Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Il Terz'ordine di S. Francesco…
Lettura del testo

IL TERZ'ORDINE DI SAN FRANCESCO E L'ENCICLICA DEL PONTEFICE LEONE XIII

X. San Francesco

«»

- 142 -

X.

San Francesco

  [65]Scrive il sapiente pontefice Leone xiii nella sua lettera all'episcopato cattolico in data del 17 settembre 1882: "Gesù Cristo, redentore del genere umano, è la perenne ed inesausta sorgente di tutti i beni che ci vengono dalla infinita misericordia divina, talché egli medesimo, che salvò una volta l'umanità, la viene salvando in tutti i secoli, imperocché non havvi sotto del cielo altro nome dato agli uomini mercé di cui abbiamo noi ad essere salvati57. Onde se mai per effetto di debolezza o di colpa il genere umano si vegga nuovamente cadutobasso da aver bisogno di una mano poderosa che lo sollevi, egli è d'uopo che ricorra per aiuto a Gesù Cristo, tenendo per indubitato non esser possibile più valido e più fidato rifugio. Poiché è sì ampia e sì forte la sua divina virtù, che basta a cessare ogni pericolo, a sanare ogni male. Ed il [66]rimedio verrà senza fallo, sol che l'umana famiglia sia richiamata a professare la fede di Gesù Cristo e ad osservarne i santissimi precetti. In tali distrette, quando è maturo il momento segnato nei pietosi consigli dell'Eterno, la divina provvidenza ordinariamente suscita un uomo non della tempra dei più, ma sommo e straordinario, e ad esso affida il compito di rendere alla società la salvezza. Ora questo è quanto succedeva in sullo scorcio del secolo duodecimo e alquanto appresso, e alla grand'opera ristoratrice fu eletto Francesco".

  Francesco attese con sommo studio ad imitare il divin salvatore Gesù Cristo. Diceva sovente: "Mio Dio, che siete sempre il medesimo, deh fate che io conosca me e conosca voi". E continuava: "Son pronto al tutto, non ristarò in cosa veruna agli ordini della tua santa volontà, purché58 ti degni di assistermi colla tua grazia. Quantunque io sia un uomo inutile e indegno che Iddio pensi alla mia persona, nulladimeno,

 - 143 -

poiché io sono suo servo, lo prego di fare in me secondo il suo beneplacito". Niente concedeva al senso. Essendogli venuta voglia di pascersi di carni, si accostò [67]ad un carcame putrido e ponendoselo presso alla bocca diceva: "Tieni59, goloso, ecco la carne di pollo che tu hai bramata, contenta pure la tua gola e mangiane quanto vuoi". E per sostentarsi, benché infermo, prendeva semplicemente pane ed acqua.

  Era ammalato negli occhimalamente che più non poteva prender sonno. Il medico passò il ferro infuocato a bruciare dall'orecchio fin presso le tempia. Diceva intanto Francesco: "Signor Dio mio, gittate gli occhi sopra di me e datemi dell'aiuto, fatemi la grazia di poter sopportare pazientemente tutte queste infermità". Udì allora una voce che gli disse: "Francesco, a qual prezzo potrà mettersi quella cosa, con cui si ottiene un regno che non ha prezzo? Or sappi che i dolori che tu senti son più stimabili che tutte le ricchezze del mondo, così che non dovrebbonsi rinunziare per tutto il mondo, quand'anche tutti i suoi monti si cangiassero in oro puro, tutte le sue pietre in gemme, e tutte le acque del mare in balsamo". "Sì mio Signore -- esclamò Francesco -- appunto così apprezzo le pene che mi mandate, poiché so che voi volete <che> sieno in questo mondo il castigo de' miei peccati, [68]per eternamente usare verso di me la vostra misericordia". "Rallegrati dunque -- soggiunse la medesima voce -- perché la strada in cui ti ritrovi è quella per la quale si va al cielo".

  Provava in sé pena gravissima in non poter compiere tutte quelle imprese che il fervido suo desiderio suggeriva. Il suo cuore struggeva a guisa dell'olio che arde dinanzi al Santissimo Sacramento. Gli parve che il contento suo sarebbe stato pieno in dare per amor di Gesù Cristo la vita. Nel che non essendo stato esaudito, il Signore gli mandò in dono le sacre stimmate, che sono le piaghe che sostenne in croce il divin Salvatore.

Ma di questo si dirà più diffusamente a suo luogo.

  Francesco aveva mandati cinque de' suoi a predicare ai

 - 144 -

turchi. Si affrettarono con giubilo altissimo. In Siviglia furono tentati dal principe infedele a mutar religione, ma essi rispondevano: "Piacesse a Dio, o principe, che voi voleste far grazia a voi stesso. Trattateci pure come vi piacerà. A voi sta il levarci la vita, ma noi siamo sicuri che la morte ci farà godere un'immortalità gloriosa". Uscendo di predicavano in tutte le piazze. Passarono fino al Marocco. In questo luogo, schiaffeggiati [69]rispondevano: "Dio vi perdoni, poiché voi non sapete ciò che vi facciate"60. Stando sotto ai tormenti sclamavano: "Fateci pure soffrire ogni sorta di tormenti e toglieteci ancor la vita, perocché ogni pena ci par leggiera qualor pensiamo alla gloria del paradiso". Era il 16 gennaio 1220. Il re, impugnata la scimitarra, spaccò loro la testa nel mezzo della fronte. Molti miracoli avvennero innanzi al loro martirio e di poi. Molti, e fra questi Antonio che fu poi il santo, si posero alla sequela di Francesco. Questi provò in cuore una gioia inesprimibile. Si rivolse ai frati che lo circondavano e disse: "Or sì che posso assicurarmi d'aver avuti cinque veri frati Minori".

  Da dieci anni si era iniziato l'istituto di san Francesco, e già nel Capitolo generale tenutosi in Santa Maria degli Angeli intervenivano più di cinquemila frati; Francesco diceva ai suoi: "Noi abbiamo promesso gran cose, ma a noi sono promesse cose maggiori; osserviamo quelle, sospiriamo queste. Il diletto è breve, la pena è eterna. I patimenti sono leggieri, la gloria è infinita. Molti sono i chiamati, pochi gli eletti61; tutti riceveranno quello che avranno meritato"62. Francesco ed i [70]suoi camminavano dietro alle vestigia di Gesù Cristo e degli apostoli e incitavano così che il mondo traesse loro dietro. Nella città di Terni il vescovo, che era stato presente a un sermone fatto da Francesco, montò in pulpito dopo di lui e così disse al popolo: "Fratelli miei, il Signore che sovente ha illuminato la sua Chiesa per mezzo d'uomini illustri in scienze

 - 145 -

e dottrina, oggi vi manda quel Francesco che avete or ora sentito, uomo povero, senza lettere e dispregevole nel sembiante, affinché l'instruisca colle sue parole e col suo esempio.

Quanto meno egli è dotto, tanto più vedesi in lui risplendere la possanza di Dio, il quale scelse le cose insensate secondo le massime del mondo per confondere la di lui sapienza63. La cura che Dio ha della nostra salute ci obbliga ad onorarlo e a rendergli quella gloria che gli è dovuta, imperocché le grazie che ne riceviamo non le ha fatte ad altre nazioni"64. Specchiamoci nella figura del venerando personaggio Francesco, ricordiamo le parole del vescovo ammiratore e preghiamo il cielo che mandi alla terra la presenza di uomini che egregiamente rassomiglino a Francesco.





p. 142
57 At 4, 12.



58 Originale: perché; cfr. C. Chalippe, Vita di s. Francesco, p. 341.



p. 143
59 Originale: Vieni; cfr. C. Chalippe, Vita di s. Francesco, p. 128.



p. 144
60 Cfr. Lc 23, 34.



61 Mt 22, 14.



62 Cfr. Mt 16, 27.



p. 145
63 Cfr. 1 Cor 1, 27.



64 Cfr. Sal 147(146-147), 20.



«»

IntraText® (VA2) Copyright 1996-2016 EuloTech SRL
Copyright 2015 Nuove Frontiere Editrice - Vicolo Clementi 41 - 00148 Roma