Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Il Terz'ordine di S. Francesco…
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IL TERZ'ORDINE DI SAN FRANCESCO E L'ENCICLICA DEL PONTEFICE LEONE XIII

XIX. La verità è nel combattimento

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XIX.

La verità è nel combattimento

  [124]Ha di quelli che vorrebbero il bene, ma senza incontrar opposizione. Possibile non è contraddire ai tristi senza rammaricarli, non è possibile il guadagno senza il lavoro, non è possibile recarsi utilmente al Calvario, coronato sol di rose.

Il pontefice Leone xiii nella sua lettera allo episcopato del mondo cattolico, dopo aver applaudito al Terz'ordine di san Francesco, conchiude: "Per queste cagioni noi139 grandemente e da lungo tempo desideriamo che ognuno, a misura delle sue forze, sproni se stesso ad imitare san Francesco d'Assisi".

  E quest'ammirabile santo operò virtù grandi. Quanto a sé, fu disposto <a> morire quandochessia per amor di Dio. Aveva posta tutta la sua confidenza nel Signore. Accadde che in un del 1216 Domenico140 si riscontrasse a Roma con

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Francesco. [125]Non si erano ancor visti o conosciuti. Domenico si abbracciò a Francesco, dicendo: "Voi siete il mio compagno; noi andremo di concerto nel travagliare; stiamo ben uniti e niuno potrà separarci". Si affidarono poi ambedue alla protezione della beata Vergine. Domenico aveva scorto in visione nella notte precedente Maria che, presentandosi al Signore adirato per le iniquità degli uomini, diceva: "Perdonate. Io vi presento Francesco e Domenico che molto opereranno per la gloria vostra". Questi due poveri come due apostoli si accingevano per dividere il mondo141 e ricondurlo alla santa pratica dell'Evangelo del divin Salvatore.

  Molto ebbe a soffrir Francesco. Insidie maligne intentava a lui e al suo Ordine il demonio. Seppe per rivelazione che il principe dei demonii, adocchiati i suoi, disse non doversi assalire direttamente l'Ordine di Francesco, ma indirettamente, introducendovi nobili e letterati che l'avessero a guastare colla superbia e giovani che l'avessero a corrompere colle mollezze.

Francesco ricevé tutti, ma li ammonì a camminare nel santo timore e con umiltà di cuore; disse loro: "Voi sapete gli esempi che ne abbiamo. Satanasso cadde da<l> [126]cielo e seco trasse una parte di angeli; ei fece che Adamo ed Eva fossero discacciati dal paradiso terrestre. Domandò licenza di crivellar gli apostoli, come si suol crivellare il frumento, e il fece di tal maniera che uno tradì il suo maestro, un altro lo rinnegò e tutti se ne fuggirono quando fu preso". Il demonio montava in furore altissimo. Permettendolo poi Iddio, appariva a Francesco per atterrirlo. Alcuna volta lo travagliava con percosse come un Giobbe tribolato e lo lasciava mezzo morto.

Molto doveva soffrire in conseguenza altresì di una falsa prudenza che da taluni de' suoi <si> voleva nell'Ordine. Francesco, affranto troppo nella salute, aveva per divina rivelazione commessa la cura dell'Ordine a frà Elia. Questi usava parzialità verso ai nobili, ai letterati, che troppo spiacevano a Francesco.

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Gli disse dunque un : "Disgraziato che siete! Voi non morrete in questa religione, così Iddio ha risoluto; voi siete stato messo sulla bilancia e siete stato trovato troppo leggiero142, perché non avete altro che la gonfiezza della vana scienza del mondo".

  Francesco era vicino a morte ormai e cantava inni di ringraziamento assai cordiali.[127] Frà Elia voleva acquetarlo, ma rispose Francesco: "Fratello, permettetemi143 di rallegrarmi nel Signore e di ringraziarlo della somma quiete in cui la mia coscienza si ritrova". Di poi benediva a lui con ampiezza di significato, benché prevedesse che ei sarebbe morto fuori l'Ordine, ma con segni di penitenza. Spronava i suoi al bene con lo zelo e con la castità. Diceva: "Rallegratevi sempre nel Signore; di bel nuovo lo dico: rallegratevi144. Il regno di Dio... trovasi nella giustizia, nella pace e nel gaudio che viene nello Spirito Santo"145. Ma nello stesso tempo era assai prudente e discreto. Parlava a' suoi così: "Ciascuno abbia riguardo al proprio temperamento. Se alcuno di voi è in stato di sostentarsi con pochissimo cibo, non voglio che un altro, il quale ha bisogno di pigliarne di più, lo imiti su questo punto.

Dee somministrare al suo corpo ciò che gli è necessario, imperocché siccome nel mangiare siamo obbligati ad evitare il superfluo, che è nocivo al corpo e all'anima, così dobbiamo guardarci da un'astinenza eccessiva, massimamente perché il Signore vuole la misericordia e non il sacrificio"146.

  Diceva altresì: "Fratelli, quando un servo [128]di Dio ragionevolmente al suo corpo il cibo ed il riposo che gli è necessario, se vede che il corpo è neghittoso, poltrone e sonnolento nell'orazione, nelle vigilie e nelle altre buone opere, allora fa di mestieri di gastigarlo, trattarlo come un cavallo che non lavora, come un asino che non cammina, quantunque

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mangino bene. Ma se poi gli si negano i suoi veri bisogni, si rende inabile a portar il giogo della penitenza ed a servire alle funzioni dell'anima, e in tal caso ha ragione di lamentarsi". Egli non cessava di moltiplicar tuttavia su di sé le austerità147, ma facevalo per divino impulso. Quanto agli altri, non permetteva <che> facessero straordinarie penitenze se prima non eseguivano bene le comuni e non ne ottenevano speciale permesso.

  Nell'Ordine si erano introdotte bassezze. Sarebbe stato necessario deporre alcuni ministri, ma ciò avrebbe cagionato assai disturbo. Francesco per evitare un mal maggiore tollerava, ma diceva: "Io ho rassegnato la direzion dell'Ordine a causa delle molte infermità, ma se i frati obbedissero a me sino alla morte, ne avrebbero essi bene ed io edificazione da loro. Facile è comandare ai sommessi. [129]Quanto agli altri, li giudicherà il Signore ed egli manderà gli uomini del mondo perché, movendone alto lamento, li riconducano alla saggia regola". Diceva altresì: "Vorrei che i ministri provinciali fossero amorevoli e cortesi verso i più semplici e che fossero sì benevoli che coloro i quali avessero commesso dei falli, non temessero di abbandonarsi nella bontà del loro cuore; vorrei ancora che fossero molto cauti nel comandare, facili a perdonar le offese, più pronti a sopportare i peccatori che a caricarli di rimproveri, che si dichiarassero nemici del vizio, ma che in riguardo ai viziosi facessero l'ufficio del medico. Vorrei finalmente che si rendessero tali che la lor vita fosse agli occhi di tutti gli altri una vera imagine della disciplina regolare. Ma pretendo ancora che tutti gli altri loro usino del rispetto ed abbiano dell'affezione per essi, come quelli che portano il peso della sollecitudine e della fatica e che io giudico degni d'una gran ricompensa dinanzi a Dio, se governano a tenore di queste massime". Pregato ad accennare chi dovesse dopo di lui governare, rispose non conoscerne [130]uno atto

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in tutto a sì alto ufficio. Nondimeno tracciò le doti che deve possedere un superiore generale dell'Ordine: vuol che sia grave, discreto, di buona fama, che abborra dal denaro, che sia pien di compassione per gli afflitti, che penetri nel segreto dei cuori e cavi dalle vene più occulte la verità, che abbia compagni assai onesti e coraggiosi nelle fatiche. Con queste norme Francesco regolava sé e gli altri. Sforzavasi di soffrire e di combattere assai per ottenere un grado migliore di perfezione. Aveva sempre presente la massima di san Paolo: "La virtù si perfeziona nel combattimento"148.





p. 175
139 Originale: Per quante ragioni noi; cfr. La Civiltà Cattolica, 1882, iv, p. 21.



140 Vedi nota 7.



p. 176
141 Più chiaramente in C. Chalippe, Vita di s. Francesco, p. 146: “Era [...] cosa mirabile il veder due uomini [Francesco e Domenico] poveri, mal vestiti, senza  possibilità, senz'appoggio, spregevoli agli occhi del mondo, dividere fra loro l'istesso mondo, e mettersi all'impresa di vincerlo”.



p. 177
142 Cfr. Dn 5, 27.



143 Originale: promettetemi; cfr. C. Chalippe, Vita di s. Francesco, p. 384.



144 Fil 4, 4.



145 Rm 14, 17.



146 Cfr. Mt 9, 13.



p. 178
147 Originale: autorità; in C. Chalippe, Vita di s. Francesco, p. 502: “[...] Francesco predicando a' suoi frati la discrezione, [era] verso di sé oltre modo austero”.



p. 179
148 2 Cor 12, 9.



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