negli ecclesiastici, a meno che al difetto di una certa quale insipienza supplisca abbondanza di virtù morale od anche abbondanza di forze fisiche.

Un istituto nascente, che ha bisogno dell'aiuto di molti e che per averne molti bisogna che riceva i discreti d'ingegno, potrà e vorrà dirigersi con vastità di pensiero e con abbondanza di cuore, riflettendo che accettare nella religione degli individui per sottrarli ai pericoli del mondo è opera tanto buona, che non può non essere da Dio largamente retribuita.

In un individuo possono essere difetti di cuore.

Sentimentalità più o meno gravi e pericolose, incostanza di proposito, fiacchezza in superare le difficoltà, difficoltà di carattere, il sentirsi refrattari a vivere in comunità e simili difetti di cuore sono a considerarsi coll'occhio della fede e colla pratica dell'esperienza, come si è detto pei difetti di mente.

I difetti del cuore è da augurarsi che siano almeno in qualche modo suppliti dalle doti di intelligenza ed anche dalle forze fisiche e dalle attitudini a diversi e svariati uffici nella casa.[58] Solo il Signore è senza peccato e senza difetto di sorta.

Per fare un po' di bene a sé ed agli altri conviene valersi dell'uomo in quanto è uomo, cioè piccolo, fragile, mortale.

Quanto ai difetti di corpo, possono essere quasi mostruosi alla vista, quasi intollerabili per la noia che recano: fetore grave di naso o di respirazione, cisposità di occhi incurabile ed attaccaticcia, disposizione evidente con principio determinato di malattie sottili, contagiose e simili.

Questi difetti sarebbero quasi peso insopportabile alla pazienza ed alla virtù generica di un istituto.

 Altri difetti meno gravi, propri di chi è zoppicante, gibboso, balbuziente o ciecuziente, questi sono difetti tali da pesarsi colla bilancia delle leggi canoniche e con la bilancia altresì dell'indole e della virtù dei membri in - 1262 -generale dell'istituto.

Anche qui si ripetono le medesime osservazioni di sopra, che cioè alla infermità corporale suppliscano belle doti di mente e migliori doti di cuore.

In questi argomenti due servi di Dio ambedue venerabili, don Giovanni Bosco ed il maestro e direttore di lui don Cafasso22, erano di parere affatto opposto.

Il Cafasso diceva: «Poco e bene»; e don Bosco alla sua volta: «Molto, benché abborracciato».[59] Le persone e le opere si devono improvvisare come una leva in massa di soldati contro i nemici che omai sono alle porte.

Certamente amendue quei santi personaggi avevano ragione.

Il poco e buono, come i dodici apostoli e come i dottori della santa Chiesa, basta in mano al Signore; ma l'esercito improvvisato di don Bosco raccolse e raccoglie tuttogiorno palme di gloriosi trionfi.

Ciascuno istituto si dirige in conformità della propria vocazione e della divina grazia.

Noi, piccini piccini, ci dichiariamo scolari del venerabile Giovanni Bosco e nutriamo desideri di seguirne le tracce, come da meschinelli è dato di poter fare.

Altri difetti più particolari sono considerati nel corpo della Regola e sono qualificati nell'indirizzo dell'istituto.

Se ne consulti dunque lo spirito e la pratica di detta Regola.

Qui si aggiungono semplicemente talune osservazioni.

Ogni uomo è fallace e Dio solo è infallibile.

Si segua adunque intiera la parola del Signore e meno quella degli uomini.

Solamente Iddio è santo e gli uomini tutti più o meno hanno le magagne di miserie; noi dunque impariamo a conversare sovrattutto con Dio e meno con le povere creature sue, uomini che percorrono i sentieri di questa valle di lagrime.

Ma siamo nel mondo e dobbiamo anche trattare le persone e le cose del mondo.

[60]In pratica ci soccorra il detto di S. Agostino: «Nelle cose necessarie vi sia sempre unità di pensiero; nelle cose dubbie non si neghi la libertà ad ognuno di fare e di dire, purché con ogni persona ed in ogni atto della vita si usi sempre carità e sopportarsi a vicenda gli uni gli altri».

La Regola, perché è di ogni luogo e anche di un tempo - 1263 -lontano, suggerisce ai superiori di essere meno facili a dispensare sopra difetto riservato all'istituto e non meno facili a dimandare dispensa sopra difetti riserbati all'autorità suprema.

 Nondimeno, per quanto si è ripetuto in più luoghi e finché l'istituto è nascente, finché urge l'improvvisazione di personale, sarà non solamente da perdonare, ma da consigliare che la direzione dell'istituto sia più facile a inclinare alla misericordia che alla giustizia.





p. 1258
20 S. Giuseppe Cafasso (1811-1860), sacerdote torinese. Fu l'apostolo dei carcerati e guida esemplare di sacerdoti, tra cui S. Giovanni Bosco.



p. 1259
21 Don Michele Rua (1837-1910), primo successore di S. Giovanni Bosco nella guida della Congregazione Salesiana.



p. 1262
22 Cfr. nota 20.



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