Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Svegliarino...
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SVEGLIARINO CINQUANTA CONFERENZE ALLE PIE UNIONI DI UNA PARROCCHIA

DODICI CONFERENZE AI CONFRATELLI DI UNA PARROCCHIA

VI. "Che fare?"

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VI.

"Che fare?"

  1. [34]Noi guardiamo attoniti intorno <con> lo sguardo. Scorgiamo nemici che cercano di scuotere le fondamenta della fede. Vediamo scostumati che dicono: "Mangiare e godere finché siamo in vita". Ci tocca incontrarci tuttodì con liberali che praticano e credono sol quanto loro suggerisce la ragione umana. Abbiamo governanti che tendono insidie alla religione, abbiamo leggi che apertamente oppugnano il santo Evangelo. In questo disordine i cristiani che credono fiaccamente sono di frequente a questo ritornello e dicono: "Che fare? Che fare?". Intanto si astengono dalle opere energiche. Errore pessimo! Quando scorgete un torrente che con impeto si avvicina alla casa ovvero che minaccia la vostra abitazione, restate voi tosto da gridar aiuto o accorrere? E poi vedete la casa della religione e della coscienza a rovinare e voi domandate: "Che fare? Che fare?". Dice il Signore nell'Ecclesiastico: "L'uomo sapiente temerà [35]in tutto, e nei giorni dei delitti si guarderà dall'inerzia"9. Non dite dunque più: "Che fare?". Dite piuttosto: "Operiamo con zelo da credente".

  2. Scorgete qui il costume di una persona sensata. Un padre sapiente, una madre saggia non sono mai senza qualche timore d'aver omesso a far cosa che per caso potesse far meglio ai propri figli ed a sé. In quella poi che attendono all'educazione di famiglia procedono con timore ancor più vivo. Imitiamo noi questo costume che è saggio. Viviamo in tempo di corruttela. Chissà se per lo passato avremo eseguito come si doveva l'ufficio nostro? In presente poi chi n'assicura che ci diportiamo da veri cristiani?... Ma non dobbiamo permettere che il timore ci abbatta. Molto più che quando un cristiano da parte sua pose quell'attenzione che poté, deve star

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con fiducia. Ma nondimeno non è da stare senza timore tuttodì, allo scopo che un casto timore, che è quella paura pia di perder Dio, ci difenda meglio dai pericoli e ci aiuti alle opere migliori.

  <3.> Or io sono ben persuaso che voi vi guarderete dalle colpe gravi, ma non così [36]sto tranquillo che voi vi guardiate dall'inerzia. Anzi è perché noi siamo stati freddi e inoperosi, che tanto di male è entrato in casa nostra. Credete che l'orrore di tante serpi e di tanti scorpioni di false dottrine e di costumi rei avrebbero potuto entrare, se noi avessimo conservate ben custodite le case, chiuse le porte? I nemici della fede non pretendono altro se non che noi lasciamo fare. La volpe, che desidera dal colono? Non altro se non che le lasci aperto l'uscio del pollaio.

  4. Non altro domandano i figli ai genitori, la figlia alla madre. Domandano che tacciano mentre vanno all'osteria, al ballo, alla conversazione notturna. I costumi del carnovale e delle crapule e del trattare amorosamente, che cosa domandano? Non altro se non che abbiate a lasciar fare. Intanto per un carnovale di disordine bisogna poi fare una Quaresima di penitenza, e per una indulgenza male intesa ai capricci dei figli bisogna che ne soffra danno e talvolta rovina l'intera casa. Fratelli miei, la prudenza di lasciar fare non è atta a verun tempo, e molto meno [37]è opportuna ai tempi nostri. Guardatevi dalla inerzia. Operate il bene, su, svegliatevi o se ne andrà il meglio di casa vostra.

  5. Molto più se <oltre> ai pericoli di casa o di paese altri minaccino da fuori, come in presente. Non scorgete come i governi sono impegnati a far guerra alla religione? Come i potenti attendano con tutte arti per distruggere? Un torrente di mal costume invade dappertutto e un morbo è sparso nell'aere con tante massime perniciose. Restano ammorbate innumerabili anime. Or che è questo, se non che un segno di minaccia estrema? Che indizio è, se non di rovina di morte? E noi intanto domandiamo: "Che fare? Che fare?". Scuotiamoci dal sonno. L'uomo saggio teme sempre per sé medesimo, e quando s'avvede di giorni tristi che s'avvicendano, allora si guarda sovrat<t>utto da starne inoperoso.

 

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Riflessi

  1. "Che fare?".

  2. Bisogna temere prudentemente per sé [38]allo scopo di agire con maggiore alacrità.

  3. In momento di pericolo la inerzia è dannevolissima.

  4. L'inerzia nostra ha dato luogo perché ritorni nel mondo il dominio del disordine privato.

  5. Non che del disordine e della persecuzione pubblica.





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9       Sir 18, 27, ripetuto nel capitolo.



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