Luigi Guanella: Opere edite e inedite
Luigi Guanella
Deposizione Bosatta
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Deposizione sulla serva di Dio suor Chiara Bosatta (1912)

Carità verso Dio

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Carità verso Dio
XLIV. Mi riporto a tutto quello che in proposito ebbi già attestato 22.
XLV.
a) Io posso attestare che la Serva di Dio così detestava e fuggiva il peccato che in lei, per tutto il tempo che io la conobbi, non avrei mai riconosciuto una mancanza di malizia anche solo veniale. Così poi piangeva la propria miseria ed indegnità, così addolorava al sentire dei peccati altrui, che anche durante il [139v] camminare per le strade le accadeva di sfogarsi in lagrime, dal quale stato si ricomponeva subito che avesse avvertito di essere osservata. Più volte mi si presentò la Serva di Dio chiedendomi se il suo piangere fosse peccato o difetto peccaminoso, ed io per tutta risposta non sapeva che dirle di meglio, dopo aver scandagliato l’animo suo, che l’evangelica espressione: « Beati quelli che piangono » 23. Anche in occasione di festeggiamenti, sagre e simili, la Serva di Dio si sentiva portata come a sfuggirle non solo, ma preferiva di rinchiudersi nella solitudine a sfogarsi in lagrime; del che pure mi chiedeva se avesse qualche colpa, ed io, constatato che si trattava di un’anima la quale rifuggiva dal chiasso e dalle mondanità che si possono accompagnare a simili festeggiamenti, mentre ella non avrebbe voluto altro in essi che l’onore e l’amore a Dio, le ripetevo il « Beati quelli che piangono ».
b) Già dissi che la Serva di Dio si era offerta a Dio come vittima per la [140r] sorella e l’istituto, ma indubitabilmente il primo scopo di questo suo sacrificio era di riparare ai peccati altrui e consolare il Cuore di Gesù suo sposo.
c) So che la Serva di Dio si rallegrava delle prime tribolazioni interne ed esterne datele da Dio per scontare i peccati altrui - 675 -e in particolare quelli di persone attinenti alla sua famiglia. Anzi mi domandava talvolta se poteva chiedere per se medesima al Signore più gravi tormenti affinché Iddio non venisse offeso neppure con peccati leggeri; ella si esprimeva in questi suoi sacrifici al Signore come per contratto, così esclamando: « Signore, datemi quella grazia, convertite quel peccatore, ed io vi do quattro, sei anni di vita, di patimenti, quanti ne volete con l’aiuto della vostra grazia ».
d) Mi consta specialmente per dichiarazione di suor Marcellina che la Serva di Dio si ritraeva parecchie volte in camera con la stessa sua sorella Marcellina e suor Agnese usando anche di istrumenti afflittivi per flagellarsi a vicenda nell’intento [140v] di chiedere al Signore il perdono dei proprii peccati, il bene dell’istituto e la conversione di qualche peccatore in parti­colare, e che la Serva di Dio insisteva perché non le usassero pietà in tormentarla, con grande meraviglia e stupore della sua stessa sorella.
XLVI.
a) Oltre a quanto ebbi già a deporre, dichiaro e confermo che veramente grandi erano le sue pene ed afflizioni, ma che di esse internamente si rallegrava ravvisandovi la divina volontà e la strada regia per raggiungere la sua unione con Dio.
b) Già risposi in passato 24.
c) Già risposi precedentemente 25 e aggiungo che specialmente prima e dopo la santa Comunione offerendo i suoi stessi patimenti, ringraziava Iddio per quelli che le dava da soffrire, per questo che la rendevano simile al suo Bene Crocifisso.
d) Come già ebbi in addietro accennato, la Serva di Dio sotto la sferza dei patimenti era come in un purgatorio e in un paradiso [141r] che si avvicendavano: purgatorio per le pene, paradiso per le interne consolazioni che ne ritraeva. Fu precisamente in vederla ed ammirarla in tale suo patire e godere - 676 -straordinario che io compilai un breve diario della sua vita e di queste sue meraviglie, diario che curai fosse riprodotto quanto alla sostanza nella vita pubblicatasi della Serva di Dio e che ho già fatta unire agli atti. A questa dunque di bel nuovo mi appello per quello che di più potessi dire ed ora non ricordo.
XLVII.
a) Ho già risposto in precedenza 26, ma aggiungo che andrei contro verità dubitando che un solo istante la Serva di Dio non si tenesse nella più stretta unione con Dio di mente e di cuore.
b) Oltre a ciò che dissi del suo spirito di orazione e di meditazione, questo aggiungo: che le sue orazioni vocali erano brevissime, in compenso erano più esuberanti ed assidue le sue meditazioni per le quali ancora meglio si teneva unita a Dio. Accadde [141v] un giorno che le sopraggiungesse la sua madre mentre se ne stava attuata in questa unione con Dio; la madre accostandosele al letto la richiese come si trovasse, e la Serva di Dio per non rispondere e distrarsi dal suo raccoglimento, finse di dormire. Così accadde che la madre si ritraesse osservando: « La dorme! La dorme! ». Partita la madre, essendo io sopraggiunto, la Serva di Dio narrandomi il fatto mi richiedeva se avesse fatto male ad agire così e mi aggiunse: « L’ho fatto però perché era la mia madre, e non volevo per altro distrarmi dal raccoglimento, per non perdere un tempo prezioso e per non assecondare le mosse dell’affetto umano ».
c) Ho già anche accennato a questo che mi si domanda 27 quando dissi del suo giubilo che lasciava trasparire nei suoi atti, nei suoi sguardi, nelle sue parole allorché godeva di queste sue misteriose elevazioni di spirito o rapimenti.
XLVIII. Ho già più o meno espressamente fatto [142r] rilevare tutte queste cose 28; in particolare aggiungo che meditando - 677 -la passione di Gesù, in vederlo piagato, coronato di spine, crocifisso, esclamava: « Sono stata io a fare tutto ciò! »; osservandole io: « Ma che cosa dite mai d’aver voi coronato di spine e crocifisso il Signore? », essa mi rispondeva: « L’ho proprio crocifisso io! Ma non lo vede lei che l’ho io stessa coronato di spine, flagellato, crocifisso: io lo vedo, io lo vedo! ». Da questo suo meditar la Passione mi risulta che la Serva di Dio ricavava sempre un più forte desiderio di patire con Gesù. Tra queste sue sante elevazioni le capitò più volte durante la malattia di cadere in deliquio, ma ciò non per effetto di debolezza fisica o di malattia, essendo ciò avvenuto anche due o tre mesi prima della morte, ma per la forza dei suoi sentimenti di amore e di dolore. Io non dubito di dichiarare che la Serva di Dio godesse di qualche speciale visione. Stando a letto ella si teneva sempre il suo Crocifisso fermato sul capezzale, e avendo io [142v] chiesto se non le incomodasse il tenersi il Crocifisso in quel posto, la Serva di Dio mi rispose: « Me lo lasci così il mio Crocifisso, che mi ricorda la mia professione, contiene una reliquia preziosa e che mi conforta nelle mie pene ». Aggiungo che la pratica nella pia casa di tenersi dalle ammalate il Crocifisso fermato sul guanciale fu appunto introdotta dalla Serva di Dio. Torno a dichiarare che stando sempre piegata per ragioni di malattia su un fianco, i suoi occhi erano sempre fissi o al Crocifisso che aveva vicino o all’immagine del sacro Cuore che le pendeva di fronte sulla parete.




p. 674
22
« Interrogetur: an sciat Servam Dei Deum amasse super omnia atque dilectionem suam probasse sive observantia legis divinae, sive unione spiritus sui cum Deo, sive attendendo pro viribus exercitio omnium virtutum » (ff. 943v-944r).


23
Mt 5, 4, ripetuto nel capoverso.


p. 675
24
« Interrogetur: an [...] sciat Servam Dei [...] b) solitam fuisse dicere sibi majora sustinenda ad imitandum Iesum Christum Dominum nostrum in poenis vitae, passionis et mortis suae » (f. 944r-v).


25
« [...] c) quo majora patiebatur eo ardentius Iesum dilexisse, eique gratias egisse, quia participam ipsam redderet calicis sui » (f. 944v).


p. 676
26
« Interrogetur: an sciat Servam Dei: a) per martyrium doloris et amoris pervenisse ad continuam cum Deo unionem ac mente sua omnibus momentis in Domino quievisse » (f. 944v).


27
« [...] c) patefecisse externe vim internam amoris sui » (f. 944v).


28
«  Interrogetur: an sciat Servam Dei: a) alte penetrasse passionem, mortem et resurrectionem Domini nostri Iesu Christi et ex hoc insatiabile sumpsisse
desiderium patiendi cum divino Sponso; b) ex hac meditatione extimasse Iesum in se iratum et accusantem Servam suam tamquam ream suae passionis et mortis atque ob nimios doloris et amoris affectus sensibus destitutam in deliquium incidisse, sed non morbi causa; c) decumbentem in lecto numquam oculos ab imagine Crucifixi avertisse » (ff. 944v-945r).


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