Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Il Terz'ordine di S. Francesco…
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IL TERZ'ORDINE DI SAN FRANCESCO E L'ENCICLICA DEL PONTEFICE LEONE XIII

XVII. Una guida saggia, l'ubbidienza

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XVII.

Una guida saggia, l'ubbidienza

  [112]È scritto che "vir oboediens loquetur victoriam"120.

Chi obbedisce è non sol uomo121 comune ma personaggio illustre, egli canterà vittoria sopra tutto e in ogni tempo. Disse122 il Signore al suo fedele diletto: "Dammi il tuo cuore, o figlio123, che io ti faccio padrone del cuor mio". Chi obbedisce dona a Dio quello che è di sé, la propria volontà, epperciò il cristiano obbediente, comec<c>hes<s>ia meschinello, si costituisce creditore verso alla maestà dello Altissimo. "Obbedite -- dice il Signore -- obbedite ai maggiori vostri, obbedite

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loro ancorché sieno discoli"124. E nel quarto comandamento: "Onora il padre e la madre, se vuoi vivere lungamente su questa terra"125.

  Il sommo pontefice Leone xiii nella enciclica <la> 17 settembre 1882 accenna ai molteplici vantaggi del Terz'ordine e [113]continua: "Di più, lo spirito cristiano trae seco il sottostare per coscienza all'autorità legittima e il rispettare i diritti di chicchessia, e questa disposizione di animo è il più efficace mezzo a recidere dalla radice in tal materia ogni disordine, le violenze, le ingiustizie, le sedizioni, l'odio fra i diversi ordini sociali, che sono i principali moventi e insieme le armi del socialismo. In fine anche la difficoltà, che travaglia le menti degli uomini di governo sul modo di equamente comporre le ragioni dei ricchi e dei poveri, resta mirabilmente sciolta, scolpita che sia negli animi la persuasione non essere per sé stessa vile e spregevole la povertà, dovere essere caritatevole e benefico il ricco, rassegnato e industrioso il povero, e niuno dei due essendo fatto per i manchevoli beni della terra, l'uno colla sofferenza, l'altro colla liberalità doversi fare strada al cielo".

  "L'esempio di Cristo, il quale è stato ubbidiente in fino alla morte, e ad una morte di croce126, instillava nel cuore del p<adre> san Francesco un amor grande alla virtù dell'ubbidienza. Quantunque per ordini di Dio e del papa ei127 fosse stabilito [114]superiore, tuttavia sempre desiderava di ubbidire piuttosto che di comandare. Prometteva ne' suoi viaggi ubbidienza a quello che gli era compagno, adempiendo esattamente la sua promessa. Un giorno fece questa confidenza a' suoi compagni: Fra tutte le grazie che dalla bontà del Signore ho ricevute, una si è che, se dato mi fosse per guardiano un novizio d'un'ora sola, l'ubbidirei con la medesima puntualità che userei verso del frate più vecchio e più autorevole. Non si contentò d'aver rinunziato il generalato dell'Ordine per ubbidir al vicario generale, ma domandò altresì un guardiano

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dalla cui volontà dipendesse <in> ogni cosa. Gli fu assegnato frate Angelo da Rieti, al quale ubbidì con una total sommissione. Le lezioni che dava a' suoi religiosi intorno all'ubbidienza contenevano tutta la perfezione che ella può avere. Erano in primo luogo di rinunziar la propria volontà e di riguardarla come il frutto vietato del quale il primo uomo non poté mangiar senza colpa. In secondo luogo di lasciarsi dirigere dal proprio superiore, di sorte che nulla si dica o si faccia di quello che si sa esser contrario al volere di lui, e subito che ha parlato, eseguiscasi ciò [115]che vuole senz'aspettare che parli un'altra volta. In terzo luogo, di non giudicar impossibile o troppo difficile ciò che egli ordina "imperocché, diceva il p<adre> san Francesco, quando vi ordinassi alcuna cosa superiore alle vostre forze, la santa ubbidienza vi renderebbe atti ad eseguirla" In quarto luogo di sottomettere i propri pareri a quei del superiore, non per ubbidirlo se comandasse delle cose che fossero apertamente contrarie alla salute, ma per mettere in pratica quelle che da lui sono prescritte, allorché credesi che se ne potrebbe far altre migliori e più utili. In quinto luogo di non considerare l'uomo né le sue qualità, nell'ubbidienza che gli <si> presta, ma solamente l'autorità che egli ha, il luogo che tiene e la grandezza di quello, per amore di cui si obbedisce all'uomo".

  Quest'ultimo grado è più difficile, ma Francesco del vero ubbidiente porgeva un'immagine come di uomo morto dicendo: "Pigliate un corpo morto e mettetelo dove vi piacerà; voi vedrete che non mostra alcuna ripugnanza ad essere rimosso, non mormora della situazione in cui si ritrova, non si lamenta perché quivi si lasci. Se lo riponete in un luogo riguardevole,[116] terrà sempre gli occhi bassi, non gli alzerà giammai. Se lo collocate sulla porpora comparirà più pallido.

Ecco il vero ubbidiente, il quale non cerca di saper la cagione per cui è messo in moto, il qual non si piglia veruna pena ovunque si collochi, né men chiede d'esser rimosso. Se innalzato viene alla dignità di superiore, sempre mai si conserva egualmente umile, e quanto più ei vedesi onorato, tanto più indegno si crede di esserlo. Ho veduto molte volte -- soggiunge il serafico padre -- un cieco, il quale era guidato da

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un cagnolino e andava dovunque la sua guida il conduceva, sì per le strade cattive che per le buone".

  Ecco un'altra immagine di un perfetto ubbidiente: "Trattandosi del comandamento del superiore, dee chiuder gli occhi e farsi cieco, non pensar ad altro che a sottomettervisi con prontezza ed umiltà, senza esaminare se la cosa è difficile o no, altro non riguardando se non l'autorità di chi comanda e il merito dell'ubbidienza". Accadde che un frate si mostrasse ostinatamente con disubbidienze; allora Francesco fece scavare un fosso alto e, messovi entro il frate e poi copertolo di terra [117]fino al mento, disse: "O fratello, siete morto?". E quegli: "Padre, sì, son morto, e dovrei effettivamente morire in pena del mio peccato". Intenerito, il padre lo fece dis<s>otterrare dicendo: "Uscite fuori, se siete veramente morto al mondo e alle sue concupiscenze, siccome dev'essere un buon religioso. Imparate ad ubbidire al menomo segno della volontà de' vostri superiori, e non vogliate resistere agli ordini loro più che un corpo morto, incapace di far resistenza veruna. Voglio per seguaci non dei vivi, ma dei morti".

  Interrogato, rispondeva Francesco che temeva troppo si facesse abuso della facilità del perdono. Nell'antica Legge si comandava che un figliuolo incorreggibile fosse lapidato vivo. Or come si potrebbe tollerare con pace un religioso che disubbidisce? Quando in una società religiosa entrasse la insubordinazione, subito ne verrebbe rovina universale. Quanti e quanto utili ammaestramenti128 allo individuo, alla famiglia alla società! Più giova una lezione dello esempio di Francesco che non aiutino i volumi intieri dei precetti di una filosofia puramente umana.

 

 





p. 168
120 Pr 21, 28.



121 Originale: è non col uomo; anche per la nota 122 cfr. ed. 1924, p. 156.



122 Originale: tempo. Le disse.



123 Pr 23, 26.



p. 169
124 Cfr. 1 Pt 2, 18.



125 Dt 5, 16.



126 Fil 2, 8.



127 Originale: ci; cfr. C. Chalippe, Vita di s. Francesco, p. 428.



p. 171
128 Originale: universale e quanto utili. Quanti ammaestramenti.



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