Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Saggio di ammonimenti famigliari
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SAGGIO DI AMMONIMENTI FAMIGLIARI PER TUTTI MA PIÙ PARTICOLARMENTE PER IL POPOLO DI CAMPAGNA

IV. Mio caro popolo, guai a te che vai perdendo la fede santissima

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IV.

Mio caro popolo, guai a te che

vai perdendo la fede santissima

  Son già molte volte che capitandomi di dover attraversare paesi di campagna mi affaccio in uomini rispettabili per senno e per vecchiaia, i quali sedendo presso le rustiche lor case emettono <a> tratto <a> tratto dal cuore affannosi sospiri, intanto che calde lagrime piovono lor giù dalle guance. "Venerandi[61] padri, perché piangete voi?" domando io loro. Ed essi a me: "Ah! E chi non piangerebbe dacché lo scandalo a questi nostri infelicissimi tempi è cresciuto tanto e la religion nostra va ognora perdendo?".

  Popolo mio, egli è dunque vero che tu vai perdendo la tua santa fede? Così almen non fosse! Ma e lo confermano i fatti e lo veggono questi occhi che portiamo in fronte. L'indizio nefasto poi è questo, che tu vieni tanto meno al rispetto dei tuoi sacerdoti come dei Sacramenti, delle tue chiese e dei cimiteri, non che delle pie confraternite e di ogni solida pratica di religione. Infatti, per venirne anche subito alle prove, qual profondo rispetto non s'aveva pochi anni addietro al sacerdote e quanto poco a' nostri. Perocché in quei tempi, che i liberali impudenti vogliono seguir a chiamar di superstizione e di ignoranza, tutti correvano al pastor delle anime loro per essere benedetti in ogni impresa, e in presente egli è lasciato da parte in tutto [62]e bruttamente. Allora si stimava la parola del sacerdote come parola di chi tiene in sua mano la legge del Signore, e adesso si trascura anche dal popolo e la si deride persino altresì quando egli l'annunzia dal pergamo o nel tribunal di Penitenza. Pensate poi nei privati ragionamenti: basti dire che perfin nella trattazione delle pubbliche cose in una comunità, dove ha sempre parte grande ben anche la religione, al sacerdote non si vuol punto attendere. Che anzi gli incivili, gl'ingiusti, i superbi per disfarsene affatto giungono persino a dire: "Il prete a confessare ed a dire la sua Messa, il restante a noi...", quasiché il ministro del Signore,- 30 - il quale è anche primo cittadino in uno Stato ed illuminato meglio che altri mai, non possa tampoco usare di quel diritto che per altro la legge non nega neppur all'ultimo poltrone delle piazze, diritto che si osserva ancor tra i barbari, perché non si è mai inteso che chicchessia con tutti e dappertutto sia stato impedito di esporre le proprie ragioni. [63]Per la qual cosa, popolo mio, tu devi ben badare a te stesso. Perocché come per un figlio a mancar di rispetto al proprio padre è cattivo segno, così indizio peggiore sarebbe anche per te se venissi poi altrettanto meno al rispetto de' tuoi sacerdoti, i padri dell'anima tua, perché ti fanno nascere alla Chiesa e a Dio. Dessi che seguono a beneficarti finché ti consegnino ancora in mano al Signore nel punto di morte, e dessi che ancor dopo non omettono di pregare ogni sulle vostre tombe.

  Se non che la sventura s'aggrava ancor per questo, che il popolo non solo ha imparato a disprezzare i sacerdoti, ma per conseguenza l'altre cose sacre allo stesso modo. Per vero gran cosa son anche le chiese, abitazione augusta di Dio vivente nel Santissimo Sacramento. Se non che in quale stima teniam poi noi queste sante case del Signore? Oh, certo che come noi non operavano i nostri antenati! Perché se è vero, come è verissimo, ciò che insegna sant'Agostino,[64] essere cioè gli uomini tali quali le cose che amano, cosicché se amino il cielo sieno celesti, se amano la terra sieno terrestri, ben potressimo chiamare uomini celesti gli antenati nostri perché tanto si curavano degli interessi di lassù. Infatti essi per fabbricare una casa meno indegna della maestà di Dio si sarebbero perfin accontentati di dormir a cielo scoperto. Volentieri ancora avrebbero spogliato se stessi per adornare gli altari del Dio vivente. Né se fossero stati altrimenti disposti non sarebbero anche mai sorte dal suolo quelle basiliche grandiose e que' tanti ornamenti, non che quei tesori e quelle tant'altre cose le quali però fanno rimanere tuttodì in continua estasi di ammirazione i cristiani, ahi troppo freddi, del tempo nostro! I quali si posson ben chiamare cristiani di terra e di terra ancor vile, mentre dimostrano di non volersi saziare che con altrettanto di fango. È duro il dirlo, ma non è men vero che la gente di oggidì s'affac<c>endi tanto per

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fabbricare a sé vaste case a mo' [65]di palagi e lascino poi che il Signore abiti in un tugurio di chiesa. S'industriano essi anche più per ben vestire e intanto s'accontentano di coprire Gesù Cristo sugli altari con paramenti che son da meno degli abiti di persona appena civile. La gente è prodiga nello spendere in tante superfluità, ma non così quando si tratta di far la carità al Signore per onorarlo nelle sacre funzioni, che anzi allora stimano perduto persin quel miserabile soldo che per avventura abbiano ceduto.

  E che diremo altresì del mal vezzo di quei paesi i quali giungono a questo punto di grettezza, di non provveder manco alla stretta decenza della casa del Signore, per capitalizzare sugli avanzi delle ordinarie spese di culto in ogni anno? Or non sapete che Iddio non è punto avaro, come voi provate che ei sia mentre amministrate i doni a lui fatti? Bisogna con gran ragione ben dir dunque che ancora cotestoro usino col loro Dio brutta civiltà. Che anzi, siccome i fedeli, se donano il proprio alla lor chiesa, lo [66]fanno non per altro se non perché venga bene apparata, così adoperando in tal modo ne avverrà che i parroc<c>hiani tengano il tutto per sé e vadino per giunta perdendo il dovuto rispetto all'abitazione dell'Altissimo non che all'intera religione, imitando appunto i libertini più sfrenati, i quali al vedere una chiesa lurida e squallida si incoraggiano a bestemmiare con tanta maggior lena. "L'oro e l'argento spettano a me" vi grida il Signore28. Correte dunque a portarglielo nella casa sua, affinché io non sia più costretto a credere che il Signore, mosso a sdegno di tanta irriverenza, permetta poi che a giusto castigo s'avanzino gli uomini della rivoluzione e si divorino pur loro, sacrileghi, quei doni sacri che all'Altissimo son venuti a noia. Allora per colmo di sciagura e non altrimenti che i nostri occhi son forzati vedere ogni , allora, dico, s'aggiungeranno figli snaturati a mirare con indifferenza e sacrileghi persino nel prestar mano onde la propria Madre, la chiesa [67]del luogo, venga con maggior eccesso di profanazione spogliata ed abbattuta. Perocché egli

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è non sol certo ma di fede che ogni disavventura accade sopra di noi per castigo dei peccati nostri. Lo che essendo, noi dovremmo tantosto innalzare lo sguardo insino a Dio per dirgli di cuore: "Signore!, se voi ci inviaste incontro tutti gli scellerati della terra perché ci derubino con alta rapina non solo le chiese nostre ma e la stessa religione, la colpa sarebbe nostra, perché delle case vostre come della santa vostra legge non conserviamo più una parte sola del rispetto lor dovuto".

  Ma altri peccati assai pesano sul dorso nostro. I maggiori nostri, intenti sempre alla maggior gloria di Dio ed all'incremento della fede, istituivano in ogni parroc<c>hia le diverse confraternite del Santissimo Sacramento, della beata Vergine e dei santi, affinché la miglior parte del popolo vi si aggregasse e venissero poi ad essere come altrettante guardie d'onore dell'Altissimo, angeli terreni emuli degli angeli[68] celesti. E per vero quei confratelli, aiutati da savie regole e dalla frequente partecipazione ai santissimi Sacramenti, erano allora come l'occhio ed il braccio destro del buon pastor di anime e costituivano il più bell'ornamento come nelle chiese così nelle funzioni sacre. Ma or son poi ancora tali le confraternite delle nostre parroc<c>hie? Ah, che non si può rispondere senza farsi rossi in viso, perché sono avvilite e disprezzate a sì alto segno che i cristiani ancor meno zelanti, loro stessi si vergognano tante volte di appartenere ad una società la quale, per essere religiosa, non conserva ordine veruno. In queste confraternite si potrebbero ben anche guadagnare da ognuno i preziosi tesori delle indulgenze, vuoi plenarie, vuoi parziali, e gli antenati nostri, essi che per ottenere il general perdono dei loro peccati intraprendevano anche i lunghi e pericolosi viaggi di Terra Santa, non lasciavano passarebella e comoda [69]occasione. Ma quanto ai cristiani di oggidì, par troppo ad essi a portarsi per un'ora alla propria chiesa affin di pregarvi alquanto e ricevervi i santissimi Sacramenti per lucrar tante indulgenze. Oh, se dalle lor tombe potessero gli avi nostri sollevare per un sol momento lo sguardo, ahimè quanto rimarrebbero atterriti della nostra indevozione e che amari rimproveri non ci indirizzerebbero!

  Ma giacché siam capitati a discorrere dei morti, come li

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onoriamo noi altresì questi nostri benedetti padri nei loro sepolcri? Perocché quel dottor massimo che è Agostino insegna poter benissimo accadere che sotterra dei nostri cimiteri si trovino corpi dei cristiani defunti i quali morirono tanto più perfetti e cari a Dio di talun santo che per avventura veneriamo sui nostri altari. Or concedasi pure che le reliquie dei santi si debbano da ognuno rispettare con quel special culto di venerazione cui prescrive santa Chiesa. Ma, il mio caro popolo, quel qualunque cristiano il [70]quale possa vivere e morire in grazia del Signore, come è da sperar di tutti noi, è sempre santuario vivente dell'Altissimo e il corpo di lui è egualmente santificato nel Battesimo e nella santissima Comunione. Più, quelle stesse membra prima che s'imputridiscano vengono parimenti unte nel sacramento dell'Estrema Unzione, acciò come imbalsamate s'adagino fino ad aspettare la finale resurrezione. Dopo la quale ancora il corpo è destinato a goder eternamente coll'anima in cielo.

  Per le quali considerazioni, se altamente eran da lodare gli avi nostri i quali non trovavano luogo più sacro al riposo dei cari defunti che la chiesa, sotto gli occhi di Gesù in Sacramento, son poi tanto più da biasimare i cristiani del tempo nostro i quali, dopo di aver rimirato come oggetto di orrore il cadavere dei cari estinti, s'affrettano poi a seppellirlo nel comun campo santo, il quale appena si distingue da un campo comune. Perocché un angusto spazio [71]quadrato, una logora croce nel mezzo, un lurido muricciuolo intorno e bronchi ed ortiche, ecco il campo santo dei paesi di campagna in ispecie. Onde ne avviene che quel santo luogo è poi da tutti i viventi lasciato nel massimo abbandono. Colà né si recano i cristiani ancor pieni di fede, perché non essendovi almeno un viale intorno sarebbero obbligati a calpestare le tombe dei santi. Non vi vanno gli altri, perché non trovano tampoco una religiosa cappella la quale ecciti in loro qualche senso di divozione. Neppur il figlio darà un passo inverso il cimitero per spargere ancora una lagrima sugli estinti genitori, perché giunto non troverebbe né una croce né altra pia ricordanza la qual serva a fargli discernere tra i molti il sepolcro del padre e della madre sua. Gli è però questo tale eccesso di irriverenza e di barbarie

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che ne son mossi a sdegno perfin gli increduli. Ecco quanto scriveva un di costoro, italiano di nazione: "Qual immenso divario fra [72]i nostri cimiteri e quelli di parte della Francia e di tutta Inghilterra! Colà sono oggetto delle più solerti cure delle pubbliche amministrazioni: non ci ha paesello che non abbia il suo campo santo a foggia di giardino, decorato da cipressi, di siepi e di fiori d'ogni specie... Le mie esigenze però non vanno tant'oltre, desidererei soltanto che la mano civilizzatrice dell'uomo penetrasse anche in cotali dolenti alberghi, che si rendessero vasti a sufficienza per non turbare le ceneri di coloro che vi giacciono, che si allietassero con ordinati viali cinti di siepi, di mirto e di rose, e si decorassero con piantagioni emblematiche, come il cipresso o preferibilmente il pioppo d'Italia ed il salice piangente. ...Della gente che sotterra dorme amico". Così scriveva or è un anno un incredulo. Or noi che di più siamo credenti, e credenti cattolici, potremo anche dire di non meritar puntobel titolo, perché infino [73]a tanto che non provvediamo al decoro sia delle chiese e dei sacri cimiteri non potremo neanche lusingarci di amare come si merita la religione santissima. Non sia dunque così in avvenire, perché è parola di Dio quella che promette a noi la stessa misericordia che noi useremo altrui29. Però parola del Signore, ma sdegnato contro gli ingrati, è altresì quest'altra: "Giudizio senza misericordia a chi non avrà usata misericordia"30.

  Se non che troppo io temo di far cosa inutile in raccomandar tanto di aiutar altrui defunti, se noi ancor viventi non ci aiutiamo nelle estreme necessità dell'anima nostra, perocché, altresì volendolo, troppo legger soccorso potrebbe prestare al bisognoso che l'invoca colui che sen giace egli stesso più morto che vivo. Invero, ahi, quante volte l'anima di tanti infelici si dibatte in mortali agonie, senza che però gli stolti muovano un piede per correre a risanarsi colla facile medicina dei santissimi Sacramenti! Oh quante volte altresì [74]la meschinella sen muore di fame perché non è soccorsa

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col cibo della divina parola! Ingiustizia somma! Siamo in due ed abbiamo un pane solo? Dimezziamolo e vivremo parimenti l'uno e l'altro. I due siamo noi stessi, il corpo cioè e l'anima nostra. È giustizia questa di ingrassar solo il corpo e di attossicar intanto l'anima con veleni bollenti? Son ventiquattro le ore del giorno e siamo noi sì crudeli da non ne riserbare almeno una per l'anima, affine di sostentar lei pure col frutto di qualche lettura spirituale od orazione, oppure di una Messa o di una predica? Ah, i cristiani delicati del nostro tempo se ne infastidirebbero! Ma guai a noi! Come quelli tra gli ebrei i quali non gustavano la dolcezza della manna discesa dal cielo erano i soli cattivi, così dovremmo ben tremare di essere caduti in profondo noi, se più non gustassimo la soavità per altro sì immensa dei cibi di paradiso. Guai a noi! Perché io so anche che il Signore toglie i suoi doni a quel popolo [75]il quale non li tenga più in somma stima, a fin di spanderli con altrettanta abbondanza sopra i più meritevoli, perché Iddio dappertutto sa trovarsi adoratori ferventi.

  Per vero, intanto che da noi la fede va perdendo in sì deplorabile guisa, sapreste voi contarmi gli eretici e gli infedeli che si convertono qua e colà alla cattolica religione? Sono tanti che gli stessi santi nostri missionari, già potenti di numero, pur vanno sempre lamentando che essendo sì abbondante la messe ne siano ancora scarsi gli operai evengelici31. Laonde io mi prendo la libertà di ragionar seco voi così: nuovi figli tanto numerosi che santi entrano nella gran casa del comun nostro Padre Iddio. Or è egli meglio che ancor voi vi fermiate a rallegrar maggiormente quella degnissima compagnia, o ne volete proprio uscire, un per uno o tutti insieme, con tanto disgusto degli altri e più del Signore supremo, l'altissimo Iddio, il quale però non cessa mai di chiamarvi che rimaniate ancor voi? Popolo mio, fa [76]senno una volta e non ne uscire perché la sventura sarebbe tutta tua, come tua ne è la colpa. Non tarda<re> dunque un momento solo ancora a prostrarti con me ai piedi del Signor Iddio tuo per dirgli di

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cuore: "Gesù, salvator pietosissimo, gli ingratissimi cristiani i quali si erano tanto dimenticati di voi e della vostra religione santissima siamo noi, noi gli stolti che ci lasciammo accecare dalle novità turpi dei figli delle tenebre... Ma, Dio di misericordia, deh!, voi che il potete salvateci omai una volta, che quanto a noi siamo decisi di vivere staccati dal mondo e dal peccato per essere uniti a voi solo fino in eterno".





p. 31
28     Ag 2, 8.



p. 34
29     Cfr. Mt 5, 7.



30     Gc 2, 13.



p. 35
31     Cfr. Mt 9, 37.



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