Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Regolamento S. d. C. - 1910
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REGOLAMENTO DEI SERVI DELLA CARITÀ (1910)

Parte PRIMA

Capo V. DELL'ABITO

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§ I. Norme generali

§ II. Abito dei Servi della Carità

1265
[- 1265 -]

Capo V.

DELL'ABITO

 

<< <   > >>§ I.

Norme generali

 

[66]L'abito non fa il monaco, ma lo indica; ed è bello che nella società più perfetta nel mondo, la Chiesa di Gesù Cristo, vi siano uffici vari, congregazioni di sacerdoti e di religiosi per il disimpegno generale delle molteplici mansioni nella gran casa del Signore.

Bello è vedere il molteplice numero - 1266 -di queste famiglie religiose che, ornate ciascuna di un abito proprio, lavorano nella vigna del Padre celeste.

L'abito degli ordini e congregazioni religiose, sia antiche che moderne, indica nella forma la natura del tempo e delle circostanze varie dei tempi medesimi.

Bello è pertanto che queste famiglie militanti rechino alta[67] la propria uniforme a seconda delle lotte sostenute nei vari secoli della Chiesa.

Sta bene pertanto che ogni congregazione od ordine religioso conservi sacro il deposito della uniforme ricevuta e che questo abito porti sempre onorato attraverso le battaglie dei secoli.

Sotto questo rapporto l'abito dei diversi ordini religiosi riveste un non so che di uniformità come le schiere delle gerarchie celesti.

I cori degli angeli in cielo cantano le lodi del Signore.

Gli eserciti dei soldati di Gesù Cristo in terra combattono le lotte e celebrano i trionfi della Chiesa militante di Gesù Cristo.

Non però l'abito religioso è così insito nel carattere dello stesso da apparire come uno solo colla persona che lo porta.

La virtù è nell'interno dell'animo e l'abito è segno esterno, che semplicemente dimostra virtù e santità.

E dunque l'abito un'uniforme accidentale, che tante volte conviene mutare e togliere in modo assoluto, come conviene fare in tempo di persecuzione, in mezzo a popoli più o meno civili ovvero in mezzo a popoli dissidenti o, che è peggio, infedeli e barbari.

<< <   > >>§ II.

Abito dei Servi della Carità

 

[68]L'abito del servo della Carità è il semplice abito sacerdotale, che consiste nella veste talare e nel collare bianco.

Si aggiunge una fascia che circonda la veste talare, secondo il rito romano.

Questa fascia aggiunge proprietà all'abito e si usa in parecchie diocesi nostre.

Porta un crocefisso di mediocre grandezza sotto la veste talare, affrancato ad un cordoncino nero che passa sul collo del servo della Carità.

E qui è tutto l'abito del nostro istituto.

 E un abito che si conforma il più ed il meglio possibile alla natura dei tempi ed alla pratica comune ai giorni nostri.- 1267 -

Il servo della Carità laico veste come il sacerdote, meno il collare bianco.

Si permette per altro in casa, a tenore delle occupazioni di infermiere, di bracciante e simili, che il religioso laico porti una specie di soprabito leggero fino alle ginocchia, da raccogliersi da una fascia intorno alla vita, a guisa di blouse, come meglio secondo le circostanze e per riuscire specialmente spedito nel disimpegno delle proprie mansioni.

Questo abito dei Servi della Carità per intanto si permette che sia anche un modesto abito secolaresco,[69] che non distingue il religioso dal laico in altro che dal contegno serio e modesto.

Più tardi e come meglio e secondo le circostanze è da augurarsi che il servo della Carità laico si attenga strettamente all'abito di Regola.

Ad ognuno dei Servi della Carità, sacerdote o laico, è imposto il medesimo taglio di stoffa, una uniforme divisa, da conservarsi con pulizia e da riparare o mutare solo in caso di bisogno e dopo un uso periodico di tempo.

Presso il servo della Carità vale l'adagio: «Il primo vestimento indosso e il secondo nel fosso», vale a dire che non abbia che due semplici mute di vestimenta, per non uscire dal confine di quella povertà che deve costituire la ricchezza e la felicità di un verace cristiano religioso.


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